LEONIDA REPACI.
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STORIA DEI FRATELLI RUPE.
LIBRO PRIMO.
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1957. Arnoldo Mondadori Editore, MILANO.
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       Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
                 Fondazione Ezio Galiano onlus
                    http:\\www.galiano.it
             ad esclusivo uso dei privi della vista.
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PRESENTAZIONE.
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Uscito nel 1932, è il primo dei volumi che costituiscono la «Storia dei fratelli Rupe», conclusasi con «La terra può finire» del 1973.
Vi si narra di una famiglia calabrese. L’autore dichiarò di essersi ispirato alla storia della propria famiglia: «Questo romanzo è, nelle grandi linee, la storia di noi Répaci».
Il romanzo si apre descrivendo la morte silenziosa di Antonio Rupe, che è stato un uomo coraggioso e rispettato (era chiamato «Maestro») nel suo paese, Sarmùra, in origine «un castello di pescatori, poi ingranditosi, che prese nome dall’acqua che bevve Oreste pellegrino ad una sorgente». Ha lavorato una terra, Calimèra, arida, soda, infestata dalla malaria, e ne ha fatto un’azienda modello, finché la sventura (esito di cause in Tribunale) non si è accanita contro di lui, portando nella famiglia povertà e dolore. La sua morte peggiora le cose, ma, per fortuna, oltre alla vedova, ha lasciato dieci figli, tutti di forte carattere. Mariano il maggiore, davanti al morto, promette alla famiglia, che penserà lui a procurare di che sfamarsi, con l’aiuto degli altri fratelli già grandi, Cino, Pietro e Tristano. C’è tutto il Sud in questo avvio.
Sono cambiati i tempi ed ora (siamo nel 1908) circolano nuove idee, di cui i fratelli Rupe si fanno portatori; sono idee socialiste, rivoluzionarie. Per questo i maggiorenti di Sarmùra, guidati dall’avvocato Licèrta, «un uomo senza scrupoli che s’è arricchito con le eredità e l’usura», cercano di screditarli e di mantenerli isolati, ma cozzano contro la loro tenacia e la loro tempra di combattenti forti e decisi. Sono abituati ormai, i Rupe, alle avversità e alla lotta contro la natura aspra e il destino mai compiacente. Non temono nulla. Nei Rupe si riflette nitidamente il carattere di Répaci, schierato dalla parte degli oppressi e nemico pervicace del parassitismo e dello sfruttamento.
Il romanzo possiede una forte carica evocativa di sentimenti intensi e di drammi personali, familiari e collettivi. L’intreccio è ricco e la vivezza dei personaggi gli attribuiscono un fascino che dura nel tempo. Anche in una costruzione corale come quella di questo romanzo, Répaci immette la sua capacità di indagare e raccontare della forza delle pulsioni che creano problemi, rompono equilibri, animano le esistenze. Si tratta spesso di relazioni dense di sensualità, talvolta tormentate, talaltra trasgressive. La pennellata dell’autore, mai approssimativa, è colorita, forte, espressiva, capace di dare al racconto densità e sapidità.
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L'AUTORE.
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Leonida Repaci (Palmi, provincia di Reggio Calabria, 5 aprile 1898. Marina di Pietrasanta, 19 luglio 1985) è stato uno scrittore, saggista, poeta, drammaturgo, pittore e antifascista italiano. Nel 1929, insieme a Carlo Salsa e Alberto Colantuoni, fondò il Premio Viareggio, del quale è stato presidente fino alla morte.
Diciassette mesi dopo la sua nascita suo padre Antonio Rèpaci, mastro muratore e costruttore, morì, lasciando dieci figli e la moglie di 37 anni in condizioni economiche disastrose. Toccò a Mariano, il primo dei dieci orfani, prendere le redini della famiglia. Lo fece il giorno stesso dei funerali non consentendo la cerimonia religiosa al padre.
Dopo il terremoto del 1908, Repaci andò a Torino dove completò gli studi superiori. Si iscrisse in seguito alla facoltà di Giurisprudenza ma, a causa dello scoppio della Prima guerra mondiale, fu costretto suo malgrado ad interrompere gli studi. Venne arruolato e mandato al fronte dove ottenne, con una medaglia d'argento, anche il congedo illimitato.
Tornato a Palmi scrisse il poemetto La Raffica ispirato alla morte di Anita, Nèoro e Mariano tre dei suoi nove fratelli, morti a causa dell'epidemia di spagnola. Nel 1919 ritornò a Torino e conseguì la laurea, l'anno seguente prese l'abilitazione all'avvocatura e incominciò a frequentare ambienti e personaggi politici di sinistra.
Nel 1923 pubblicò il primo lavoro letterario, “L’ultimo Cireneo”,che gli fece ottenere un grande successo, tanto da indurlo ad abbandonare la sua professione di avvocato e dedicarsi alla narrativa, dimostrando un interesse preminente per i problemi e le vicende della gente della sua terra.
Nell'agosto 1925 Rèpaci venne arrestato a Palmi, insieme ad altri comunisti e socialisti, come presunto assassino di Rocco Gerocarni, gerarca fascista del luogo; inaspettatamente Rèpaci venne assolto ma l'accaduto avvelenerà per sempre di diffidenze e sospetti i rapporti con i suoi concittadini.
Dopo aver lavorato, fra il 1923 e il 1925, alla redazione de l'Unità, collaborò poi alla Gazzetta del Popolo e a La Stampa.
Iniziò La storia dei Rupe, che nel 1933 gli farà vincere il Premio Bagutta e, tra varie versioni, lo accompagnerà fino agli anni settanta.
Il 9 settembre 1943, assieme a tre amici (Pacini, Tosi, e Bernini) portandosi dietro un folla di popolani, assaltò un deposito d'armi a Palazzo Pallavicini Rospigliosi, episodio che diede il via alla Resistenza romana.
Il dopoguerra, dopo il ripristino del Premio Viareggio, per Rèpaci fu un susseguirsi frenetico di proposte e idee che lo fecero maturare positivamente sia intellettualmente sia a livello umano che sociale; fondò e presiedette il Premio Fila delle Tre Arti, e il Premio Sila (1948).
Nel 1956 vinse il Premio Crotone con Un riccone torna alla terra e due anni dopo il Premio Villa San Giovanni con la Storia dei fratelli Rupe. A poco a poco si allontanò dall'attività giornalistica per dedicarsi alla stesura definitiva della trilogia Storia dei Rupe, e il secondo volume, Tra guerra e rivoluzione, vinse nel 1970 il Premio Sila. In quel periodo la sua naturale irrequietezza lo portò a darsi alla pittura, con discreto successo sia di critica sia di pubblico, allestendo personali a Milano e a Roma. La morte colse il Leone mai domoa Pietrasanta (Lucca) il 19 luglio 1985.
La sua villa “Villa Repaci” ristrutturata è diventata un mausoleo dove vengono di tanto in tanto allestite delle mostre letterarie e di cultura.
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STORIA DEI FRATELLI RUPE.
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PROLOGO.
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Muore Antonio Rupe. Il medico va e viene, ogni mezz'ora, da casa sua; lo tiene su a forza di digitale e di etere. Dieci figli lascia, dieci orfani. Son tutti al letto di morte, come immagini attorno ad un altare. Leto, il più piccolino, è in fasce. Vede, l'innocente, morir suo padre, e sorride.
Antonio Rupe accenna, ad un tratto, di voler dire qualcosa. I figli che gli stanno d'intorno si curvano sul genitore come su uno specchio che si appanni col fiato, prima di ridargli la vivezza perduta. Lo specchio resta nebbioso, e riflette confusamente volti e figure. Ora il padre non distingue più Tristano da Cino, Lina da Orsa, Pietro da Nèoro, Gilda da Anita. Né Maria, la madre, che tiene sulle ginocchia Leto, si stacca sullo sfondo tenebroso della coscienza vacillante, dalla figura di Mariano, eretta contro il cielo, che luce azzurrissimo oltre la finestra, in espressione di accoramento supremo.
Non vede, il moribondo, che un unico viso squadrato con l'accetta, un viso con molti occhi lampeggianti, con molte bocche asciutte, come se lo specchio fosse andato in pezzi, e in un frammento, non più grande di una pupilla, si fosse rifugiato, concentrato, il mondo. Il mondo che, per un padre nel transito, si riduce all'unico viso della figliolanza, che resta a testimoniarlo sulla terra.
Antonio Rupe vuol parlare, ma la sua bocca è piena di stoppa salmastra, ch'egli seguita a masticare, senza poterla espellere. Lo sollevano per le spalle poderose, gli fanno un sostegno di cuscini dietro il dorso, gli forbiscono la bocca con un candido fazzoletto, perché la parola esca chiara dalla bocca sgrommata. Fatica inutile. Il moribondo modella le parole con strani moti delle labbra e del mento, ma esse svaniscono nell'atmosfera del palato, finiscono in confusi e infantili balbetti.
Finché, convinto dell'inanità del suo sforzo, il morente, repentinamente, cessa il supremo e ideale colloquio con i figli. Lo sguardo resta pensoso ed afflitto, ma i tratti del viso si distendono, e quasi si rischiarano. Ed egli se ne va cosi, fissato nella dolente vanità di quello sguardo die vorrebbe esprimere ciò che la bocca non ha potuto. E Mariano che gli porge un foglio bianco e una matita, implorando: Padre, scrivi . E lui che accenna un vago sorriso, l'ultimo, mentre già scende i primi gradini dell'ombra. Entra la Morte per abbassargli le palpebre su gli occhi e accendere i ceri. Leto solo non la sente venire. Egli vede semplicemente che il babbo, prima, lo guardava con gli occhi vivi, ed ora dorme. Ma che suo padre sia svanito, e che, in sua vece, sia venuta a stendersi sul letto la Morte: questo gli sfugge.
I fiori che la Camminante ha recati con sé, dal suo viaggio notturno, sono odorosi e san di siepe bagnata dalla guazza. La camera se ne impregna, l'aria vizza e corrotta se li beve, ma li irrorano le lacrime della vedova e degli orfani. E restan lucenti e nuovi.
Grida Mariano, ch'è il maggiore, a Leto che lo guarda attonito:
- La morte ti ha rubato il padre e il pane. Ma ci son io per te, figlio.
Leto gli risponde con uno scoppio improvviso di pianto. Sotto la raffica della disperazione che s'abbatte, quale vento bruciante, sul padre muto, il suo corpicciolo freme come una conchiglia che ripeta all'infinito il lamento del mare. Egli tende le manine al morto ed alla luce dei ceri, nasconde il capo nel seno della mamma, guarda la confusione tragica con occhi ora severi, ora estatici. A tratti si batte il petto, imitando il movimento frenetico delle sorelle, che si flagellano sulla spoglia, e balbetta qualche suono, che ricorda il vano tentativo di parlare del padre suo. Finalmente, dopo averlo inchinato a baciare il genitore sulla fronte, dove luccicano gocce di sudore gelato, una donna se lo porta via, insensibile alle sue lacrime.
Vengono uomini vestiti di nero a mettere il morto nella bara. I figli strappano il babbo agli estranei, lo dispongono con le loro mani nella stretta prigione di abete. Mariano gl'infila un fiore rosso tra le mani. Dice qualcuno dei sopravvenuti:
- Che cosa si aspetta a portarlo in chiesa?
- Aspetterete un pezzo, sibila Cino. Il morto è nostro. Antonio Rupe non ha paura di presentarsi direttamente al Giudice. Per un uomo come lui gl'intermediari non contano.
Vengono amici a portare le vettovaglie del cònsolo. La madre ringrazia, ma rifiuta. Un po' di latte per Leto saprà spremerlo dal seno arido. Gli altri si abitueranno, fin dalla loro prima sera di orfani, a fare a meno del pane. Saranno tanti i giorni che la fame aspetterà il miracolo del pane caldo, col capo tra le mani, alla tavola vuota di tutto. Questo, aggiunto agli altri, infiniti. Ma nessun cònsolo alla Morte. Del resto, l'odore dei ceri dà una nauseante sazietà.
Sopraggiunge la notte a far più solenne l'estremo colloquio tra gli orfani e la spoglia. Chiede Tristano:
- Padre, cosa ci volevi dire che non avevi già detto?
Risponde Mariano per l'Assente:
- Ci voleva ammonire, ancora una volta, d'esser degni di lui e del nome che portiamo. Siamo circondati da nemici potenti, in questo paese sciagurato. Calimèra ne è la prova. Il meno che possano fare è invidiarci, perché siamo una bella famiglia che vuol camminare. Se staremo uniti e inflessibili, se saremo verso noi stessi più severi che verso gli altri, vinceremo. Dieci siamo, e tutti con gli occhi aperti. Vedranno di che cosa saremo capaci.
- Come ci batteremo con questa miseria che incombe? mormora Pietro. Non abbiamo neppure di che far le esequie.
- Porteremo nostro padre a spalle al camposanto. Quest'onore gli spetterebbe, anche se fossimo in condizioni di ordinare un carro d'oro. E la miseria la vinceremo con la volontà di resistere a tutti i costi. Andremo a opra come contadini, zapperemo la terra, ci adatteremo, se occorre, a spaccar sassi sotto il solleone, ci piegheremo ai mestieri più umili, alle fatiche più dure. Ma non ci avranno. Sarà per me e per te, Pietro, una lotta tremenda che durerà fin che Tristano e Cino non termineranno gli studi. Dopo, essi ci aiuteranno a sistemar le sorelle, e a dare un'educazione a Nèoro e Leto.
Queste parole di Mariano sono forti come un comando. Veramente il morto si è trasfuso in lui, ne potenzia la persona fisica e ideale. I fratelli, dai grandi ai piccini, sollevano il viso dalla spoglia ormai fredda, e, per la prima volta, forse, guardano al maggiore con un senso di rispettoso distacco. Egli è ora su tutti, sulla cresta del precipizio più alto, rupe imminente sulla rupe, scolta esiliata sulla cime a guardare più oltre, ai confini della sorte comune. Ed essi si rifugiano nella certezza della sua forza e della sua virtù.
Per tutta la notte, nessuno degli orfani, Leto compreso, che scotta, tossisce, ha la febbre, ma non vuol saperne di staccarsi da quella camera, cessa di vegliare il babbo. Di lui, la vedova, per ore ed ore, dice le lodi, ricordando alcuni significativi episodi dei primi anni di matrimonio, soffermandosi su certi singolari e impreveduti lati del suo carattere, narrando della sua tenerezza di sposo con una voce che i figli odon per la prima volta. A tratti la parlata dell'Assente è immessa con tanta naturalezza nella dolce lamentazione della sposa, che ognuno degli orfani guarda il morto per controllare se è stato lui a parlare, vinta finalmente la malia che gli gela le labbra. Non è lui, è la compagna che sa tutto della sua vita: pensieri, speranze, abbattimenti, ribellioni. E che cos'è mai la Morte, se c'è chi ti reca dentro di sé, come una madre la creatura, se c'è chi regola ogni atto della sua vita sull'ideale comunione con te diventato spirito, se vive anche per te, che ti riposi dopo la mareggiata?
Bellissimo è considerare la Morte sotto questo aspetto visivo: ascoltare silenziosi e immobili, su un catafalco, le lodi che fanno di noi le persone che più abbiamo amate nella vita.
La mattina dopo, il carro di prima classe, che qualcuno ha ordinato per le undici, secondo l'indicazione del manifesto funebre, arriverà troppo tardi alla casa orfana. Verso le nove i quattro figli maschi di Antonio Rupe, Mariano e Tristano a sostegno della testa, Cino e Pietro dei piedi, calano a spalle la bara dalla casa, e prendon la strada del camposanto. Dietro la bara è là vedova circondata dalle quattro figlie. La madre ha Leto in braccio, e il piccolo Nèoro le cammina a lato, tenendola per la gonna nera.
La giornata è bella ma fredda. L'aria è cosi nitida che abolisce lo spazio. Par di toccare con la mano le paranze che riflettono le loro vele sullo specchio marino. Luccicano i lastroni del Corso, i verdi dei giardini, i gialli delle campagne nel sole. Ogni cosa è nuda, quasi diafana. I muri: vetri. Le case mostrano i loro interni senza pudore. La morte sceglie queste giornate per le sue vendemmie. Quando il mondo è cosi lucente, sparire è più doloroso. Ciò dà rilievo, credito, potenza, alla Morte.
La gente di Sarmùra vede passare il piccolo muto accompagnamento con uno stupore che supera forse il cordoglio. Cordoglio che pure è grande, specialmente nel popolo minuto, che Antonio Rupe comandò nelle varie tappe della sua fatica di costruttore, e che Mariano e Cino conducono animosamente sulle vie della redenzione sociale. Tranne le persone del ceto proprietario e baronale, che, forse, si congratulano con la Morte, tutta Sarmùra vuota le case, le botteghe, le officine, e accompagna al cimitero la bara di Antonio Rupe, portata all'estremo riposo dalle sue creature. La fiumana ingrossa ad ogni passo. Moltissime son le donne, le quali, disciolte le trecce sulle spalle, procedono singhiozzando e maledicendo il destino. La vedova sente quei pianti e li offre come fiori freschi, lei che ha gli occhi aridi, al Partente.
Consegnano la bara al custode, si asciugano il sudore dai volti arrossati, stringon le mani di quelli che possono avvicinarli, salutano la tomba del nonno, poi i dieci orfani e la madre riprendon la via del ritorno. Come sono a casa chiudono gli scuri, poi si raccolgono tutti insieme davanti al fuoco che crepita nel camino. La madre interra delle patate nella brace. Quando sono arrostite le spartisce con sorriso accorato ai figliuoli.
Leto è sorpreso di vedere i fratelli mangiar le patate dopo averle salate con le lacrime. Li sta ad osservare a lungo, fantastico, poi, improvvisamente, batte le mani in segno di giubilo. Tutti sollevano gli occhi su di lui che, intimorito, cessa le sue manifestazioni di gioia.
Silenzio.
Le ore, intirizzite anch'esse, si avvicinano al fuoco per scaldarsi. Se ne vanno ad una ad una in punta di piedi, per non turbare la veglia. Un gallo canta nelle vicinanze, un altro gallo gli risponde. Non c'è gaiezza in questo loro salutare il nuovo giorno. Pare che si sveglino da un incubo, e che urlino alle ombre per allontanarle.
Mariano sorge e dice con voce ferma:
- Non ritornerò senza pane.
Ed esce seguito da Pietro. Gli altri li guardano sparire per gli spiragli degli scuri nella strada deserta.
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PARTE PRIMA.
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CAPITOLO 1.
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Sarmùra è una cittadina bruzia di scarsa importanza storica, tant'è ch'essa non si trova menzionata nei dottissimi libri del Barrio, del Marafioti e del Fiore, che pure sono ricchi di minuzie e di riferimenti sulla più vetusta civiltà della Calabria.
La prima memoria di essa risale ad una lettera, non apocrifa, di Anastasio a Cassiodoro, nella quale, confermandosi, da parte del Cancellario della Brezia, le lodi che Cassiodoro aveva fatte del territorio reggino, dei suoi vini eccellenti, dei suoi formaggi saporitissimi, e specialmente di quel tal pesce, detto dai greci essormiston, simile alla murena come corpo e colore, col naso alquanto setoso, ma di carne cosi delicata da parer latte cagliato, aggiungeva che il regal pesce in questione era il preferito alle mense di Sarmùra. Sarmùra essendo (traduco dal latino) un castello di pescatori, poi ingranditosi, che prese nome dall'acqua che bevve Oreste pellegrino ad una sorgente, nascosta tra le rocce, prima di far le sue lavande purificali nel vicino Metauro. Il quale era l'unico fiume, nutrito da altri sette, in cui il matricida potesse liberarsi dagli uncini roventi delle Furie, secondo il responso dell'oracolo.
Acqua salata, dunque. Della quale non è memoria oggid. Però il salmastro è rimasto sulle mura della cittadina, che i terremoti cimano periodicamente, sulla terra affitta dalla siccità, sulla pelle dei naturali, ed anche nei loro pensieri.
Sarmùra è molto estesa su un altipiano limitato a ponente dal mare e a sud dal monte Aulina. E' una minuscola città, come ce ne son tante sulla costa tirrenica, senza grandi pretese di venustà e di decoro, senza memorie da mostrare ai forestieri, quasi che, qui, il tempo con le sue rovine abbia fatto come la volpe con le proprie orme; le abbia coperte di terra. Tutto vi è provvisorio, tutto è messo là, alla brava, per una gente bisognosa e umile che si contenta di poco, tutto è lasciato alla mercé di quell'estroso padrone ch'è il terremoto.
E' un paese sempre pronto a mutar faccia, a sostituire i suoi blocchi di case strette aggrondate ferrigne con altre ancora più strette, più aggrondate, più ferrigne. Soprattutto più basse, ché il terremoto non ama la boria, perciò recide senza pietà le fioriture troppo ricche degli alberi di pietra, su cui gli uomini, questi uccelli dalle ali invisibili, fanno il nido. E' un paese sempre pronto a sdraiarsi. Si sa nato su una terra malata e furibonda e accetta gl'incerti del suo stato. E potrebbe far diverso?
Sarmùra vive essenzialmente sul vino e sull'olio delle sue campagne. Che in tempo ninno si debba dimandare a codesto paese grano e orgio perché troppo calunniosamente si dimanda d'alcun luogo quel beneficio che egli non possiede l'aveva già visto Cassiodoro. L'esperienza dei secoli ha dato ragione all'acutissimo figlio di Squillace.
A Sarmùra lavora animosamente il contadiname, esposto con pari guasto all'avarizia della terra e allo sfruttamento padronale. I terrazzani che stan bene si contan sulle dita di una mano: sono i cosidetti americani ritornati d'oltremare col gruzzolo. Costoro, quasi sempre, prestano ad usura, perciò il loro denaro è esecrato e maledetto.
Lavora il contadiname, e, soprattutto, faticano le bestie. Quei poveri asini, che tirate, dal paese alla vigna, dalla vigna al paese, per miglia e miglia, attraverso melme di pantani od argille infuocate, almeno due volte al giòrno! Dopo l'asino, tocca al bue far le spese. E, talora, son spese grosse per un magro mangime. Scarsi, infatti, i pascoli bradi, ribolliti i fieni. Anch'essa arsuriata, la sulla, scricchiola sotto i denti, come fosse fatta di vetro verde.
L'artigianato di Sarmùra strappa la vita penosamente, giacché, dove il contadino non spende, tutto va alla malora. Numerosa e agguerrita è la categoria dei muratori, che s'affretta a costruire le case, che i vulcani butteranno giù al primo starnuto. Il terremoto del '905 è stato uno scherzo. Solo un cataclisma che radesse al suolo mezzo paese, potrebbe mettere un riparo alla disoccupazione edile di Sarmùra.
Pur numerosa è la classe dei commercianti, dei piccoli mediatori di vini ed ol, degli appaltatori di opere pubbliche e private, degli esercenti: tutta gente che rivela, come carattere comune, un eccesso d'immaginazione che cozza contro lo stato di necessità, per modificarne i rapporti negativi. Questo eccesso di immaginazione è cagione di certa veduta semplicistica delle cose, singolare, e quasi incomprensibile, in una terra ammaestrata dalla Malasorte, che spinge tanti a imprese assai più grandi di loro, nelle quali, sprovvisti di mezzi, e, impreparati tecnicamente, naufragano senza rimedio. La cambiale è il Moloch di codesta gente, che ha in odio la contabilità chiara, e preferisce il guadagno immaginario a quello minuto, ma reale. Per il ceto negoziante di Sarmùra la cambiale significa quel che la filossera è per il terrazzano, e il terremoto per tutti. C'è gente che passa la vita ad assaporare, di tre in tre mesi, il supplizio della scadenza vicina, del rinnovo dubbio, del fallimento probabile:
che lavora unicamente per pagare gli interessi alle banche; che si svena per impinguare quei buoni signori, i quali arrischiano il danaro per un piccolissimo frutto che, ahimè, non compensa, certo, il pericolo di perderlo; che fa, dalla mattina alla sera, la posta al proprietario tale od all'amico tal'altro, per supplicarlo di venirgli in aiuto, prospettandogli i tesori del prossimo avvenire, se lo si metterà in condizioni di scontare o di rinnovare quel certo effetto ; che s'intende di girate, di avalli, di protesti, quanto un avvocato; che va alla banca come in chiesa, sempre a capo scoperto, e con la preghiera sul labbro ; che ne parte con la sensazione certa di aver stretto un altro anello alla sua catena. Un Sisifo che spinga su, per un monte, un masso di cambiali pesanti come pietre, e che, dalla cima, il carico riprecipiti a valle, costringendolo a rinnovar la fatica disperata: ecco il commerciante di Sarmùra.
Il mare di Sarmùra è ricco di pesce. All'anguilla, cui accenna Cassiodoro, si aggiungono e gronghi e cefali e orate e saracche e sarde e mutili e triglie e seppie e monacelle e polipi e tonni e lucci e occhiate e murene, e, infine, il famoso pesce-spada, la cui cattura, descritta mirabilmente da Strabone, è ancora quella che si pratica oggi tra Sarmùra e Scilla. Ma questo è un mare facinoroso, ha sempre il coltello tra i denti, non dà tregua mai. Pare veramente che il Metauro gli abbia iniettata nelle vene la febbre che faceva urlare Oreste. Le Furie hanno lasciato il matricida per versarsi in un più cupo abisso. Qui le libecciate, le ponentate, le trombe marine, i cicloni, son di casa. Le onde raggiungono altezze incredibili. Gli scogli sono montagne, eppure spariscono nella spuma clamorosa come frammenti neri di un meccano fanciullesco. La tempesta impedisce le palamitare, i trabaccoli, i brigantini, di prendere il largo. I pescatori muoiono di stenti, e quella seguita a rovesciare le sue falangi urlanti. Si trova, la gente del mare, davanti a un tesoro chiuso in una cassaforte di acciaio smeraldino, di cui ha le chiavi. Ma le chiavi non girano nel congegno, arrugginite come sono dal salmastro. E, ahimè!, il chiavaiolo se ne sta indifferente sopra le nuvole, sordo ai richiami dei poveri pescatori.
I proprietari grandi e medi non lavorano a Sarmùra, e per un rispetto della tradizione feudale, e per un vertiginoso disgusto fsico e morale verso qualunque forma di attività, che implichi sforzo d'intelligenza e pericolo di avventure economiche. Il prestito a usura e lo sfruttamento dei bisognosi, consumato privatamente, o attraverso le banche locali, di cui sono padroni incontrastati, esauriscono tutte le loro vedute e iniziative finanziarie. Speculatori sulla miseria , li ha chiamati Giolitti alla Camera, denunziandoli al Paese, in un impeto di sincerità. E questa è una novità per lui, non per il contadino calabrese, che considera una minuzia l'indegna speculazione sui terreni, occupati dai baraccamenti dopo il terremoto del 1905, paragonata allo sfruttamento più grande e diretto, di cui è vittima da secoli.
Generalmente questi ricchi proprietari sono avari, avidi, riottosi, cinici, violenti, sprezzanti con i deboli, servili con i maggiori. Amano solo lo spettacolo della forza e del coraggio fisico, adorano la caccia e il mercante , s'impaludano nei piaceri della buona tavola. Vanno al Circolo con visi da preti officianti, e lo lasciano solo all'ora della passeggiata, quando tronfiano con l'attacco a quattro per le vie principali del paese. Odiano gli intellettuali, che vedono, siano essi medici o artisti, ingegneri o insegnanti, sotto la veste dei lestofanti e dei perdigiorno e dei seminatori di vento. Si fanno un bisogno della superstizione, un vezzo del fatalismo, un dovere dello sfruttamento, ch'essi seguitano, poltroneggiando, a perpetrare sui feudi ereditati, e ingranditi con l'appropriazione di fatto dei beni demaniali.
Non c'è acqua da bere a Sarmùra, né luce né strade, né case popolari. I proprietari danno la colpa al Governo che trascura il Mezzogiorno, pur gravandolo di tasse; al Senato che ti manda in galera quel galantuomo di Nunzio Nasi, reo solo d'esser meridionale, a sentir loro; e si ritengono sciolti da ogni dovere, quando han ripetuto con sussiego i famosi argomenti del Fortunato, per il quale, meno il dualismo religioso e l'Home Rule, il Mezzogiorno starebbe al resto d'Italia come l'Irlanda alla Gran Bretagna. Buttano la croce addosso al Governo perché non fa nulla, e vorrebbero sulla graticola i partiti di Sinistra che, chiedendo il suffragio universale, la formazione di un grande demanio dello Stato, il rimboschimento, la bonifica, un conveniente regime delle acque, l'incremento delle case e delle scuole popolari, agitano in qualche modo il fondo motoso della palude.
I piccoli proprietari lavorano a Sarmùra nel senso che scendono, qualche volta, al podere, e si interessano da vicino delle colture. Ma succede che essi, premuti dai bisogni che le magre rendite non lasciano soddisfare, fanno una colpa al contadino di non strappare alla terra quanto occorrerebbe loro per mantenere i figli maschi nei collegi più rinomati e maritar le femmine con centomila lire di dote, almeno. Cosi essi, i migliori del loro ceto, in senso assoluto, sono, nei riguardi del terrazzano, i peggiori, non gli danno tregua, lo sospettano ladro e scansafatiche, gli contendono il pugno di fagioli o di patate, come si trattasse di pietre preziose, lo minacciano continuamente di mandare il perito al campo, molto spesso lo cacciano dalla vigna o dall'uliveto, senza un centesimo di migliorie.
Molti sono gli avvocati a Sarmùra, giacché potente è la Malavita, e la gelosia e il punto d'onore armano la mano degli uomini. Piovono gli anni di galera sui violenti, ma, in compenso, gli avvocati prosperano, e, alla fin fine, sono loro che comandano il paese.
Don Ciccio Licerta è il primo violino dell'orchestra curialesca di Sarmùra.
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CAPITOLO 2.
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Siamo agli albori del 1908, anno fatale per Sicilia e Calabria. Son passati sette anni dalla morte di Antonio Rupe, e la sua famiglia ha camminato. Ha tenuto duro sul dominio di Calimèra contro il duca di Cantoria e i suoi eredi; ha riattivato la fornace al Trodio; ha grandemente migliorato il fondo di Fracà; ha veduto laurearsi in lettere Tristano, in legge Cino, farsi un discreto nome, come maestro costruttore, Pietro; tenere in pugno Sarmùra, idolatrato dai contadini e dagli artigiani, Mariano; fiorir le quattro figlie, che son tra le belle di Sarmùra; legar su carne, di giorno in giorno, diventar quasi degli omini, Nèoro e Leto.
Ma i tempi restan difficili. Il magro stipendio di Tristano, che insegna in un liceo di Torino, gli basta appena per non pesare sulla famiglia. Egli è avvilitissimo di non poter fare quel che il suo cuore vorrebbe, ed esprime il suo disagio in lettere piene di sconforto, che non si possono leggere senza pena.
Cino fa il sostituto, a Sarmùra, dell'avvocato Desio, sbriga per lui tutto il lavoro di udienza, che è gravosissimo, senza che l'altro senta il dovere di assegnargli uno stipendio, pur minimo. Si consuma il giovane a studiare, a scrivere di politica, di arte, di tutto un po', sui fogli estremisti locali e regionali, e specialmente sulle riviste culturali del sindacalismo rivoluzionario, di cui abbraccia le idee, senza, per altro, che questa sua apprezzata attività di scrittore gli frutti, almeno, le spese postali.
Cosi pure quei poveri trascurati che ricorrono a lui per farsi difendere, il più delle volte lo compensano con qualche minestra di fagioli o di ceci, qualche chilo di trigliozzo o di neonata , qualche formetta di raveggiolo, qualche collana di salsiccie, ch'egli manda a casa, più deluso che contento. Ma danari nulla. I signori sdegnano il suo patrocinio, giacché lo ritengono il più pericoloso dei Rupe per il suo sovversivismo.
La grande stampa quotidiana, che si è occupata di lui e dei suoi discorsi agli ultimi Congressi socialisti di Bologna e di Roma, l'ha dipinto come un enfant terrible, destinato a far la sua strada, l'ha paragonato ad Arturo Labriola. Tutto questo ha fatto chiasso a Sarmùra, e ha realizzato il fronte unico dei benpensanti contro di lui. Cino se ne gloria, e trova in questo sentimento di che consolare la sua miserabilità.
Pietro ha costruite varie case su progetti d'ingegneri, e s'è fatto lodare. Per un giovane come lui, che ha preso solo la licenza tecnica, che non ha compiuto un corso di studi regolari, che non conosce la scienza delle costruzioni e il calcolo, che ha imparato l'arte accompagnando il babbo nelle sue imprese edilizie e studiando i suoi disegni, i risultati cui giunge son prodigiosi. Tuttavia, da tempo, rare son le costruzioni a Sarmùra. Passano interi mesi senza che venga innalzata una casa di mota, pur che sia. I muratori stazionano giorno e notte davanti alla Camera del Lavoro e minacciano di sollevarsi, se la disoccupazione non cessa.
Senza lavoro, Pietro, non disdegna ora di fare il contadino a Fracà, a piantare barbatelle con l'aiuto di Mariano che trova tempo per far tutto. Cosi han potuto, se non interamente, almeno in parte, rinunziare alle opre per la vigna, che acquistò il babbo col mutuo del Credito Fondiario.
Mariano ha messo su un' Agenzia per l'emigrazione , che, per qualche tempo, è stata la salvezza della famiglia. Egli continua tuttora a gestirla, per stretto bisogno, giacché quel lavoro gli ripugna. I migliori proletari se ne vanno nelle Americhe, abbandonano le terre e le coste, e svaniscono con essi i più ardenti soldati della rivoluzione socialista, nella quale egli crede. Quel tanto che Mariano prende per ogni pratica di passaporto portata a termine, è un pezzo di pane per i suoi, ma gli costa più che non gli dia. Gli pare di tradire il suo ideale, sente che non dovrebbe esser lui a incoraggiare quell'esodo di contadini, di artigiani, di pescatori, che reca un grave danno alle leghe e toglie il materiale umano alla rivoluzione che verrà. S'inchina, d'altra parte, alla necessità, la quale, dice il proverbio, si attaccherebbe ai rasoi.
Col tempo l' Agenzia per l'emigrazionesi è ingrandita. Il movimento dei grossisti forestieri che calano, da ogni parte d'Italia, in Calabria, a incettare il vino, spesso a prezzi di fame, ha persuaso Mariano Rupe a creare un piccolo ufficio per la mediazione del prodotto dal terrazzano al compratore. Anche questo è un mestiere di fortuna, nato dall'urgente bisogno. Troppo bene sa Mariano che cosa voglia dire andare a letto con lo stomaco vuoto, e svegliarsi durante la notte per i morsi della fame, e alzarsi, la mattina, con la saliva rappresa nelle canne della gola, e camminare, per tutto il giorno, come un ubriaco o un convalescente. Fa forame il can per fame, e Mariano, quante volte, uscì di casa alla disperata, sospinto unicamente dalla luce di speranza che le sue stesse parole avevan saputo infondere alla madre e agli altri, e che, svanito l'amoroso gioco di riflessi, determinato dal fluido della presenza, si svelava frutto di un pietoso miraggio?
L'ufficio della mediazione ha dato qualche guadagno a Mariano Rupe. Ma, quanto salato quel pane. I suoi nemici politici non gli hanno tesinato le frecciate sul foglio conservatore diretto dall'avvocato Licerta, portavoce dell'Amministrazione al potere, a causa di quel mestiere, che contrasta palesemente ai principi socialisti, e che vive parassitando sul lavoro altrui, non creando un soldo di ricchezza per conto suo. Essi giocano sull'equivoco, buttando parole grosse ai gonzi. Sanno che, regnando la proprietà privata, la mediazione è una conseguenza necessaria. Sanno che, all'occorrenza, Mariano non ha esitato, e non esita tuttora, a rimboccarsi le maniche e a oprare da contadino. Forse non ha zappato la vigna di Fracà? Forse non li ha fatti lui gl'innesti, e non li rinnova lui, con l'aiuto di Pietro? E quante giornate passate tra i filari spogli, mitragliati dalla pioggia, urlati dal vento, avendo un pugno di fichi secchi per ristoro, e acqua di pozzo per bere, e polvere di foglie secche, arrotolate nella carta da giornale, per fumare?
Mariano ha risposto, da pari suo, su La Falce, il giornale dei rivoluzionari di Sarmùra, in un articolo infiammato e commosso. Da allora l'avvocato Licerta, un uomo senza scrupoli, che s'è arricchito con le eredità e l'usura, oltre che con la professione; il sindaco, marchese Pizzòlo, un aristocratico straricco e imbecille, tipico esponente di quel feudalismo borbonico sopravvissuto all'Unità, che sogna ancor oggi una ripetizione del ripurgofamoso, contro monarchici savoiardi e giacobini senza distinzione; e, infine, il cavalier Tàio, un can da pagliaio che va dietro le bestie padronali con la bocca aperta per afferrare a volo il letame caldo, prima che cada in terra: da allora, questi tre signori e i loro lacchè han messo la mordacchia alla bocca, e si contentan di mangiare e bere Mariano Rupe dieci volte al giorno. Ma a porte chiuse.
D'altra parte, la crisi vinicola perdura. Il vino invecchia nelle botti, giacché gl'incettatori trovano da comperare a prezzi più bassi in Sicilia. Evidentemente, nell'isola di faccia, i contadini fanno il vino con l'acqua piovana. E non c'è che chinar la testa e aspettare.
Per fronteggiare la crisi, Mariano Rupe ha riaperto, dopo un sonno di anni, la fornace al Trodio, costruita da suo padre dopo il terremoto del '94. Gliene presta l'occasione il terremoto del '905. Ma, finito di eseguire il programma limitato di lavori, deciso dal Genio Civile, essa ha visto chiudersi ogni sbocco. Ed ora vivacchia sulle spese, in attesa, ogni anno, del sospirato mese del ramato alle viti, durante il quale Donna Maria, la madre, avoca a sé il frutto della calce venduta al minuto, felice di potere, con quel mezzo, fare le spese necessarie della casa. Ché, a sollevare il bilancio generale dell'azienda, ci pensa, come a tutto, del resto, Mariano.
Il quale, tramontata anche la speranza della fornace, specula, tratto tratto, sulle cose più strane e diverse: sui grammofoni di cui si va pazzi a Sarmùra, sulle vinacce da distillazione, sui bergamotti, su gli aranci, su tutto insomma che gli può dare un pezzo di pane. Si tratta generalmente di piccolissimi guadagni. Tuttavia egli se ne contenta, e appare, dopo qualcuno di quegli affarucci, trionfante a casa, come il sole a mezzogiorno.
Lina e Orsa lavoran di cucito e di ricamo alla perfezione. I loro vestiti, quelli della mamma, delle sorelle minori, e anche di Nèoro e Leto, escon dalle loro mani, come pure la biancheria di casa. Quando capita l'occasione di un corredo sontuoso per qualche figlia di signori, di una bella tovaglia, di una camicia, di un cuscino da ricamare, esse non si risparmiano per acciuffarla, e mutarla in provvidenziale danaro. Naturalmente sono occasioni rare, dovute a confidenze e maneggi segreti di donne. Né su di esse si può fare assegnamento alcuno.
Gilda e Anita, le minori, insegnano a sillabare ad alcuni bambini del vicinato, in massima parte contadini. Sono circa una ventina, ma, se ce n'è due, che, alla fine del mese, danno le quattro lire pattuite, è un miracolo. Non per questo, esse cessan di riunire i piccini nel bassodi casa, che bombisce come un alveare. Fan credito agli altri, esse che, da quando son nate, fan credito a se stesse, e son felici di spendere qualche ora della loro giornata per un'opera buona.
Nèoro e Leto vengono tirati su con le briciole. Il primo è alla seconda ginnasiale, che frequenta da esternodel convitto Pastorino. Il secondo va alla scuola privata serale della maestra Michelina Bàrbaro. Non è possibile a Leto frequentare le scuole pubbliche per la sua funzione di tesorierealla fornace. Ora è in quarta, e, tra qualche mese, si presenterà all'esame di maturità.
Mentre questi fa benissimo negli studi, è avido di imparare e di primeggiare sui coetanei, Nèoro, all'opposto, dà molti pensieri ai suoi. Pur essendo d'intelligenza sveglia, come tutti i Rupe, i libri lo interessano meno d'una partita a soldati e briganti tra compagni, nell'ora del tramonto, quando i ragazzi si rincorrono per la piazza, stridendo festosamente
come le rondini, attorno alla torre campanaria della Matrice. Se mai, di libri, egli amerebbe quelli che narran di avventure per i mari e per le praterie sconfinate, di viaggi nelle regioni inesplorate, di gran delitti scoperti da famosi poliziotti, di prodigi di cavalieri erranti, di eroismi di cow-boys, d'amore. Però anche i lunari e gli atlanti, gli erbari e i leggendari illustrati, i libri a colori di maschere e di bestie, di fiori e di minerali, lo attirano per varie ragioni, la più importante delle quali è che fanno vibrare il suo interesse umano e visivo.
Delle materie scolastiche è la storia, infatti, quella che più lo avvince, perché ci vede dentro un seguito di avventure più o meno certe. Dopo la storia, egli è per la geografia, che gli narra di paesi che un giorno potrà conoscere ed ammirare. Anche l'italiano, che gli insegna a parlare e a scrivere, lo trova necessario, e lo studia con fervore. All'opposto, la poesia, che gli svanisce davanti come un fumo di sigaretta; la geometria, nel cui arido gioco di astrazione è restio ad entrare; il latino, che gli pare cosa assolutamente vana e tediante: son le sue bestie nere.
Fisicamente, Nèoro, è un morettine, che pare uscito da un fastoso quadro veneziano. E' ai piedi d'una tavola imbandita, in primissimo piano, e si mangia, con lo sguardo che pare inchiostro nero bollente, tutto l'interesse del quadro. Se egli è bruno, ricciuto, robusto, invece Leto è biondo, snello, con gli occhi azzurri e sognanti degli angeli di Melozzo. Il primo tutto impeti e decisioni, il secondo tutto estasi ed echi interiori.
Infine c'è la madre, la madre che ha visto passare i sette anni, giorno per giorno, ora per ora, con gli occhi spalancati e bianchi del carcerato innocente, il quale, dal fondo della cella, per la lama della tramoggia, beve come un'acqua miracolosa il cielo azzurro, splendente nel sole. Quel sole esiste, non è un sogno. Perché esisterebbe, se esso non dovesse splendere su tutte le creature della terra? E per chi splenderebbe se non per l'orfano, per il perseguitato, per il buono di cuore?
Invoca la madre calabrese:
Nesci, nesci, o Suli Pe' lu Santu Sarbaturi Pe' la Luna e pe' li Stiddhi Pe' fi povari picciriddhi Chi non hanno da mangiari... Nesci Sufi a caddiàri...
Il sole non è ancora uscito a riscaldare i povari picciriddhi . La supplica, da sette anni, è stata gettata al vento. Però la madre non è stanca di aspettare. Aspetta che il Signore accolga il suo voto davanti al focolare che spesso è deserto.
Troppo spesso la pentola, in cui il suo amore di mamma ha messo la gallina più grassa del mondo è stata rubata, sotto i suoi occhi, da quella ladra inafferrabile che è la Malasorte.
In definitiva, con le sue luci e le sue ombre, il cielo dei Rupe, dopo sette anni di raffiche, tende ad un brutto stazionario. Il domani porterà forse il sereno, e magari sarà l'uragano che sradicherà dalla terra ogni fiorita speranza. Certo, dopo tanti anni di guerra durissima, di trincea, in cui la posizione è stata tenuta, anche senza munizioni, anche senza collegamenti, solo per la gioia di durare davanti alla propria dignità di uomini, di respingere l'armata arroganza di quei quattro signori, carichi di lardo e di anelli, che passan la giornata al tavolo da gioco, o sulle porte dei circoli , a dir peste del contadino, e a rimpiangere il diritto di prima notte sulle femmine dei servi della gleba; dopo sette anni di tal guerra, c'è rosso di sera sul mare. E buon tempo si spera.
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CAPITOLO 3.
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Grande amico, il sonno, del povero. Quando sogna ogni trascurato è un re. Tutte le ricchezze son sue, tutte le magnificenze. Ed egli, per un'estrema raffinatezza della privazione, passa in mezzo a quei tesori senza scomporsi. Invece i signori della terra sprofondan nel sonno come in una morte. Sovente non possono dormire per il terrore di vedersi capovolti dalle ironiche lenti del Genio che regola il cosmorama notturno.
Nèoro e Leto che panciate di sonno. E' l'unica cosa che abbondi nella loro casa. Per essi soltanto, ché, per i fratelli maggiori, quel bene è spesso negato. Il pensiero del domani deserto può esser più pauroso di un abbraccio di vipere.
L'alba si affaccia ai vetri della casa orfana col viso del ladro che butti un'occhiata guardinga nelle stanze insidiate, prima di tentare il colpo. Le ombre rientrano nei crepacci dei muri ammantellate fino agli occhi, senza volgersi indietro, e, dall'abisso svelato, relitti del naufragio notturno, ecco nascer le cose con i soliti volti che le dita del tempo assottigliano e confondono.
In un momento, le stanze si riempiono di agitazione e di rumore. Leto non ha ancor finito d'indossare il vestituccio nero, che qualcuno lo chiama alla tavola da pranzo, dove fuma il caffè e latte in due piccole tazze. Una per lui e una per Nèoro. Gli altri fratelli, come la mamma, non prendon nulla. Guardano con aria di protezione i due più piccoli che aggrediscono certo pane durissimo di casa, immergendolo a più riprese
nella bevanda calda. Che il caffè e latte sia riservato ai bambini, e che i grandi non debbano prender nulla al mattino: ecco uno dei primi imperativi che si sian presentati con più evidenza alla mente di Leto.
- Passata una certa età, non piace più il caffè e latte? chiede un giorno ad Anita, nel cui occhio sorprende un lampo di desiderio, teso come un arcobaleno tra la sua tazza e la sua bocca. E lei:
- La mamma dice che non piace più.
Quella risposta evasiva basta a Leto. Il dubbio che sia meglio per lui non andare al fondo di una cosa, la quale, cosi Com'è, fa tutto il suo vantaggio, frena ogni altra sua curiosità.
Ora Nèoro spolvera, come il maestrale, sotto gli occhi di Milord, che aspetta invano qualche briciola ustolando. Leto non è ancora a metà che Nèoro ha già terminata la colazione. Da quel momento, il primo aumenta cosi palesemente la vigilanza sul suo, che l'altro, urtatissimo, lo minaccia di non giocare con lui alla trottola, se non gli fa intingere, almeno una volta, il pan biscotto, nel caffè e latte che avanza. Il più piccino si piega sospirando alla servitù, voluta dalla minorità, e Nèoro cerca d'esser più discreto che può. Non è raro che il suo colpo di mano sulla colazione di Leto accenda una guerra fratricida, che vien sottolineata dagl'innocui latrati di Milord, e sedata dall'intervento dei familiari. Per quella giornata, ed anche oltre, Nèoro non lesina al fratellino il suo disprezzo. Questi che vuole essergli amico, perché i due anni e mezzo che lo distanziano da lui sono un'iniziazione ai misteri ed alle prodezze dell'età superiore, s'ingegna in tutti i modi di far la pace. Basta ch'egli dia a Nèoro il permesso di usare, come cosa sua, certo carrettino di legno, regalatogli dal maestro falegname di faccia, e che è l'invidia della ragazzaglia del quartiere, perché l'altro accetti di dimenticare l'offesa ricevuta al mattino. Si rifà sul carrettino, il quale è un miracolo che tenga ancora, dopo tanti rovinosi ribaltoni, che avrebbero fiaccato un carro matto, non questo, ch'è fatto di alberello, bianco e fragile come la carne di un bambino. Scorrazza, Nèoro, su e giù per la strada, sgusciando intrepido tra le gambe dei contadini, gareggiando nella discesa con le bestie da tiro e da corsa, spaventando galline e pulcini, cani e gatti. La sua frequenza nel batter le natiche per terra, senza ritrarne alcuna ammaccatura, gli ha valso il nomignolo di Culo di Ferro , che è il suo più gran vanto. I bambini del vicinato, fermi sulle soglie delle casucce, o addossati ai muri della strada, lo guardano con un'ammirazione che solo Leto può comprendere. Nèoro gode, pilota temerario, della sua popolarità, e la converte in protezione. Però, chi si ribella alla sua supremazia vien cazzottato fino alla sottomissione.
Poco dopo, Mariano, preso Leto per mano, parte per la fornace del Trodio. Son circa venti minuti di strada, tracciata tra ulivi giganteschi, i quali sfumano, con la loro nebbia verdargentea, le cupole bianche delle cappelle, baluginanti, nell'albore mattinale, dal camposanto vicino. Il piccolo Rupe non può trattenersi, quando passa e ripassa per quella strada, dal voltare la testa verso il muro di cinta che abbraccia tanti morti, e pure il nonno e il padre suo. Sa che quello è un altro mondo, diverso da questo dove noi ci muoviamo e facciamo chiasso, un mondo, dove, di notte, singhiozza la civetta e splendono i fuochi fatui. Un mondo, che non si guarda senza sgomento, scavato Com'è nella nuda terra, con le lucertole e i lombrichi che strisciano sulle bare, e la gramigna che intreccia le sue vene rosa tra solco e solco. Là ci va chi si vuol riposare, dopo una gran fatica, cosi il babbo, stanco di costruir tante strade, tante case, afflitto dall'abbandono di Calimèra. Se n'andò a dormire laggiù, senza farsi smuovere dai pianti dei figlioli, che non si volevan staccare da lui. A un tratto, rovesciò gli occhi e distese le mani sul lenzuolo che non era più bianco del suo viso. E non si mosse più. Ed ora riposa in un angolino di muro, sul quale l'acqua di scolo lascia le sue gromme verdastre. Mariano scrisse sulla lastra di marmo, con un semplice lapis, il suo nome. Niente altro. Quella nudità essenziale, quella mancanza di pompa, che contrasta con la magnificenza di altre tombe (quella del nonno, per esempio, ha una statua di marmo grande al naturale e una lastra offerta dal Municipio con la scritta delle sue campagne sotto Garibaldi) ferisce, nel piccolo Leto, un senso vitale che non sa definire. E, almeno, il nonno era un eroe. Ma quegli ignoti che i parenti onorano, più di quanto loro non abbiano fatto col babbo, eran da più di lui? Una bella tomba di marmo, d travertino, ed anche di pietra serena, fa piacere a chi guarda. Ed anche il morto ci deve star meglio, là dentro, che non esposto al vento, alla pioggia, e alle pedate dei becchini e dei distratti camminatori nella nuda terra. E allora?
Mariano procede misurando il suo passo su quello del piccolino. Lo tiene per mano, e, tratto tratto, gli chiede se è stanco, se ancora ha sonno. Leto lo rassicura, ed egli lo guarda pieno di tenerezza e di incitamento. Procedono mescolati al contadiname, il quale, a piedi, a bisdosso delle cavalcature, sulle stanghe dei carri, raggiunge i lontani poderi. La strada pare una processione, però senza il santo Capitolo e la banda. Qui l'unica musica è quella delle suole sulla strada maestra, degli zoccoli delle bestie, delle ruote. Raramente qualche voce interrompe l'assorto silenzio della migrazione mattinale. La gente non ha nulla da dirsi che già non sappia. Ognuno preferisce abbandonarsi ai pensieri, che assumano, lenti, dalle ultime nebbie del sonno.
Quanto bene vogliono i contadini a Mariano Rupe. Lo salutano, maschi e femmine, vecchi e ragazzi, illuminandosi nel viso; lo chiamano Don Marianuzzo , e si butterebbero dalla cresta della Motta a un suo comando. Egli li difende su La Falce contro i proprietari esosi, parla per loro nei comizi, rischia di farsi arrestare dal Commissario, il quale ha un bel tirarlo per le falde della giacchetta, quando il discorso gli si infiamma sulle labbra. Seguita il giovane implacabile, finché non ha detto il suo, a chi di ragione, con voce tonante che si sente all'Aranciara, e, spesso, non bastano gli squilli della Forza per sciogliere il comizio, che ha chiamato in piazza tutto il paese. Nel momento del pericolo, i contadini si stringono attorno al loro difensore, e cosi impediscono agli agenti di agguantarlo. Per evitare guai, il Commissario rimanda l'arresto a più tardi. Più tardi ci pensa su, e rinvia ad altra occasione. Cosi Mariano Rupe resta un trionfatore. Però Donna Maria, la madre, è preoccupata di vedergli correre tanti rischi, e, sovente, si raccomanda a Michele Parrello, il più vecchio socialista del paese, perché faccia opera di pace.
Mariano ha ora ventott'anni, due più di Tristano e tre di Cino, ma ne dimostra qualcuno di più. Forse l'invecchia la barba che già gli arriva al petto, una barba bionda e ricciuta come quella del Nazzareno. Veste sempre di nero e porta un cappello a grandi tese che gli dà un'aria romantica. I sette anni di lotta lo hanno formato, agguerrito. Gli han data la coscienza e la misura di se stesso. Chi sa, all'occorrenza, menar la zappa nella zolla interita, chi sa scalzare, potare, innestare, cimare una vite sotto i risucchi del libeccio, può guardare in faccia la Malasorte. Senza di ciò, che ne sarebbe stato della vigna di Fracà? Quel podere è l'unica cosa ch'essi posseggano, giacché tutti i crediti patemi vennero loro negati da gente che ha un vipero al posto del cuore. Sono in causa per poterne almeno realizzare una parte, ma ci son troppi testimoni falsi, pronti a vendere, come dice il proverbio, San Pietro, per due patate. Perciò è difficile, per non dire impossibile, vincere un giudizio, anche se lampante è il diritto. Proprio poco tempo addietro, Cifaro, uno di quei testimoni, fu colpito da paralisi, dopo aver giurato il falso, e, da allora, i Rupe, anche Mariano e Cino che non ci credono, invocano dalla sorte che quella sia la fine, e anche peggio, (gli si secchi la lingua nel palato, gli strappi col becco le pupille un avvoltoio!) di chi ruba, con una menzogna giurata, il pane agli orfani. Se il castigo, per troppi, tarda a venire, la speranza ch'esso sia più grande e manifesto quando toccherà giacché il fiocco di neve, cadendo dalla cima del monte, diventa valanga che seppellisce nel suo cammino ogni cosa creata - è fortissima in tutti loro.
Ora Mariano e Leto sono alla fornace. Se, arrivando al cancello, vedono, nello spiazzo, qualche grosso carro, od anche un carrettino, di quelli detti alla siciliana, che sta caricando la calce fresca, Leto deve farsi forza per non buttare il berretto per aria dalla gioia. Sente, il piccolino, che la mano di Mariano ha un fremito, che anch'egli è contento, per quanto cerchi di non palesarsi. La domenica, giorno di paga, è sempre dietro alla porta, e, senza quel carro, verrebbero i capelli bianchi a pensare di rimediarla.
Salutano cordialmente la bella compagnia, e vanno a controllare la qualità della calce che i faticatori, con piccole scosse dei ferri infilati nel carnicino, lasciano cadere dalla gola del forno. Concetto, il caporale, spala come un dannato. Riempite le ceste, gli uomini le portano alla basculla, e, di là, alle cavalcature o ai carri. Troppo spesso, ahimè, gli acquirenti comprano a credito, ma, quando pagano alla mano, la felicità di Leto è piena. Per quanto piccino, è lui il tesorieredella fornace. Concetto gli conteggia il denaro che, la sera, egli consegna a Mariano, dopo averlo contemplato come un innamorato per tutta la giornata. Però, quando il fratello è presente, intasca lui, regalandogli qualche nichelino per compensarlo della mancata gioia di tenere il denaro per tante ore.
Gli spiccioli che Leto guadagna cosi li mette, al suo ritorno a casa, in un salvadanaio, che tiene nascosto in un angolo dello stipo a muro della sua camera da letto. Nèoro ha fatto di tutto per scovarlo, ma non c'è riuscito. Malgrado le sue minacce, Leto tien duro, perché quei soldi debbono servire a staccargli un cappottino per l'inverno venturo. Nèoro, nella sua qualità di convittore di Pastorino, ce l'ha già. Un cappottino di color blu che gli sta a meraviglia, punteggiato qua e là di bottoni dorati, lucentissimi e grossi come nocciole. Quel cappotto è la passione di Leto, ed, in verità, egli farebbe, su due piedi, il convittore anche interno , anche il recluso, pur di averne uno compagno. Nell'assenza di Nèoro se lo provò, un giorno, davanti allo specchio, e n'ebbe tanta emozione, vedendosi cosi bello e importante, che il sangue gli andò via dal viso, e per poco non cadde per terra.
Mariano ora parte per Fracà, dove l'aspetta Pietro, il quale preferisce dormire al podere per risparmiarsi la strada. Prima di uscire dal cancello, il grande si volta un'ultima volta a guardare il piccino, e a fargli un cenno di saluto. Il buon giorno si vede dal mattino. Oggi, affaroni. Rimedierai la paga della settimana per intero. Sta' allegro e attento : non altro significa quel saluto, che Leto accoglie con un bacio. Bacio che accende sul viso del partente un gran sorriso amorevole.
Scomparso Mariano, Leto si sente a tutta prima solo solo, svanisce la sua sicurezza, il peso della vita lo riempie di un'oscura agitazione. Come sarebbe bello per lui star sempre accanto al fratello maggiore, cogliere i frutti dell'autorità ch'egli gode presso tutti, operare sotto la sua protezione, che ha il dono di spianare i visi, di rendere agevoli anche i lavori più gravosi, possibili i progetti più difficili. Lui partito, una gran luce si spenge sul capo di Leto, ed egli si trova indifeso contro tante cose indefinite, che prima non gli facevano paura. I fornaciari gli sembrano inclini a buttarsi sull'imbraca, senza darsi pensiero di lui che ha bisogno di montar su una mora, per guardarli bene in viso; ogni cosa assume una maschera impenetrabile. (Beati i figli dei signori che, a quell'ora, se ne stanno a letto. Perfino Milord è meglio di lui.) Però, sùbito, Leto si riprende. Pensa che Mariano l'ha messo di guardia alla fornace perché difenda il pane di tutti, perché faccia quel che non possono né lui né gli altri, costretti dal bisogno alla vigna, o agli studi, o alle faccende di casa; e la nozione di un dovere si precisa nella sua vaga nostalgia. Ora è quasi contento d'esser solo. Affretta con la mente il momento in cui il fratello, di ritorno da Fracà, passerà a riprenderlo, in cui gli potrà dire che dell'altra calce è stata venduta, che tanta pietra è stata spaccata, che tante ordinazioni sono giunte per questo giorno e per quest'altro. La volontà di mostrare quel che vale diventa la sua compagnia. Siede su un punto dominante della fornace, e, di là, cerca, sul quadrivio che fa capo alla fontana del Trodio, l'ignoto compratore, che viene a lui. Talvolta le ore passano nella vana attesa, ed ogni cavalcatura, ogni carro che viene verso il cancello, gli dà inutilmente un balzo al cuore. Prosegue, e il piccolo stringe i pugni. E Mariano spera di far la paga completa. Con la sfortuna che ci perseguita... 
La sera lo trova spesso smarrito, fiaccato, con una gran voglia di piangere e di dormire. Non una cavalcatura è entrata nel recinto, neppure il solito terrazzano che compra a credito la calce, per imbiancare la baracca intorno al capezzale, contro le cimici arrabbiate.
Mariano, ritornando stanco da Fracà, legge nel silenzio e nella malinconia del piccolino. Il quale lo guarda con l'occhio dell'alfiere che ha sfidato intrepidamente il pericolo per salvar la bandiera, e non c'è riuscito.
- Nulla? chiede calmo. C'era da aspettarselo. E Leto:
- Nulla. C'era la peste al cancello...
Ed è tutto. Ma è un miracolo che il frugolino non scoppi a piangere,
non gridi al fratello che è stanco di fare il tesorieredella fornace (cosi lo chiamano in casa per prenderlo in giro), non gli chieda di condurlo a far l'innestatore alla vigna. Mariano gli dà, per consolarlo, qualche pugno di castagne o di fichi secchi che ha portato da Fracà, e che la sua fame ha risparmiato per lui:
- Tieni - dice. Lasciane una porzione per Nèoro. Non è male fare queste raccomandazioni a certi diluvi vestiti da ragazzi...
Ubbidisce Leto volentieri. Però, non essendo tanto forte da resistere alla tentazione, riconsegna la parte di Nèoro a Mariano. Il quale gli dà un buffetto sulla guancia, e rimette la frutta nella giubba alla cacciatora.
- Uomo sei... Non posso darti torto...
Poco dopo, dati gli ordini a Concetto per l'indomani, Mariano, preso Leto per mano, come al mattino, s'incammina verso casa. Tanto il grande che il piccino non sono né tristi né lieti, fedeli interpreti delle giornate, che comincian spesso bene e finiscon quasi male. Poteva esser peggio, e poteva esser meglio. La vita. In un momento ti può far felice, ma intanto ti taglia le gambe. Contentati di mangiar pane, ecco.
Il volto della madre al balcone è come un vetro sul quale batta il sole del tramonto. Vede spuntare Mariano e Leto dalla piazzetta di San Rocco e capisce a volo:
- Né bene né male... Qualche cosa... Una parte della paga di domenica...
- Contentiamoci. Il Signore affligge ma non abbandona. Andrà meglio domani.
Pensa Leto alla gioia che avrebbe dato a lei, la madre, se dieci carri si fossero presentati al cancello, e gli occhi gli si empion di mestizia. Però il bacio della mamma, vera medaglia al valore sfortunato, sarebbe stato più caro?
Andrà meglio, domani, alla fornace. Quando ritorneranno a sera, Mariano col portafogli gonfio come una ciaramella, e lui, Leto, con le tasche tintinnanti di nichelini di premio, allora anche i mobili di casa andranno loro festosamente incontro. E Milord, quel furbone che capisce i guai della casa, tant'è che, stasera, è rimasto un po' mogio all'arrivo di Leto, oh allora, il politicantaccio, non indugerà a scapicollarsi come si conviene, arriverà a lambirlo sulla faccia, gli bacerà le mani, farà ogni sorta di mattie. Leto lo abbraccerà come un cristiano, invece di respingerlo freddamente, come sta facendo ora, e gli sussurrerà, in un orecchio, che si ricorderà di lui a cena.
Quasi sempre ridotta, ma, ogni domenica, la paga ai faticatori è data. Mariano promette di saldare l'intero salario nelle settimane avvenire, e spesso mostra, a sostegno del suo dire, le lettere di ordinazione che gli arrivano dai paesi del circondario, o comunica le ultime commissioni ricevute in paese.
Le sue assicurazioni sono un di più. Se anche non potesse dare né una lira, né qualche speranza concreta, gli uomini della fornace non lo importunerebbero in alcun modo. Alla fame ci sono abituati i terrazzani e i faticatori, in genere, di Sarmùra. E poi Mariano Rupe non è il solito padrone. Egli potrebbe chiedere ai suoi dipendenti qualunque sacrificio, finanche la vita. Essi lo sentono dei loro, sanno che egli s'immolerebbe per loro, per migliorare la condizione dei poveri. Ed allora amore con amor si paga.
Della squadra della fornace è caporaleConcetto, un uomo sulla trentina, dalla pelle rigata e molliccia, priva completamente di peli. Alto come uno stollo da pagliaio e leggermente curvo nelle spalle, il suo aspetto esteriore, piuttosto moscio, contrasta con la cocciutaggine di certi atteggiamenti, che trovano nella voce vuota ma acuta il loro più importante mezzo di espressione. La sua bocca, dove biancheggiano compatti e lunghi i denti, è sempre aperta come quella dei lucci per dire il fatto suo a chi gli spetta, e non perché le mosche vi cachino sopra, come dicono sprezzantemente i faticatori. Egli non dà requie alla squadra, è sempre il primo a cominciare un lavoro, l'ultimo a smettere. Fa unicamente l'interesse di Don Mariano, al quale è legato da un'affezione di bestia innamorata, e se ne infischia dello spirito di corpo. Gli spaccapietre e i fornaciari non hanno alcuna simpatia per lui. Lo han soprannominato ingiuriosamente Mezzomo , e mormorano che lascia di proposito troppa corda a Nina, la moglie. E si che son solo pochi mesi che l'ha sposata. A sentir loro la donna è una cavalla scapola, ne fa ogni giorno più della mula di Ciccheddha . Paragone che ha per Leto un significato estensivo incomprensibile. Ne chiede a Mariano, il quale gli risponde con una risata. Giacomino, il ragazzo dell'erbivendola, gli dice che Nina, a detta di tutti, si corica con gli uomini.
- Se ha sonno - obietta Leto - non deve forse dormire per far piacere alla gente?
- Deve, ma con suo marito... risponde l'altro.
- Si vede che con lui non le riesce di pigliar sonno... Ecco tutto - conclude Leto. E la cosa rimane li.
Dicano di lei quel che vogliono, Leto nutre per Nina una viva simpatia. La donna ha per il piccolo un mondo di attenzioni. Lo bacia con affetto sincero quando l'incontra, gli chiede notizie della mamma e di tutti i fratelli, si fruga nelle tasche per dargli almeno un fico o un mandarino, lo chiama orfano bello , e si commuove pensando alla gioia che fu negata al padre suo di vederlo crescere e fiorire. Quando è l'ora del paneper i fornaciari, lo invita sempre a sedere al posto d'onore. In previsione di quell'invito, Leto, al momento buono, per non dar soggezione, si allontana dalla compagnia. Si appollaia sui rami più alti di un fico selvaggio che sorge sul terrapieno della fornace e s'interessa, per un pezzo, ai viaggi di andata e ritorno delle cocciniglie. Dall'alto dell'albero vede lontano il mare azzurro e lo saluta, gli parla a lungo, come fosse un fratello od un amico. Vengono i passeri a trovarlo, ed egli se ne sta immobile per non spaventarli. Gli uccellini lo conoscono ormai, e fanno come se lui non fosse, saltellano tra i rami, piopiano incessantemente, mangiano insetti e semi, si beccano senza pietà. La chiamata di Nina fa sempre piacere a Leto perché gli prova, da un lato, che la donna gli vuol bene, e, dall'altro, gli dà modo di rifiutare una cosa che gli altri lo costringeranno ad accettare. Per la verità i faticatori tutti son felici di poter spartire con lui il loro pezzo di stoccafisso o di tonnina. Si scusano di non potergli offrire del pane bianco ma di cruschello o di miglio, e non bevono il vino alla bombolina se non dopo di lui, e dopo essersi forbita la bocca sul rovescio della mano. Finito di mangiare, gli uomini accendono le pipe e parlan di colture. Le donne sparecchiano, poi si recano alla fontana a lavare. Ritornano con le canestre grondanti di biancheria, che distendono al sole lungo i muri a secco. Il sole è il primo a gustare il buon odore della biancheria lavata, e mentre l'asciuga, non smette di annusarla.
Oltre a Nina, ci sono, nella squadra della fornace, le mogli dei cavatori, tutte di Ceramida. Ce ne son di ogni età, di belle e di brutte, di contegnose e di linguacciute. Filomena, soprannominata la ddrudarusa , per l'estrema nettezza della sua biancheria, è la moglie dello Zi Ceo, il capo dei cavatori, e pare una statua, tant'è forte, schietta e piena. Cicca Maloma tien la palma per la sua scattosità e insolenza. E' magra come una salacca e soffre spesso di finte vertigini. Suo marito, Natale Monacella, la considera pazza e la vince con la resistenza passiva. Stilla, la moglie di Gianni lo sfregiato , un uomo dal corpo taurino e dallo sguardo ardente, si distingue dalle altre per la dolcezza nel sopportare ogni fatica, per la bonavoglia, che è quasi un bisogno, nell'aiutare le compagne, le quali affidano spesso a lei i lattanti, perché li addormenti col canto. 
E' la mamma onoraria, lei che non ha bambini, della figliolanza altrui. Il marito, qualche volta, la bastona per punirla di quella sua tendenza a far la serva della compagnia, per cui, talvolta, trascura le sue stesse faccende. E lei, non per questo, può mutare la sua natura. Quando Gianni ritorna in buona, ecco Stilla far la lapa attorno ai bambini degli altri.
- Tu finirai balia - le dice lui con voce cavernosa. E lei:
- Se muori tu, vado a far la balia per davvero... Mi piaccion tanto i bambini.
- Ti venga il vermocane - borbotta Gianni che si sente minacciato dalle parole della donna. Di chi la colpa, se non abbiamo figli?
La colpa. Si tratta - pensa Leto - di poterli comprare i bambini. Evidentemente Gianni e Stilla guadagnano troppo poco alla fornace per potersi comprare almeno un bambino.
Tra le altre, c'è una sposina d quattordici anni, il cui marito parti per l'America, dopo la cerimonia delle nozze, a far fortuna. Si chiama Grazia, ed è la nipote dello Zi Ceo. E' la più bella di tutte, e, per questo, Leto l'ama, la guarda più delle altre. Ha i capelli ricciuti e biondi come i suoi, è più leggera di una farfalla, pare delicata come una filigrana, eppur porta sul capo, difeso dal cercine, mazzacani che farebbero paura ad una bagnarota di trent'anni. Come vorrebbe giocare con lei, Leto, rincorrerla per i prati, afferrarla per i capelli e scaruffarla, buttarla per terra e baciarla. Grazia sente che il piccolo le vuol bene, e non lo guarda mai senza sorridergli. Giocherebbe volentieri con lui, se non avesse da sfaticare, e, soprattutto, se non avesse soggezione. Si contenta di dirgli con gli occhi quel che non può altrimenti, e Leto le è riconoscente.
Grazia è vergine: cosi il piccino ha sentito dire a Fortunato Agresto da Peppe Canale, il quale non le stacca mai gli occhi neri di dosso, s'intende quando è lontano lo Zi Ceo, che non è uomo da scherzare: un vero can da pagliaio. Vergine. Leto non sa che cosa ciò significhi, ma il tono con cui Canale si è espresso gli dice che dev'essere un privilegio, qualcosa che non tutte le donne posseggono, se il solo accennarne ha il dono di alterare il viso e lo sguardo di Peppe Canale, detto il Friggiculoper la sua smania di cacciare le chiocciole e di mangiarsele arrostite.
Un giorno il frugolino domanda a Grazia, da lui incontrata sola presso la fontana:
- E' vero che sei vergine?
Esterrefatta, la ragazza fugge via senza rispondergli. Da allora, quel segreto della verginità stende come una caligine tra lei e lui. Intuisce Leto d'aver toccato un punto debole, che la cosa creduta un privilegio è forse un difetto delle donne, e cerca di farsi perdonare la sua curiosità.
Ci riesce facilmente giacché Grazia è molto buona, e, soprattutto, considera Leto il suo signorino , cioè un essere cui tutto è permesso. Il giorno in cui il piccolo le reca una caramella, avuta a casa, e tenuta in serbo per lei, quel giorno la pace con Grazia è fatta. La fanciulla gli stampa un bacione in fronte, chinandosi perché Leto arrivi a baciarla sulla bocca. Filomena, la zia, vede i due ragazzi e sorride. Il bacio d'un signorino come Leto è un premio per la nipote. Al piccino pare di addentare una pera diacciola, tanto son fresche le labbra della ceramidota.
Grazia canta meglio di tutte le altre donne della fornace, ha una voce robusta e svariata che riempie l'aria di trilli e di sequenze. Leto sa distinguerla nel coro delle altre voci, e l'accompagna cantilenando, ripetendo qua e là le parole che gli riesce di afferrare nel corpo vivo delle strofe. Non sempre capisce quel che ripete. Egli si ripromette di chiederne la sera a Nèoro o a qualche coetaneo. Ma, cessato il canto, anche le parole sfumano nel sole. Una diffusa carnalità, che lui non sospetta, rimane, dopo il commiato, a tradursi in malinconia, nel cuore di tutti. La malinconia cala da gli occhi sui visi, e nessuno potrebbe spiegarsela, non solo Leto, che lavora col suo istinto su un mare infido e labile, che lo riempie di presentimenti vaghi, e quasi di temenze.
La canzone non muore, senza lasciare una sospensione, come un'attesa, nell'anima. Che Leto indovina, perciò vorrebbe che Grazia, almeno lei, non cessasse di cantare mai.
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CAPITOLO 4.
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Sarmùra, eccettuato il ceto contadino, che stramazza la sera sui pagliericci di crine, fulminato dalla fatica, dà al gioco delle carte ciò che gli altri paesi civili danno al cinema, al teatro, al ballo, al ciclismo, al pugilato, alla lotta greco-romana, al calcio.
A Sarmùra non c'è che il gioco (tresette, calabresella, briscola, primiera, mercante, scopone); e, dopo quello, il processo di Assise; e, dopo questo, il concerto della banda di cartello nelle feste comandate, alla quale si chiede di eseguire la famosa romanza dei fiori dell'Adriana di Cilea, per poterla confrontare con tutte le altre che si sono susseguite nella Villadacché l'Adriana esiste.
Ma il gioco supera di gran lunga ogni altro spasso. Si comincia nei caffè e nei circoli a pizzicaredi buona mattina, e non si finisce più. Magari si consuma un mazzo di carte per decidere di un caffè che nessuno forse pagherà mai al conduttore del locale, ma, allora, è l'amore dell'arte
che fa lo sciupone. Muratori, mastri d'ascia, scarpari, esercenti, impiegati, mediatori, uomini del mare, professionisti, proprietari, si danno il cambio della guardia, nelle ventiquattr'ore, al tavolo da gioco, dove si diiosa il paradiso con quaranta canti : cioè il mazzo di carte nella definizione datane da Pitizonzo, bello spirito di Sarmùra.
E non giocano solo gli anziani. I ragazzi gareggiano con i grandi nell'amore della partita, respirano quella passione nascendo, vedono i padri, i fratelli maggiori, stretti, dalla mattina alla sera, ai tavoli dei caffè, e non fan che imitarli. Ma i peggiori di tutti sono, anche per questo verso, i proprietari, la cui vita, oziosa e parassitaria, trova il degno coronamento nella partita notturna a mercante , che spesso decide di somme, quali un contadino o un pescatore non vedrà mai nella sua esistenza terrena, che farebbero la sua felicità, che gli darebbero le ali per volare.
Giocano anche Cino e Pietro Rupe, nei ritagli di tempo, e, tra i due, il primo è il più toccato all'ala. Mariano lo sa, li ha sorpresi più volte a giocare al Circolo, e, pur non rimproverandoli apertamente, tuttavia
 il suo contegno ha espresso chiaramente la sua riprovazione.
Di tutti i Rupe, Cino è certo il più inquieto. La sua è un'inquietudine di di crescenza. E' l'inquietudine di Nèoro aggravata dall'età e da una cultura raffinata e tirannica. I libri e la miseria gli hanno accesa una vorace fiamma nel petto. Lo stato di mediocrità in cui vive gli pesa come un castigo immeritato. Se il ricordo paterno, se il legame di sette anni di lotta, non lo tenessero stretto alla famiglia, egli partirebbe di notte a veder mondo, a cercar la gloria. E solo trionfatore ritornerebbe, non vinto. Vinto, avrebbe la sua spoglia l'insanguinata zolla di qualche paese languente sotto la reazione, o la sua giovinezza la galera.
Le idee di Cino sono orientate verso il materialismo storico e il sindacalismo rivoluzionario, germinato dal socialismo. La sua posizione spirituale è quella di tanti della stessa generazione, ai quali la decomposizionedel marxismo, promossa in tutta Europa, intorno al Novecento, e proseguita negli anni successivi, non ha tolta la fede nella capacità creativa delle masse, potenziate ed esaltate da quella legge di necessità che è alla base della nuova filosofia della storia, bandita al mondo dal Manifesto dei Comunisti nel '48.
La severa critica, condotta, in sede filosofica, contro i postulati fondamentali del marxismo, e culminata nel rovesciamento del rapporto che forma la chiave di volta del terzo volume del Capitale, tra progresso tecnico e caduta tendenziale del saggio di profitto, con conseguente crollo del sistema capitalistico: codesta critica, che è parallela all'insufficienza
rivelata dal socialismo a sostituirsi alla borghesia dopo le sanguinose repressioni del '98, e il successo del grande sciopero sindacalista del 1904, definito come la prova generale della rivoluzione , ebbe, da noi, un doppio e contrastante effetto. Da un lato, contribu a spingere i capi responsabili del Partito Socialista verso il parlamentarismo e le riforme sociali, dall'altro rinvigor l'ala sinistra rivoluzionaria, la quale, se pur considerava, ciò che non era, Marx morto sui libri, lo ritrovava più vivo che mai nella dinamica della classe e del sindacato, e nella guerriglia delle piazze.
E' questo il tempo in cui la gioventù italiana, incerta sul cammino da prendere, avida tuttavia di credere a qualche cosa, legge con frenesia Marx e Nietzsche, Stirner e d'Annunzio, Tolstoi e Maurras, Treitsche e Sorel. C'è bisogno di novità, di avventura, nel mondo. Finito il tempo della mediocrità borghese, del pacifismo economico ed umanitarista, del liberalismo conciliante ed equivoco, del rivoluzionarismo da operetta. Il campo è dei sindacalisti e dei nazionalisti. Si vede nella violenza proletaria il ritorno del senso eroico, si vede nella lotta della Nazione Proletaria nel mondo un superamento della lotta di classe. Si prepara l'avvento dell'eroe, del superuomo. Superuomo inteso come nazione, come razza, come sindacato, come classe. Ci son già nell'aria e Lenin e Mussolini. La macchina Ford collocata al posto del Santissimo su l'altar maggiore o il Principio gerarchico solenne e intangibile.
Se Cino non provenisse da un nonno garibaldino, disceso nella tomba recando immacolata la sua avversione contro la Monarchia e l'Italia liberale; se non avesse nelle vene il sangue di un padre razionalista e massone convinto, fondatore di loggia a Sarmùra ; se non fosse cresciuto in un ambiente arroventato dalla passione, incanito dalla miseria, atto a favorir le suggestioni, le ribellioni, le vendette degli spossessati; se il materialismo storico non avesse, in meno di cinquant'anni, dato un colpo mortale a tutte le altre interpretazioni moralistiche o idealistiche della storia, attirando a sé gli spiriti più vigili e vibranti: Cino, pur di fare, di essere qualcuno, di partecipare all'imponente rassegna di volontà e di energia, che è nello spirito del nuovo secolo, sarebbe, con molta probabilità, diverso da quello che è. Che importa il mezzo se il risultato è uno? Lasciare un segno di sé nel mondo?
Una possibilità di questo genere trapela nell'odio implacabile con cui egli segue il movimento di quegli arditi nazionalisti fiorentini, i quali, a dispetto dei trattati e dell'equilibrio europeo, secondo il vento che tira, propugnano, tra le righe dei loro fogli, quando non osano apertamente, il programma irredentista e contro l'Austria e contro la Francia, 
invocano l'imperialismo coloniale, proclamano la guerra sola igiene del mondo, vogliono la monarchia universale d'ispirazione dantesca, sputan fiele contro Democrazia, Repubblica, Comunismo, giocano insomma con le parole grosse come i giocolieri cinesi con la punta dei coltelli.
E' un odio, quello di Cino, che ha dell'idea fissa. Egli polemizza con loro, sempre che gli si presenti l'occasione; li attacca sul terreno filosofico, politico ed estetico, con un rancore profondo, e quasi inspiegabile. Ma il suo, a ben guardarlo, è l'odio dell'uomo ch'è passato vicino ad una donna perduta col rischio di innamorarsene, e che accumula, contro di essa, parvenze ed iperboli, per poterla totalmente dimenticare. E non sa, o finge di non sapere, che è uno dei giochi preferiti dall'amore quello di vincere per assurdo, contro ogni logica sentimentale. E', infine, l'odio del borghese di tradizione e di cultura, che è dovuto uscire dalla sua classe, per una dura lezione di cose, e che non può guardare, senza rodersi, quelli che, nella classe, ci sono restati a menar vita soffice, in virtù delle eredità e degl'interessi creati, inconsapevoli e viziati da un estetismo di contrabbando.
Molto più limpido è il socialismo di Mariano, nutrito di sentimento più che di apporti letterari e filosofici, ravvivato dal continuo e fraterno contatto con la povera gente, fatto di abbandono messianico e di profumata fantasia. Quell'incontro perfetto tra la capacità di sacrificio dell'umile lavoratore e l'illuminata esperienza di chi gli spiana la via da ogni ostacolo: quell'incontro, che fa il fascino del socialismo di Mariano, manca completamente in Cino.
E manca pure in Pietro, il quale è solo ai margini della cultura politica, e di socialismo non conosce che quello colto nelle discussioni tra i suoi fratelli, e nei volgarizzamenti che, tratto tratto, Cino fa dei più importanti concetti del marxismo per gl'iscritti più intelligenti e volonterosi della sezione. Pietro vede l'avvento della rivoluzione sotto l'aspetto pratico del maestro costruttore. La società socialista è per lui un'immensa casa da fabbricare. Ed è naturale che, al momento buono, quando si tratti di buttar le fondamenta, si ricorra agli specialisti dell'arte, agli ingegneri, prima, che hanno tracciato e definito il progetto, ai
capimastri, poi, che lo debbono fare eseguire, alle maestranze, infine, che lo metteranno in opera. Come capomastro, egli si trova in una posizione media di favore: quel tanto che basta a soddisfar le sue pretese. Se il futuro Ordine Nuovo non gli promettesse almeno questo privilegio sarebbe Pietro all'altra sponda? Non è certo. Ma ci sarebbe, anche in perdita assoluta, Mariano. Mariano per cui l'avvento socialista è un sogno, non un mezzo.
Qui cade opportuna una demarcazione fondamentale che è facile cogliere tra i Rupe. Il padre diede ai figli la scabra forza per cui essi senton d'esser Rupenella sostanza più che nel nome. La madre donò loro il senso religioso della malinconia. La rupe, arrivata ad esser rupe, aspira a Dio. Non lo può sfiorare e sentire il vuoto della sua altezza. Questo vuoto, questo momento di dolce vertigine, si chiama Donna Maria. Una dolcezza, la sua, in cui avverti, pur fioca, l'eco d'un naufragio perenne. Un bisogno di umiltà che disarma perfino il destino. Una tenerezza che vede la morte, e s'affretta a chiudere nello scrigno i suoi tesori. Perciò, in ogni momento, definitiva e sublime.
L'orgogliosa forza di Antonio Rupe, unita alla fragrante tenerezza di Donna Maria, determina il naturale aspro e aperto, a un tempo, dei dieci figli. Dove la fusione dei genitori è perfetta, ecco sorgere un poeta: Mariano. In lui la forza diventa spesso umiltà, che è la forza suprema.
Ma, se il padre o la madre prevale col suo carattere nello stampo del figlio, ecco succedersi, nella scala della discendenza, due tipi diversi, se non opposti, di figliolanza. Prendon dal padre: e Cino e Pietro e Lina e Gilda e Nèoro. Prendon dalla madre: e Tristano e Orsa e Anita e Leto. E questi contrastano ai primi, confermando cosi la demarcazione spirituale, per i salienti caratteri somatici. Infatti i paterni son bruni di carnagione, hanno i capelli crespi, gli occhi neri, la bocca volitiva e un po' amara. I materni son rosei di colorito, hanno i capelli ondulati, gli occhi chiari, la bocca sognosa e un po' infantile.
Mariano è alla sommità della scala, Leto al fondo. E loro due sono somigliantissimi, talché il ritratto dell'uno a dieci anni, è quello dell'altro oggi. Il primogenito, in cui i due sposi, nel meriggio pieno della loro vita, si ritrovano interi, l'un nell'altro, rinasce alla fine della giornata, quando essi non son più giovani, e nei capelli comincia a diffondersi il grigio. Leto è il canto del cigno dei genitori. Mariano è invece il canto spiegato dei vent'anni.
Ma il più complesso di tutti è Cino. In lui la cultura ha trovato un terreno fertile per le sue germinazioni. Egli si è come avulso dalle cose per poterle meglio guardare, per ridurle a idee, a categorie. L'opposto di Tristano, un altro appassionato studioso, al quale l'amore dei libri ha invece accentuato l'amore delle cose, la nostalgia della sua terra, il desiderio della quiete e della contemplazione, l'attaccamento ai ricordi dell'adolescenza. La dolcezza del carattere di Tristano ha trovato il suo completamento nei pellegrinaggi spirituali, ha scoperto il bene dappertutto e se n'è saziata, è arrivata, in sede culturale, a un cordiale relativismo, pur restando intera e inattaccabile sul terreno morale e affettivo. Invece l'asprezza del carattere di Cino si è temprata nella sottigliezza concettuale, si è imbevuta di succo di limone come una spugna, per poterlo espellere al momento giusto. Tristano è deista, liberale, democratico, crede alle riforme sociali, ed è ugualmente lontano sia dalle fantasie nazionaliste che dalla profezie comuniste. Cino è homo novus, insurrezionista, terrorista, innamorato di Robespierre, al quale, più che al nonno garibaldino, gode di rassomigliare nell'aspetto esteriore, ed anche nel modo dell'eloquenza.
L'eloquenza è invero l'arma più micidiale di Cino. Un'eloquenza non appariscente, anzi, a tutta prima, modesta e grigia, ma sottile e implacabile, da prete, più che da tribuno. Quando parla in pubblico, sia in tribunale che in comizio, egli non dimentica mai di parlare a se stesso ; cerca prima la propria approvazione e poi quella degli altri; gli pare di trovarsi davanti a uno specchio, e che il più severo giudice della propria dialettica figurata sia proprio lui medesimo, Cino. Egli sprezza gli avversari per istinto, tuttavia non li combatte senza conoscerli. E, appena ha misurato la loro capacità di attacco e di difesa, si improvvisa chirurgo al tavolo operatorio. Nessuno sfugge al suo bisturi. Non vale con lui seguire il metodo dei pescatori di Sarmùra nella pesca delle monacelle: stordirle col clamore. Egli lascia che la quiete sia ristabilita, poi riprende il suo gioco sottile di ragionamenti, e, spesso, di sofismi. Giunge talvolta, scaltramente, a fornire, nei dibattiti processuali, gli argomenti al suo avversario per poterlo vincere con più merito. E quando è stanco di giocare come fa il gatto col topo, se lo mangia con quattro boccate gagliarde.
Questo ben di rado gli riesce con Mariano. Il quale oppone alla dialettica del fratello minore il colpo d'ala del poeta. Sono due avversari ben degni l'uno dell'altro, una rupe contro l'altra. Quando la mamma e i fratelli sono presenti a qualcuna delle loro discussioni, che verton quasi sempre sulla tattica del Partito e sulle sue deviazioni dal programma massimo rivoluzionario, anche se le parole sono razzi incendiari, e i due duellanti ai ferri corti, nessuno pensa d'interromperli. Sanno che questo è il temperamento dei Rupe, di misurarsi nelle minime cose come se fossero grandissime e definitive, di considerare qualunque occasione ottima per una solenne affermazione di volontà, di forza, di principi morali. Mariano e Cino finiscono per trovare l'accordo, giacché, avendo un fondo ideologico, sentimentale ed etico comune, le divergenze cessano quando essi ritornano sulla grande strada maestra.
Il problema è di tornarci prima o poi, inaspriti ed accalorati come sono. Ma quel ritorno è fatale. E, allora, i visi di coloro che sono rimasti silenziosi ed attenti, ad ascoltarli, si rischiarano, le fronti si spianano, e Leto osa perfino tirar la coda a Milord perché, con i suoi buffi contorcimenti, dia il segnale che il sereno è tornato.
Cino giocando, rischiando sovente di perdere quello che non ha, tremando di dover scoprire la sua umiliante nudità ad avversari spietati ed avidi, fa la prova generale della sua capacità di sofferenza.
C'è una sproporzione evidente in quel suo dramma che si esaurisce nella temenza di dover pagare, in caso di perdita, quelle cinquanta, cento lire, ch'egli non sempre possiede. Un altro saprebbe sorridere sia dei tranelli che dei favori della fortuna, questa bagascia bendata che scozza le carte a suo libito. Egli no. Si guarda nello schermo invisibile che raccoglie le più segrete vibrazioni della coscienza; si trova brutto, pallido, accigliato, dominato interamente dallo sgomento della figuraccia che non potrà evitare per la mancanza di pochi miserabili fogli da dieci; ed allora maledice di esser nato.
Spesso Cino s'alza dal tavolo salvo, anzi con qualche lira di vincita, che non è meno odiosa d'una perdita. Per liberarsene come di una lebbra, egli, quasi sempre, dona il danaro alla mamma od alle sorelle, nascondendone la provenienza, attribuendolo a qualche piccolo guadagno professionale. E, la sera dopo, torna al tavolo da gioco, indifeso per partito preso, di fronte alle sorprese della sorte. Per un bisogno di misurarsi, di buttarsi allo sbaraglio, di sentirsi mancare il terreno sotto i piedi. Per vincere l'inquietudine che lo travaglia con dell'altra inquietudine. Tutto ciò è squisitamente Rupe .
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CAPITOLO 5.
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Delle quattro sorelle, Gilda, se pur la più gracile, è forse la più ferma di carattere. Ella è una Lina con sei anni di meno e, con in più, la sicurezza in se stessa e nell'avvenire, che, nell'altra, manca. Mentre Orsa è materna a vent'anni, conciliante in tutto, nelle grandi e nelle piccole cose, e Anita una colomba, che nasconde il capino sotto l'ala, e sogna anche se tempesta nel forno, Gilda è un terremoto di volontà, ed anche di riottosità. Per essa non c'è alcun dubbio che la fortuna dei Rupe avrà un grandioso rialzo, che tutte le umiliazioni patite saranno vendicate, che lei e le sue sorelle faranno le signore, un giorno. Nella strategia quotidiana, Gilda noti cede mai, replica nelle discussioni all'infinito, non ammette di potersi sbagliare, soprattutto non tollera che le si faccia sentir ragione in pubblico, cioè davanti agli altri fratelli. Solo Mariano e Cino la mettono in soggezione, e più del primo il secondo: in cui vede il proprio equivalente maschile.
Gilda è cagionevole di salute. La miseria della famiglia l'ha colpita nel momento più delicato del suo sviluppo. E' rimasta fragile e scialba. La sua carnagione ricorda certe piante acquatiche che si scolorano negli stagni. Le sue labbra sono pallide e asciutte. Il suo corpo un po' slegato e infantile: il gambo di una rosa tea. E' tutta ardore sotterraneo, viluppo di nervi. Gilda sente il temporale come se la sua persona fosse una gran ferita cicatrizzata. E, quando il vento infuria, o quando il tuono rotola sulla casa, lei diventa uno spettro, fa paura, la sua faccia si tira sulle ossa, prendendo la forma del teschio. A volte, per giornate intere, cade in una specie di letargo, poi, improvvisamente, rompe il silenzio, e non prende più fiato per ore ed ore. Terribili le sue lamentazioni. In casa l'han soprannominata triulu , cioè lamento. Quando Gilda ha le sue giornate nere, bisogna lasciarla fare. Si isola nella sua camera, come in una cella, e là si scioglie in un pianto che non ha fine. Solo il vento, che guaisce nell'immensità, come un cane davanti ad una porta sbarrata, può dare un'idea del pianto di Gilda. Un pianto triste, che raccoglie i suoi rancori, i suoi disturbi di fanciulla malata, i suoi bisogni oscuri, le sue vertigini. Neppur la madre osa, in quelle ore amare, entrare nella camera della figlia. Batterebbe la testa contro un muro. Solo dell'altro lamento può spegnere il lamento di Gilda. Quando è sfinita, quando ha raggiunto il culmine della crisi, oltre il quale sarebbe la follia, Gilda riprende, non prima. Allorché riappare nel circolo della vita famigliare, tutti la guardan come una rediviva.
La fanciulla è poco socievole. La compagnia delle persone la stanca. Il più delle volte essa guarda con vero odio quei piccoli contadini che la costringono, la sera, a ripetere, senza alcuna fiducia, senza alcuno scopo, sempre le stesse cose. I bambini la temono e cercan rifugio presso Anita, quando l'altra li minaccia o, semplicemente, li guarda con i suoi occhi bui.
Tra le sorelle, Gilda è quella che passa inosservata ai maschi. Non gliene importa nulla. Andrebbe vestita di arbascio, non già per difetto di vanità, ma per marcar nettamente il limite tra la sua miseria attuale e la magnificenza di domani. Disprezza profondamente la gioventù maschile di Sarmùra. Piuttosto che andare sposa ad uno di loro si butterebbe dalla cresta della Motta.
Quel che teme di più in casa è Cino, quello che ama di più è Nèoro. Nèoro, ricevendo un giorno dalla zia un paio di scarpe smesse del figliolo di lei, perché le sostituisse alle proprie, rotte e lingueggianti, non trovò di meglio che buttarle sul muso della donatrice con un gesto sdegnato. (Leto le avrebbe forse accettate, pur con le lacrime agli occhi, unica essendo la maledizione contro la Malasorte che riduce gli orfani peggio dei nudi bruchi.) Il gesto di Nèoro era tale da rivelare un carattere, da avvincere uno spirito duro e risentito come Gilda. Da quel giorno ella ebbe il fratellino caro tra tutti. E, quando il ragazzo cercò rifugio per qualche malestro, la prima a proteggerlo fu sempre lei, Gilda.
Un'altra volta Nèoro, mandato alla drogheria di Lorenzo Forte, a comprar dello zucchero, ritornò a casa con lo zucchero e col danaro, che avrebbe dovuto consegnare al droghiere. Ma avvenne, per la confusione della gente che si pigiava al banco di vendita, che Forte dimenticò di riscuotere dal ragazzino. Il quale rimase qualche tempo in forse, se ricordare all'uomo il suo diritto, o far l'indiano e filare verso casa. Prevalsa questa seconda decisione, in omaggio al bisogno della famiglia, Nèoro ritornò trionfante, come se avesse strappata una bandiera al nemico. In un primo tempo non mancarono al piccolo le felicitazioni per il suo colpo di fortuna, ma, in seguito, quello che era stato un merito del tempista in un fatto, non dipeso, ma dominato da lui, divenne, nella guerriglia quotidiana dei litigi e dei risentimenti, un raggiro vero e proprio, compiuto da Nèoro contro il droghiere, talché venne, il reo, soprannominato ladro di Forte . Naturale che bastasse soltanto accennare l'ingiuria per veder saltar per aria Culo di Ferro . In quei momenti Nèoro avrebbe appiccato il fuoco ai capelli delle sorelle, pur di far giusta vendetta. Ebbene, Gilda, fu l'unica che non perseguitò il fratellino con l'odiato nomignolo. Non solo, ma la reazione intima della fanciulla, davanti alla sopercheria, divenne più forte ancora di quella di Nèoro. Se ne fece una specie di mania, al punto che la frase offensiva servì in casa per colpire un doppio bersaglio. E Gilda trovò, in questo solidarizzare col piccolo, in cui ella vide quasi una vittima, una ragione di più per attaccarsi a lui. Spesso qualche mancanza del fratellino, punita in casa con la dichiarazione infamante, fu il segnale del triuludi Gilda. La quale si ritirava nella sua camera a sciogliere nel pianto la disperazione. Ed era tanto il bisogno di sfogarsi nel lamento che anche la presenza di Nèoro, preoccupato più che non sollevato dalla protezione della sorella, le dava noia. E lo mandava via tremante, livida, collerica.
Se Nèoro è la passione di Gilda, Leto è l'amore di Anita. Pare che la ragazzina voglia farsi perdonare la domanda con la quale accolse la venuta al mondo del bambino. Le dissero: Anita, t'è nato un fratellino . E lei: Un fratellino che si mangia? . Ma, da allora, che spasimo per quel cosino roseo e biondo come lei, solo più piccolo di lei, che la stava a guardare attonito e splendente. Non si poteva staccare Anita dalla culla, le pareva di avere uno di quei pupattoli che aprono e chiudono le palpebre secondo li si rizzi in piedi o li si adagi. Leto apriva gli occhi, appena Anita gli andava vicina, ed erano bellissimi i loro colloqui silenziosi.
Con gli anni la tenerezza dell'uno per l'altro si nutrì di parole e di fatti. Se Anita ebbe un giocattolo, preferì metterlo da parte per Leto, quando avesse sciupato, sbuzzato, o rotto, il suo. L'uovo di cioccolato che Tristano mandò ogni anno a Pasqua, Anita non se lo divorò tutto, appena l'ebbe tra le mani, ma solo in parte, e un po' di guscio nero lo nascose, in un cantuccino, per darlo a Leto, appena fosse ritornato dalla scuola o dalla fornace.
Il piccolino non si contentò di compensare Anita con l'affetto. Spesse volte le scivolò nelle mani qualcuno di quei nichelini da lui guadagnati col sudore alla fornace, e quei nichelini non furon buttati via, ma seppelliti in fondo ad un cassetto perché servissero a comprare i quaderni, i pennini, i libri a Leto, se, in altro modo, a quelle spese la mamma non avesse potuto riparare.
L'amore di Anita per Leto e di questi per la sorellina, ha la sua consacrazione nell'affetto che entrambi portano a Milord. Se il cane non fosse innamorato pazzo dello spazzanido, se ci fosse ancora nel suo cuore un posticino disponibile, quello andrebbe ad Anita. Il cane si trova, nei riguardi della fanciulla, in uno stato di rimorso permanente.
Orsa è una mammina in miniatura, quella cui Donna Maria affida il governo della casa quando, in qualche rara occasione, se ne assenta. Orsa ha il genio della praticità e dell'ordine. Tutto nelle sue mani diventa chiaro e preciso. è bravissima nel far da cucina, nel cucire, nel ricamare, ha una memoria sorprendente, e, pur non leggendo assiduamente, come Lina e Gilda, si tiene al corrente delle cose dello spirito, ascoltando i suoi fratelli e bersagliandoli di domande nette, e spesso imbarazzanti. Orsa è un'esuberante in tutto: in salute, intelligenza, buon senso, voglia di vivere, di divertirsi. Un'esuberanza che sa ordinarsi in forme schiette e simpatiche. Difatti ella è, insieme con Mariano, la più ottimista della compagine. Sorride sempre, e non si lascia conturbare mai, checché accada. E' sempre pronta a rimettersi dopo una brutta notizia che ha immerso la famiglia nel più angoscioso silenzio. Si riprende con la sua bella voce franca e spesso buffona. E riesce spesso a far ridere tra le lacrime.
Orsa è proprio il contrario del suo nome, è socievole quanto Gilda è amante della solitudine e della meditazione. Lei vorrebbe vedersi sempre gente d'attorno, forse per dominarla col suo spirito netto, e sistemarla, sia nella discussione che nella pura materialità dei movimenti. Quando il tondo del braciere riunisce al calduccio tutta la famiglia, lei ci si trova d'incanto, come a teatro. E come le piace la musica. Il suo unico rimpianto è di non aver potuto studiare il piano. Il piano, che lei ascolta incantata come un sorcio, quando esala le sue melodie sotto le dita di Rosina Comerci, la figlia del maestro che sta dirimpetto.
Per il suo spirito quadrato la musica significa la spiritualizzazione inverosimile, e quasi divina, della vita, ch'ella sente fatta di peso, di limiti, di cose spostate da un diavolo ruffellone e bisognose di ordine, di rientrare nel proprio guscio, per un comando di gerarchie invisibili.
La musica. Ed anche la danza le piace. Quando la Comerci attacca Il sogno di un valtzer o La vedova allegra, lei si sente invadere da un dolce calore dappertutto, si metterebbe a ballare abbracciando una sedia, se non temesse di parer ridicola alle sorelle. Oh, come vorrebbe impastarselo un cavaliere vero, per saltargli al collo e ballare fino a capitombolare con lui, proprio come la trottola quando si smorza, e fa la riverenza finale. Ma di cavalieri, per il momento, non è il caso d parlarne. Prima di lei c'è Lina. Quando Lina si sarà maritata, allora saprà sceglierselo di suo gusto il compagno della vita.
Lina è la maggiore e la più bella delle quattro sorelle. Non è, la sua, una bellezza dolce e radiosa, ma, all'opposto, aspra e gelosa. Ella è la più somigliante al babbo, di cui possiede la fronte aperta e pensosa, gli occhi scrutatori, il naso affilato, la bocca tersa e sdegnosa. Lina ha l'intelligenza di Cino e l'orgoglio di Gilda. Ma non ostenta né l'uno né l'altro dono o peso che sia. E' un po' sempre all'agguato, sia degli altri che di se stessa, come avviene di tutti gli esseri che non si contentan del loro stato. Come Gilda, anch'ella è dura e ferma di carattere, ma in Lina non c'è morbosità, che nell'altra prevale. E soprattutto non c'è, nella maggiore, la tirannica sicurezza in se stessa che fa della minore una missionaria del proprio destino.
Lina ha fatti gli studi normali, legge molto, sempre che le cure della casa glielo consentano. Il suo sogno sarebbe di lasciar Sarmùra. Tanti ricordi amari non l'affezionano alle cose, che entrano in quei ricordi come cornice, ma, invece, la distaccano come da un panorama di incubo.
Quando la domenica esce di casa per andare a messa, od in Villa , la breve passeggiata è la beneficiata di Lina. Non c'è nessuna fanciulla di Sarmùra che le stia a pari per la sobria eleganza delle mosse, per la distinzione della camminatura, per certa regalità che è nella povertà, allorché la si sappia portare con lievità, non con dispetto. Quando la si consideri un accidente, non un'immobile fatalità.
I giovani di Sarmùra, tra i quali non pochi ricchi figli di proprietari, aspettano, la domenica, al varco, alla messa od in Villa , la bella figlia di Antonio Rupe. Lina, che quasi sempre si accompagna a Orsa, cammina obbedendo al ritmo interno e ideale dei suoi pensieri, cui deve la meraviglia di andare per le strade di Sarmùra senza neppur riconoscerle. I giovani, Lina non li degna di un'occhiata, e, per questo suo accento sdegnoso, quelli la guardan con più accese pupille.
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CAPITOLO 6.
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La sorte di Donna Lia Licerta non è davvero invidiabile. Ella appartiene ad una delle migliori famiglie di Sarmùra, e andò sposa a quel gran trafficante di Don Ciccio, solo per una disgrazia.
Infatti Donna Carolina Lumera, quando il giovane Licerta, dalla natia Sinopoli, calò, senza tacchi alle scarpe, e con la loia alta un palmo sul collo, a Sarmùra, per esercitarvi la professione d'avvocato, non esitò ad accoglierlo in casa come un figlio, memore dell'assistenza amorevole, che, al tempo della sua seconda penata gravidanza, aveva avuto dal padre di Ciccio, Don Gaetano, il miglior ostetrico del circondario, brav'uomo come pochi, impedito di far fortuna da un'arpìa di moglie, la quale, per usare un'espressione cara al color locale, l'aveva messo sopra un tamburo con le sue sudicerie e stranezze.
E veramente Ciccio era tutto figlio di sua madre, come spesso accade nei primogeniti. Non dormiva da due settimane sotto il tetto dei Lumera, che seduceva Lia, la minore delle tre figlie di Donna Carolina, una ragazza né bella né intelligente, grossa e collerica, scervellata e superba, la quale lasciò la porta della sua camera socchiusa, quella tal notte, sol perché la madre l'aveva contrariata in un futile capriccio, e lei voleva convincersi di poter fare di testa sua, allora e sempre.
Il pateracchio d'un matrimonio frettoloso e sibillino coprì la magagna. Ma Donna Carolina ne sofferse tanto da morire di consunzione, a poco più di un anno di distanza.
Entrato nella casa, di cui aveva tradita l'ospitalità, Licerta si diè daffare per disporre la successione in modo da non lasciarne perdere troppa dal colino della legittima . Quanto alla disponibile , tanto aveva intrigato ch'era riuscito a imporre a quella sventurata Donna Carolina un testamento di favore per Lia, in considerazione della sua gravidanza (chi sa mai col tempo quanti nipotini avrebbe regalato all'affetto della nonnina) a differenza delle altre sorelle rimaste sterili, che, per questo loro stato, avevan meno bisogno d'essere aiutate.
Ci riuscì tanto bene nei suoi maneggi, che, a tre anni dalla morte di Donna Carolina, potè, con qualche centinaio di mila lire alla mano, liquidare le quote ereditarie delle due sorelle di Lia, e restar padrone assoluto della fortuna dei Lumera, valutata a poco meno di un milione, tra terreni, masserie, cantine e case.
Pari con questo arricchimento, che diremo interno, procedette quello esterno, per quella legge di attrazione che ha la ricchezza. Licerta si fece una clientela e cominciò a guadagnar forte. Stabilite le sue pattuglie nel punto strategico più importante, che è la Malavita, fuori e dentro le carceri, egli non contò più le cause. Gliele portarono un po' tutti: capiguardia, sottocapi, appaltatori della prigioni, camorristi, uscieri, capoccia. La piccola provvigione ch'egli lasciava al mediatore aveva cura di riguadagnarla, facendo prender più spavento che fosse possibile al suo difeso. E questi, pur di ottenere il miracolo dell'assoluzione o almeno di una condanna scivolosa, si vendeva la lana del letto per contentar l'avvocato.
Il quale divenne, in poco spazio di tempo, il gran penalista di Sarmùra, quello cui ricorrono i malati gravi, già spediti dagli altri medici, per un'estrema speranza di salvezza. Egli non rifiutò mai una causa, non arretrò davanti ad alcun reato, per turpe che fosse. Se il colpevole non potè pagare, malgrado lo spavento inscenato da Licerta in rapporto alla gravità del delitto compiuto, e alla prospettiva della pena, l'avvocato seppe scalare le sue pretese fino a non pretendere lo spellamento reale del cliente: si sacrificò come sa soltanto un sacerdote della giustizia; si fece quasi pietà, mio Dio: si acconciò a farsi le scarpe di pelle di bue, e non di povero.
Ma la ricchezza, conquistata nel modo che s'è detto, non guarì Licerta dal chiodo dell'avarizia, ereditato, con tanti altri camorri, dalla madre. Male che lo travagliava dalla nascita, e che non l'avrebbe mai più abbandonato. Anzi l'aggravò, lo fece spaventoso, giacché, come l'idropico più beve e più ha sete, è proprio una condanna del ricco quella di non poter dormire, e per il rimorso del malacquistato bene, e per il bisogno di conservarlo e di accrescerlo, che passa su tutto, su ogni senso di umanità, perfino sul corpo della madre, pur d'essere soddisfatto.
Licerta si difese con l'avarizia dal ricordo della strettezza patita da ragazzo, non diede tregua né agli altri né a se stesso, pur di mettere tra sé e lo spettro lontano, fioco, però sempre presente nel suo spirito, più danaro, più terre, più case, più tutto. Finì naturalmente usuraio, prestò danaro al cento per cento, circondandosi di tali garanzie che, andar da Licerta, significò comprarsi la cravatta per l'ultima festa.
Dopo i coloni, i detenuti e gli strozzati , la più pietosa vittima della sua avarizia fu, ed è tuttora, la moglie. Egli la considerò alla stregua di una lestofante, di una leccarda, di una nemica in casa. Non la fece padrona di un centesimo. Comprò tutto all'ingrosso per impedirle di grattar qualche soldo sulla spesa. Le lesinò l'olio ed il vino prodotti dalle terre dei Lumera, per la temenza che li trafficasse sotto mano. Non le permise di farsi un vestito col pretesto che a Sarmùra le madame non sanno tagliare alla moda cittadina. Non le comprò mai un cappellino, un profumo, un paio di guanti. Le ingiunse di andare a spasso solo la domenica dopo la messa, e per un'ora al massimo, per non consumare le scarpe. Pretese da lei che fosse addirittura spietata con i coloni. La nutrì di patate, di fagioli, di ceci, di fave, di frutta, che aveva largamente dai poderi, sì che la spesa era ridotta al minimo.
Arrivò al punto di metter sotto chiave il sale, che pur costava qualche centesimo al chilo, le negò le medicine nelle malattie, le proibì il formaggio sulla minestra, le limitò il sapone da bucato, le ingiunse di stirare a lucido per non ingrassare le stiratrici, le ordinò di non scrivere mai alle sorelle, giacché i francobolli i tabaccai non li regalano, la indusse a copiar carta bollata, la sera, per ore ed ore, alla luce del lume a petrolio, per risparmiare il denaro del copista, intascò lui quei pochi soldi che la disgraziata ricavava, di quando in quando, vendendo al cappellaro ambulante alcune ciocche di capelli restati tra i denti del pettine, e messe da parte, per quel singolare commercio: insomma, rasentò la follia.
Con gli anni il male, se era possibile, si aggravò. Alleatasi l'avarizia con una tardiva e grottesca gelosia, egli vietò a Donna Lia di uscir di casa, di mostrarsi al balcone, di parlare con chicchessia, quasi temesse che l'aria, il sole, il salino, le parole, glielo consumassero, quel relitto di moglie che s'era ridotto peggio di Mica la Panga; facessero con lei, con la sua persona, con le sue miserrime spoglie, in un attimo, quel che il tempo, nell'arco delle annate e dei secoli, fa con tutte le cose anche le più adorabili: le rode e distrugge.
Mentre accadono i presenti fatti, Donna Lia è certo l'essere più sventurato di Sarmùra. Ella invoca cento volte al giorno la morte, ma quella, non stimandola ancora punita abbastanza per avere una lontana notte potuto cedere alle lascivie di un uomo come Licerta, finge di non sentire.
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CAPITOLO 7.
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La Falce è il settimanale della sezione socialista diretto da Mariano Rupe. Vi scrivono gl'intellettuali (repubblicani, anarchici, comunisti) di Sarmùra e del circondario, tra i quali si distinguono: Alfredo De Marco, un ottimo giovane che s'è fatto alla scuola di energia dei Rupe, facile di parola, talché lo han soprannominato tribuno ; Michele Parrello, un vecchio ribelle che ha portato per mezzo mondo la sua sete di verità e di giustizia; Salvatore Di Pace, detto viso geniale , per l'ardita e ispirata schiettezza della sua fisionomia; Francesco Arcà, un sindacalista intelligente e colto, che risiede a Roma, dove primeggia nelle elites estremiste; Vincenzo Nostro, un operaio indomabile che s'è formato nelle grandi agitazioni politiche del Sud America; Mario Battaglini, un autodidatta fervido e pieno di idee.
L'articolo di fondo è quasi sempre dovuto alla penna di Mariano Rupe. Egli tratta il problema paesano con profonda conoscenza di cose e di uomini. Né si ferma alla critica delle signorie locali e del letargo in cui si adagia l'Amministrazione al potere, ma estende la sua opposizione in un più vasto dominio. Mariano, spirito conciliante e innamorato, prende il buono dove lo trova, anche se gli venga da avversari dichiarati delle sue idee. Cosi è portato a vagliare attentamente le risultanze della Questione Meridionale messa all'ordine del giorno della Nazione; aderisce al concetto di una perequazione tributaria del Sud rispetto al Nord, tradotta in opere pubbliche, scuole, strade, case popolari; esamina i possibili sviluppi del problema nei confronti dell'organizzazione socialista e della sua capacità combattiva; accusa, discute, si difende, con franchezza e maestria.
Pensa che non possa parlarsi di lotta di classe, finché non ci sia una coscienza di classe nel proletariato. Il socialismo non sarà, senza quel minimo di unità e di coscienza politica che possa creare una dialettica degli opposti, cioè delle classi. Uno sforzo verso l'unità tra proletari del Nord e del Sud, è la risoluzione del problema meridionale. Quando lo sproporzionato aggravio tributario, che il Sud subisce, sia compensato con scuole strade luce acqua bonifiche, che ora mancano, a che serviranno quelle conquiste, se non a creare dal bruto l'uomo civile, dal malarico l'uomo sano, a dargli il gusto della civiltà, a indirizzarlo verso forme sempre più ardite di progresso, di cui il socialismo è la vetta più alta e perfetta?
Cino tratta di preferenza problemi culturali. Egli chiarisce punti oscuri del Manifesto e del Capitale; confuta le dottrine degli antimarxisti più in voga; controbatte le tesi riformiste degli scrittori dell'Avanti e della Critica Sociale, spiega la tecnica rivoluzionaria del sindacatopassando dall'economico alla sfera dell'extraeconomico; s'infervora su questioni di attualità, come il contratto obbligatorio, la compartecipazione al prodotto tra proprietari e lavoratori, il diritto di sciopero degl'impiegati dello Stato, alterna l'articolo su Sorel con quello su Prudhon, quello su Blanqui con quello su Bakunin, quello su Stirner con quello su Nietzsche; abbozza, infine, una storia critica del socialismo contemporaneo, riprendendo e sviluppando gli apporti del Contemporay Socialism del Rae, e del Cenno del Bartolini.
Un particolare interesse mostra Cino per la Calabria della fine del Cinquecento, quella che vide la congiura di Campanella, sulla quale si ripromette di scrivere, addirittura, un volume. E un altro periodo di storia calabrese attira la sua passione di studioso: l'ultimo trentennio borbonico. C'è un rigoglio di cultura regionale, in quegli anni, che sarebbe molto interessante mettere in luce e far conoscere. Cino ha speso qualche mese, dietro gli atti dell'Accademia Cosentina e delle Reali Società Economiche, per studiare quel complesso movimento d'indagini nel campo del folklore, dell'archeologia, della demopsicologia, che la Unità, invece di favorire, stroncò alla radice. Il risultato di tali ricerche egli ha condensato in una serie di articoli, che, non solo la stampa regionale ha citati e riprodotti, ma anche grandi giornali della penisola.
Ad Arcà è affidata la nota critica sull'attività del Parlamento; a De Marco e agli altri i problemi contingenti di Sarmùra e della regione. La terza pagina de La Falce, che non c'è, giacché il foglio ha due pagine sole, si riduce a un articolo di varietà firmato con pseudonimo da Cino, in cui si prendono a bersaglio gl'intellettuali avversi, con molto gusto e sottigliezza.
La Falce è lettissima. Quando esce la mattina di domenica, a Sarmùra, va a ruba. A volte son gli stessi scrittori del foglio che la gridano
e vendono. Ma, generalmente, gli strilloni de La Falce sono i due picco-coli Rupe, Nèoro e Leto, un nipotino di Salvatore Di Pace, ed altri ragazzi coetanei, che li spalleggiano ed aiutano.
L'altro settimanale della cittadina, il foglio conservatore La Nuova Sarmùra, è diretto da Ciccio Licerta, e vi collaborano molti avvocati del foro locale, i proprietari che sanno leggere e scrivere, che non son molti, e tutti quegli elementi indefinibili che s'accodano a chi sta al potere, fedeli al dittaggio che, questa volta, non è Pitizonzo, ma di uno dei sette savi del mondo: Dove si mangiuca il ciel ci conduca .
Il giornaletto è riempito di luoghi comuni, di personalismi, di inni al marchese tale ed alla principessa tal'altra, cui amor del natio loco spinge a venir l'estate da Napoli o da Palermo, a Sarmùra, per celebrar la festa delle vendemmie; di sviolinate al sindaco che si sacrifica per il bene dei cittadini, tant'è che sta per ottenere un decreto del Governo che dichiara la Villamonumento nazionale... e via di questo passo. L'avvocato Licerta non è aggiornato con le questioni della cultura, non sa né di nazionalismo né di marxismo, niente di ciò che nel mondo accade, gli arriva. Per lui Marx è qualche cosa come un fratello maggiore di Re Marco, il famoso brigante calabrese del Cinquecento, e i suoi seguaci latriceddhi , che rubano per i pollai, e s'accapigliano nello spartire.
Per queste ragioni La Nuova Sarmùra non è letta con troppo interesse dalla cittadinanza. In compenso non c'è proprietario che non la impari a memoria, e non la faccia imparare a tutti i suoi cari. Cosi inzuppano il pane nel loro stesso sugo, e restan contenti di se medesimi.
Strillano e diffondono La Nuova Sarmùra alcuni figli di capoccia del marchese Pizzòlo, e non è a dire quante volte essi stiano per accapigliarsi con i piccoli venditori de La Falce, i quali, per la verità, Nèoro capintesta, son sempre i primi a provocarli e a dileggiarli.
Ché una certa idea del socialismo, a furia di sentirne parlare in casa, e in paese, anche Nèoro e Leto se la son fatta. Dunque il povero Gesù Cristo predicò, per primo, l'eguaglianza, venti secoli fa, ma i suoi nemici, gli antenati di Ciccio Licerta e del marchese Pizzòlo, lo misero in croce. Passano duemila anni, prima che nasca un altro ribelle, Garibaldi, l'eroe dei due mondi, il quale combatte più di Orlando Furioso, insieme con nonno Rupe, ed alla fine, per ringraziamento, lo feriscono all'Aspromonte, quelli che lui ha messi al mondo. Nello stesso tempo di Garibaldi nasce un altro ribelle. Ma questi è un gran professore, non un predicatore popolare, come Gesù, o un eroe in camicia rossa, come Garibaldi. E questi è Carlo Marx, il nonno di tutti i sovversivi del mondo, un tale, il cui barbone ognuno può ammirare nel grande ritratto in tricromia, che orna la parete centrale delle sezione, tra due bandiere rosse incrociate. Ora questo Carlo Marx, studiando e poi ancora studiando, trova che l'operaio e il contadino dovrebbero possedere la terra e le fabbriche dove faticano; che, invece, essi sono sfruttati da gente che ha il pelo sul cuore; che nel loro lavoro quotidiano c'è una parte non pagata dal padrone, il quale, furbo, se la mette in tasca, o alla banca, e con quella compera altre terre, e fabbriche e si allarga sempre più; che il borghese, il prete, il questurino, il nobile, vivono cosi alle spalle della povera gente senza far nulla, andando a zonzo dalla mattina alla sera; che il Governo è fatto di persone di lingua pronta, le quali promettono mari e monti per calmare il popolo ma, in fin dei conti, non compiccian nulla, non danno neppure un bicchiere d'acqua a chi ha sete; che le guerre non le fa chi sta al tavolino e comanda e non si muove, ma quelli che non le vogliono; che l'unica via di scampo è perciò la Rivoluzione con la quale i poveri vanno su e buttan giù le loro signorie: e quella è la Repubblica. Proclamata la quale, non ci sarà più lavoro non pagato, tutti avranno una casa ed un pezzo di terra. Il Governo sarà composto di socialisti, tra i quali Mariano e Cino, spariranno i carabinieri con le loro lanterne, e i questurini con i loro visacci, e, insomma, le cose andranno meglio di prima.
Questa press'a poco l'idea che Nèoro e Leto si son fatta della Repubblica. E, all'opposto, i figli dei capoccia del marchese Pizzòlo non sanno altro che gridare a squarciagola il loro giornale. La Nuova Sarmùra. Comprate La Nuova Sarmùra. E' uscita La Nuova Sarmùra.
Un giorno Nèoro tenta di venire a contradittorio con loro, e non ci riesce. Quei piccoli lo lascian parlare senza aprir bocca e, alla fine, prima di darsela a gambe, si limitano a buttargli in faccia un socialista latriceddhu che riempie di rossore l'imbattibile Culo di ferro.
Quello che avviene è facile prevedere. Nèoro, buttato per terra il rotolo dei giornali, si lancia all'inseguimento dei nemici con tutta la forza dei suoi garretti. Li raggiunge, e, come Orazio con i Curiazi, non dura fatica ad abbatterli separatamente l'uno dopo l'altro. Non contento di stenderli a terra, ne farebbe anche salsiccia, se non accorresse gente a strapparglieli dalle vìndici mani. Tuttavia egli non molla la preda, senza lasciar profondi segni sulle guance, sul volto, sulle gambe degli offensori. Poi, contento della sua prodezza, alla gente che lo guarda sorpresa ed ammirata, dice:
- Questi figli di lacchè mi hanno offeso. Possono ringraziare il Signore se per questa volta si portano a casa la cucuzza sana. Alla prima si perdona...
- Alla seconda si bastona... soggiunge Leto che, ancor tutto trafelato, per la corsa fatta, vuole in qualche modo prender parte agli onori del trionfo. La sua uscita di omettino spaccamontagne, provoca una risata generale, della quale approfittano gli strilloni de La Nuova Sarmùra per iniziar la ritirata, frignanti e melensi.
Da allora, costoro cercan di evitare con ogni cura i temibili avversari. Nèoro ricorre a molti trucchi per incontrarli, e, spesse volte, sbuca loro sul muso, dal gomito di qualche vicolo, in atteggiamento sarcastico e braveggiante. Quelli si metton la strada tra le gambe, e, talvolta, per prender quota, buttan la zavorra del giornale in terra.
Allora, su quelle spoglie, come attorno ad un albero della libertà, i piccoli vincitori ballano la pazza tarantella. Finalmente, dato fuoco alla preda, se ne stanno a guardare le spirali del fumo per aria con occhi fantastici.
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CAPITOLO 8.
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Sarmùra è un singolare paese. Crede in Dio e nella rivoluzione sociale con pari fervore. Il Natale è per esso come il Primo Maggio. Unica differenza riconosciuta che non ci sono, alla fin di dicembre, le lattughe novelline. Ma la festa è ugualmente grande.
Le chiese sono piene di fedeli tra i quali non mancano i più ardenti e fattivi compagni della sezione socialista, di cui Mariano Rupe è segretario. Il risultato di tal fervore è un fiorire di chiese, chiesuole, oratori, che, nelle ore di funzione, e specialmente le domeniche, affollano i sagrati, le piazzette, le stradine dove sorgono. Altro risultato, corollario del primo, è il crescere di un clero grasso sbracato e contentone. Molti preti hanno la femmina in campagna, e, naturalmente, numerosi figli, che vanno a trovare alle aie, da buoni padri di famiglia. Tutti sanno di queste pendenze, e non se ne fanno certo gabbo. Uomini siamo, e la donna piace a tutti, secolari e preti, lo si sa.
Mariano e Cino han tentato di fare opera di chiarificazione tra i compagni, spiegando l'intimo meccanismo dell'illusione religiosa in base ad argomenti pratici e filosofici. Non son riusciti a impedire che, quando l'uragano col suo corteo di fulmini batte sulla rocca di Sarmùra, come su un'incudine diabolica; quando il trabaccolo lotta contro le onde per raggiungere la riva, dove l'aspetta, a braccia tese, una piccola folla umana trepidante; quando la filossera invade la vigna con le sue falangi di pidocchi; quando lo scirocco riscalda l'ulivo; quando l'incendio svampa improvviso e subdolo come un ladro, dal caseggiato pieno di culle;
quando il terremoto dà i primi calci come un bambino nel ventre della madre terra: in simili frangenti, non son riusciti a impedire che l'umile terrazzano o pescatore di Sarmùra, indifeso contro la cecità della sorte, ricorra a Dio, e lo vada a supplicare nelle chiese, e gli suoni le campane per sollecitarlo, e lo porti in processione solenne (in proprio, o attraverso il figliolo suo e i santi di legno e di stucco, tra i quali primeggiano Santa Barbara e San Rocco) e se lo baci come una persona viva, se lo accarezzi come un figlio il padre, chiedendogli il miracolo, che l'Onnipotente concederà se e quando lo riterrà tempestivo e giusto.
Mariano e Cino han finito con l'adattarsi, per necessità di cose, a quell'alleanza di Gesù con Marx, all'addentellato del Sermone della Montagnacol Capitale. Han ceduto sulla questione sostanziale e si son limitati a mettere in guardia i compagni e i simpatizzanti contro i tranelli della sacristia. Raccomandazione rimasta lettera morta. Son tanto simpatici e paciocconi i preti a Sarmùra. I compagni son convinti che, se Mariano e Cino non fossero i nipoti di quel mangiapreti che fu Mariano Rupe, e i figli di quel massone arrabbiato che fu il maestro Antonio, essi stessi li troverebbero scialoni ed amabili. E magari andrebbero in chiesa come tutti, seguirebbero anche loro il dittaggio di Pitizonzo: Se il Signore non c'è avrò sentito suonar gratis l'organo. E, se c'è, mi guadagno una fetta di paradiso .
Lina e Orsa vanno alla messa, la domenica presto, all'insaputa dei loro fratelli. La madre non ci può andare, tutta presa, com'è, dalle cure della casa, e manda le figlie perché la rappresentino davanti all'altare. Sa che il Signore capisce il giustificato motivo, e perdonerà le sue ripetute assenze.
Gilda e Anita vanno alla chiesa in un secondo tempo, e sempre la domenica. Son vestite modestamente, le quattro sorelle Rupe, ma la loro freschezza, la loro schiettezza, vincono il lutto e la povertà dei panni. La chiesa dell' Immacolataè la loro preferita. Lina ci sta bene in quella chiesetta, piena, come un uovo, di gente che s'affretta a chieder grazie di tutti i generi, a far novene e scongiuri, a prometter voti in danaro, oro, cera e spine, a portar fiori olio grano frutta all'altare. E tutto questo, non con aria solenne e distaccata, come dev'essere da uomo a Dio, da donna a Madonna, ma da colono a proprietario, da serva a signora. Perciò con tutte le astuzie, le segrete ritorsioni, i ritegni, che esistono nei rapporti tra inferiori e superiori.
In particolare Lina ha troppe grandi cose da chiedere alla Madonna perché fermi l'attenzione su una piccola, e quella, almeno, strappi. Tutto o nulla. Che le farebbe trovare un marito, anche ricco, quando i suoi restassero nell'indigenza, o la morte falciasse nella famiglia, o, ciò ch'è peggio, qualcuno, per colpa propria, o per un tranello della Malasorte, tralignasse dal ceppo, e recasse un'ombra al nome dei Rupe?
Orsa è più semplice di Lina. Va volentieri all' Immacolataperché quella è la chiesa di sua madre, perché là c'è della vita, della baraonda, perché là fu battezzata e cresimata, perché là si sentono i migliori frati predicatori, perché là c'è il migliore organo di Sarmùra, perché là, infine, la musica sacra le ha fatto spesso pensare alla morte come ad un dolce sonno infinito cullato dalla melodia. Quando prega, Orsa, chiede alla Madonna che mandi un marito a Lina. Il marito a Lina è già mezzo marito a lei.
Gilda va alla messa per far vedere alla Madonna, prima, alla gente, poi, che lei e tutti in casa, malgrado la miseria che macina senza posa, sono ancora in piedi. L'atteggiamento della terza sorella Rupe in chiesa, è quello del creditore che aspetta pazientemente il pagamento di un debito. Ella è troppo sicura della solvibilità della Madre celeste che guarda con occhi miti dal trono dell'altar maggiore. Se un dubbio le balenasse allo spirito, Gilda non perderebbe il tempo tra spigolistri e beghine. Preferirebbe andarsene in Villaa folgorare l'immensità col suo sguardo mordente.
Per Anita, infine, quella chiesetta fitta di sante immagini alle pareti, come di ritratti di famiglia, col lume colorato sotto ognuna, ed un mazzetto di gaggie e di spicanardi; quella Madonna, raffigurata nel periodo della sua più raggiante giovinezza, vestita di turchino pallido come i suoi occhi, e con in braccio il bambino benedicente una turba infinita e invisibile; quegli odori di ceri e di sante reliquie; tutto ha per lei un inesprimibile fascino.
Chiede Anita alla Madonna del cielo che le conservi la mamma, questa madonna della terra. E per sé nulla. Non già per orgoglio, ma per umiltà. La presenza della mamma la compensa di tutte le cose che le negò, e le nega tuttora, la vita.
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CAPITOLO 9.
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La Villa è il salotto per ricchi e poveri, vecchi e fanciulli, uomini e donne di Sarmùra. Là ci vanno i pescatori, afflitti dalla grave età, a guardare il mare eternamente giovane e parlar con i silenzi di navigazione e di venti; le fanciulle per mostrare i vestiti nuovi ai futuri fidanzati; i ragazzi per rincorrersi tra le aiuole; gli uccelli per i loro concerti, tra le fronde dei platani e le macchie dei bossi.
Il carcerato che riconquista la libertà, e vuol risalutare tante cose belle con un'occhiata sola; il malato che lascia il letto dopo una lunga infermità; l'innamorato infelice che dedica alle lontananze il suo pianto asciutto; il riccone contento di avere ingabellatele ulive o d'aver venduto il mosto sul barilaro; l'emigrante che non rivedrà più la sua terra, il suo cielo, il suo mare; l'avvocato che ha vinta la causona all'Assise e incede come un reuccio, seguito da un codazzo di zelanti; lo studente bocciato che non osa ritornare a casa e medita di avvelenarsi con le capocchie degli zolfanelli; il terrazzano scacciato dal podere senza una lira di migliorie; il trascurato, il potente, il disperato, l'illuso: insomma tutti che hanno da chiamare il cielo ed il mare a testimoni di un avanzamento o di una perdita, accorrono alla Villa come ad un rifugio ideale.
Mariano Rupe ci va per sentire il legame tra la sua vita e l'immensa bellezza della Natura; Cino, per confidare agli spazi la sua ansia di orizzonti; Tristano, quando c'è, per amare di più la sua fanciullezza, incastonata come una gemma nella terra che la vide fiorire; Pietro, per ritracciare idealmente certo suo grandioso piano costruttivo che deve allacciare Sarmùra alta alla Marina; Lina, per godere un'ora lieve e sfiorante dopo una settimana di cure; Orsa, per sorridere a tutti, anche agli alberi, anche ai vecchi marinai - cosi abbandonati sulle panche che le mosche li assaltano sugli occhi pigri e sulle bocche sdentate, e quelli non han la forza di respingerle; Gilda, per osservare, altera come una pallida regina, il mondo che la circonda; Anita, per mirar le paranze ferme sullo specchio marino, tra la Sicilia e le Eolie.
Infine Nèoro sceglie la Villa per dar lezioni di ardimento ai coetanei. Però più spesso ama la compagnia dei vecchi pescatori silenziosi, e li sta a guardare, mentre si struggono al sole, carene sfasciate sui greti della triste vecchiezza, con un'ammirazione piena di ansietà.
Leto va in Villa come sul ponte di una nave sognata a occhi aperti.
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PARTE SECONDA.
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CAPITOLO 1.
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Con la notte Concetto diventa matto. Egli fugge dalla sua casetta, costruita col fango della strada e, per ore ed ore, erra per le campagne come uno spettro, sotto la lucida e pelante tramontana. Quando lo vede comparire, Nina salta giù dal letto seminuda, e gli va incontro timorosa. Ogni notte è press'a poco lo stesso dialogo:
- Sei ritornato. Avevo tanta paura di star sola...
- Paura? Se il diavolo passasse davanti alla porta e non si accorgesse di te, tu lo agguanteresti per la coda, va là...
- Che ti ho fatto, Concetto, per trattarmi cosi? Me ne vado, meglio che me ne vada da mia madre. Questa vita è una galera. E giù uno scoppio di pianto.
- Acqua e vento - borbotta l'uomo con voce di gola. Poi va a scaldarsi al fuoco del braciere. Improvvisamente si caccia le mani tra i capelli lanosi, sbarbandone ciocche intere come gramigna da un campo, accompagnando il gesto disperato con un singulto profondo. Nina gli si avvicina pietosa, quasi materna:
- Concetto mio, per l'amore della Madonna, non ti angustiare.
- Vattene - le grida lui minaccioso. Lo so che dentro di te mi sbeffeggi. Dopo tre mesi di maritaggio sei ancora come ti fece tua madre... Colpa mia, colpa mia. Son nato cornuto, e tale morirò.
- Ma a me, te lo giuro, Concetto, non importa niente di aspettare anche un anno, anche due, anche sempre... Certe cose non son fatte per me... Vorrei che tu sentissi quanto son sincera.
- Sei più falsa di Giuda, scostati.
- Non mi scacciare, non mi mettere alla disperazione. Tu hai bisogno di me, ti sei ridotto uno straccio, il vestito ti casca di dosso, hai un cerchio nero sotto gli occhi... Cessa di pensare sempre ad una cosa. Convinciti che ti voglio bene, che voglio solo aver la pace e l'amor tuo...
A queste parole l'uomo scoppia a ridere di rabbia. Il sarcasmo se lo mangia vivo:
- Mi vuoi bene... Ti ringrazio, bellina. Tu accettasti di sposarmi solo per pigliarti spasso di me. Sapevi quel che si diceva di me a Sarmùra. Da quando nacqui mi si perseguita chiamandomi Mezzomo . E, se anche non sapevi, bastava guardarmi in faccia. Niente ti diceva questa mia carne bianca, questo viso senza un pelo di barba? Il mio sangue è acqua. E se è cosi perché, bellina, accettasti il maritaggio? Perché?
Nina abbassa il capo e non risponde. Realmente la voce della minorazione fisica di Concetto, detto Mezzomo , le era arrivata all'orecchio, prima del matrimonio. Ma non ci aveva voluto credere, malanova per lei. Stanca di far la serva in casa, s'era buttata allo sbaraglio con gli occhi chiusi.
- Non hai il coraggio di parlare... insiste lui con dolorosa cocciutaggine. Dunque mi sei venuta accanto per vedermi come Cristo in croce, unicamente. Ma hai sbagliati i tuoi conti. Se son Mezzomo , non è detto che la roncola non sappia usarla meglio di un altro.
Nina, frenando a fatica il pianto, si va rimettere a letto, dove, poco dopo, la raggiunge l'uomo. Egli si spoglia lentamente, si stende accanto alla femmina nuda, senza un'idea precisa di quel che debba fare. Nina si volta dalla parte del muro, e finge di dormire. A un tratto Concetto, non potendo sopportare il caldo che emana dal corpo di lei, scompanna il letto coi piedi e la scopre. La donna si volge a lui con un'espressione di sgomento, che commuoverebbe un leone affamato:
- Concetto dormi. L'alba è vicina. Come farai a lavorare alla fornace?
- Tu non muori muta, quest'è certo - risponde lui con voce alterata. Se invece di parlare, cercassi di starmi vicino, sarebbe meglio...
Nina gli si accuccia contro, tirando le coperte sui corpi per un senso di pudore. Ma lui le rigetta indietro rabbiosamente:
- Ti vergogni di farti vedere nuda da me? Ed io, guarda un po', ti voglio proprio veder nuda... Almeno mi sazierò cosi, con gli occhi...
Dice, e mentre la moglie si copre il viso con le mani, la sta ad osservare lungamente dalla testa ai piedi, indugiando con impotente golosità sui caldi rilievi dei seni e sulla molle calata del grembo. Sfiora con le dita le mammelle di lei, e, giù giù, la colmata del pube, pallido in viso, e con gli occhi annebbiati. Nina, vergognosa e preoccupata, tenta debolmente di respingerlo, ma lui la stringe a sé improvvisamente, e tanto forte da farla gemere:
- Concetto mi fai male, mi spezzi la vita...
- Ti potessi spezzare per davvero almeno sarebbe finita per te e per me. Invece è destino che ti voglia per niente...
La tiene spasimando sul suo petto per qualche secondo, aspettando che la naturale fiacchezza si sciolga al caldo del corpo femminile. Il cuore gli batte forte, l'ha tutto giù nella gola come un pomodoro palpitante, quasi lo soffoca. Tutta la sua miseria dipende forse da quell'oppressione che ha alla gola, che gli impedisce di sentir Nina, di accendersi al contatto della carne di lei bianca e florida, all'odor di femmina che emana dalla sua persona, dai piedi ai capelli, un odore un po' selvatico ricorda certi fortori di erbe salmastre, nascoste tra le rocce, in riva al mare. Non c'è speranza, non c'è. E' destinato a stare al sitio senza potersi dissetare. Ed allora si sfoga, Concetto, a morder la donna sulle labbra e sul collo, a segnarla con le unghie laide su gli omeri più bianchi del latte, a puntarla con le ginocchia, a sgusciarle tra le coscie, a scuoterla vanamente, come se volesse svegliarla da un letargo, di cui lui solo è il colpevole.
Finalmente Nina ha pietà di lui, e, con un guizzo, si libera dalla sua stretta, andando a rifugiarsi all'estremità del letto. Concetto, un po' la guarda stranito, poi si raggomitola come un bambino, sospira lungamente, chiude gli occhi per nasconder le lacrime, e, infine, a poco a poco, vinto dalla fatica e dall'angoscia, si spegne nel sonno.
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CAPITOLO 2.
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Le prime medie trimestrali di Nèoro sono un disastro. Pastorino chiama Mariano Rupe per mostrargliele, giacché, nella sua qualità di direttore del convitto omonimo, ha avuto dal ginnasio gli scrutini, prima dei suoi allievi.
Pastorino è un serio e stimato professore, uscito dall'insegnamento governativo per un infortunio sul lavoro, dovuto ad una pubblicazione antiministeriale che, a suo tempo, fece chiasso. Egli ottiene molto dai suoi scolari, e questa è la ragione per cui Mariano gli ha affidato Nèoro, sobbarcandosi al peso della mesata, modesta, eppur faticosamente rimediabile alla scadenza.
Aveva anzi messo il fratellino come interno , ma questi, nella prima settimana di clausura, scappò per ben tre volte dal collegio, andando a riparare nelle braccia materne, che lo accolsero come un redivivo. Mariano si piegò ai pianti ed alle promesse del ragazzo, e lo mise solamente esterno . Ma se non avesse fatto il suo dovere, non di Pastorino e del suo collegio si sarebbe trattato, ma di una casa di correzione. Questa la minaccia di Mariano. Ed allora sarebbe stata la fine per Culo di Ferro .
- Ecco qui la pagella... dice il direttore. Tranne che in italiano scritto, in storia e geografia, tutte insufficienze. Non dispero di tirarlo
su, ma per ora è un affare serio. E non si tratta mica d'intelligenza. Se fosse un mediocre, un dormiente, non prenderebbe, come lui, nove in geografia e otto in storia. Roba da matti. E invece mi va a pigliare tre in latino e due addirittura in matematica. Una vera montagna russa; un fenomeno. Io penso che sia solamente un distratto, uno straviato. Benedetto ragazzo. L'altro ieri il mio istitutore gli ha sorpreso nella cartella un fascicolo poliziesco con le imprese di Nat Pinckerton e le annotazioni di pugno suo. Ha capito dove, come, impiega il suo tempo? Bisogna sorvegliarlo, bisogna stare attenti alle compagnie che frequenta fuori del convitto e della scuola. Altrimenti faremo cilecca. E' un momento, per un ragazzo, abbandonarsi... Poi, a riprendersi, ti voglio...
Prima di rispondere, Mariano riguarda attentamente le medie sulla pagella, quasi che stentasse ad afferrarne il segreto. Infine solleva il capo e dice lentamente:
- Nèoro è un ragazzo molto complesso. C'è in lui un oscuro anelito verso i grandi fatti. Lo si capisce dalla passione che mette nello studiare la storia, nel seguire con morboso interesse i grandi processi, gli avvenimenti sensazionali dei giornali. Ora è pazzo per lo sport. Conosce tutti i nomi dei ciclisti, dei podisti, dei lottatori d'Italia, sa il loro stato di servizio meglio degl'interessati... Tutto ciò prova ch'egli è un ragazzo vivo, che potrebbe fare più degli altri, se volesse. Bisognerà stargli dietro con molto amore, direttore. Per quel che riguarda me, non tralascerò d'esser severo con giustizia, per rimetterlo sulla strada buona. Altrimenti sarebbe una rovina per lui...
Di ritorno a casa, Mariano trova Nèoro con la testa tra le mani, curvo
sulla sintassi latina, come su un mal di pancia. Egli ha fiutato la tempesta, e ha rinunziato a far le solite scorribande per la strada sul carrettino di Leto. Quando Mariano entra nella stanza, egli lo saluta con la vocina timida del debitore che si presenta allo sportello della banca per rinnovare una cambiale già protestata.
- Ho visto or ora le tue medie - dice Mariano a bruciapelo. I miei complimenti. Cosi tu ci premi per i sacrifici che facciamo mandandoti a scuola. Eppure sai che la mesata a Pastorino vuol dire tanto pane e noi tutti mangiamo di meno per te...
Il ragazzo tace. Il sangue gli è andato via dal viso, e il cuore gli zompa disperatamente nel petto. Appare la mamma sulla porta. Quella può essere la salvezza. Respira. Però resta silenzioso.
- Non basta che tu taccia... soggiunge Mariano. Troppo comodo, mio caro. Nessuno di noi è disposto a farsi cavare il sangue perchè tu ti lustri il pelo nell'ozio. Questa è l'ultima volta che ti avviso...
Ricordati che, se tu hai la testa dura, io ce l'ho di macigno. Andrai a fare il manovale, il voltacalce. Vergognati.
A questo punto, Nèoro capisce che deve rompere il silenzio. Dice con voce alterata dalla emozione:
- Se non son capace di ottenere di più, non mandatemi inutilmente a scuola. Studierò in altro modo, da me solo. Farò come hai fatto tu, che ne sai più di tutti, senza aver preso la licenza.
- Storie - protesta violentemente Mariano. Io ne so un corno più di tutti. Tu sai come io rimpianga di non aver potuto continuare a studiare come Tristano e Cino. Sai pure che furono le febbri malariche a impedirmelo, non la poltroneria. Mettiamo le cose a posto.
- Non sono io solo - insiste Nèoro - a dirlo. Chi ti ha sentito parlare in piazza dice che nessuno dei tanti che han preso la laurea ti arriva...
- Bontà loro. Comunque, tu seguiterai a studiare, se non vuoi che ti scacci da casa come indegno di appartenere alla nostra famiglia. Che Rupe sei, o smorfioso? Ti vuoi far passare da Leto ch'è più piccolo di te, fatica più di te, dà assai più soddisfazioni di te? Credimi... La cosa migliore che possa fare è vergognarti. Farti passare da Leto, tu, Culo di Ferro , tu il capobrigante della contrada... All'Asilo, se continui cosi, finirai, sbeffeggiato da tutti... E non farai più paura a nessuno, neppure a te stesso.
Nèoro non ribatte più. L'abile confusione portata da Mariano sul terreno fisico, da quello spirituale, ha toccato Nèoro. E' insopportabile a Culo di Ferrola sola ipotesi che Leto, lo spazzanido, cui odora ancora la bocca di latte, possa imporre su lui una supremazia qualsiasi. Già vede il fratellino vezzeggiato, protetto, portato in palma di mano da tutti, e lui reietto, trascurato, buttato in un angolo, come uno straccio. Mariano e la mamma ora lasciano la stanza considerandolo severamente. E lui afferra la sintassi latina con lo stesso furore del marinaio che fracasserebbe la bussola, perché seguita a indicargli una direzione che non può seguire.
Entra, poco dopo, per caso, Leto. E son botte da orbi, originate da un futilissimo pretesto. Nèoro trova modo di schernire il fratellino perché, la sera avanti, ha avuto paura di salir le scale al buio. Arrivato da scuola, ha chiamato una delle sorelle a fargli lume. Né il cane ha potuto precederlo nella salita. Il pericolo essendo tutto alle spalle, inafferrabile e totale, egli ha tenuto Milord per il collare, e lo ha costretto a dividere il suo destino per i trenta gradini che portano al secondo piano della casa paterna. Con la Pinta - la servetta - alla retroguardia, solo cosi spalleggiato, Leto s'è arrischiato ad affrontare la civetta, i cui occhi gialli, dal folto delle siepi, traversano i muri con un corteo di malombre.
Son botte da orbi. Naturalmente Leto le prende da Nèoro. E, poco dopo Nèoro da Mariano. Ma Culo di Ferrosi sente vendicato. Farsi battere da uno che ha paura delle malombre, no. E ritorna a quella maledetta sintassi latina un po' più sollevato. Il tafferuglio gli ha fatto del bene, l'ha tonificato.
Son quattro gli alunni privati della maestra Michelina Bàrbaro. Uno è Leto. Gli altri tre sono: il primo, Gianni Veleno, figlio di un ingegnere; il secondo, Raffaele Fetuso, figlio di un ricco proprietario ; il terzo, Rosario Scattagnòla, nipote del direttore della banca. Questi tre ragazzi che frequentan la scuola serale per non mescolarsi con la gente del popolo, disprezzano Leto Rupe perché conduce, il giorno, una vita contadinesca e manuale. Non mancano, quando possono, di punzecchiarlo, e gli fanno delle spostature s'egli s'adombra. Però, quando si tratta d'imbastire il componimento, o l'esercizio di aritmetica, costoro son tanti agnellini, non sanno come ridursi più piccini che possono. Verrà l'ora dell' esame di maturità, e Leto li vedrà salire quattro volte al giorno, al Trodio, con cartocci di caramelle e di pasticcini, giungeranno perfino ad affermare, per averlo sentito dai loro genitori, che Mariano Rupe diventerà presto il deputato del Collegio. Leto li lascerà dire e ripeterà tra sé e sé: Vi conosco, pesciolini. Volete mangiar l'esca e cacar l'amo . Alla loro amicizia, che sente insincera e interessata, il piccino preferisce quella di Rocco, l'orbo , il figlio della venditrice di calia, che lo viene a trovare al Trodio, col quale gioca alla trottola e alle noci nei momenti di libertà, e divide molto spesso il pane che salva dalla merenda. Rocco rispetta Leto perché fratello di Don Mariano, ed anche perché sente ch'egli vale più di lui. Nei momenti di riposo, il piccolo gli insegna tante cose, che impara a scuola od a casa, e l'altro gli parla di colture e di bestie. Tra loro non è altro interesse che il piacere di stare insieme e passare alla meglio il tempo che hanno disponibile.
E, per un'altra ragione, che non sa ben spiegarsi, Leto ama Rocco. L'ama perché è un ragazzo infelice. Infatti egli si angustia per quel nomignolo di orbo , che lo perseguita fin dalla nascita, pur avendo due occhi azzurri, che aprono il cuore al solo guardarli. Ma orboera suo padre. E, a Sarmùra, i nomignoli sono ereditari come le dinastie. Leto cerca di confortarlo ma sente che la spina gli s'è fitta nel fianco e che non è facile levargliela.
E' naturale che la maestra Bàrbaro ami Leto a preferenza degli altri
allievi. Oltre che il più intelligente, egli è orfano e bisognoso. La maestra sa la vitaccia che il frugolino conduce dall'alba al tramonto, sa la responsabilità che già pesa sulle sue esili spalle, e non può non sentirsi attratta verso di lui.
La signorina Bàrbaro è una donna di press'a poco trent'anni, dal viso di madonna. In tutto quel che dice non tocca terra, pare una ispirata. Se un manto azzurro scendesse dal cielo, e l'avvolgesse, e se la portasse nelle nuvole, nessuno forse se ne meraviglierebbe, e Leto meno degli altri. Le cose più comuni diventan sulle sue labbra lievi, profumate, ed un po' misteriose, come se vi convergesse sopra un fantastico gioco di luci. Leto la sta ad ascoltare incantato, e non frusta, come fan gli altri, i minuti che passano. Egli non ha, per difendersi dai prodigi svelati dalla maestra, che la propria meraviglia di fanciullino. Tra lui e l'universo non c'è che codesto esile filo, ma, per quanto grandi sian le cose intraviste, la meraviglia del piccolo è più grande di loro. Ed esse vi si riflettono come nuvole in un mare azzurro.
Dunque, stasera, la maestra dice che le parti verdi delle piante assumono sotto l'azione della luce l'anidride carbonica dell'aria e formano l'amido emettendo l'ossigeno. Dunque, la terza crociata predicata da San Bernardo di Chiaravalle, e diretta da Corrado III di Germania e da Luigi VII di Baviera, fini in una serie di disastri. Dunque, i vulcani attivi della terra sono circa trecento, e distribuiti in generale lungo le coste dei continenti e nelle isole. Dunque, la misura della superficie laterale di un prisma retto si ottiene moltiplicando la misura del perimetro della base per quella dell'altezza... Tutto questo è certo. Leto l'accetta come verità assoluta perché gliel'afferma la maestra, una donna che ha tanto studiato, che ha dato gli esami prima di insegnare a lui. Ma se cosi non fosse? Se invece che in quel modo le cose fossero state disposte diversa-mente? Se, per esempio, la funzione della clorofilla non avvenisse? Se la terza crociata fosse stata vinta invece che perduta? Se i vulcani della terra fossero meno o più di trecento e distribuiti diversamente? Se la misura della superficie laterale di un prisma retto si ottenesse in altro modo che moltiplicando la misura del perimetro della base per quella dell'altezza? Che ne sarebbe in tal caso di Leto, della maestra Bàrbaro, di Sarmùra, di tutto il mondo?
- Che ne sarebbe? Questo poi nessuno me l'ha detto, e io non lo so... Potrei chiederlo alla maestra - ripete fra sé e sé il fanciullo. - Dirà che son matto a pensar queste cose...
Vorrebbe Leto far la domanda ma non osa. Teme che i suoi compagni scoppino a ridere di quella fantasticheria, perciò tace. Si contenta di
sentire il tonfo della pietra che cade nel pozzo. La maestra non sospetta i suoi pensieri, e gli è grata dell'attenzione con la quale ha seguito la lezione da cima a fondo. Mentre gli altri tre allievi non hanno afferrato una sola delle sue parole, non han fatto che ridere e scombiccherare.
Per premiarlo, al termine dell'ora, la signorina Bàrbaro si ferma a parlare con lui, tutta piena di sorrisi e di premure, gli dà la mano come ad un grande, non lo lascia partire senza fargli i saluti più affettuosi per la mamma e le sorelle, che conosce ed ama. Agli altri neppure un'occhiata, nessun incarico di saluti per i loro parenti. I compagni di Leto se la legano al dito, gelosi e pieni di perniali come sono.
Infatti, appena in istrada, cercano un pretesto per attaccar lite. Tra l'altro, stasera, la servetta di Leto, la Pinta, è in ritardo con Milord, e il bambino, invece di aspettarla, come sempre, sul portone di casa della maestra, s'incammina con i compagni. I quali sono spalleggiati dai loro servitori.
Raffaele Fetuso si fa lui l'iniziatore della rissa, tirando, tanto per mostrare la gioia della libertà, dopo la seccatura della lezione, sospironi di sollievo da fare invidia a un palombaro, emerso dal fondo del mare. E questo sarebbe ancora lecito e naturale. Ma ecco che, scioltosi il petto da ogni oppressione, egli comincia con una lingua micidiale, che incontra il favore dello scherno in Veléno e Scattagnòla, a prendere in giro la maestra perché veste male, perché s'arriccia i capelli col ferro, perché porta il busto per sollevare il seno, perché parla sempre di Polistena sua patria, e infine perché, invece di istupidire tra i banchi della scuola, non prende marito. Egli sa che la maestra veste dimessa perché è povera, che non ha bisogno di arricciarsi i capelli, avendoli ondulati e bellissimi di natura, che non ha bisogno di busto, perché i suoi seni s'indovinano arditi e scoccanti sotto la camicetta, che parla di Polistena perché c'è nata, e, finalmente, che non prende marito, per aiutare col suo lavoro alcuni nipotini orfani di madre, che senza lei resterebbero in mezzo alla Strada. Sa, e, tuttavia, non può frenare la lingua.
Ferito dalla sua malvagità ed ingratitudine, Leto rintuzza il compagno con quanta forza ha nella gola:
- Tu diresti male della Madonna. Non ti vergogni di offendere cosi la maestra che è tanto buona e bella?
La sua difesa appassionata è il segnale della zuffa. I tre, senza por tempo in mezzo, circondano Leto, e lo sàlano di pugni sulla testa, di graffi di morsi, ed anche di calci per tutta la persona. Han fretta di spicciarsi, perché i famigli che camminano loro dietro a qualche passo di
distanza stanno accorrendo, e sta pure accorrendo la piccola Pinta, accompagnata da Milord che abbaia, a sentir quegli schiamazzi.
Quando la servetta, preceduta dal cane che gagnola di contentezza nel rivedere il padroncino, ma tosto, gelato dal suo silenzio, cessa di guaire e lo guarda inquieto con i suoi occhi buoni, è sul luogo della pugna, i tre monelli son già lontani, condotti via frettolosamente dai loro uomini. Leto non piange. Si asciuga con un fazzoletto la faccia graffiata, e si palpa tratto tratto la testa che gli duole. Piangerà, ma a casa, nelle braccia della mamma.
E Nèoro che, da ieri, dopo la rissa causata dalle medie, non lo guarda neppure, è ora riconoscente a Leto per quelle lacrime, che segnano una nuova prova della sua inferiorità davanti a lui. Egli che non avrebbe, né in questo, né in nessun altro caso, pianto. Gli è riconoscente, e firma illico et immediate un trattato di pace, con la superiore liberalità del potente verso il suddito.
Spetterà a lui, il giorno dopo, liquidar la faccenda. Senza dir nulla a nessuno, Nèoro si apposta, come avrebbe fatto Pasthy, l'aiutante di Nat, dietro la casa di Raffaele Fetuso, e aspetta il reo al varco.
Quando lo può avere nelle unghie ne fa tonnina. E prende a sassate i parenti e i famigli che corrono a proteggere il malcapitato.
- Queste ve le manda Culo di Ferro . Son pillole per la tosse. Salute alle vostre signorie...
E sparisce con quattro salti verso casa.
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CAPITOLO 3.
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La notizia che la duchessa di Cantoria e i suoi figli han perduto un'altra causa in cassazione contro i Lèuca, implacabili congiunti del defunto duca, la porta a Cino Rupe il suo principale, l'avvocato Desio, il quale, l'ha appresa casualmente nel gabinetto del marchese Pizzòlo, sindaco di Sarmùra, e cugino di quel Lanzo di Cantoria, col quale, dodici anni prima, Antonio Rupe aveva stipulato un contratto di enfiteusi per il possesso di Calimèra.
Cino reca la notizia alla mamma, e non le nasconde che essa peggiora la loro situazione in rapporto alla causa per risarcimento di danni che conducono, dalla morte del babbo, contro la vedova e i figli di Lanzo di Cantoria.
- Se seguita cosi anche noi vinceremo la causa, ma non avremo da prendere uno spicciolo a questi spiantatissimi duchi. Ho appreso l'altro
ieri che i figli, e specialmente i maschi, han quasi dato fondo alla sostanza paterna e che vivono di ripieghi a Napoli, circondati da strozzini e da bagascie. Questa loro fine ignominiosa non mi dispiace, tuttavia, se penso ch'essa influisce sulle sorti della nostra causa, non posso a meno di restare inquieto.
- Speriamo, speriamo sempre... dice la mamma con un fil di voce. - Il Signore non può permettere che il sacrificio di Antonio Rupe non dia un piccolo fiore ai suoi figli. Ci siamo tolto il pane di bocca per difendere col suo diritto anche la sua memoria.
Mariano apprende la notizia ritornando, la sera, da Fracà. Egli l'accoglie con tanta calma da spingere la madre a chiedergli se la conoscesse già. E, invece, avviene a certi temperamenti di reagire alle novità con un apporto neutralizzatore, tanto maggiore quanto più importante è il fatto che si viene a conoscere. Naturalmente è questa un'indifferenza fittizia, tutta istintiva. Il momento della riflessione verrà, che vedrà rompersi le onde delle possibilità più ingrate sul frangente della speranza.
- Ero informato di quest'altra pendenza dei Cantoria contro i Lèuca . Questi ultimi hanno il diavolo in corpo. Si son proprio messi in testa di rovinare i loro parenti. Sarà bene che io e te, Cino, facciamo una scappata a Catanzaro, per parlare a quattr'occhi con l'avvocato Mùscari. Se vediamo che la situazione dei Cantoria è tragica, si cercherà di salvare quel che si può. Ti pare?
- D'accordo. Speriamo che dopo tante illusioni non ci tocchi il solito piatto di lenticchie. Non ce lo saremmo meritato per davvero!
Per tutta la sera non si parla che di Calimera, questa terra dove i Rupe hanno lasciato il cuore, dove ogni pianta, ogni filo d'erba, ogni sterpo, ogni sasso, ricorda loro la meravigliosa fatica patema.
Ognuno nella vita ha perduto un regno che rimane nel ricordo come un'oasi in un deserto. Calimera è il regno perduto dei Rupe. Colà, dodici anni prima, si spinse il padre loro, fedele all'abitudine, divenuta ormai un bisogno per lui, di iniziare un'impresa per ogni nuovo figlio che allietasse la sua casa.
Calimera porta il nome di Nèoro come il traforo di Bagnara, il corso Garibaldi, l'acqua di Caforchi, il teatro Campanella, la strada della marina, il camposanto, la fontana della Piazza Rupe, il palazzo del Tribunale, la fornace del Trodio, i nomi degli altri figli. La storia dell'edilizia paesana è stata cosi per vent'anni legata a quella della famiglia Rupe. Se la morte non fosse venuta a stroncare il Leto, a poco più di cinquant'anni, Leto non sarebbe ora lo scria della nidiata. Altri sarebbero venuti dopo di lui, ed altre opere recherebbero in fronte i loro nomi.
Calimera fu la più grande impresa del Maestro, tale da superare, nella sua ideazione e realizzazione, tutte le altre che l'avevan preceduta.
Con la piena maturità, le forze e l'audacia di Antonio Rupe si eran moltiplicate. Cominciava a intravedere la fine della costruzione, alla quale lavorava da anni, e non si dava tregua per lasciare ai figli un esempio e un mònito che li sorreggessero nella vita. Forse qualche voce segreta l'avvertiva di affrettarsi, che l'ora del distacco non era lontana per lui, ed egli le obbediva, chiedendo perciò al suo destino i frutti più belli e saporosi. Affrettarsi! Infatti chi gli stette vicino, nel tempo delle trattative di Calimera, potè notare una strana ansia, veramente insolita per un uomo del suo stampo, sanguigno e risoluto, una ricerca di tenerezza, quasi un bisogno di aiuto contro un pensiero assillante. Far più presto, perché la morte possa si stroncare l'uomo, ma non trovare incompiuta l'opera. Considerarsi un morto in vacanza, e misurare ogni attimo di vita sul ritmo della straordinaria licenza ottenuta dal proprio destino.
Si stordiva pazzamente, era tutto a fuoco, era la rupe colpita dal sole di mezzogiorno. Tuttavia, nella sua luce piena, era il presentimento della sera, dell'ombra, del vuoto. L'ombra che l'avrebbe ingoiato. Il vuoto che avrebbe attirata la sua pienezza totale per precipitarla nel nulla. Calimera fu, in uno, la sua più grande vittoria e la sua più grande sconfitta. Di un'immensa sodaglia, abbandonata ai topi e alle passere stipatole, sulle estreme propaggini dell'Appennino, percorsa per tutta la sua lunghezza dalle esili acque del Nasilo, e abbracciata tomo tomo da una foresta famosa per la ricchezza della selvaggina, egli volle fare la più gran tenuta della regione. Nessuna difficoltà potè su lui. Non la malaria, che infestava la plaga; non la distanza dai centri abitati e dalle grandi vie di comunicazione; non l'opposizione tacita della moglie; non l'esorbitante richiesta di censo da parte del duca di Cantoria che gli aveva dato il terreno in enfiteusi per ventinove anni; non le chiacchiere dei baronetti paesani all'annunzio della colossale colonizzazione tentata dal Maestro.
Ottenuto dalle banche locali un grande credito, egli, mentre piantava il vigneto che doveva nel suo pensiero far la sua ricchezza e la prosperità dei coloni, attese a combattere la malaria, prosciugando paludi e stagni, e creando le opere difensive, atte in breve tempo a ridurre e, infine, spegnere il flagello.
Costru una casa ridente e spaziosa per la famiglia, parecchi lotti di baracche per i coloni, una cantina attrezzata con i mezzi più moderni,
una stalla; iniziò i lavori per far divergere le acque del Nasilo e di un minuscolo laghetto sorgente ai margini della foresta; tracciò la strada die doveva allacciare la fattoria alla provinciale ed alla lontana ferrovia. Furono piantati trecentocinquantamila piedi di vite, migliaia di alberi fruttiferi, un immenso canneto che sovvenisse autonomamente la vigna, un vivaio per innesti, un uliveto e, tra i filari, granturco, frumento, trifoglio incarnato, fave, piselli, patate, in quantità.
Quattro anni veramente eroici, per la somma di sacrifici che richiesero al padrone e ai coloni, trascorsero, senza né consacrare né deludere le grandi speranze che Calimera aveva nutrite. Il nemico maggiore restava, pur sempre, la malaria. Le opere compiute dall'animoso non avevano risanata totalmente la plaga, non avevano preservato i coloni, ingaggiati a condizioni di privilegio, dal cader tutti vittime delle febbri. Tra gli altri, c'eran rimasti presi lui, Mariano e Pietro, che avevan voluto, stando sul posto, e spartendo tutte le loro fatiche, dare un esempio di coraggio e di fede ai terrazzani pavidi. Si durava, a patto di cambiare ogni anno i coloni, i quali si scioglievano dai contratti di mezzadria, per tornare alle loro case. Non valeva a rincorarli lo spettacolo magnifico della brughiera che, di anno in anno, sollevava il livello delle sue maree verdi e gialle, e già prometteva il raccolto pieno; non il vantaggio
di tre parti su cinque concesso come privilegio al colono; non l'allettamento della libera caccia a cervi, caprioli, lepri, ad ogni sorta di selvaggina
nella foresta; non la gioia della pesca nelle acque del Nasilo e del laghetto ricche di lasche e di lamprede. Se ne partivano da quel paradiso della febbre(cosi dai coloni era stata denominata la campagna di Calimera), come disertori di una legione straniera, la cui ferma ideale e perfetta sconfinasse nella morte. Arrivavano alle loro case gialli e arsicci come falaschi, maledicenti e disperati.
Antonio Rupe si affannava a cercare per i paesi del circondario i terrazzani che colmassero i vuoti nelle file. Venivano i nuovi mezzadri, duravano un'annata, poi, a vendemmia finita, macinati dalle febbri, abbandonavano la terra, recando lontano il loro sgomento, la loro delusione
S'aggiunse, in quel torno di tempo, causata dall'eccessiva produzione, una crisi vinicola, che restò famosa per aver rinviliato i prezzi del mosto cinque lire la salma. I proprietari trovavano più vantaggio ad abbandonare i grappoli sui tralci che a vendemmiarli. Corse voce di agrari che, in mancanza d'acqua per irrigare le terre, adoperassero in sua vece il vino; i patti colonici quasi dappertutto furono risolti di comune accordo tra i proprietari che non cavavan dalle terre le spese di coltura e i contadini che si spaesavano in America in cerca di pane; il brigantaggio abbandonò le selve e le campagne e spadroneggiò nelle città piccole e grandi, guerrigliando con successo contro i baroni e le forze dell'ordine; si formarono eserciti di mendicanti che tramutarono le strade in processioni salmeggianti a tutte le ore del giorno; di pari passo con la miseria marciò il delitto contro le persone e le cose, e quella stanchezza che cerca la liberazione nella pazzia e nel suicidio.
Fu altres, quello, il tempo della grande speranza socialista. Le masse cercarono scampo nell'idea della rivoluzione proletaria. Videro in essa la terra promessa, e l'abbracciarono con cuore fidente.
In cosi grave frangente si trovò Antonio Rupe a dover sostenere il maggior peso della gigantesca battaglia, ingaggiata contro le forze cieche della natura e la resistenza non illimitata degli uomini. Da una parte, lui solo, malaticcio, deciso a morire al suo posto di combattimento, pur di non darsi vinto, dall'altra, un groviglio di cose inestricabili, contro cui si sarebbe spuntato qualunque eroismo: la malaria indomabile nutrita dalle paludi, dagli acquitrini, dalle fiumare, che seguitava a mieter vittime malgrado ogni previdenza idraulica e sanitaria; le cantine rigurgitanti di vino inutile; i quadri assottigliati dei coloni e la prospettiva di un esodo in massa dalle terre malate; la resistenza delle banche locali, le quali, fiutando il disastro, facevan difficoltà a rinnovar le cambiali e alzavano spietatamente il tasso d'interesse; l'ostilità aperta dei proprietari di Sarmùra, i quali vedevano nello svolgersi degli avvenimenti un castigo mandato da Dio a quella spocchia calzata e vestita di Antonio Rupe. Il dramma toccò il suo culmine il quarto anno di colonizzazione. Essendo tutta la tenuta messa a frutto, e il piano di bonifica al termine, i terrazzani, scorati dalla vilezza dei prezzi del vino, che tendeva a scender sotto zero, invece di riprendersi, e martellati dalla malaria, decisero di abbandonare in massa la campagna di Calimera. Fu inutile che il Maestro li scongiurasse di durare ancora, confortandoli con la notizia delle reti antimalariche, le quali, secondo le ultime previsioni scientifiche, avrebbero eliminato il pericolo; inutile che promettesse loro altri vantaggi oltre a quelli già acquisiti dai patti colonici; inutile che li minacciasse col fucile in un momento di tragica disperazione. I mezzadri non ne vollero sapere. Se la statura fisica e morale dell'uomo fosse stata meno imponente, l'avventura della colonizzazione di Calimera sarebbe finita in una strage. Invece, in un impeto di commozione, vinti dal dolore che alterava il viso dell'uomo indomabile, i terrazzani andarono verso Antonio Rupe che amavano profondamente, gli si buttarono ai piedi come davanti al Santissimo, gli chiesero per
dono, gli baciarono le mani, gli gridarono che l'abbandono di Calimera era una necessità di vita e non un capriccio di disperati, vollero convincerlo ad abbandonare anche lui quell'inferno, se voleva tornar vivo alla sua casa.
Quel gesto d'inaspettata sottomissione, di solidarietà ideale, abbatté la resistenza dell'animoso. Piegò il capo e lasciò partire i coloni dal primo all'ultimo. Quando li vide sparire oltre la cinta delle siepi fiorite, si prese la testa fra le mani e pianse.
Ma, il giorno dopo, eccolo partire come un'anima dannata per le più lontane plaghe a impegnare altre schiere di coloni, a ricominciare la fatica di Sisifo.
Trovò finalmente degli uomini che credettero in lui, ebbero pazienza; e la vittoria fu sua. Ultimata la bonifica, risanata totalmente la plaga, Antonio Rupe potè, ad un certo punto, illudersi di aver realizzato il sogno della sua vita. Se la crisi si fosse risolta, se la Malasorte si fosse stancata di tramare a suo danno, egli avrebbe potuto agevolmente, ed in pochi anni, pagare le banche, e vantare una delle più grandi tenute della Calabria.
La crisi infatti si alleviò l'anno dopo, e i prezzi cominciarono a salire. Ma non si stancò la Malasorte di tramare contro l'uomo forte. Vinta la guerra contro l'avversità naturale, ne cominciava una più grande per opera di nemici, di cui egli ignorava perfino l'esistenza. E questi gli avrebbero strappata Calimera dalle mani, l'avrebbero spinto all'orlo del suicidio infine gli avrebbero spezzata la vita.
Infatti il duca di Cantoria, nel momento in cui aveva concesso in enfiteusi il fondo ad Antonio Rupe, era di recente uscito vittorioso da una lunga causa contro i Lèuca, suoi parenti, che gli contestavano appunto la proprietà del possesso di Calimera. Ritenutosi, dopo la sentenza della Corte d'Appello di Catanzaro, esecutiva di diritto, proprietario definitivo della tenuta, egli s'era affrettato a concederla ad Antonio Rupe, il quale non aveva firmato il contratto ad occhi chiusi, ma dopo informazioni assunte all'ufficio Trascrizioni, dove il fondo figurava di proprietà di Lanzo di Cantoria.
Mentre durava la lotta per la colonizzazione delle terre, avveniva, parallelamente, che i Lèuca, non dandosi per vinti, denunziavano in Cassazione il giudizio della Corte di Catanzaro, e ottenevano, in seguito a pressioni di ogni genere, e ad una vera mobilitazione di avvocati principi, la cancellazione della sentenza e la rimessione di essa alla Corte d'Appello di Napoli. Quest'ultima accoglieva l'appello dei Lèuca contro il duca di Cantoria e toglieva a costui la proprietà della tenuta. 
Confermava la Cassazione il giudizio, rigettando il ricorso del duca, e, in conseguenza di esso, i vincitori rescindevano il contratto di enfiteusi e scacciavano, da Calmiera, Antonio Rupe.
All'annunzio della sciagura, questi credette ad un tiro di pessimo gusto giocatogli dal duca. L'andò a trovare, limato dalla disperazione, e si senti dire dal gentiluomo che era troppo amareggiato per sé, dopo la sconfitta patita, per potersi prendere anche i guai degli altri. Vantò la sua buona fede; si disse vittima degli avvocati, i quali non gli avevano spiegato che la sua prima sentenza era soltanto eseguibile ma non definitiva; costoro lo avevano tradito con le loro chiacchiere; e, insomma, non poteva che compiangere Antonio Rupe, per quanto ritenesse che fosse una fortuna per lui l'abbandono di Calimera dopo le esperienze di quegli anni e la perdurante crisi.
Non rimase ad Antonio Rupe che procedere contro il duca perché lo tutelasse dall'evizione sofferta, o, in difetto, per il risarcimento dei danni. Ma la perdita di Calimera fu il colpo mortale per lui.
I giorni ch'egli trascorse nella tenuta in fiore, prima d'abbandonarla per sempre, furono i più tremendi della sua vita. Non altrimenti il fatto dell'Aspromonte aveva, con il suo corteo di amarezze, abbreviata la vita del padre suo. Se Mariano e Pietro non gli avessero fatta violenza per strapparlo dal paradiso, non più malato, ma risanato da lui, e perduto per un tranello del destino, egli si sarebbe scavata la fossa con le sue mani per seppellirvisi vivo. Ritornò a casa vecchio di cento anni, e per settimane e settimane se ne stette silenzioso e distaccato da tutto. Quando la morte venne a bussare alla sua porta, egli certo l'accolse con cuore riconoscente.
Lasciava la famiglia in uno stato disperato, un uomo come lui che, in cinquant'anni, non s'era mai dato pace, non s'era concesso uno svago; un uomo che s'era fatto del lavoro una concezione da missionario, che l'aveva inculcata ai figli come fine, e non come mezzo, dell'esistenza. Un uomo che, nella vita, non aveva mai conosciuti né uomini né casi, ma, unicamente, idee morali da servire. Un uomo che, per soccorrere l'innocenza perseguitata, si sarebbe fatto segare; che, davanti all'ingiustizia, palese od occulta, di cui lui stesso, od un altro, fosse stato vittima, avrebbe dato fuoco ad una polveriera.
Tener duro fino alla morte ad una concezione morale del mondo, e, su quella, misurare ogni atto, sia pur minimo e sotterraneo della propria vita: ecco l'insegnamento che restava ai figli, insieme con la miseria vestita di nero. Lasciava loro un'infinità di debiti, molte liti contro privati ed enti, originate dal suo bisogno di giustizia assoluta, e perseguite con 
animo di credente. Tra le altre, la causa per risarcimento di danni contro il duca di Cantoria. Una causa vinta all'apparenza, ma complicata dall'imbrogliata situazione patrimoniale del duca, il quale, per giunta, moriva due anni dopo, aprendo una successione numerosa, ed estendendo la lite a sei, sette eredi, sparsi qua e là per l'Italia, ed uno perfino in India.
Con quali modeste forze potessero, gli orfani, condurre quelle diverse battaglie contro avversari potenti e spietati, si può immaginare. Eppur si durò e si dura. Non sempre il pane sulla tavola c'è, ma i soldi della carta bollata saltan fuori. Un miracolo. E la fantasia evade dalla realtà per immaginare i modi del trionfo finale sui nemici, delle fortune ristorate. Calmiera diventa, nelle parole che la rievocano, il ritorno ideale al regno perduto; la massima speranza degli orfani. Se riuscissero, vincendo la causa, a farsi indennizzare il danno emergente e il lucro cessante (son termini, codesti, che a furia di sentirne parlare, in casa, anche Milord sa a memoria) non sarebbe questo un riconquistare Calimera nello spirito, anche se, nella realtà, essa resta di coloro che se la guadagnarono a colpi di carta bollata e di intrighi curialeschi, non col sudore della fronte e le nottate insonni?
Come s'accendon nello sguardo Mariano e Pietro quando parlan di Calimera! Essi sono i più vicini di tutti alla tragedia, han preso le febbri che ancora li tormentano, hanno seguita, ora per ora, l'odissea paterna fino all'incredibile epilogo. Quando narran delle cacce nella foresta, alle quali hanno spesso partecipato, diventano per i fratelli minori i cacciatori delle favole. Li stanno ad ascoltare con il cuore in gola e gli occhi umidi, e li bersagliano, tratto tratto, di domande. Cervi, caprioli, donnole, furetti, volpi, camosci, e perfino cinghiali e bufali, c'erano nella foresta, che saliva con le sue ondate di pini, di cerri, di castagni, di querce, l'Appennino. I più famosi cacciatori della Calabria vi convenivano per far preda. Andare a caccia grossa nella foresta di Calimera significava, per il novizio, quello che è, per l'alpino, il conquistar la penna al cappello.
E E tutto questo era di loro. Tutti quegli animali erano i loro, Com'è loro Milord, il quale, poveretto, sta ad ascoltare i racconti di Mariano e di Pietro con un occhio aperto e l'altro no. Era di loro, ed oggi non hanno neppure una coppia di colombi da mettere a figliare in un cantuccio del giardinetto che c'è dietro la casa.
Ora gli orfani vanno a dormire, per non sentire la malinconia che somiglia a un sottile mal di denti, diffuso per tutta la persona. Leto si corica in un lettuccio accanto a Nèoro, nella stanza che li vide entrambi nascere. Prima di addormentarsi, il più piccolo chiede al fratello maggiore se gli fan paura le bestie feroci, che tali egli considera i cinghiali e i bufali della foresta di Calimera. Nèoro risponde di no, ma l'altro è persuaso ch'egli fa per guapperia .
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CAPITOLO 4.
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Pietro dorme a Fracà per risparmiarsi il cammino dalla casa al podere. Mariano gli porta al mattino il pane ed il resto, quando c'è. E se non c'è, Pietro non fa meno feste al fratello. I guai incominciano se manca il pacchetto di trinciato, e, in difetto di esso, almeno quel po' di tabacco da fiuto che serve a dare l'illusione della sigaretta. Allora, per tutto il giorno, il giovine resta aggrondato, e guarda la vigna spoglia con un rancore di schiavo alla catena.
Gli fan compagnia, per alcune ore della notte, l'impiegato della vicina cantoniera, tal Cosimo Scarcella, e Celi, il guardiano del podere. Mentre questi dorme in cantina, su un pagliericcio, a lato di Pietro, l'altro, dopo esser rimasto fin quasi alla mezzanotte, per far la partita a terziglio con i due amici, raggiunge la cantoniera dove abita con la moglie e un bambino di pochi mesi. Della moglie, Sara, Cosimo è gelosissimo, e le vieta, pur nel deserto in cui vive, di affacciarsi alla finestra che dà sulla strada ferrata e sulla scorciatoia di Sarmùra. Le lascia però libera la finestra a mare. E, là, la poverina, quando non è al pozzo a lavare, o, in cucina, a trafficare, se ne sta tutto il giorno a cucire, guardando ora i trabaccoli lontani che, con le vele contro vento, paiono ubriachi, ora la sveglia, che l'avverte dell'avvicinarsi dei treni, ai quali deve presentar la bandierina verde del rallentamento, in vista del ponte sul Metauro.
A Pietro riesce di vederla, un giorno, per caso. Il marito è partito su un carrello, per fareacqua a Gioia, e portarla a tutti i caselli dislocati tra Sarmùra e il suo. Per rifarsi delle continue angherie, la donna è da un pezzo alla finestra proibita, e guarda con occhi di nostalgia la piana che da Fracà si stende fino a Monteterso, e più oltre.
Pietro si avvicina alla cantoniera per chiedere un boccale d'acqua, e cosi può veder da vicino la donna, la quale risponde al suo saluto col miglior garbo, sapendolo amico del marito.
Il guardiano, che ha dipinta la reclusa come una vera bellezza, non ha certo esagerato. Pietro, sorpreso di trovare una cosi splendente creatura che lo guarda con interesse, e quasi con simpatia, arrossisce come un ragazzo preso in fallo. La donna si accorge del suo turbamento, e, come
 se si mirasse in imo specchio, si ravvia con rapido gesto i capelli, che le cascano disordinatamente sulla nuca. Dice Pietro:
- Mi spiace, comare, di darvi un disturbo, ma alla cantina non abbiamo acqua da bere. Quella del pozzo è torba...
- Venite pure... Ve ne darò un po' della mia... Me l'han portata col carrello ieri... Quale disturbo volete che sia?
Dice, e scende prontamente giù abbasso. Si mostra sulla soglia in tutta la vivezza della sua avvenenza. Il corpo della donna è almeno bello quanto il suo viso. Un po' piccolino, ma mosso e spiccato: uno di quei corpi che, anche sotto il rozzo arbascio, mostrano la festosità delle loro linee; di quelli che disegnano sulla veste che li ricopre una vaga morbidezza di movenze, l'incavo del grembo e l'onda delle mammelle. E' bianca di carnagione, ed ha sui capelli un oro rosso, che ricorda certi cieli settembrini sul tramonto, allorché l'estate lenta a svanire dà le sue serate di addio con una magnificenza riassuntiva e miracolosa.
Pietro la sta imbambolato a guardare col boccale teso. Finalmente si muove, e le si avvicina.
- Vostro marito vi avrà detto qualcosa di me... Son molto contento di fare la vostra conoscenza... E' la prima volta che vi vedo... E son più di venti giorni che dormo qui alla vigna...
La donna risponde con un sorriso gentile. Ha paura di parlare, vorrebbe forse dirgli che anch'ella è contenta di vedere qualche essere umano dopo tanta solitudine, ma non osa. Gli dà l'acqua attingendola da una gran quartara piantata nella terra, e, pur sapendosi intensamente osservata, non alza mai lo sguardo su di lui. Pietro ringrazia, e fa per andarsene.
- Non mi ringraziate per cosi poco - dice lei quasi seria. Però che Cosimo non sappia che siete venuto qui. Son tanto curiosi uomini...
- Non dirò nulla... Non dubitate. E state sicura che non vi disturberò più. Mi dispiacerebbe se per causa mia...
- Voi non avete nessuna colpa... Venite anzi a chiedermi l'acqua le volte che ne avrete bisogno. Un favore tra persone che stanno in deserto come questo, è un peccato non farlo, potendo... Però, Cosimo è tanto strano... Ed allora è meglio non dir niente... Avete capito? Pietro promette. E, dopo averla salutata con un inchino, se ne va. quel giorno, in tutti i momenti di libertà che gli lascian le colture, occhi del giovane puntan la finestra sbarrata della cantoniera, nella speranza di vedere apparire la reclusa. Cosimo, il marito, ronza nelle vicinanze, e basta la minaccia di un suo arrivo improvviso, perché la
moglie si guardi bene dal trasgredire i suoi ordini. Pietro andrebbe a chieder l'acqua dieci volte al giorno, se non lo trattenesse la paura di farsi scoprire da Mariano e dal marito contemporaneamente. E, se anche fosse disposto a sfidare questa doppia temenza, ci sarebbe sempre l'ostacolo insormontabile del possibile male che una sua mossa imprudente potrebbe recare alla donna. Perciò ci rinunzia.
Il cantoniere sèguita a venir tutte le sere, e parla raramente di sé e della moglie. Pietro cerca con mille sotterfugi di saper qualcosa della coppia, ma ben poco riesce a strappare a quella gatta morta di Cosimo. Può ricostruire che la donna è figlia naturale di una grossa proprietaria della Piana, la quale l'ha buttata alla strania in fasce. Adottata da una povera massara, ella si era decisa a sposare il ferroviere, per sfuggire a misteriose minacce della Malavita del suo paese.
Passano alcune settimane, senza che la situazione muti. Per due volte Pietro, rasentando il passaggio a livello, vede in fugacissime apparizioni la donna dietro i vetri della finestra. Ma non saprebbe dire se ella ha risposto al suo saluto o no, tanto è stato rapido l'incontro degli sguardi.
Divorato da una strana ansietà, egli tenta di avvicinare con un pretesto il marmocchietto della coppia, il quale spesso, nelle ore di sole, è lasciato in una rozza culla a scaldarsi sulla soglia del casello. Ma, sul più bello, appare Cosimo che guarda sorpreso e sospettoso l'importuno.
- Ma non gli fa male il sole a questo bambino? dice Pietro facendosi un po' rosso in viso. Mia madre raccomanda sempre di riparar la testa ai bambini in fasce.
- Il sole non ha mai fatto male a nessuno - risponde Cosimo asciutto. Però vi ringrazio lo stesso.
- Non c'è di che... Sapete, son delicati, questi benedetti bambini...
- Già... asserisce l'altro freddamente. E vuol far capire che considera l'incidente chiuso.
Pietro aggiunge ancora qualche banalità, poi si decide a rientrare nella cantina. La sera Cosimo non viene a fare la solita partita a terziglio. Tratto tratto si sente gridare nel casello. La brezza che spira dal mare è come una scacchiera sonora, dove i silenzi si alternano ai clamori. Pietro aguzza l'orecchio, ma non percepisce alcun suono distinto.
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CAPITOLO 5.
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Da qualche giorno, Mariano si accorge che Concetto non è quello di sempre. E' scuro in viso, non sorride più, lavora senza fiatare, non urla neppure se gli uomini rubano sull'orario, non si strappa i capelli se i compratori contestano la pesata della calce. C'è, insomma, in lui qualche cosa che non funziona.
Mariano lo prende da parte e gli chiede che cosa gli frulla per la testa, di confidarsi con lui che farà il possibile per aiutarlo. E Concetto:
- Non c'è che la morte che mi possa aiutare. Ormai l'ho capita e non aspetto che quella.
Gli dà Mariano un'amichevole scrollata:
- Lo sapevo ch'eri bestia. Ma fino a questo punto non avrei creduto. Un uomo della tua età... Non ti vergogni?
Concetto tentenna il capo sconsolato. Non ha neppure il coraggio di guardare in viso il padrone. E tace.
- Che cosa ti manca, si può sapere?
Concetto continua a tacere. Il suo viso molliccio pare distendersi sulle ossa facciali, e sommergerle in un vano tentativo di consistere.
- Non vai d'accordo con Nina, non ti vuol bene?
- Mi vuol bene, Don Mariano... Ma non si tratta di questo...
- Di che si tratta? E' un segreto che non mi vuoi dire? Se è cosi non parlo più...
Il silenzio di Concetto dice a Mariano che la sua curiosità ha toccato l'estremo limite di un pudore che qualunque parola sciuperebbe. Crede di capire, e svia il discorso.
Concetto ritorna al suo lavoro più nero che mai. Da un lato ha piacere che Don Mariano abbia toccata la piaga. Dall'altro si sente umiliato e irritato.
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CAPITOLO 6.
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Uscendo dall' Immacolata, sull'angolo della casa dei Ruffo, Lina ed Orsa incontrano un signore, di press'a poco trent'anni, che, ogni domenica da un mese e più, se ne sta con evidente intenzione a vederle passare anche se diluvia o tira la tramontana. Egli accenna un timido saluto col capo, pago di farsi notare dalle due sorelle che l'osservano senza interesse, soltanto con curiosità.
Il signore non è di Sarmùra. Orsa conosce di vista i galanti del paese, e può escludere che, sul viso dell'ammiratore, ci sia l'aria municipale, e quello speciale vaiuolo della salsedine che stacca la gente che vive sul mare da quella che s'accampa sulla pianura o sulla montagna. Del resto basterebbe notare com'è vestito lo sconosciuto per giungere alla medesima conclusione. Non ce n'è di cosi eleganti a Sarmùra. Il soprabito del giovane rivela all'occhio esperto di Orsa il taglio del maestro cittadino. E, dopo il soprabito, il cappello, la cravatta, le scarpe: tutto dice che l'adoratore è un gentil fiore di città.
Ch'egli sia là di fazione per Lina, appare chiaro una mattina che Orsa esce dalla chiesa con Gilda, essendo la sorella maggiore rimasta a casa indisposta. L'ammiratore non solo dice, allo sguardo spento, che non c'è la luce degli occhi suoi, ma, rinunziando, secondo il suo solito, a seguir le sorelle in Villaper poterle incontrare più volte lungo i viali, fa capire che vuole evitare ogni confusione sui suoi sentimenti.
Arrivata a casa, Orsa comunica la sua scoperta alla sorella, la quale dice sorridendo:
- Confessa che sei delusa... Credevi che fosse là per te, eh?
- Veramente non mi sarebbe dispiaciuto - risponde Orsa con la sua voce buffona. Mi pare un giovane signorile e simpatico... Però, l'avessi visto com'è rimasto non vedendoti al mio fianco...
- Com'è rimasto, dimmelo...
- Era più buffo di un lume a mano. Pareva uno di quei cani da mendicanti che starno ritti sul sedere, il piattino in bocca e una cuffietta in testa, a chieder l'obolo...
- Ora mi butti giù l'amor mio... Paragonarlo ad un cane, via! In te parla evidentemente la gelosia...
- Può darsi... Ma ti assicuro che non era più lui... Neanche se gli avessimo detto ch'eri moribonda, avrebbe fatto un viso più pietoso. Ti esorto da oggi a non mancare per nessuna ragione all'appuntamento della domenica. E' carità cristiana, dopotutto.
Gilda, entrando, sente parlare di appuntamenti e rizza le orecchie. Le sorelle seguitano la parte fingendosi imbarazzate, e come sorprese dalla sua presenza. Gilda non tarda a intuire di che cosa si tratta, e a smascherarle con voce di trionfo.
- Il segreto di Pulcinella, mie care. Sarà un mese che vi sento parlare del cascamorto che fa da paracarro alla casa dei Ruffo. Stamattina poi l'ho veduto. Si salva perché non è di Sarmùra, ecco tutto. Ma niente di straordinario. Sarà qualche impiegatuccio del tribunale o dell'esattoria. O nella migliore ipotesi qualche professore di ginnasio. 
- Vorrei che ti facesse la corte, allora ti sentirei cantare... dice con voce scanzonata Orsa. E Gilda di rimando:
- Aspetto di vedere come ti comporterai tu quando ti faranno la ruota. Per me c'è tempo. Ho altro per la testa che queste sciocchezze...
- Le chiama sciocchezze - ribatte gaiamente Orsa. Sciocchezze i matrimoni... Se non c'è cosa più seria al mondo... Tant'è vero che se ne fan cosi pochi, e quei pochi il più delle volte fanno acqua...
L'entrata della mamma svia il discorso. Che però riprende poco dopo, appena Donna Maria è uscita. Soggiunge Orsa conciliante:
- Ora le discussioni sono inutili. Per me l'importante è sapere chi è quel signore che ogni domenica ci fa la posta. A me sembra una persona molto per bene. Comunque, posso sbagliarmi... Ed è per questo che...
Lina non pare interessarsi troppo alla faccenda. Ella da qualche tempo non sta bene. Il medico afferma che si tratta di esaurimento nervoso. E forse non è che malinconia. Dice la giovane, soffocando a fatica uno sbadiglio:
- Ma lascialo perdere... E' qualche forestiero che vuole occupare cinque minuti della sua domenica... Il giorno in cui, informatosi su noi, sentirà puzzo di miseria, prenderà il primo treno della notte, e sarà bravo chi lo potrà raggiungere.
- Non son del tuo parere - obietta Orsa. Non tutti gli uomini sono gli stessi... Il solo fatto che quel signore ricordi alla lontana Tristano, che è biondo e robusto come lui, ha la stessa struttura di viso, ed una bocca che par presa a prestito dalla sua, è già un buon segno. Può darsi che non pensi alla dote... Tra l'altro, potrebbe essere straricco... Perchè escluderlo?
- Non escluderlo affatto... Io ti annunzio - dice Lina - che puoi da questo momento contar su di me... E anche tu, Gilda... A suo tempo fatemi sapere le somme di cui avete bisogno.
- Io mi contento di farti da buffona di corte... dice Orsa ridendo.
- Quello è un mestiere che fa per me.
- Che scervellate... conclude Gilda. Però, se vogliamo sapere, a titolo di curiosità, chi è lo sconosciuto, incarichiamo Nèoro della faccenda. E' il più adatto. Egli avrà modo di sperimentare domenica prossima le sue superbe qualità di detective.
- Vada per Nèoro - grida giubilante Orsa. Purché tenga il segreto, altrimenti potrebbe scoppiare uno scandalo...
Gilda garantisce per il suo protetto, e s'incarica lei stessa di parlargliene. Ciò avviene in settimana. Culo di Ferronon accetta l'incarico, Senza prima essersi accertato che esso è perfettamente lecito, ed anzi,
per certi riguardi, necessario. Promette di essere circospetto più che può, e non tarda a farsi una coscienza da Nat Pinckerton alle prese con qualche bandito che si sia innamorato di due sorelle, contemporaneamente.
La mattina di domenica, il piccolo ha un bel daffare per sbarazzarsi di Leto, che lo segue dappertutto, come un angelo custode, non essendo di servizio alla fornace. Riesce, ad un certo punto, ad uscirgli di tiro con un sotterfugio, ed allora si apposta in una delle laterali della piazzetta di San Rocco, aspettando l'uscita delle sorelle dalla messa.
Al termine della funzione, il signore che risponde ai connotati datigli da Gilda, raggiunge il suo osservatorio sull'angolo della casa dei Ruffo, e vi si ferma. Culo di Ferroassiste alla scena dello sguardo fatale tra il giovane e le sorelle. Lina e Orsa vanno in Villa , e lo sconosciuto dietro. Nel viale a mare i tre s'incontrano, ed è ancora la stessa scena muta. Nèoro osserva tutto da lontano, e si deve alla promessa fatta a Gilda, se non affronta l'adoratore con fiero cipiglio e magari un sasso alla mano. Finalmente le sorelle rientrano in casa, ed egli può seguire le piste del nemico, più calmo.
Dopo aver fatto più volte il Corso, lo sconosciuto prende la strada maestra, e raggiunge gli uffici del Genio Civile, dove entra. E' un ingegnere del Genio Civile. Avrei dovuto immaginarlo dice tra sé e sé Nèoro. E si dispone ad attendere pazientemente che il suo uomo esca. Che cosa farebbe Nat nel mio caso? si domanda, e la mente gli suggerisce le più complicate possibilità. Forse entrerebbe, e cercherebbe con un pretesto di sapere, magari parlerebbe con l'ingegnere diretta-mente, senza rivelarsi. Nat, ma io non sono Nat. Io m'impappinerei, e farei una frittata. 
Ma, dopo un po', egli si stanca di attendere, ed entra.
Giacché è domenica, al Genio Civile non c'è nessuno. Dopo aver gironzolato per gli uffici deserti, finalmente Nèoro fa capolino in una stanza, in fondo alla quale, curvo su una grande tavola da disegno, il compasso alla mano, l' ingegneresta lavorando tranquillamente. Sentendo aprire la porta, egli volge il viso sul visitatore:
- Chi è? chiede con voce squillante.
- Amici... - .risponde Nèoro franco, avanzando. Vorrei parlare all'ingegner Romanelli. E' lei?
- Non sono io... Posso anche dirti che al Genio Civile di Sarmùra non c'è nessun Romanelli...
- Non c'è? Credo che lei si sbagli... Mi hanno assicurato che è qui. Vengo da Gioia per cercarlo.
- Ho paura che te ne ritornerai con le mani vuote... Sei di Gioia, tu?
- Non di Gioia precisamente, ma di un paese vicino... Invece lei è dell'Alta Italia, lo si capisce chiaramente...
- Da che cosa lo si capisce?
- Dall'aspetto, dalla voce, e, insomma, da tante altre cose...
Il sicuro parlare di Nèoro fa un'ottima impressione all' ingegnere . Egli considera con simpatia il moretto che gli sta davanti, che ha la lingua pronta e l'occhio acuto. Dice sorridendo benevolo:
- Ti faccio i miei complimenti... Sei piccino ma pieno di senno... Son proprio dell'Alta Italia...
- E' ingegnere al Genio Civile, vero?
- No, son soltanto geometra.
- Non è lo stesso? Io credo sia lo stesso. Da noi son tutti ingegneri...
- Fa' come vuoi... Per ciò che te ne viene puoi pensare che io sia quel che più ti aggrada.
Resterebbe a questo punto da fare il più: chiedere il nome al geometra. Ma Nèoro non sa come arrivarci, senza dar sospetto. Nel suo caso Nat avrebbe un'idea. Ma lui non è Nat. Per lo meno non è ancora Nat.
Dopo esser rimasto incerto per qualche secondo, Culo di Ferrofa Fatto di andarsene.
- Dato che non abbiamo più niente da dirci...
- Pare anche a me... risponde il geometra.
- Le piace molto il disegno? Anche di domenica lei non riposa... E' ammirevole
- Che bel tipo... dice scoppiando a ridere il giovane. Non se 
vedono tutti i giorni di tipi come te... -
- Le son dunque simpatico? Tanto meglio. Anch'io, spero, a te...
- Cosi cosi... Prima di dir simpatico a uno lo voglio conoscere...
- E non hai torto... Tra me e te sei più giudizioso tu...
- Ora bisogna proprio che me ne vada... Scusi tanto il disturbo,
- signor geometra...
- Non c'è di che...
- Se ritornerò a Sarmùra, verrò a farle una visita...
- Te ne sarò proprio obbligato...
- Di chi debbo chiedere alla porta?
- Di Renzo Cortaldo, capo geometra. Se hai bisogno di me, sono a 
disposizione.
La ringrazio tanto... Non si sa mai... Si può aver bisogno di tutti a questo mondo....
- Proprio cosi... Da questo momento siamo già mezzi amici...
- Ed allora stringiamoci la mano.
Nèoro va incontro a Cortaldo con la mano tesa. L'altro gliela stringe calorosamente.
- Sei un ragazzo straordinario... Sono proprio contento di averti conosciuto.
- Anch'io... Non ho trovato l'ingegnere che cercavo, ma non importa...
- Dimmi ora il tuo nome, perché lo metta nel novero dei miei amici...
Nèoro non ha un attimo d'indecisione:
- Culo di Ferro . Mi chiamano cosi. E' il mio nome di battaglia. E' inutile che le dica quello vero...
Cortaldo non fa in tempo a rimettersi dallo stupore che il piccolo, salutato il nuovo amico alla militare, parte per comunicare alle sorelle il risultato della sua delicata missione.
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CAPITOLO 7.
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Dal giorno che Pietro ha tentato l'infelice approccio col suo bambino, Cosimo, il cantoniere, non è più andato a fare la sua partita serale a terziglio. Evidentemente, messosi in sospetto di Pietro, ha voluto tagliar corto ad ogni dimestichezza che potesse favorire una stretta amicizia tra loro. La donna, il giovane, la rivede per caso un mattino che il marito è partito alla volta di Sarmùra, per caricar ghiaino. Presosi il bambino in braccio, la casellante chiude la porta di casa, e se ne scende per un viottolino al mare. Come vi giunge, siede sulla gobba di uno scoglio, e se ne sta a respirare l'aria mattinale e la solitudine con una fissità di allucinata, il bambino addormentato in grembo, e la testa fra le mani. Rimane in quell'immobilità di statua per quasi un'ora, e solo il pianto del piccino che cerca il seno la scuote dal suo trasognamento.
Si accorge, al ritorno, di Pietro che la osserva dalla cima d'una guardiola , piantata tra due eucalipti giganti come in uno scenario di fiaba. Gli sorride vagamente, facendo solecchio con le mani, e risponde con voce velata al suo saluto.
- Bella mattinata... - dice lui, pieno di speranza. Neanche in pieno agosto il mare ed il cielo son cosi calmi... E' scirocco...
- Si, scirocco. Si dormirebbe con le finestre aperte... Il mare è cosi calmo che si potrebbero contar le pietre nei grondali...
Pietro aspetta che la donna superi l'erta per riallacciare il discorso, ma, com'è al piano, ella, quasi una voce interna l'incitasse, affretta il piede, e non dà tempo al giovane né di parlare né di avviarsi a lei. Quando sta per sparire, oltre la muraglia spinosa dei fichidindia, si volta, e fa a Pietro un amichevole cenno di saluto.
- Salute, comare! risponde lui malinconico. E, appena è scomparsa, deve farsi forza per non correrle dietro, e guardarla, almeno, finché non rientri nella prigione.
Un'altra volta Pietro vede la donna mentre lava al pozzo. E' una giornata gelida che contropela persone e cose. C'è nell'aria una lucentezza che pare l'unica possibilità di profumo del freddo. Le mani della lavatrice sono rosolate dall'acqua ghiacciata. Da un pezzo ella strizza, stropiccia, torce, inconca. Forse ha la schiena rotta, e il sudore le si gela addosso, tuttavia sèguita meccanicamente la sua fatica come se il mondo fosse racchiuso in quel monticello di biancheria sporca da lavare. Il marito dev'essere lontano, giacché, se si trovasse al casello, monterebbe di guardia al pozzo.
Dopo esser passato più volte lungo la ferrovia, smuovendo sassi e bruciando ortiche, nella speranza di farsi notare, finalmente Pietro si decide a salutare ad alta voce la vicina:
- Buon giorno, comare... Con questo freddo lavate... Come non vi gelano le mani?
La moglie del cantoniere solleva il capo interdetta, come se stentasse a riconoscerlo. Poi dice:
- Mi gelano, ma giacché la biancheria debbo lavarla in tutti i modi...
- Brutta miseria... Una donna come voi costretta a far questa vitaccia... Stringe il cuore a pensarci.
La donna accoglie le parole del giovane con viso di pena, e improvvisamente il suo sguardo diventa duro, quasi cattivo.
- Voi non sapete il male che mi fate cercando di vedermi e di parlarmi. Vi prego di lasciarmi in pace. Già troppo soffro per causa vostra...
- Per causa mia? risponde Pietro turbato. Son veramente dolente, e vi giuro che da questo momento non mi vedrete più...
- Non vi vedrò più... dice lei riprendendo il suo solito viso trasognato, e parlando a se stessa. Meglio che non vi veda più.
China il capo sul petto, e riprende a lavare come un autòma. Né risponde al saluto d'addio di Pietro, il quale è più commosso da un commiato di questo genere, pieno di paura d'amare, di palpiti segreti, forse inconfessati, che da una promessa allettante e certa.
Questo episodio ha un séguito inaspettato. Verso sera, mentre Pietro
seduto davanti al fuoco legge e fantastica, entra scarmigliata e piangente, col bambino in braccio anch'esso gemente, Sara, la moglie del casellante.
- Signorino - dice con voce convulsa - aiutatemi! Hanno arrestato mio marito. Lo accusano di avere rubato alla ferrovia... Io vi giuro ch'è innocente, ch'è incapace di queste cose... Sola, son restata sola... E' meglio che mi vada a buttar dal Ponte... Come posso campare?
Pietro cerca di calmare la povera donna, la fa sedere al fuoco, le dà una tazza di caffè, poi la prega di informarlo con la maggiore precisione del caso.
- Non so nulla, nulla... Lo infamano di aver tenuto il sacco, l'altra sera, agli spiombatori d'un carro di grano in partenza da Sarmùra. Dicono che hanno le prove della sua complicità... Lui sarebbe anzi l'istigatore... Menzogne! Cosimo è una vipera per tante cose, ma, quanto a onestà, è puro come l'ostia consacrata.
- Come avete saputo la notizia?
- Me l'han portata i carabinieri or ora... Son venuti a perquisire la casa, han guardato perfino dentro i materassi, nella fodera dei vestiti, han messo tutto a soqquadro... Che rovina... E' un miracolo se non mi hanno portata in galera con questa creatura...
Dopo aver riflettuto un momento, Pietro dice:
- Bisognerà avvertire i vostri parenti e affidare la causa a un avvocato. Vi consiglierei mio fratello Cino. Però siete voi a decidere.
- Io? Che cosa posso decidere io? Non ho parenti, non ho nessuno al mondo. La poveretta che mi ha cresciuta morì due anni fa... Cosimo ha un fratello, ma è in America... Sono sola con questo innocente...
- Non vi disperate... Vi aiuteremo nei limiti del possibile. Mio fratello Cino si occuperà di vostro marito, vedrà di fargli dare la libertà provvisoria. Secondo me, non dovrebbe essere impossibile... E insomma tutto si aggiusterà. Ma voi dovete farvi coraggio, diamine.
Le parole di Pietro danno un po' d'animo alla meschina. Ora che si asciuga le lacrime, che si rialza i capelli spiovuti sulla fronte, che si va ricomponendo nella luce del volto appannato dal pianto, che sorride al suo bambino, per rasserenarlo, sta ritornando lei, Sara, la bellissima. Tuttavia ella resta inquieta. Lo si capisce a certe occhiate vuote scentrate che butta qua e là, come se vedesse ogni cosa per la prima volta.
- Quando si può avvertire vostro fratello? E' meglio non perder tempo... domanda con un fil di voce.
- Anche subito... risponde Pietro. Se volete vi accompagno a Sarmùra. Però, son due ore di cammino, ed è già tardi...
- Non importa... Questa notte non avrei coraggio di star sola al casello... Partiamo, non perdiamo tempo... Come vi potrò ricompensare per questo bene che mi fate? Io che stamattina vi ho dette tante parole cattive..
- E le segnalazioni ai treni chi le fa? obietta Celi. State attenta a non commettere qualche sciocchezza...
La donna si batte la fronte, sconsolata, e si fa pallida pallida:
- Avete ragione! Me n'ero scordata... Non posso lasciare il casello.
Ora Sara ricade nella sua ossessionante tristezza. Il bambino è come il termometro della sua angoscia. Sente la madre vacillare, e sta per piangere. Pietro e Celi si guardan negli occhi per consultarsi.
- Vado io a Sarmùra - esclama Celi. E dico all'avvocato che scenda domani. Cosi vi potrete spiegare. Questa mi pare la miglior cosa.
- Voi o io - mormora Pietro. Non c'è altro da fare. Se volete che vada io, sono ai vostri ordini, comare.
Sara fissa il giovane Rupe con un'espressione di supplica nei grandi occhi celesti:
- Si, è meglio che andiate voi... Voi lo convincerete ad agire subito. E per domattina vi aspetto al casello. Mi venderò, se occorre, la lana del letto per pagare vostro fratello...
- Per questo non datevi pensiero. Cino Rupe è l'avvocato dei poveri. Se amasse il danaro non sarebbe quello che è.
Poco dopo Pietro accompagna Sara alla cantoniera, le raccomanda fraternamente di star calma, di non temer di nulla, la rassicura che Celi farà per la notte da guardiano anche al casello, le stringe la mano affettuosamente prima di partire.
- Avete dimenticate le parole di stamattina? chiede lei con una leggera ansia nella voce. E lui:
- Le ho dimenticate. Più amici di prima... Arrivederci a domani.
E se ne va. Per tutta la strada gli parrà di sentire la vibrazione della mano di Sara nella sua. Sarei innamorato di quella donna? si chiede a un tratto stupito. Se pensa all'emozione che lo prende nell'incontrarla nel rivolgerle la parola, nell'udir la sua voce, non può che concluder di si. Ma se egli mette nell'altra bilancia la solitudine di Fracà, la vita penata nella vigna, le sue notti agitate, troppo spesso visitate dalle torbide larve del sesso; s'egli pensa che qualunque donna sarebbe la benvenuta, per la speranza di evadere attraverso lei, dal grigiore della vita povera, deserta di qualunque attesa: allora Pietro è tratto a concludere che non Sara è quella che lo riempie di batticuore o di desiderio, ma il
bisogno vago misterioso della femmina, frutto della giovinezza e del sangue caldo.
Di femmine egli, come Mariano, come Cino, come forse Tristano, non ha conosciute che quelle meschine dei bordelli, nella pesante atmosfera della degradazione maschile e della frettolosa menzogna fomicaria. Rosa, la Pazza , e Paola, detta Veneranda , queste due povere cialtrone, che recitano da anni la loro miserabile commedia amorosa per tutta la gioventù di Sarmùra, ebbero anche la loro castità. Se qualche volta egli ed i suoi cercarono a Messina e Reggio un'estrema illusione sulla donna e sul piacere del sesso, ne tornarono a testa bassa come cani bastonati. Se quello era l'amore, si poteva salire sulla colonna come San Simeone. E lasciarsi morire di fame, senza accettare neppure il pane recato dalle colombe sulle bianche ali.
L'ami o non l'ami, è certo che Sara mi turba. La sua presenza mi mette la smania addosso. Anche or ora, che era si dolente e staccata da tutto, ho dovuto farmi forza per non tradire l'orgasmo che mi dominava. Purché tutto questo non vada a finir male. Sento in me una forza latente che cerca la sua strada. 
Questa riflessione riempie il cammino di Pietro. A un certo punto, il sospetto che Celi, rimasto padrone del campo, possa approfittare della donna indifesa, e forse, chi sa, accogliente, per uno di quei tranelli che servono molto spesso alle femmine per misurarsi, ferma il giovane in mezzo alla strada. Egli vince agevolmente quel dubbio col ricordo dello sguardo supplichevole di Sara nel chiedergli di recarsi lui, in persona, da Cino. Sorride, ora, francamente, di quel sospetto bizzarro, che prova i miracoli della sua immaginazione, e, un momento fa, si sarebbe buttato di corsa, sul cammino già fatto, per sorprendere l'odiosa violenza di Celi su Sara. Però il pensiero della notte che si annuncia piena di tanta suggestione per un uomo, come Celi, grossolano e godereccio; il pensiero dell'attrazione che, per un individuo come quello, può significare l'affascinante bellezza di Sara, riesce insopportabile a Pietro. Egli si rimprovera di non aver resistito all'invito della donna, e, pur essendo propenso a non dubitare di Sara, non può impedirsi di temere di Celi. Il quale è una creatura di fiducia di Mariano, l'ha proprio messo lui di guardia alla cantina. Ma, ottimo come custode, costui potrebbe perder la testa di fronte alla femmina. E che femmina: Sara.
Ora son geloso di Celi. E' il colmo. Proprio vero che il camminare frusta la fantasia. 
Rimuginando questi pensieri, il giovane arriva a Sarmùra ad un'ora di notte. A casa tutti gli fanno grandi feste. E' quasi un mese ch'egli
si è esiliato a Fracà, dando notizie di sé solo per Mariano. La mamma lo trova un po' smagrito. Il figlio le vede qualche capello bianco di più:
- Che invernata, mamma, stiamo passando... Se ne usciamo vivi possiamo dire di averla scampata bella...
La risposta della madre è impedita dalla domanda che fa Leto al fratello maggiore, buttandogli le braccia al collo:
- Te lo bevi tu solo il vino nostro, eh?
E Pietro:
- Ne ho lasciato un bicchiere per te... Però affrettati a scendere, giacché col freddo che fa potrei bermi anche quello.
Cino, cui Pietro espone il caso del casellante, promette d'interessarsi l'indomani stesso. E giacché il fratello insiste, perché scenda con lui a Fracà, per parlare alla moglie di Cosimo, Cino esce a dire con un sorriso furbesco:
- E' bruna o bionda, la casellante? Aspetto di saperlo per decidere se in tutta questa faccenda t'interessa più la moglie del marito...
- Naturale, m'interessa più lei. Ma anche lui è un povero diavolo, e bisogna aiutarlo... Fammelo per piacere.
- E va bene. Però lascia che ti dica che, come innamorato, sei inconseguente. Molti prenderebbero l'infortunio del marito come un colpo gobbo per loro. E, invece di limarsi, per tirarlo fuori dalle secche, farebbero voto alla madonna delle prigioni, perché lo tenesse dentro il più possibile.
- Non sono un vampiro, io... A me piace combattere ad armi leali. Tuttavia riconosco che la tua obiezione è seria...
- Meno male... Pensaci su... Se domattina sei ancora del parere di stasera, svegliami che verrò con te a Fracà. E, se invece ti sarai ricreduto, lasciami dormire.
E lo lascia. Dopo una notte bianca, Pietro, appena sente cantare il gallo, sveglia Cino. Non è lui che chiama il fratello, ma un altro più forte di lui. Egli, a furia di almanaccare sul pro e sul contro, s'era persuaso che l'unico modo per aver Sara al più presto, era lasciar che le cose seguissero la loro china.
Vorrebbe Pietro dire a Cino che si tratta di un falso allarme, ma quella stessa persona, che prima aveva data la sveglia, ora gli cuce la bocca: In me ci sono due nature opposte egli pensa. Una dice, l'altra didisdice. 
Cino apre gli occhi, vede Pietro, ricorda la questione del casellante, e, senza far parola, balza giù dal letto. Partono, poco dopo, e, per quasi tutto il cammino, rimangono muti. C'è in Cino un senso di compati
mento, in Pietro di stupore. Né questo doppio stato d'animo muterà dopo il colloquio che il primo avrà con Sara. Nella moglie del casellante Cino non vede che un'esaltata, la quale si agita per convincere sé e l'uomo che ama, Pietro, che la sventura toccata al marito non la riempie di gioia.
Cino ha appena alzato gli occhi su Sara. Durante la breve conversazione non fa che fumare e guardare, oltre la finestra, per la campagna e la costa.
- Bella donna, vero? gli domanda Pietro mentre ritornano verso la cantina. E Cino:
- Non c'è male... Veramente io non so giudicare della bellezza delle donne. Esse non m'interessano troppo, in fondo. Le stimo una ragione di confusione, non solo per gli uomini di razza, ma anche per i minori... Quando ho bisogno di una femmina, io vado da Rosa la Pazza . E' l'unico modo di far presto e bene.
Pietro tace. Quando Cino lascia la cantina, egli lo vede allontanarsi con un senso di sollievo.
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CAPITOLO 8.
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Donna Lia Licerta scappa di casa trucia e in capelli, col viso della pazza e i pugni stretti, va in chiesa, s'inginocchia davanti all'altar maggiore, si scopre le mammelle per maledire Ciccio Licerta, invoca la Madonna che accechi da tutt'e due gli occhi quell'assassino, le chiede perdono di ciò che sta per fare, struscia la lingua ripetutamente sul pavimento della chiesa per segnare la propria umiliazione, chiama la mamma morta dalla tenebra e le dice quanto soffre, piange, piange disperata, infine si rizza ed esce.
Va da Paola, detta Veneranda , e la trova distesa sul letto insieme con un omaccio seminudo. Le dice:
- Mi vuoi? Son venuta a far la bagascia...
La meretrice sgrana gli occhi per la sorpresa.
- Mi par di conoscervi... Siete la moglie di Don Ciccio Licerta, l'avvocato.
- Non pronunziare quel nome... E' peggio della rogna, del vomito, della porcheria. Prendimi con te... Voglio far la bagascia... Questa è l'unica risposta che posso dargli...
Paola balza dal letto, e chiude la porta che la furia ha spalancata con una fiancata.
- Ma voi siete matta! Quest'altro ci mancherebbe... Aver nella mia
casa le mogli dei proprietari... Parola d'onore. Che ne dici, Michele Scangio?
Michele Scangio non è di Sarmùra, perciò non si rende conto dell'importanza del fatto capitato a Paola. Per lui Donna Lia non è la moglie di Ciccio Licerta, ma una donna qualunque. Una donna ridotta dalle amarezze e dalla disperazione quasi uno straccio. A lei preferisce la prostituta professionale, capitana di tante battaglie, ancora sugosa e ardita.
- Io? dice senza coprirsi il ventre nudo e peloso. Sei tu che devi decidere. A me pare che codesta disgraziata abbia il cervello a ciabatta. Però, sia che la mandi via, o che la tenga con te, sbrigati, che non ho tempo da perdere...
- Andatevene, buona donna... dice la puttana. Queste case non fanno per voi. Vostro marito vi starà cercando... Verrà il momento che vi metterete d'accordo, e poi chi ci andrà di mezzo sarò io.
- Non ci andrai di mezzo. Sarà svergognato solo lui... Passerà per le strade, e se lo mostreranno a dito come il peggiore beccaccione di Sarmùra. Questa vendetta me la voglio prendere... Quante volte mi disse che l'ho nel sangue di far la prostituta. Eccolo contentato... Voglio che si spari una revolverata per lo scorno...
- Pensate solo a vostro marito... Ma e voi? Pensate pure a voi, mia cara... Solo che si sappia che siete entrata qui da me, e siete una donna rovinata... Io vi prego di andarvene sguscia sguscia e di non fiatar neppure con la vostra stessa ombra...
- Io non me ne andrò dalla tua casa, no. Se non mi vuoi, mi metterò a gridare e dirò che mi hai attirata in questo tranello... Andrai in galera... Ciccio Licerta non perdona...
Donna Lia sta un attimo a misurare sul viso della bagascia l'impressione lasciata dalla minaccia. Poi, in un improvviso accesso di pazzia, corre verso il letto dove se ne sta, col ventre all'aria, come un pesce spada, Michele Scangio, gli salta addosso, prima ch'egli faccia in tempo a evitarla, lo abbraccia con la schiuma alla bocca e gli occhi di vetro sporco, gli si offre frenetica, e, giacché quello si divincola, non credendo a quel che vede, lo morde, lo supplica, gli piange disperata sul viso, gli sviene sul petto, stramazza come un fantoccio di stoppa per terra, sembra morta.
- Maria della Montagna... urla terrorizzato Michele Scangio. - Ora diranno che l'ho ammazzata io... Mal'occasione per me. Dammi i calzoni, Paola.
Si butta sui calzoni come un leopardo, se li infila alla meglio, e, sordo alle preghiere della bagascia, che gli abbraccia le ginocchia per indurlo
a restare, a non lasciarla in quelle peste, se ne fugge in maniche di camicia barcollando.
 Venerandarimasta sola, guarda con occhio pieno di odio la svenuta, alla quale dà un calcio sulle natiche, provocandone un gemito, poi va al comodino a prendere qualche cosa che le rovescia addosso, ridendo sgangheratamente, nel vedere abbattuta e benedetta quella figlia di signori. Pensa, in un lampeggiamento d'ira mortale, che potrebbe appiccare il fuoco al materasso dopo averlo sparso del petrolio del lume e si domina a stento, scoppiando nuovamente a ridere dell'orgasmo di Michele Scangio. A questo punto comincia una tiritera interminabile, che somiglia al monologo di una pazza, poi se ne va alla finestra, che s'è spalancata da sé, non potendo resistere al puzzo d'orina, e là si mette a cantare a gola spiegata una canzone:
Vogghiu fari na casa di dulùri li porti e li finestri di suspiri. Di landra vogghiu fari li mattuni di tossicu li mura e i ceramidi. E poi 'nci vogghiu chiudari scursùni, aspidi, cuccutrilli e zanzamili.
E mi 'nci vogghiu mèntari 'mbuzzuni. Ccussi volisti tu sorti crudili...
Attira, il canto di Veneranda , Melampo, un garzone di stalla, rosso di pelo e col muso da maiale, scemo dalla nascita. L'idiota rizza le orecchie lunghissime al canto della capitana, poi, dopo averle buffamente strizzato l'occhio, sale a trovarla:
- Melampo - gli dice lei voltandosi - ci volevi proprio tu. Prendi quella donna e pòrtatela a letto... Io mi riposo oggi... Son diventata padrona di bordello, ormai...
Si rivolta verso la finestra, e riprende a cantare. Nell'intervallo di una strofa guarda con la coda dell'occhio Melampo, e lo vede fremere, agitarsi sul corpo di Lia, la quale, riaperte le pupille, guarda l'idiota, ma non lo vede. Allora un'omerica risata scuote la pappagorgia di Veneranda:
- O cristiani... urla dalla finestra - Melampo ha fatto cornuto Ciccio Licerta... Accorrete, cristiani...
Il suo grido chiama gente, la quale si raccoglie davanti alla sua porta senza capire.
- Venite su, cristiani... Lo spettacolo non costa niente... Melampo fa la luna di miele con Donna Lia Licerta...
Ed ecco farsi avanti una guardia, che sale nella camera da letto, seguita dalla folla. Lo spettacolo che si offre agli occhi di tutti non è descrivibile. Il garzone è afferrato da tante mani e condotto via, tra nerbate, lazzi e cachinni, verso il carcere. E lo stesso avviene di Lia e di Veneranda . La guardia, ordinato all'adultera di vestirsi, e non ricevendo alcun segno di obbedienza, la scuote, la fa scendere dal letto, e se la conduce via, sostenendola per un braccio. Invece Venerandamarcia al suo fianco come una vivandiera di reggimento.
- Sono in buona compagnia, amici... grida alla gente. Non sapevo che la moglie di Don Ciccio Licerta fosse mia sorella di latte... E che latte...
Tra la folla che resta sul posto a commentar l'accaduto inverosimile, è il famoso Pitizonzo.
- Signori - egli dice imponendo silenzio alla moltitudine. Non è meglio puzzar di povero che di cornuto?
- Si!- grida la folla unanime.
- Ed allora, se siamo tutti d'accordo, è inutile che io sprechi dell'altro fiato... Arrivederci alla prossima fermata...
Dice, e dopo essersi cacciate, tra le labbra, le punte dei baffi color della paglia bagnata, facendone un'omega rovesciata, se ne va via impettito.
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CAPITOLO 9.
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A Sarmùra, già fu detto, dopo il gioco, si adora un altro idolo: il processo. Quando tuonano gli avvocati alle Assise, perfino i moribondi si fanno portare in lettiga nell'aula, magari assistiti dal medico di fiducia che aiuta, a furia di caffeina, a sentir l'arringa fino in fondo. E poi venga la morte, se deve.
C'è gente a Sarmùra che sa a mente spunti, epifonemi, perifrasi, eufemismi, perorazioni dell'avvocato tale e tal'altro, e li inserisce nei suoi discorsi, facendo un figurone davanti agli ascoltatori invidi e stupefatti.
Quando si apre la sessione delle Assise la cittadina prende un aspetto gaio come se fosse arrivato il Circo equestre, o s'inaugurasse la settimana della Barache è la festa più importante della città, quella che tutte le conclude e sublima. Vien gente da tutti i paesi del circondario, riempie le locande, le trattorie e i caffè, discute, si accalora, per le strade, va al dibattimento come ad un vero spettacolo, si ritiene fortunata di conoscere l'avvocato, od anche l'usciere, che permette l'entrata nell'aula, almeno dalla parte di dietro, se, davanti, al cospetto della folla che si assiepa contro la porta, difesa da un carabiniere solenne, il suo privilegio dovesse dare scandalo e scatenare fremiti di ribellione.
Né Sarmùra si contenta di far da coro alla tragedia che si sviluppa nelle aule della Giustizia. Essa fa quel che può per diventare carne e muscoli del processo, non tanto per un bisogno di riparazione, quanto per godere un'ora di celebrità nel momento in cui il Presidente chiama sulla pedana il teste tal dei tali per sentirlo su una determinata circostanza, che, quasi sempre, è di peculiare importanza ai fini della causa che si sta dibattendo.
Cosi si spiega che non accada fatto di sangue, o non si accenda contrasto civile a Sarmùra, senza che se ne impossessino, per amore o per forza, i testimoni, e quello spingano nelle secche a naufragare, o invece secondino a vele spiegate nel mare libero, con un accanimento nel favorire e nell'abbattere che depone della pericolosità delle convinzioni basate più sulla fantasia che sulla realtà.
Nessuno, per esempio, ha veduto scappare dalla sua casa Donna Lia Licerta, nessuno l'ha veduta rifugiarsi in chiesa, nessuno l'ha sorpresa a entrare nel lupanare di Paola, detta Veneranda . Ma che significa codesto per quel centinaio circa di testimoni vaganti che offre la piazza di Sarmùra per qualunque processo? Figuriamoci, per uno come questo destinato a far chiasso nell'universo mondo.
Già, ad un'ora di distanza dalla fuga di Donna Lia, il fatto si ricostruisce da sé, per opposti. C'è chi ha assistito come in un film a tutte le angherie perpetrate contro quella povera vittima da lui, l'avvocato usuraio; chi invece ha potuto notare la vanità, la superbia, la leccarderia, e, specialmente, l'ingratitudine di lei verso il marito, quell'uomo d'oro. C'è chi ha sentito l'alterco tra i coniugi la mattina del fatto derivato dalla matta gelosia di lui; chi al contrario ha sentito si l'alterco, ma dovuto all'umana ribellione della sventurata. C'è chi, qualche minuto prima della fuga, ha percepiti gli schiaffi dati dal marito alla moglie per averla sorpresa alla finestra a fare segnali ad un amante immaginario; chi, all'opposto, ha sì percepiti gli schiaffi, ma dati da lei a lui, in un momento di disperazione, perché le aveva negato un pezzo di sapone per il bucato. C'è chi ha veduto l'avvocato cacciar via di casa Donna Lia e sbatterle la porta sul muso; chi, per converso, ha veduto lei uscire, come una sonnambula, dalla casa paterna, e voltarsi verso la porta chiusa, e supplicare quel tiranno che le aprisse. C'è chi ha udito lui nettamente gridare dal di dentro: Bagascia, vatti a far coprire dal primo bastardo che trovi ; chi invece ha udito lei pregare: Se non apri mi vado a buttare nel fiume . C'è chi ha scorto la donna mentre entrava in chiesa
ridendo sgangheratamente e bestemmiando; chi invece l'ha sorpresa silenziosa e genuflessa davanti alle sante immagini. C'è chi l'ha osservata mentre, uscita spavalda dalla chiesa, filava da Paola; chi invece l'ha veduta sostar smarrita, prima d'essere avvicinata dalla prostituta, e attirata dal falso cordoglio di lei nella casa infame. C'è chi l'ha colta in atto di abbandonarsi impudica a Melampo: chi invece l'ha intravista, inerte e incosciente preda dell'idiota. E via di questo passo.
Tutta questa gente è naturale si precipiti in questura per deporre, monti di guardia all'ufficio del delegato - diventato una specie di cucina economica per affamati di verità - faccia la coda per non perdere il posto, proprio come a teatro, tragga pronostici sul verdetto futuro, aspetti i giornali di Messina e di Napoli, che parleranno dello scandalo, con un'ansia anche maggiore di quando si attendeva l'esito del processo Nasi al Senato, riunito in Alta Corte di Giustizia.
Si stabilisce, tra l'altro, una specie di carboneria dei fortunati che han veduto e sentito. Essi s'impegnano tacitamente di non svelare l'arcano ai non iniziati, se non a cose fatte, cioè dopo la resa testimonianza. Questa difesa preventiva mira a non allargare la cerchia dei privilegiati. Per gente, dotata di fervida immaginazione, basta un nonnulla per ricamarci sopra un intero romanzo. E il delegato Lerio non si salverebbe più. I cento testimoni vaganti come icebergs nell'oceano della giustizia diventerebbero mille. E manderebbero a picco anche la nave ammiraglia della Verità.
Ma questa volta una gran delusione attende gli alfieri della cosa vista. Non passano due ore, e Ciccio Licerta, da quel volpone che è, ha già strigata l'imbrogliata matassa. Invece di spararsi, di buttarsi dalla Motta, o che so io, egli, appena avuta la notizia, esce calmo, se pure un po' pallido, in paese, per farsi vedere da tutti. Affronta la folla col fiero cipiglio dell'uomo che sa d'essere sul filo d'un abisso, e rischia il tutto per il tutto, fidando nell'altrui temenza, più che nella propria forza. E quella sfrontatezza gli fa gioco. Tranne qualche risata, qualche pernacchia , qualche ironico uh! uh!, egli può dire di cavarsela benissimo. Va dal delegato Lerio, prima, dal marchese Pizzòlo, poi, dal Presidente del Tribunale Ietta, per ultimo, e prospetta il proprio salvataggio come un problema di difesa dell'ordine sociale contro le forze del caos scatenate dai sovversivi locali. Per lui c'è nel fatto lo zampino dei socialisti. Paola, detta Veneranda , è stata lo strumento della vendetta rivoluzionaria contro il massimo esponente della politica di conservazione a
Sarmùra. A sua moglie accenna appena. Dice che è malata, e che le è necessario un lungo periodo di riposo, in qualche casa di salute.
Lerio, Pizzòlo e Ietta, riconoscono troppo bene che è interesse di tutti, non solo di Licerta, evitare lo scandalo. Sia Donna Lia una sudiciona, o soltanto una povera matta, è certo che il suo gesto getta un'ombra disonorante su tutte le illibate spose di Sarmùra. Circoscriverlo, prima, spegnerlo, poi, come si fa col fuoco, e senza perder tempo. Pizzòlo è il più pronto ad accettare la tesi di Licerta. Se non fosse troppo pericoloso indagare nella partecipazione di Venerandaal fatto delittuoso, egli troverebbe molto interessante rintracciare la colpa di qualche capo sovversivo di Sarmùra, di qualche avvocato dalle cause perse , che tutti conoscono, invidioso della posizione di Licerta e della sua pace coniugale. Non che Pizzòlo sia, intendiamoci, tenero per Donna Lia. Tutt'altro! Ma c'è quel benedetto pericolo scandalistico che impone il salvataggio anche dei rei per non danneggiare gl'innocenti. Altrimenti una lezione a quella sciagurata donna non farebbe male. Una mezza matta, una sciupona, di quelle che farebbero andare a fondo una nave di sughero. Come si dice? Grassa cucina, povertà vicina. Ed ecco che Ciccio Licerta ha dovuto mettere un freno sia alla moglie che a quei tozzolanti di coloni, da essa protetti nelle loro ruberie. Tutta gente che mangia la semenza e caca il pagliaio. E, quanto alla gelosia, non parliamone neppure. Ciccio Licerta doveva, signori miei, salvaguardare il suo onore. Sua moglie, stando dietro ai vetri, a far cenni alle ombre della strada, l'aveva reso ridicolo davanti a un paese.
Come risultato dell'accordo tra i quattro pezzi grossi di Sarmùra, si ha: primo: un colloquio minaccioso di Lerio con Veneranda , alla quale vien consigliato come deve comportarsi, che cosa deve dire alla gente se non vuole avere guai grossi; secondo: la liberazione immediata di Donna Lia, talmente sbalordita dagli avvenimenti da parer dissennata. (Suo marito se la conduce a casa in vettura chiusa, avendo cura di tenersi indietro il più possibile per non dar nell'occhio alla gente, riunita in capannelli per le strade, come nelle ore di grande commozione popolare.) Terzo: una solenne nerbatura a Melampo, perché gli passi per l'avvenire di fermarsi davanti ai lupanari, quando ci stan dentro le signore per bene.
Ed è tutto. Arrivano i giornali da Messina e da Napoli, e non portan neppure l'annuncio puro e semplice dell'avvenimento. L'Autorità ha telegrafato alle redazioni imponendo il silenzio per ragioni di ordine pubblico. Venerandaè in circolazione la sera stessa, e afferma, la spudorata, d'aver raccolta svenuta Donna Lia sulla porta della chiesa, e d'averla ricoverata in casa per pietà cristiana. Melampo, anch'egli scarcerato, è irreperibile. Centinaia di persone si buttano alla cerca dell'idiota, ma se ne ritornano come quei tali segugi manzoniani.
La costernazione di Sarmùra, nel vedersi defraudata di un processo che avrebbe avuto risonanza mondiale, è indicibile. E' un miracolo se non si mette, di traverso, sulle porte delle botteghe, il cartellino listato a nero del lutto cittadino . Licerta non è mai stato popolare a Sarmùra . Ma ora è odiato peggio dello scorbuto. Non ci sono più né opposizioni né distinzioni, tra quei cento testimoni vaganti, aspiranti alla gloria della pedana. Ora tutti son d'accordo per una sola versione: che Licerta è un rettile con le coma cervine, e Donna Lia un angelo disceso dal cielo.
Un certo alimento alla morbosa curiosità della cittadinanza e al bisogno d'immortalità di quei tali carbonari dell'immediato conquesto , lo dà un articolo, tra la cronaca e la moralità, a firma di Cino Rupe su La Falce. L'articolo è intitolato: Paola detta 'Veneranda' intervistata da Strindberg . E giù quattro colonne di satira elegante e micidiale dell'avvenimento, condotta nel nome del grande drammaturgo svedese. Il quale viene a cercare a Sarmùra, e da Veneranda , il personaggio per un nuovo dramma misogino e orgiastico. La bagascia racconta allo scrittore i casi più importanti della sua carriera, finché, arrivata a quello di Lia, si ferma a tratteggiarlo abilmente in maniera riconoscitiva, pur senza far nomi. Lo scrittore prende appunti e fa domande, come un giudice istruttore all'imputata. Venerandarisponde, e la conclusione è che Strindberg trova il suo nuovo personaggio - una sorella depravata de la signorina Giulia - nella pazza innominata, e i lettori de La Falce hanno la loro cronaca semiseria del fatto.
Per questa vita, Ciccio Licerta non dimenticherà l'articolo di Cino Rupe. Quando, tra circa vent'anni, sarà venuto il momento, egli dimostrerà all'avversario, o a chi per lui, che il detto del verme alla noce: Dammi tempo che ti buco è pieno di una scellerata verità.
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PARTE TERZA.
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CAPITOLO 1.
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La padrona della pensione Carmagnola, dove sta, da parecchi anni, Tristano Rupe, è una donna di circa sessant'anni, piccolina di statura per quanto si aiuti con dei tacchi spropositati, piuttosto grassa e di seno largo, dal viso florido e aperto, dallo sguardo conciliante. Per casa ella è un terremoto, non dà pace né alla servitù né ai clienti. Questi, dopo una settimana circa di soggiorno nella pensione, cessan d'essere estranei, uccelli di passo, per entrare nel rango dei familiari. Perciò la signora Emilia si concede con loro, in compenso del bene che vuole a tutti, quel piglio un po' sostenuto e polemico all'apparenza, affettuoso e corrivo nella sostanza, che mostra nel governare i suoi due figli, Renata e Giacomo.
La signora Emilia ha un debole tutto materno per Tristano. Lo tiene da quattro anni in pensione, e non gli ha ancora trovato un difetto, tranne quello di esser povero. Il professor Rupe ha mutato radicalmente le idee della buona donna sui napulitanche, prima, la riempivano di sgomento al solo sentirli nominare, tanto che, per un pelo, non si spinse, qualche tempo prima dell'entrata di Tristano, a mettere nell'anticamera della pensione un cartellino, aggiungendo i napulitannella lista dei clienti indesiderabili, che comprendeva, oltre agli studenti, i militari di bassa forza e le sciantose.
Ora, quando parla dei napulitan , la signora Emilia ha il miele in bocca, si dice lieta di affermare che sono i migliori clienti del mondo, se pure un po' scattosi e permalosi, salvo naturalmente i presenti, che sono Tristano, modello di perfezione, e certo Scobelli, impiegato alla manifattura tabacchi: un altro bravo giovane che, pur brutto com'è, con un naso che pare là gobba di un dromedario, dovrebbero, le ragazze, se avessero un brincellin di testa, coltivare come un marito ideale.
Comprende la pensione Carmagnola nove grandi camere per i clienti e due più piccole per i padroni. Renata sciàla in una stanza tutta per lei, quando c'è disponibilità, cioè nelle vacanze estive, e durante le grandi feste, allorché parecchi pensionanti ritornano alle famiglie. Il restante dell'anno le tocca coricarsi nella camera della mamma, in un letto suo, almeno quello! Ubbidisce Renata a malincuore, e la sera, quando va a
nanna, e la mattina, quando si sveglia, non cessa di protestare il suo diritto alla stanza separata fissa, non volendo esser da meno di Giacomo, che quel diritto se l'è guadagnato senza sudare, in virtù ch'è un maschiaccio con tanto di pelo sul mento, e non ha ancora sedici anni! Lei séguita la sua lagna, e la madre da quell'orecchio non ci sente.
Renata, Tristano la conobbe ragazzina. Ora s'è fatta grande, prende forma di giorno in giorno, è quasi una donna. Sa la fanciulla d'esser bella, di avere una mamma che lavora per accrescerle la dote già discreta, legge d'Annunzio e Oscar Wilde, impara le lingue, considera solo la gente che va in automobile, e tollera i poveri solamente se sono come Tristano Rupe, ché allora la povertà è un accidente provvisorio, e non passerà molto che la causa di Calimera darà una colossale fortuna all'amico suo, senza contare la libera docenza, ch'è il primo passo per l'insegnamento universitario, il solo che vada bene per un uomo come Tristano, il quale sa già tutto, eppur si lima sui libri per saperne di più.
Renata è alta e formosa, ha la pelle morbida, gli occhi grigi ermetici inafferrabili da gatta, la capigliatura bionda, ricca e ricciuta, le mani lunghe e fini, l'andatura languida e un po' viziosa. Veste con la signorile ricercatezza della piccola borghesia torinese abituata a tradurre in moneta corrente i grandi modelli parigini; adora i profumi; si fa le sopracciglia con lo spazzolino; si lustra le unghie che luccicano come specchi rosei; non risparmia il rossetto sulle labbra, per renderle vive assaettate, quando se le sente un po' smorte.
Giacomo è un ragazzo normale, né troppo intelligente né troppo affettuoso. E' alla prima liceo e strappa il sei con i denti. Con la sorella non va d'accordo. Teme la madre, ma non troppo. Ha sedici anni, come s'è detto, ma non c'è caso di vederlo rincasare prima della mezzanotte, anche quando è sotto gli esami trimestrali. Dei pensionati, l'unico che gl'incuta rispetto è Rupe, perché è professore. Avrebbe voluto, la signora Emilia, mandare il ragazzo al Cavour, dove insegna Tristano, ma questi la pregò di rinunziarvi, per non metterlo nell'imbarazzo. E la buona donna, per quanto con dolore, accondiscese. Però il giovane, pur dietro le quinte, vigila su Giacomo, s'informa assiduamente sull'andamento del ragazzo, e tiene al corrente la madre. La quale strilla come un'aquila alle malefatte del figliolo, ma questi non se ne dà per inteso.
Oltre a Tristano e a Scobelli ci sono nella pensione Carmagnola altri tre clienti fissi: il capitano Siva, effettivo al Comando di Divisione, uno scapolone impenitente, bell'uomo, un po' viziato dai suoi successi con le donne; la signora Wurtzel, una svizzera tedesca vedova e benestante, ancor giovane ma un po' sfiorita, persa dietro manie teosofiche, 
cabalistiche e spiritistiche; infine l'avvocato Salemi, un giovane toscano, sostituto in uno dei primi studi della città, d'intelligenza pronta e di maniere cordiali.
La pensione è di modeste pretese, fa settanta lire al mese ai clienti fissi, tranne che a Tristano, il quale ne paga sessanta, in virtù della sua anzianità, prima, dell'affetto che gli porta la signora Emilia, poi. Si mangia bene, giacché alla cucina ci bada lei, la padrona di casa, e ciò compensa la clientela dei mancati restauri alle stanze, e dei rinnovamenti nella mobilia vecchia spaccata, che la signora Emilia promette sempre ma non si decide a eseguire mai.
C'è molto cameratismo tra i pensionanti, i quali mangian tutti ad una tavola come membri di un'unica famiglia. In un angolino della sala da pranzo prendon posto Renata, Giacomo e la mamma. Ma questa non entra, se prima non ha mandate in tavola tutte le portate, fino all'ultima, si che i ragazzi, stanchi di aspettare, si fan servire da Francesca, la vecchia cameriera, e spesse volte han terminato il pasto quando la mamma, messasi un po' in ordine, pettinatasi e cosatasi alla brava, fa il suo ingresso sorridente e beneaugurante nella sala.
Tristano ha stretto una grande amicizia con Scobelli e Salemi. Il primo è di modesta levatura, ha strappata a fatica la licenza tecnica, si è fattosui manualetti delle biblioteche circolanti, e vede coloro che escono dalle Università come detentori di un verbo altissimo e privilegiato. Tuttavia è cosi buono, gentile, rispettoso, sempre contento di tutti e di tutto, sempre pronto a meravigliarsi di ciò che ascolta ed impara, sorridente e, pur con quel naso che gli deforma il viso, quasi femmineo, ch'è un vero piacere stargli vicino e rispondere alle sue domande, sempre un po' timide e sgomente.
Salemi, per la sua intelligenza stringente, nutrita di ottime letture, per le sue idee estremiste e quasi anarcoidi, per una vaga rassomiglianza fisica con Cino, ricorda a Tristano il fratello lontano. E, anche per questo, Rupe gli s'è affezionato, avendone in cambio un'amicizia leale, aperta e tempestosa, percorsa da bagliori di finimondo nelle discussioni sulla lotta politica contingente, eppur destinata a ristorarsi sempre più in quei contrasti, dove ognuno porta il meglio di sé, la propria concezione del mondo e il suo piccolo o grande contributo al progresso delle idee. Quasi sempre la sera Tristano esce coll'amico a far la sua breve passeggiata, prima di rientrare in casa a studiare. Qualche volta vanno insieme a teatro, si scambiano continuamente i libri di cui entrambi sono affamati, si comunicano i loro progetti che, in Tristano, sono semplicemente 
culturali (egli attende a un serio lavoro su Gioacchino da Fiore) e in Salerai squisitamente pratici e politici, si aiutano come possono.
Infatti il giovane fiorentino ha già procurato a Tristano parecchi alunni privati, ed è, in virtù di un corso di lezioni di greco, al figlio dell'avvocato Roccalta, il principale di Salemi, che Tristano ha potuto metter da parte trecento lire, le quali gli permetteranno, tra una settimana, di scappare fino a casa a passare in famiglia i giorni del carnevale. Tristano fa di tutto per contraccambiare le gentilezze dell'amico (se stesse in lui, che pure è l'uomo più pacifico della terra, accapiglierebbe mezzo mondo per essere il primo a fare il nome di Salemi ai litiganti); d'altra parte il toscano non ha bisogno; è figlio di un ricco antiquario; spende largamente, assai più di quel che non guadagni; e questo stato di fatto serve a Tristano di sgravio di coscienza per la sua involontaria pochezza.
Renata è un po' innamorata sia di Tristano che di Salemi. Il primo le dà la poesia, il secondo la speranza dell'automobile, che per lei è il suggello della signoria nel mondo. Veramente i discorsi di Salemi sono pieni di cataclismi e di mortificazioni egualitarie, ma Renata non gli dà troppo peso. Sa che anche con la rivoluzione ci dovranno essere quelli che vanno in automobile: almeno i Capi della Repubblica, se gli altri andranno a piedi. E, tra i capi essendo certo Salemi, ecco che il calcolo della bella toma benissimo.
Il giovane fiorentino ha una viva simpatia per Renata, ma niente più. E' invece invaghito di una signora, la moglie di un suo collega, la quale non è tanto forte né da respingerlo né da secondarlo. Egli si consuma a sperare, a scrivere lunghe e appassionate lèttere d'amore, che poi non osa mandare, si conforta leggendole all'amico Rupe, è, insomma, nella guerra d'amore, assai meno agguerrito che in quella della politica, dove parla e agisce da padrone.
Tuttavia Renata si fa qualche illusione su Salemi. Il giovane capisce, e capisce anche Tristano, il quale vuol bene alla fanciulla. Un bene, questo di Rupe, tra il fraterno e il platonico, dolce come una chiara notte estiva, senza scosse o fratture, tutto lieve e sfiorante. Un bene da uomo che non conosce la pena dell'amore, che l'osserva con casta curiosità negli altri, e se ne appaga.
Verso il capitano Siva, che pure miete allori dappertutto, Renata non mostra alcuna inclinazione. Tra lui e il bruttissimo, ma angelico, Scobelli, la fanciulla preferisce quest'ultimo. Le ragioni della sua antipatia sono oscure. Salemi ha pensato a qualche colpo di mano dell'ufficiale che gli avrebbe alienato per sempre il favore della ragazza. Ma allora perché Siva seguiterebbe a restare nella pensione della signora Emilia?
In fine la signora wurtzel è una donna tremenda quando parla di illuminazioni , di tavolini parlanti, di fotografie di spiriti, di psicografi, di piani astrali, di perispiriti, di sephirot di destra e di quelli di sinistra. Si dispera, la meschina, di non aver la forza di guadagnare alle sue convinzioni Rupe e Salemi, sprovvisti completamente di quella tal sostanza astrale che permette la mediazione con le ombre. Però non si dà per vinta, e promette loro esperimenti di tavolini parlanti veramente decisivi. Già debuttò con qualche saggio in pensione, evocando suo marito e Garibaldi, ma ogni volta successe un imbroglio a causa di quelle belle mani di Renata, che gravitavano verso di loro tutte le altre mani della brigata.
Però, nei momenti in cui lo spiritismo le dà tregua, Magda wurtzel è una donnina carina e piacevolissima. Suona benissimo il piano, canta con una bella e dolce voce, sa quasi tutta la Tetralogia a memoria, e, insomma, in compagnia fa un figurone. Si occupa assiduamente di ardue questioni culturali, ed ha promesso a Tristano di volgergli in tedesco il suo Gioacchino da Fiore, appena uscirà.
Magda Wurtzel, a sentire la signora Emilia e Renata, è innamorata pazza di Tristano Rupe. Il quale, sempre a sentir loro, non la odora neppure.
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CAPITOLO 2.
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Che magro carnevale si prepara a Sarmùra! Ogni salone di barbiere ha esposto le maschere sul davanti delle botteghe, ma il vento le frusta e i piovaschi le immollano. Si dondolano quei poveri mostri sull'altalena invisibile, sdiavolano, buttando occhiate frizzanti e cordiali a destra e a manca. Ma la gente neppure li degna di uno sguardo. Tutti camminano, guardandosi la punta dei piedi, come se rasentassero gole cupe d'abisso, non parlano, non sorridono neppure ai buoni ricordi. Qualche bambino si ferma davanti alle botteghe, ed allora le maschere attizzano le loro smorfie, le loro risate. Ma il piccolo non ha neppure un soldino in tasca per comprare un nasone da ubriaco, o due mustacchi da maresciallo. Resta, tuttavia, a guardare lungamente i cari mostri, e questi gliene son grati, giacché è terribile ridere per nessuno. Quando egli se ne va, le maschere si senton morire dalla passione, lo supplicherebbero di restare, se non parlassero una lingua remota e svanita, gli volerebbero sulla faccia, gli si appiccicherebbero gratis, per sentire almeno il tepore di un viso entusiasta. Un filo le trattiene alla loro gelida parata. Ridono, allora, tra le lacrime, questi diavolacci, approfittando degli scrosci del
piovasco. Cosi sfidano impunemente le ire del mercante che, alla fine della giornata, li trova stinti e motosi, e li ritira dal commercio, per metterli un'intera giornata al sole ad asciugare.
Il sole accende qualche speranza nei cuori di cartone. E, quando ricompaiono sul palcoscenico della strada, le diresti veramente svagate immaginose sincere queste maschere ritinte e ripassate. Ricomincia la tragedia dell'attesa disperata, dell'invito buttato al vento, del cachinno a vuoto. Allora è proprio la disfatta. Una maschera guarda l'altra con l'odio di chi misura, nell'impotenza altrui, la propria: si urtano, sotto gli assilli del ponente, e brontolano sordamente; il cartone stride al contatto come palèo; le risate sono cosi livide che paiono vomiti; i contorcimenti spasimi di agonizzanti. Il bambino povero si avvicina ancora alla bottega, ma, furibondi, i mostri neppure lo guardano con le loro occhiaie vuote. S'è rotto il filo dell'illusione tra le maschere e gli uomini. Questi non possono dar nulla a quelle, ed esse si rivelano per quel che sono: inutili pretesti cercati da disperati per dimenticare la triste vita. Abbandonate a se stesse, al loro infimo destino, le maschere somigliano quelle amanti invecchiate che restan nelle case, dove mori l'amore, per la libidine di soverchiare, fino alla morte, l'uomo che in loro, e per un'ora, versò il suo bisogno di oblio. Maschere per gli altri. Creature, se pur logore ed orribili, per se stesse.
S'è vestito di nero il carnevale a Sarmùra. Per farsi perdonare gli antichi misfatti tien la coda tra le gambe, il meschino, e prende le stradine piccine e solitarie. Qualcuno lo ha visto entrare in chiesa e inginocchiarti e pregare.
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CAPITOLO 3.
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Quand'è a Sapri, Tristano respira aria di casa. Ma, già nelle vicinanze di Policastro, quando, tra gli ulivi e gli eucalipti, vede profilarsi le mura della cittaduzza medioevale, con la torre sul poggio, gli pare che il cielo ed il mare, entrambi aperti ed azzurrissimi, i matti grovigli dei fichidindia e delle agavi, sventolanti i verdi fazzoletti con le mani spinose, i marezzi gialli e verdi delle messi, la fronte eternamente aggrottata delle montagne, il timbro delle voci, non sian più i medesimi di quelli che l'han seguito lungo la Piana di Pesto e la Penisola Cilentina. E' un'illusione: troppo bene il reduce lo sa. Tuttavia, di queste dolci e gelose illusioni, ti nutrono gli affetti più profondi.
La terra natale non fa a Tristano Rupe grandi feste nel rivederlo, che non è del vero affetto la smanceria. Anzi, rincontro tra lui, figliol 
prodigo, e la Calabria, ha sempre una cert'aria d'imbarazzo, dovuta al fatto ch'egli non sa giustificare dinanzi a lei (il bisogno non basta!) la sua lontananza, ed essa non vuole confessargli di soffrire per il suo abbandono. Ma, se lui è commosso, perché pensa al caro morto che l'aspetta, che tende l'orecchio al muro della bara, per distinguere il suo passo tra mille, appena varcherà la soglia del camposanto, lei, la sua terra, una povera vestita di stracci, canuta e fiera, si riconosce nella melanconia dell'esule, ch'essa colora della sua solenne e schiva povertà.
Povertà, dramma di una terra che dagli aborigeni venne chiamata ausoniaper l'abbondanza di ogni cosa utile alla vita mortale, e che ora manca di tutto. Manca di acqua, di strade, di scuole, di case, di vestiti, di medicine, di ospedali, di fabbriche, di macchine, di utensili, di concimi, di ponti, di sistemazioni idriche e montane. Manca di tutto, non sa come difendersi dal freddo, non sa come difendersi dalla fame, non sa come proteggersi dai diluvi del cielo e dalle collere del mare, abbandonata a se stessa, al disfacimento della più intima forza vitale, spettatrice amara della propria disgregazione geologica e del proprio ritardo sociale.
Manca di tutto la Calabria, perché chi, dall'antichità ad oggi, la ridusse in suo potere, ne ostacolò lo sviluppo creativo nelle cose e negli spiriti; s'impose con la violenza, dal di fuori, secondo i successi delle invasioni, le scorrerie piratesche e i trapassi delle dinastie; ne succhiò il sangue migliore, aggravando il suo parassitismo col disprezzo di casta; non fece mai corpo con essa, ignorandone il bisogno e il dolore. La Calabria si difese con l'inerzia dalla pressione feudale, trovando, nel giogo della miseria, una specie di ascetica disperazione, come di chi sia riuscito a coinvolgere in essa il giudizio morale e storico Sull'Oppressione, e trame come conseguenza la speranza del riscatto. Manca di tutto la Calabria, eppure, nell'incontrarla, non le sai mettere a paragone, per varietà, bellezza e maestà, altra terra, al mondo. C'è in essa qualche cosa che continua a passare sul tempo come acqua sul marmo, legando l'antichità della terra alla giovinezza dell'universo. La storia in Calabria si è tradotta in silenzio, un silenzio da cui affiorano, col loro consolante linguaggio umano, quelle vigne che si spingono con le loro mammelle bionde e nere sulle rive del mare, quelle pinete che salgono le montagne con i loro aromi, quegli ulivi che svettano sul cuore della Calabria col loro vecchio e tiepido argento, quegli aranceti che accendono le loro lampade gialle contro il turchino delle acque, tra quinte altissime di eucalipti e di querce.
Non affiorano, da quel silenzio, le rovine illustri della storia. In nessun luogo, come in Calabria, i monumenti delle antiche età, delle antiche
civiltà, han trovato un più distaccato scenario per affermare la loro superfluità, la loro vanità; in nessun luogo come in Calabria han tradotto in cosmica indifferenza il bisogno di immortalità degli uomini. La Via dei Sepolcri non termina con le immortali vestigia di Pesto. Essa seguita per tutto il litorale bruzio dei due mari, parlando all'anima attonita delle supreme testimonianze lasciate dagli uomini nel loro frettoloso passaggio. Seguita, ma quanto diversa. La terra, o copre col suo corpo le mura, le colonne, i templi, le necropoli, si che su loro bruca la pecora, o i pochi avanzi che, come le alberature di una nave, ancora accennano dal naufragio verde, essa guarda con occhio fatale ed ammonitore. Qualche tempietto, qualche statua mutilata, qualche tomba, qualche tavoletta votiva, qualche colonna, qualche medaglia: ecco quel che rimane per la fame degli storici e per la curiosità della gente. Nulla di magnifico, di vistoso, che mandi in visibilio il turista nostrale o forestiero, abbagliato dalle splendide rovine di Pesto, di Siracusa, di Agrigento. Per chi non sa, la Calabria pare senza storia. Ma, per chi sa, quale malinconia. Resta la Storia come un Genio nascosto nell'aria che si respira, smorza la nostra furia di vita con lo struggente ricordo della vita che fu.
Il mare è per la Calabria lo specchio d'abisso del suo millenario destino. Un mare rugoso maestoso che ha visto i secoli frangersi contro le sue inaccessibili scogliere, le stragi succedersi ininterrotte, senza nulla perdere della sua primordiale bellezza, della sua splendente canizie. A qualunque approdo lo spingano gli eventi, Tristano è certo di trovare davanti alla solennità del suo mare - un mare che ha una criniera di co-meta - in qualunque ora della sua vita, i migliori entusiasmi, le più sopite energie. Se il suo occhio fanciullo non avesse abbracciato quell'onda con trepido amore; se il suo giovane corpo non si fosse irrobustito a quella salsedine; se la sua anima, bisognosa di incidere un suo segno nel mondo, non avesse sentito, quasi per un'emanazione da creatore a creatura, nelle tempeste di quel mare, un'arcana potenza capace di travolgere ogni ostacolo, egli non sarebbe quello che è: sarebbe cieco e servo.
Ed il mare è sempre lo stesso. Gli occhi di Tristano non lo vedono diverso da come lo videro Ulisse ed Oreste, Glauco e Scilla. Mutano i pellegrini appassionati, ma il mare, cui essi confidano i più alti sogni, le più alte ebbrezze di conoscenza, è quello di sempre. E' nato senza memoria, è un volto dell'eternità. Esso sarà, quando la terra diventerà una fiaccola spenta nello spazio fumoso.
A ogni suo ritorno, Tristano trova più invecchiata la madre, più trascurata Sarmùra, più dissugata la terra dalla canicola, più lontani gli
amici dell'adolescenza. Il mare lo compensa della decadenza che il suo sognante spirito coglie in ogni volto del passato. Lui solo, il mare, conserva lo splendore che gli vide la prima volta; lui solo contende al tempo corruttore la sua eterna identità.
Tristano ritrova in lui la sua innocenza e s'acqueta. Abolisce in lui quel tanto di morte che già reca nella carne e nello spirito, e, per un attimo, si sente partecipe della sua immortale sostanza.
Né basta all'esule che torna salutare il mare con gli occhi commossi, berne il fiato salino dal finestrino del treno, rimpiangerlo come un bene essenziale ogni qualvolta il monte cieco gliene toglie la vista. Gli parrebbe di tradire il segreto che lega la sua carne al ritmo della vita universale se, tra qualche ora, bisognoso di solitudine dopo l'effusione degli affetti, disceso alla riva dove l'onda ripete alla terra che l'adora i suoi eterni messaggi, non potesse, almeno, intingere le dita nelle sue acque lustrali.
Come un grande fanciullo, egli cercherà un pretesto per star solo, calerà per un viottolo profumato alla Marina, raggiungerà gli scogli immani, che suggeriscono all'immaginazione miti di giganti rotolati dal cielo dopo la vana scalata, immergerà la mano nell'onda come nella pila dell'acquasanta. E grandissimo sarà il suo rimpianto di non potere, per la fredda stagione, entrare col corpo nudo nei riflessi d'oro che le pietre disegnan sul pelo dell'acqua, quando i raggi del sole la trafiggono; di non potersi tuffare per riconoscere la grotta dove lo squalo, vecchio quanto il mondo, e terrore dei verdi anni, fa ancora sentire il suo risucchio; di non potere impazzare tra le spume, fingendosi inseguito dal mostro; di non poter strappare un ciuffo di musco marino, che si trova là chi sa da quando ; di non poter chiamare a sé, con voce grondante, la yolla che appare all'estremità della cala; di non poter fare il morto sul prato dell'onda, avendo, per guanciale, le mani incrociate sotto la testa; di non potere, infine, pensare all'etemità come ad una musica più dolce che triste, che l'accompagna da quand'è nato, che seguiterà anche dopo di lui.
Come rassomiglia alla madre Tristano. Senza quei baffi biondi che gli ombreggiano le labbra, egli sarebbe, con vent'anni di meno, il ritratto parlante di lei. La stessa bocca, lo stesso sguardo, la stessa fronte, le stesse mani. Parla lento e con dolcezza come lei, non ha mai uno scatto d'impazienza, smorza ogni asprezza della discussione, dà coraggio a chi l'ascolta: proprio come lei.
Mentre Mariano è entusiasta e sognatore, Cino riflessivo e tempista, Pietro sensuale e ombroso, Tristano è sereno e accogliente. Ogni co
sa sulle sue labbra perde l'amaro, sfuma in un'atmosfera di nostalgia e di incantesimo. D'età è tra Mariano e Cino, e s'impone col fascino di quella lievità, che la madre gli ha donato con la vita. Vicino a lui tutti si distendono, diventan più miti. Anche le cose rimpiangono di non potergli saltare al collo, per dirgli la gioia d'esser guardate dai suoi occhi buoni.
La sua venuta ha portato la festa in casa. E' come se il cielo, stanco di mettere abiti neri o bigi, si fosse improvvisamente vestito di azzurro intenso, infilando uno splendido fiore giallo: il sole: all'occhiello .
Tristano ha pensato a tutti. Non solo ha recato un regalino per le sorelle e i piccoli, ma pacchi di sigarette scelte per Mariano, Cino e Pietro. E, alla mamma, ha fatto scivolare nella mano un bel biglietto da cento. Benedetto quel piccolo Roccalta che, con poche lezioni, gli ha permesso di dare un conforto alla casa intirizzita. Un conforto, cioè qualche cosa che ti aiuta ad andare avanti, a essere meno disperato. E' la lotta più terribile, questa che non consente i grandi eroismi, i grandi sacrifici. Lotta di trincea contro la miseria, non la battaglia in campo aperto, dove un uomo di genio, o un eroe, possa piegare il destino a lui. Vincere con la pazienza, abbracciare la morte come una sorella, perché, ricreata dalla bontà di un cuore virente, anch'essa diventi vita nella miracolosa metamorfosi. Ecco l'insegnamento che viene a Tostano dal tragico di tutti i giorni.
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CAPITOLO 4.
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Cino lascia il Circolo a notte alta. Per le strade, coperte da una sottil cipria di coriandoli, e dalla minuzia dei sassolini, che han sostituito il getto dei confetti, quel miserrimo Carnevale attarda ancora qualche affaccendato. Egli non rientra in casa subito. Vagabondare può essere diversivo quando la testa è fissa su un pensiero, come sopra un binario morto.
Spira un tramontano gelido assaettato che s'insinua sotto i cappotti e le sciarpe di lana. Digruma il mare nelle lontananze, e picchia su gli scogli con tonfi sinistri. Dalla Villa , dove Cino si spinge per dare un orizzonte grandioso alla sua angoscia, si vedon lampi squadrare il gruppo delle Eolie, comandati da ingegneri avveniristi che tentan fissare una geometria dell'effimero. Cino si afferra con tutt'e due le mani alla balestrata di ferro, e sospira.
Ottocento lire. Egli ha perduto ottocento lire che non ha pagate. Ha promesso di far fronte al debito nelle ventiquattr'ore. Un affai di nulla.
Io sono un pezzente! egli grida nel silenzio, come se volesse buttare quel segreto di Pulcinella al mare. Sono più colpevole d'essere un pezzente che un imbecille, un mentecatto, un ingrato. Come pagherò, come? 
Essendosi colpito e umiliato nel suo reato di miserabilità, egli, per un momento, si sente più calmo. Ma subito rivive le fasi di quell'ignobile mercante , con l'incanto sfrenato, di cui è stato proprio lui a prender l'aire, e il disgusto di se stesso l'assale.
Non so se più pezzente materiale che morale. Una bella alleanza, non c'è che dire. 
Non tarda a venirgli in aiuto la sproporzione esistente tra la coscienza totalitaria del proprio valore e l'impotenza specifica di far fronte alla somma perduta. Sorge la negazione ironica e dialettica del suo dramma. Ed egli può sorridere di se stesso.
La fortuna mi ha tirata questa freccia nel fianco per mettermi alla prova. Ora son curioso di vedere come me la caverò. Certo non mi ucciderò. Tanta soddisfazione non darò a quei tre vigliacchi che forse mi hanno barato sul muso. Quei soldi salteranno fuori. Come, non lo so. Fumiamo. 
Accende una sigaretta e passeggia su e giù, tenendosi con una mano il bavero alzato sul collo, giacché il freddo buca la pelle. Non può levarsi dagli occhi l'occhiata riprovatrice di Mariano, la prima volta che lo sorprese a giocare al caffè. Ora polemizza con lui:
- Tu sei prima figlio, poi Rupe, poi uomo. Io sono l'opposto di te. Prima uomo, poi Rupe, poi figlio. La tua perfezione ha in sé qualcosa di oleografico, di esemplare, di apodittico, che la rende quasi estranea alla vita. Con tutti i miei difetti, io mi preferisco come sono. Ottocento lire. E va bene. Ma vale assai di più la padronanza che io ho di me stesso in questo momento.
Scompare l'immagine di Mariano, e si profila, sulla dissolvenza, quella materna. Cino stringe più forte il bavero sul collo. Un sasso gli scivola in gola. Chiude gli occhi per abolire l'immagine, ma quella resta. Rivede sua madre nel momento in cui, credendosi non vista, nasconde parte del suo poco pane sotto un tovagliolo per darlo a Leto, se durante la notte non potrà prender sonno per le punture della fame.
Io sono un assassino egli sibila rabbrividendo. Con quelle ottocento lire venivano cinquanta infornate di pane. Ho sputato sul mio
passato, stanotte, l'ho legato come un nemico, e consegnato inerme a quei cialtroni, che forse mi hanno barato sul muso. 
Un odio, rapido come un getto d'acqua fulminato dalla luce di un faro, gli prorompe dal petto.
Sapessi di non esser veduto, li aspetterei appiattato all'angolo di una strada, e li crivellerei a colpi di rivoltella. Sarebbe uno scherzo di carnevale degno di me. 
Ancora lui, sempre lui. Pur nella morsa che gli stringe le tempie, non l'abbandona l'alto concetto della sua personalità. E, in fondo alla sua angoscia, resta la coscienza d'un margine ideale, se non pratico, dovuto alla sua superiorità di uomo. Tra breve la commozione, che poco prima l'ha preso al pensiero della madre, gli parrà una perdita non minore di quella fatta al gioco. E a questa si sforzerà di reagire, ancora più che a quella.
Intanto il tempo passa. Son quasi le tre. Cino lascia la balaustrata della Villae scende lentamente verso il Corso. All'altezza della piazza intitolata al nonno, egli scorge il gruppo dei compagni di mercante . Ridono, schiamazzano, e si buttano festosamente cartocciate di coriandoli addosso.
Ih un primo tempo Cino pensa di evitarli, poi va loro incontro. Gli amici appena lo riconoscono, lo accolgono con grida trionfali.
- Ecco la vittima. Il pazzo di carnevale...
- Lo sdrucio del porco è fatto a sue spese.
- Allegro, Cino Rupe, la rivoluzione che predichi è alle porte...
- Arriverà col primo treno da Ferrara o da Parma. Va' a prenderla alla stazione...
- Non dimenticare di tingerti il volto di fuliggine...
- Né di metterti sul capo la mitera di pelle...
- Un campanaccio al braccio destro e un paniere di cenere al sinistro...
- L'asino. Manca l'asino di Sileno...
- Farai da asino tu stesso... Sarai a bisdosso di te stesso...
- Evviva la rivoluzione della sindacalia...
- Allora sarà carnevale sempre...
- Intanto le prime vittime son le vacche...
- Però tu sembri un pipistrèllo, stanotte.
- Non puoi prender poso... Le strade di Sarmùra son tue...
- Forse stavi pensando di dar fuoco al paese?
- Stavi avvelenando l'acqua delle fontane?
- Stavi spandendo l'afta epizootica per imitare i tuoi compagni di Parma?
- Dàgli all'untore! Caccia la Malasorte col frugnolo cieco...
- Propongo di festeggiare le nozze del porco da Rosa la Pazza .
- Noi paghiamo e tu sciàli... Ti va?
Risponde Cino con voce calma:
- Andiamo da Rosa la Pazza' ... E' un'idea...
E s'avviano. Si mette, a lato di Cino, il compagno, su cui egli ha conglobato il debito delle ottocento lire. E' l'avvocato Biroldo, un ricco agrario di Sarmùra, che esercita la professione più nei circoli che in tribunale. Egli è attaccatissimo al danaro, veste come un cialtrone, si cambia la camicia ogni venti giorni, voltando e rivoltando i polsini luridi, porta colletti di celluloide e cravatte fisse, non dà mai un soldo di mancia al cameriere, specula sulle carte da gioco, guadagnando qualche centesimo su ogni mazzo, si fa portare in chiesa, ed in Villa , nelle sera di festa, la sedia da casa, per non dover pagare il soldo di nolo allo scaccino o al gelatiere. E Biroldo non è il peggiore dei tre compagni con i quali Cino gioca spesso la partita a mercante . C'è la strige che sente la morte. E Cino ha bisogno di sentir quella miseria umana intorno a sé, per aver la prova della sua superiorità d'uomo, della sua necessità di rivoluzionario.
Il locale dove opera Rosa la Pazzanon è lontano. I quattro ci arrivano facendo baccano. Anche Cino sta alla celia per provare a se stesso il limite della propria signoria su gli avvenimenti. Negl'intervalli della sua falsa gaiezza, egli seguita a veder la madre mentre nasconde parte del suo poco pane sotto il tovagliolo.
- Cosa ne farai del denaro che ti darò domani?... chiede ridendo a Biroldo. E lui:
- Me ne andrò a Messina a mangiarmelo con le bagascie... E' un modo di onorarti... Penserò nei momenti umidi a te... Per darti un rinfresco all'anima...
- Ti venga lo scorbuto, caro... Non hai parenti più prossimi cui pensare durante le tue sudicerie?
Davanti alla casina di Rosa la Pazzastazionano parecchie persone: cocchieri, sgalerati, monellacci, mendicanti: intenti a sgranar castagne secche, semi e noccioline americane. Appena vedono il gruppo dei signori si addossano al muro per lasciar libero il passo. Un malandro, Titta, detto il Rognoso , ch'è l'amico di Rosa, saluta la compagnia, scappellandosi riguardosamente. Poi a Cino, che conosce meglio di tutti, per averlo avuto a difensore in un processino di rifiuto e violenza alla Forza pubblica, dice con aria d'intesa:
- Servo vostro, avvocato. Comandatemi!
- C'è gente su? chiede Cino. E Titta premuroso:
- Solo uomini di ciurma... E' carnevale. Se ne stanno al fuoco, e parlano di Peppe Laganà, che ha vinto la padella della cuccagna in piazza, ma s'è rotta una gamba forse per l'emozione. Ora vedete la sfortuna...
- Ma chi c'è con Rosa? chiede impaziente Suriàca, un altro dei compagni di Cino, figlio d'uno dei più ricchi proprietari della Piana.
- Nessuno, don Girolamo. Quei cenciosi stanno su a godersi il braciere. Non ho il coraggio di mandarli via per carità cristiana... Rosa s'è messa a far la calza e cosi sta passando il carnevale... O Sarmùra, come ti sei ridotta...
I quattro vanno su per una scaletta appestata di piscio di gatto e scricchiolante paurosamente.
- Qualche volta non reggerà e mi farà rompere la noce del collo... brontola Spùlica, il terzo ed ultimo compagno di Cino, l'amministratore dei principi Orsi, un pezzo d'uomo panciuto come Falstaff e petulante più di una calandra.
- Ti faremo empiastri di malanova... Non ti preoccupare... gli dice ridendo di gusto Biroldo, che s'atteggia a umorista della compagnia.
Quando vedono entrare i quattro galantuomini , seguiti da Titta il Rognoso , gli uomini di ciurma si rizzano in piedi, e fanno l'atto di andarsene. Li incoraggia in quella decisione il malandrò:
- Ve lo siete goduto il calduccio, cani litràri? Ora andatevene a letto, ché le mogli vi aspettano con le pulci addosso.
Rosa è rimasta seduta al braciere, e non ha neppure alzati gli occhi sui nuovi venuti. Titta l'ammonisce:
- O Rosa, non vedi chi ti ha fatto l'onore di venirti a trovare? Lascia quella calza che ti deve servire per il cataletto... Tanto, calzata o no, i vermi ti mangeranno lo stesso...
Si ode strillare nella stanza accanto - quella dell'amore - un innocente, il bambino di Rosa.
- Figlio! grida lei accorrendo. - Vengo, bello, creatura mia... Di che cosa hai paura? Che sogno hai fatto?
Ritorna alla camera col bambino in braccio. Cino abbassa gli occhi per nascondere il suo disagio. Invece i suoi compagni protestano contro Rosa, che fa la commedia della maternità.
- Non hai altri posti dove tenere la creatura? E' diventato un brefotrofio, questo?
- E' tuo quel bambino o l'hai preso a nolo?
- Peccato non la veda un Raffaello. Sarebbe bellissima una Madonna del Lupanare. Manca alla nostra grande arte classica.
Rosa sputa per terra guardando in viso i tre miserabili. E quella risposta concisa le attira un ceffone del compare Titta.
- Chi ti insegnò la creanza, figlia di celebrata puttana? Non sai che hai da fare con la miglior gioventù di Sarmùra?
- Lascino stare il mio bambino ché non son degni di baciargli i piedi. Finché se la prendon con me che son bagascia, e faccian pure... Però alla fin fine Donna Lia Licerta ha dimostrato che anche le donne per bene la sanno fare la bagascia quando occorre.
Un altro ceffone del compare Titta, che Rosa si prende in santa pace, avendolo già messo al passivo.
- Non saranno i tuoi schiaffi che mi faranno cambiar parere. Dico che molte mamme e sorelle di lor signori farebbero come Donna Lia, e non solo per la disperazione ma perché ce l'hanno nel sangue di far le bagascie...
Titta fa per rincarare la dose dei ceffoni ma Cino lo ferma con voce gelida e terribile:
- Lasciala stare, cane! Sai bene che questa sciagurata ha ragione, che questi tre vigliacchi dovrebbero esser bruciati col petrolio o annegati negli sputi. E allora perché la batti?
I tre si voltano verso Cino spaventati. Quella sua voce viene da una zona buia dove si nasconde lo spettro dell'odio. Istintivamente si addossano l'uno all'altro, in attesa di un'aggressione improvvisa. Cino se ne sta a guardarli nel bianco degli occhi, pallido e anelante, una piega di scherno sulla bocca, e la mano che gli trema in tasca. Titta s'è intanto fatto prudentemente indietro, ritenendo assolto il suo compito, e si gusta la scena ch'è un po' nello spirito della picciotteria. Rosa culla il suo bambino. Cino scoppia improvvisamente a ridere:
- Il serpente che ammalia le allodole... Ne ho abbastanza di fare l'ipnotizzatore... Sveglia signori... Il carnevale muore domani notte...
- Allora tu scherzavi - balbetta Biroldo riprendendo un po' di colore. Io mi domando se sei diventato pazzo... Ti confesso che m'hai fatto paura...
- Io me ne vado... brontola Suriàca sdegnato. Certi scherzi non li sopporto neanche di carnevale.
Ancora più spicciativo di lui, Spùlica infila la scala senza far parola, e, solo quando è abbasso, forse temendo l'oscurità, si decide a chiamare con voce irosa i suoi compagni. I quali lo raggiungono. Però tutti e tre non si sentono al sicuro che quando son nella strada. Allora Biroldo grida forte perché di lassù Cino Rupe lo senta:
- Vossignoria è pregata di pagare i debiti... Altrimenti chi gioca e
non paga, prima è svergognato e poi radiato dal Circolo. Uomo avvisato...
Cino non risponde. I tre si allontanano, parlando animatamente, ed egli li segue col pensiero, seduto al braciere, davanti a Rosa, che continua a cullare il suo piccino. Il quale, ad un tratto, piglia poso, si addormenta, e induce la madre a coricarlo nel letto del piacere, in un angolino morto, diviso dal resto mediante un solco di coperte e di pezze. Quando la donna ritorna, Cino è sempre al braciere, i gomiti puntati sulle ginocchia e la testa tra le mani. Titta si è intanto prudentemente ritirato.
- Fa freddo... - dice la donna sbraciando. Mi manca un vetro alla finestra ed entra un'aria... Stamattina mi è gelata l'acqua del bacile... Peggio che stare all'aperto...
Cino tace. Svergognato prima, radiato poi. Tutto ciò puzza di moralità, di cavalleria, di convenienza piccolo-borghese. E va bene. Egli ha rotto i ponti, per cultura e sentimento, col mondo borghese; quindi che cosa gli dovrebbe importare di tali sanzioni o minacce? L'esempio. Noi si dev'essere di esempio alle masse e agli avversari. Esempio vivente di rettitudine, di rigidezza, di serietà, giacché il problema morale è fondamentale nel socialismo. Son parole di Mariano. Però questo non ha nulla a che fare con la capacità funzionale del sindacato a gestire la società, con lo stato d'animo insurrezionale, che può innalzare, per effetto delle crisi economiche insite nel regime capitalista, la classe proletaria al posto di comando della società. Paghi lui, Cino, le ottocento lire o non le paghi, resti svergognato prima e radiato poi dal Circolo, la prassi si rovescierà egualmente. Che c'entra allora il problema morale, inteso come causa, e non come effetto, della rivoluzione proletaria?
- Avete perduto molto, signorino? Mi sembrate tanto addolorato...
Cino tace. Egli pensa alla lotta che lui e i suoi fratelli stanno combattendo da anni. Una lotta durissima per tener le posizioni, per non sfigurare davanti alla gente, per non compromettere l'avvenire delle sorelle. Tutti, dai grandi ai piccini, han fatto miracoli per durare: Pietro è diventato quasi un contadino, Leto, alla sua età, si guadagna il pane come un grande. Ed ora la catena s'interromperà per causa sua. Svergognato prima, radiato poi. Non c'entra il problema morale, durando il regime borghese? Non c'entrerà per lui, ma c'entrerà per gli altri. E come! Non parrà vero ai galantuominidi Sarmùra, Licerta capintesta, di averlo in mano loro, di colpire, attraverso lui, tutti i Rupe. E, questo, per ottocento lire. Maledetto gioco! L'occhio severo di Mariano splende nel buio. La madre nasconde ancora parte del suo poco pane sotto il tovagliolo.
- Siete addolorato perché non potete pagare, è vero, signorino? Se fossi al vostro posto non me la prenderei cosi... Pagare quei fetenti? Piuttosto una pastiglia di sublimato...
Cino si scuote. Chiederà a Tristano di aiutarlo, e, se questi non potrà, andrà da Desio, il suo avvocato. Ma i soldi debbon saltar fuori. Non può, un uomo come lui, scoprirsi come un inetto, dare un'arma ai suoi nemici, far pesare la sua leggerezza su tutta la famiglia. Che cosa sono ottocento lire? Cinquanta infornate di pane, il pane di un anno, sono. Il gesto della madre che nasconde parte del suo poco pane sotto il tovagliolo s'ingiglia davanti a lui. Maledetto, maledetto quel mercante . Ci sarebbe da dar la testa nel muro.
- Tanto avete perso? Non si può sapere?
- Ottocento lire. Rosa. Per guadagnare questa somma tu ti devi coricare con ottocento sudicioni... Ci pensi...
- Avete perduto tanto... mormora la prostituta spaventata. - Ma eravate pazzo?
- Non può un uomo come me perdere ottocento lire?
- Mille, anche, signorino. Ma voi siete ancora un figlio di famiglia... Quei fetenti hanno approfittato di voi... Malanova per loro, ora e sempre...
- Ti ringrazio povera diavola... Sapevo ch'eri buona... Quanti mesi ha il tuo bambino?
- Quattro mesi... Pesa sette chili... Tanto, vero?
- Un gigante... Chi è suo padre?
- Nessuno e tutti, signorino. Quando sarà grandicello lo metterò in collegio... Cosi non si vergognerà di me... Forse mi perdonerà...
- Perché dovrebbe vergognarsi di te? Tu sei la sua mamma... Il destino ti ha condotto a questo...
Muove verso la scala ma Rosa lo ferma.
- Signorino - gli dice sottovoce perché Titta non la senta - in una calza tengo nascoste centotrenta lire... Le volete? Non ne ho di più... Sono i risparmi di due mesi. Ve le dò con piacere... Cosi avrete da trovare solo il resto...
Cino guarda Rosa commosso. Quella povera donna lo compensa, in un momento, della sua angoscia notturna. La bacia in fronte e le dice:
- Grazie di cuore... Se mi occorreranno verrò fraternamente a chiedertele. Ho sentito che la tua offerta è sincera...
E se ne va. E' già l'alba. Quando rientra in casa vede Leto che si sta preparando per andare alla fornace. Egli sguscia nella sua stanza, in 
punta di piedi, come un ladro. Come un ladro, per non farsi sentire. A tutta prima è contento di non esser stato visto. Poi si vergogna della sua vergogna, e si butta sul letto livido.
Tristano non può aiutare Cino perché ha appena il danaro del viaggio di ritorno. Siamo ai dieci del mese e, perciò, anche lo stipendio è lontano e inafferrabile. Chiedere un avallo per una cambiale, ma a chi?
- Possibile che non si trovi un avallante? Io sarei pronto a firmare una cambiale... A sei mesi sarei certo di pagarla con un po' di sacrificio...
- In questo caso potrei firmarla io, ti pare?
- Ma per che cosa hai bisogno di tanto danaro?
- Permettimi di non dirtelo... E' una cosa delicata e urgente.
- Tanto delicata che non possa dirla a un fratello come me?
Cino rimane un momento soprappensiero, poi, reagendo al sentimento di vergogna che gli spruzza di rosso il viso, dice:
- Ho perduto al gioco. E' incredibile che io sia caduto in una trappola tanto banale, tuttavia questa è la verità...
Tristano, nell'apprendere la notizia, impallidisce e sgrana gli occhi:
- Hai fatto ciò... Dopo la morte di nostro padre questo è il più gran dolore della mia vita...
La voce con cui egli si è espresso è commossa fortemente. Non c'è acredine in essa, solo afflizione. Quell'abbattimento sincero sconcerta Cino. S'egli avesse trovato nel fratello un giudice, avrebbe reagito, chiamando in aiuto il suo individualismo sfrenato. Di fronte al cordoglio che si china sull'irreparabile, mormorando parole simili a gemiti, egli si sente sperso. Ora, all'occhio riprovatore di Mariano, al gesto soavemente furtivo della mamma, si aggiunge il viso accorato di Tristano. Gli pare di camminare sulle acque di un mare nero, e che voci fioche di naufiraghi riempiano la sua notte.
- Ti prometto, Tristano, che non giocherò mai più. Evidentemente questa mazzata sulla testa m'era necessaria per veder chiaro in me. Quanto al denaro cercherò di trovarlo... Il mio avvocato non me lo rifiuterà. Ne son certo...
- Te l'auguro, Cino, con tutto il cuore... E alla mamma non dir nulla, sia che tu lo trovi o no. Se poi lo verrà a sapere, pazienza... Noi avremo cercato di risparmiarle questa grande pena.
- Anche a Mariano non dir nulla - raccomanda Cino. Mi disprezzerebbe troppo...
Poco dopo esce, e va da Desio, il suo principale. L'avvocato ha un diavolo per capello, perché, da un'ora, cerca nelle sue carte un documento
importante e non lo trova. Appena vede Cino lo investe violentemente:
- Il contratto di divisione Serio, dove l'ha cacciato, si può sapere? Io? Il fascicolo Serio non l'ho mai avuto in esame.
- Mai? Ma se ci sono gli appunti fatti di suo pugno... Eccoli qua...
- E' vero. Ma codesti appunti io li feci su un foglio staccato, e su indicazioni sue. Sono note di ordine generale, niente altro.
- Insomma lei vuol dire che il contratto me lo son mangiato? Se ci fosse lo si dovrebbe trovare, le pare?
- Ha cercato per bene?
- Dal primo fascicolo, dal primo foglio all'ultimo. Non si trova. C'è troppo disordine in questo studio... La colpa non è tutta mia. Lei è un uomo intelligente ma ordinato non troppo, se lo lasci dire...
Cino avrebbe un'insolenza pronta sulla punta della lingua, ma la trattiene per miracolo. Desio l'indovina e strilla:
- E mi dica, giacché si trova, che vuol fare il suo comodo. Il mio studio non le interessa perché non le dà un guadagno sufficiente? Ed allora, mio Dio, perché si vuol sacrificare?
- A me pare, avvocato, che lei abbia dormito male stanotte... Me ne dispiace ma non so che farci...
Dice, e gli volta le spalle infilando la porta. Piuttosto che chiedere in quelle condizioni a quell'animale di Desio, meglio farsi segare. Ed allora?
A casa Tristano gli domanda con lo sguardo Com'è andato il suo passo presso l'avvocato. Cino fa segno con la testa che il tentativo è fallito. Il suo scoraggiamento non sfugge alla madre.
- Sei pallido, oggi, Cino. Non hai dormito...
- Mi sono ritirato tardi, mamma... Ho un po' di mal di testa...
- Per fortuna oggi c'è il brodo. Una tazza di brodo caldo ti farà bene.
- Certo, mamma, mi farà bene. Ti ringrazio...
Ma a tavola Cino non prende quasi nulla. Dopo pranzo esce di casa subito e va dal nobile Raffaele Scattagnòla, direttore della Banca di Sarmùra . Lo trova bazzotto per le cordiali libazioni, circondato dalla famiglia come da una guardia del corpo. Gli annunciano Cino Rupe, ed egli, dopo avere arricciato il naso, lo riceve in mezzo ad una confusione infernale di ragazzi che tiran la coda a cani e a gatti, di fanciulle che ascoltan l'Adriana al grammofono, di serve che acciottolano e acciabattano. E, sul tutto, i gridi isterici della madre, la gentildonna Amelia Scattagnòla, la quale se ne sta come una papessa su una poltrona, una gamba per terra e l'altra su una sedia, giacché ha la sciatica.
- Direttore, avrei da parlarle... dice Cino con aria imbarazzata. E il nobile Raffaele:
- Non si tratterà di affari, avvocato... Oggi è festa e non ne voglio sapere...
- Veramente si tratta di una cosa delicata...
- Dolentissimo, ma di affari non è il caso di parlarne. Avremo tempo domani, e dopo.
- Allora non mi resta che chiederle scusa... risponde Cino col fiele in bocca. E se ne va accennando un lieve saluto alla nobildonna, la quale non ha fatto altro che squadrarlo di sotto in su, durante il breve colloquio.
Cino esce dalla casa con la testa vuota. L'ira vince in lui l'angoscia. Son tramontate le sue maggiori speranze, senza neppur esser riuscito a formularle. Tra qualche ora scade il termine di pazienza, ed egli non ha neanche una decima parte della somma da offrire al suo creditore.
Per la strada incontra Mariano e Tristano. Mariano cammina a testa scoperta per godersi l'ultima ora di sole. I capelli lunghi e inanellati, la barba biondissima che gli cade sul petto, splendono castamente nella luce del tramonto. Anche Tristano ha nel viso, e specialmente negli occhi celesti, qualche cosa di etereo, di vergineo, che fa pensare a un bambino risvegliato contro voglia. Sono entrambi bellissimi, e il popolo li vede passare per la strada con un senso di orgoglio. Questi, almeno, non sono contro di lui. Li ha al suo fianco a un bisogno. Per essi la superiorità della mente e del cuore non è l'equivalente dell'egoismo e della superbia. Li saluta da ogni parte affettuosamente, ed essi rispondono con limpidi sorrisi.
E quella bellezza fisica e spirituale dei fratelli è un nuovo peso su l'angoscia di Cino. Come si sente brutto, ripugnante, vicino a Tristano e Mariano. Gli pare di rubar loro ogni lucentezza, ogni castità. Era cosi anche ieri? Anche ieri quella sua fronte aggrondata piena di prominenze (qualcuna meno di sette che altrimenti gli si attaglierebbe la settimontàna testanella quale Campanella simboleggiava la sua alta predestinazione) paragonata a quella liscia e radiosa di Tristano, a quella schietta e serena di Mariano, rompeva un'armonia, un ordine ideale?
- Prima che me ne dimentichi - dice Mariano a Cino porgendogli un giornale. Eccoti l'ordine del giorno votato dalla Camera del Lavoro di Parma contro l' Agrariada un lato e i riformisti della Confederazione dall'altro. Lassù non scherzano. Sarà bene che nella seduta
della sezione tu prenda la parola. I compagni seguono con ansietà gli sviluppi della lotta...
Cino prende il foglio, dà un'occhiata rapida all'ordine del giorno, poi se lo mette in tasca asciutto.
- Parlerò... I dirigenti della Confederazione bisognerebbe metterli al muro e fucilarli... Fan di tutto per compromettere il risultato dello sciopero... Con codesta gente ci si illude di far la rivoluzione...
Parla, ma il suo pensiero è assente, corre dietro a Guastalla, un avvocato di Cetràro stabilito a Sarmùra, il quale potrebbe aiutarlo in quella dannata faccenda del debito. Dov'è in questo momento Guastalla? E' in paese? E' fuori per le feste?
- Ci vediamo più tardi... egli dice improvvisamente. Ho qualche cosa da sbrigare. Un sorriso scialbo ai due fratelli, e via. Tristano che sa lo segue con gli occhi fin che non volta la contrada.
Guastalla non è in casa. E' uscito a far due passi per il paese. Cino batte il Corso, la Villa , quattro, cinque volte, senza poter rintracciare l'amico. In compenso, incontra Biroldo, il quale gli butta la tipica occhiata del boia al collo dell'impiccato. Cino vorrebbe accostarlo per prepararsi una ritirata qualunque ma l'altro, per evitare ogni approccio, cammina a capo basso come se gli fosse morta la madre. Cino allora lo chiama:
- Senti Biroldo, avrei da parlarti...
Biroldo si ferma, alza su lui uno sguardo gelato, e aspetta che l'altro lo raggiunga.
- Cos'hai da dirmi?
- Quei danari, io spero di poterteli dare stanotte... Ma se per una ragione qualunque... Sai, oggi è festa... e non è facile mettere insieme una somma cosi grossa... Aspetto un cliente che mi deve liquidare la parcella semestrale... Però non si è ancora fatto vedere... Tuttavia io ho buone speranze che...
La soddisfazione, che traspare in Biroldo, di poter smaccate l'avversario davanti a tutto il paese, supera il grido d'allarme della sua pazza avarizia. E' tutto dire. Cino si meraviglia di non saltare alla gola del nemico:
- Potrebbe accadere anche a te, a chiunque...
- Quando ho perduto ho sempre coperto al tavolo... Che gioco sarebbe se si dovesse prendere e non dare?
- Che cosa vorresti dire con questo?
La voce di Cino è quella stessa gelida e terribile che Biroldo e i suoi compari hanno sentita nella casina di Rosa la Pazza . C'è in essa un
ammulinare di polvere rossa, uno smottar di radici aride, un cader di coltelli su lastre di marmo nero. Biroldo arretra spaventato:
- Non ho voluto offenderti... Parlavo, in generale...
- Ah... esclama Cino socchiudendo gli occhi e sospirando. - Meglio cosi...
Si passa una mano sulla fronte, poi colma con la punta dei polpastrelli i vuoti, lasciati sulla sua faccia dalla disperazione. Infine dice:
- Ti rilascerei, se tu avessi pazienza, una cambiale a trenta giorni per mille lire... Le duecento lire non sono un allettamento allo strozzinaggio... A me farebbe più comodo pagare mille lire tra un mese che ottocento subito. E giacché tu non hai urgente bisogno di quel danaro saremmo in due ad averne beneficio... Ti pare?
- La questione a mio avviso è una sola... Puoi tu pagare stanotte? Sei sicuro che il cliente ti salderà la parcella tra poche ore?
- Se fossi sicuro non ti avrei fatta la proposta di prima.
- Oh, si comincia a sgombrare il terreno dagli equivoci... Discutiamo tra noi... Tu hai fretta di andartene? Potremmo far due passi assieme...
- Volentieri.
Biroldo, messo nell'alternativa di aver una grande vittoria morale, ma di restare con un pugno di mosche, quanto a cum quibus; d'altra parte, sinceramente atterrito dall'odio di Cino Rupe, si va orientando verso la proposta di lui. La quale, non solo gli dà un titolo certo in mano, ma glielo arrotonda per benino. Egli, ora, cerca di salvar la forma, di venire, cioè, incontro a Cino il più tardi possibile, e col maggior sacrificio visibile, trascurando elegantemente la questione delle duecento lire di interessi, assai delicata e assiomatica per discuterne troppo.
Dopo un'ora di conversari, si lascia finalmente convincere, il buon Biroldo. Egli stesso accompagna il debitore dal tabaccaio, per acquistare l'effetto, e, quando l'altro lo ha riempito, e glielo porge, col sale sulle labbra, egli l'accetta col fare del cristiano contento di aver aiutato il suo simile, memore del corto passaggio di noi uomini sulla terra, non solo, ma che c'è, di là, un Dio, il quale ti ridà, se tu hai dato, ma, se tu non hai vestito neppure un ignudo, ti lascia in pelle, intirizzito per l'eternità. Quella cambiale è come un vestito per Cino. Se essa, come la fatai camicia del mito, è intinta nel velenoso sangue di Nesso il centauro, la colpa non è tutta di Biroldo, il buono. Chi rompe paghi , come dice Pitizonzo con l'aria di aver scoperto anche questo detto memorabile. E i cocci sono suoi. Cioè di Cino, il quale ha trovato il modo di far trenta nottate bianche, quel nottambulo.
La sera, all'assemblea della sezione, Cino parla con violenza inaudita contro l' Agrariadi Parma e, soprattutto, contro i membri della Commissione d'inchiesta, nominata dai riformisti, per controllare lo sciopero sindacalista. Li chiama strumenti consapevoli del Governo reazionario, e proclama la necessità per le éltes operaie di uscire da un Partito, ormai asservito a Giolitti e ai partiti borghesi. La passione di tante ore sfocia cosi nel mare della palingenesi rivoluzionaria.
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CAPITOLO 5.
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Accompagnando, un giorno, Nèoro, da una zia, la sorella Lina, chi t'incontra proprio all'imbocco del Corso? Cortaldo. Gli sguardi del geometra milanese, e di Culo di Ferrosi incrociano, esprimendo, nell'uno, la più gradita meraviglia, nell'altro un certo imbarazzo. Imbarazzo che, tuttavia, non impedisce il ragazzo di levarsi il berrettino, per rispondere al saluto pieno di deferenza che l'amico gli fa, in omaggio alla giovane donna che gli sta al fianco.
Lina riconosce l'ammiratore e nota il suo gesto di sorpresa nel vederla con Nèoro, il quale, tra l'altro, le rassomiglia grandemente. Ella sa dell'impresa, condotta dal fratellino qualche tempo prima e, non volendo che Cortaldo pensi a un intrigo, ordito per ridere di lui, o per altri scopi, risponde al suo saluto con fredda cortesia, senza cordialità.
Sbrigate alcune pratiche in sottoprefettura, Cortaldo ritorna nel Corso, con la speranza di rivedere il piccolo amico, di cui conserva un cosi buon ricordo. Ma inutilmente. Nèoro, immaginando che il geometra gli faccia la posta, dopo aver lasciata la sorella dalla zia Francesca, fa un giro per evitare il Corso, e ritorna a casa dal lato del Portello.
Racconta l'incontro a Orsa e a Gilda, e le sorelle sorridono del suo visibile dispetto:
- Prima o poi questo ti doveva accadere! dice Orsa. Sarmùra non è Napoli... Anzi è straordinario che non ti sia imbattuto in lui prima d'ora...
- Non è l'incontro che conta - avverte il furbo Culo di Ferro . E' che m'ha veduto con Lina...
- E che vuol dire questo?
- Che vuol dire? Che era meglio mi vedesse solo.
- Non esagerare negli scrupoli - ammonisce Gilda. Come vuoi ch'egli pensi a un tranello quando, se tranello c'è, esso t'è nato 
spontaneamente, quella domenica, dall'impazienza di attendere davanti al Genio Civile?
Rincalza Orsa:
- Noi non ti s'era detto di affrontare a mano armata il signore per sapere il suo nome... Ti avevamo solo incaricato d'indagare chi era, cogliendo un'occasione propizia... E invece tu... Certo riconosco che sei stato magnifico...
A quella lode Culo di Ferros'illumina e mette a dormire gli scrupoli:
- Dopo tutto - conclude - meglio cosi. Quel geometra m'è simpatico... Ed era un peccato non poter più fare quattro chiacchiere con lui...
- Gli parlerai ancora?
- Perché no? Giacché non c'è niente di male.
- Male certo non c'è, tuttavia io non so se...
Orsa consulta con un'occhiata la sorella. La quale rimane un attimo soprappensiero, prima di dir la sua opinione:
- Male non c'è, però è meglio evitarlo finché si può... Non devi esser tu a cercarlo... Se invece sarà lui... La cosa è diversa...
- Farò cosi. Son sicuro che mi verrà incontro, appena mi vedrà.
Infatti il ragazzo, andando, la sera stessa, a comprare uno scartoccio, si sente improvvisamente chiamare da una voce simpatica:
- Culo di Ferro , non riconosci più gli amici?
Nèoro si volta, e vede sul marciapiede opposto il capo geometra Cortaldo . Contento che l'accaduto si sia svolto con ogni rispetto delle forme, il ragazzo risponde gaio all'amico:
- Lei! Son contento di rivederla...
Gli va incontro sorridente, gli dà la mano, quindi, dopo averlo considerato attentamente, esclama:
- La trovo bene... L'aria di Sarmùra ingrassa i forestieri...
- Sono dunque ingrassato?
- Un pochino... Segno di salute... Sempre cosi...
Cortaldo scoppia a ridere, ringrazia e poi si accompagna al piccolo. Egli vorrebbe fargli una domanda che gli preme tanto, ma non osa, tenuto com'è a bada dalla furberia del ragazzo. Dice:
- Sei dunque di Sarmùra non di Gioia... Mi dicesti una menzogna quel giorno...
- Una menzogna? Io dissi ch'ero di un paese vicino a Gioia. Sarmùra non è forse vicino a Gioia? Ed allora dov'è la menzogna?
- Sei sempre lo stesso birbone... Con te bisogna badare ai doppi sensi. Non te la fa neanche il diavolo...
Nèoro sorride compiaciuto, e non risponde per modestia. La lode quando è meritata fa piacere a chiunque. Dice, dopo un po':
- Si trattiene ancora molto a Sarmùra?
- E' probabile, caro.
- Per lei questo paese dev'essere un mortorio... Non c'è nemmeno il cinematografo. Ha visto che carnevale disgraziato? Una vergogna.
- Ho avuto tanto da lavorare che non me ne sono nemmeno accorto.
- Ha scannato il porco a casa sua?
- Io? No, davvero.
- Noi neppure... Per una ragione: che non l'avevamo.
- Non è un gran male, ti pare?
- Però quando c'è, è una bella festa. Lei non ha mai assistito allo sdrucio?
- No... Ma immagino che il maiale non sia del tuo parere... Per lui la festa è forse meno interessante che per gli altri...
- Lo credo, povero diavolo... Gli altri si divertono e lui lo scannano...
A questo punto Cortaldo cerca di stringere la conversazione per timore che il ragazzo, avvicinandosi a casa, lo pianti con quattro salti in asso:
- Come ti rassomiglia quella signorina che era oggi con te... Era certo una tua sorella...
- Si, è mia sorella - risponde asciutto Nèoro, facendo capire che non ammette altre curiosità a quel riguardo.
Cortaldo è intelligente oltre che delicato, e non insiste: ciò di cui gli è grato il ragazzo. Arrivati alla piazzetta di San Rocco, i due amici si salutano.
- Vienmi qualche volta a trovare al Genio Civile - raccomanda Cortaldo. Se ti interessa, ti mostrerò tante belle fotografie di Milano.
- Si che m'interessa... Ci verrei davvero se non avessi la scuola. Sono esternoal Convitto Pastorino.
Egli pronunzia quell' esternocome un malato che confessi al medico un male obbrobrioso.
- Ho solo la sera disponibile e la domenica... soggiunge. Ma troverò un momento per venire a veder quelle fotografie. Chissà quant'è bella Milano...
- Non è bella. E' soltanto grande. Ma per essere sinceri, a me che ci son nato, pare anche bella.
- C'è la nebbia, vero?
- Si, molta nebbia.
- Che importa? Come vorrei vederla... Per ora sono piccolo e senza
danari, ma quando potrò... Il mio sogno è viaggiare... Quando vedo passare un treno mi batte il cuore.
- Che ragazzo... - dice Cortaldo commosso. - Dunque, ti aspetto... Non dimenticarti...
- Va bene... Arrivederci...
Stringe la mano al geometra, e fila a casa. Lina, alla quale il ragazzo racconta l'incontro, si copre il viso di rossore, dominando a stento il suo nervosismo. Prima di andare a letto ella chiama da parte Gilda e Orsa e fa loro una solenne lavata di capo:
- Io dico tutto a Mariano, vi avverto... Con la vostra leggerezza avete combinato un mezzo pasticcio... Chi sa che cosa s'è messo in testa quel tale. Pensare che non me ne importa proprio nulla, e, se fosse stato in me, non mi sarei mai accorta ch'è al mondo...
- Che esagerazione... - mormora contrita Orsa. - Si tratta solo di una curiosità innocente... Del resto, sono con te che è meglio tagliar netto.
Ci vuole del bello e del buono a calmare Lina. La quale crede di poter ingiungere a Nèoro di rompere ogni rapporto con Cortaldo. E giacché questi non tollera imposizioni di nessun genere, tanto meno questa, che pare assolutamente ingiusta, Lina è li li per picchiarlo. Culo di Ferrosfugge da pari suo, caracollando come un puledro, per le stanze, inseguito dalla sorella. Questa, ad un certo punto, abbandona l'inseguimento, e frusta il fratello con la solita ingiuria: Ladro di Forte! .
Detto fatto. La prima tazza che trova a portata di mano, il monello la scaraventa contro la sorella. Fallisce il bersaglio, perché l'altra si china fulminea, evitando il proiettile. Il piccolo allora scende le scale per aver la ritirata libera, poi, dal pianerottolo, intona, canzonatoria, lo strofa di dispetto che, non si sa perché, accompagna Lina dall'adolescenza:
Ràfia maligna
attaccata a lu lignu,
tèniti forti
ca passa la Morti.
La Morti passau
ma Ràfia restau...
Quale rassomiglianza tra Lina e la fibra tenace che serve ai contadini per legare gl'innesti talea? Un mistero. Eppure la giovane donna odia il nomignolo di Ràfiaquasi quanto Nèoro quello di Ladro di Forte . Pur temerario com'è, il ragazzo, stima prudente lasciar passare il convulso alla sorella prima di ricomparire in casa più fresco di una rosa.
La minaccia ch'egli, per vendicarsi delle busse, sveli il segreto di Cortaldo, provocando un piccolo scandalo in famiglia, consiglia Lina di rimandare a migliore occasione il castigo.
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CAPITOLO 6.
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Il casellante Scarcella è trattenuto in carcere e denunziato all'autorità giudiziaria per correità nel furto di grano alla stazione di Sarmùra. L'avvocato può parlare con l'imputato dopo che ha reso il primo interrogatorio al giudice. Lo Scarcella, nel vedersi difeso dal fratello di Pietro, fantasticando chi sa mai quali tradimenti tra la moglie e il suo compagno a terziglio, si chiude in un silenzio armato, e aspetta di terminare il colloquio per chiedere alla Procura che gli si cambi il difensore.
Questa ricusazione, resa perfetta con la domanda scritta e sottoscritta dal casellante, è oggetto di commenti assai mordaci nell'ambiente degli avvocati di Sarmùra, dominato da Ciccio Licerta. Il quale, dopo la prova di forza data nel signoreggiare lo scandalo, pur intimamente disprezzato da tutto il paese, è diventato più potente che mai. Tra l'altro, spedita nottetempo la moglie in una casa di salute, s'è fatta venir da Roma una istitutrice per i suoi figli, e, giacché la forestiera è belloccia, l'avvocato usuraio la tiene chiusa a chiave peggio della moglie. La gente mormora che ne ha fatto la sua femmina, per non pagarle lo stipendio.
Il furore di Cino, per lo smacco subito, si sfoga in un colloquio drammatico ch'egli ha col fratello a Fracà, dove lo raggiunge in un tardo pomeriggio. Gli dice col fiele sulle labbra:
- Ti ringrazio del servizio che m'hai fatto. Leggi questa comunicazione della Procura del Re. Un altro di questi infortuni, e mi toccherà cambiar mestiere.
Pietro legge, diventa rosso per l'umiliazione, e balbetta qualche parola di scusa.
- Son veramente dolente... Non avrei immaginato...
- Bisognava immaginarlo... Non si mette la gente nei pasticci senza almeno avvisarla del possibile pericolo che si può nascondere in una mossa dovuta al proprio capriccio... Mi hai fatto far da mezzano. Anche di questo ti ringrazio.
- A me pare che tu esageri... Riconosco che hai ragione, ma, d'altra parte, se le disgrazie non dovessero accadere, perché saremmo al mondo, me lo dici?
- Te la cavi col fatalismo, tu... Magnifico... Giacché questa disgrazia
doveva accadere, troviamo pure Cino come capro espiatorio... Tanto lui è di solito cosi fortunato che un breve tempo d'arresto in questa sua matta crescenza ristabilisce un equilibrio che era stato rotto spudoratamente... Vero?
- io non so più che cosa risponderti... Mi duole di averti involontariamente messo nei guai... D'altronde, come riparare? Se vuoi che mi butti sotto il treno, dimmelo... Cosi espierò il mio delitto...
- Anche l'ironia... Ma bene. Son dunque diventato il tuo zimbello?... I miei complimenti... Si vede che l'amore sveglia in te la vena ironica... Buon segno... Vuol dire che sei già arrivato al più... L'ironia in questo caso è frutto di carne saziata... L'innamorato si rizza su se stesso e contempla col sorriso sulle labbra il cammino già fatto... Ti prepari la ritirata. Complimenti, ti ripeto... Non ti credevo cosi spicciativo. Tu hai la stoffa dell'uomo politico.
- Tu sei pazzo, parola d'onore - balbetta disorientato Pietro. - La tua testa è peggio di una turbina. Fa un milione di giri al minuto... E guai a volerla fermare... Andrebbe forse in frantumi assieme all'ostacolo.
Cino lascia passare sotto silenzio le parole del fratello. Ad un tratto gli chiede bruscamente:
- Bisogna che quella donna mi faccia una dichiarazione nella quale attesti d'avermi incaricato lei di persona della difesa del marito. Io non ho mai postulato né cause né altro. Questa riparazione mi è assolutamente necessaria...
A Pietro, desideroso di potere in qualche modo rabberciare la cosa, non par vero di andare incontro al fratello
- Ma subito, ti pare?... Andiamo dalla casellante senza perdere un minuto. Chi sa come resterà male anche lei...
Trovano Sara intenta ad allattare il suo piccolo. Nel vederli, ella capisce che qualche incidente è capitato, forse una disgrazia a Cosimo.
- Cosa c'è - chiede con un fil di voce, staccandosi la creatura dal seno, e ricomponendosi con gesto trasognato. - E' accaduto qualche
cosa? 
Pietro spiega brevemente di che si tratta. Il viso della donna si copre di rossore e gli occhi le si chiudono come per fumo. Quando li riapre è per piangere.
- Disgraziato pazzo... Chi sa che cosa si è messo in testa!... Io mi vergogno perfino di alzare gli occhi su voi, avvocato.
Cino non risponde. Quella donna gli fa pietà. D'altra parte il cociore dello smacco è troppo vivo in lui:
- Certo quel vostro marito meriterebbe di starci parecchio in carcere. Vi dirò, per quel che mi risulta, che la chiamata di correo da parte degli spiombatori del carro è unanime e perfetta. Ne avrà per parecchi anni, questo è certo, a meno che non dimostri d'esser vittima di una congiura. Vi dico ciò a titolo informativo, avendo potuto dare un'occhiata ai primi interrogatori degl'imputati. Evidentemente vostro marito ha creduto di potervi aggiogare al suo carro, impedendovi di stare alla finestra e angariandovi in tutti quei modi che la gelosia suggerisce agli spiriti sordi. E non ha pensato che il miglior modo per indurvi a restargli fedele era, primo: riuscir sopportabile in casa; secondo: un impiegato onesto. Egli non ha fatto né l'una né l'altra cosa. Ed il risultato è quello che vedete...
Queste parole escono dalla bocca di Cino lucenti come stocchi e implacabili. Sul viso di Sara passa e si riflette l'ala nera di un corvo.
- Allora, è proprio finita... dice con voce appannata. Mi manderanno via dal casello. Che sarà di me e di questa creatura?
Pietro fa segno a Cino d'esser buono, di dire qualche parola di conforto alla poveretta.
- Non credo - dice convinto l'avvocato - che vi manderanno via dal casello. Finché vostro marito non sia condannato, nessuno vi può smuovere da qui. Dopo, eh, dopo, saranno guai...
Pietro si arrampicherebbe sui rasoi, pur di far coraggio alla donna di cui è innamorato.
- Non dovete scoraggiarvi, Donna Sara. Si troverà qualche rimedio, un'occupazione che vi permetta di vivere e di crescere il vostro bambino. Di fame non è mai morto nessuno... Anche noi ne sappiamo qualche cosa.
Sara rilascia la dichiarazione che vuole Cino, e questi se ne va. Pietro, dopo aver accompagnato il fratello fino al viottolo, ritorna dalla casellante. La trova alla finestra a guardare il mare con occhi vuoti, da neonato. Egli le si mette a lato senza turbare la sua contemplazione. Finalmente la donna si scuote e lo vede:
- Ah, siete qui... Non ho altro amico che voi su questa terra...
Pietro le prende una mano tra le sue senza che la donna la ritragga: Un buon amico veramente. Di quelli che si conoscono nella sventura.
Sara lo guarda riconoscente:
- L'ho sentito fin dal primo momento che vi ho veduto... Vi giuro che, se fossi abbandonata anche da voi, avrei la forza di andare al Ponte e di buttarmi giù con la mia creaturina al collo.
- Non vi abbandonerò, state tranquilla... Io ho una grande affezione
per voi... Siete una creatura bella, buona e gentile. E la prima donna alla quale voglio bene... Come avete potuto sposare quel miserabile pazzoide?
- Quando saprete la mia vita, vedrete che non potevo far diverso...
E gli racconta brevemente la sua odissea con voce dolce, e quasi restia a sfiorare le brutte cose del passato. Sara è la figlia di una ricca vedova di Santa Cristina. Per nascondere alla famiglia e al paese il frutto di una relazione intima con il suo fattore, la madre non aveva esitato a buttarla alla strania, deponendola sui gradini d'una chiesa. Raccolta e allevata da una povera massara, ella era stata niente più di un frutto ibrido tra la nascita e l'ambiente. Il suo sforzo di miglioramento, il suo tentativo di alternare il lavoro manuale con uno meno penoso e gentile, era restato a mezzo. Morta la madre adottiva, e rimasta sola, ella, per sfuggire alle persecuzioni di giovinastri d'ogni ceto, aveva accettato di sposar Cosimo. La sorte non le aveva concesso un uomo migliore. Quel senso immediato e circoscritto della fatalità, che è cosi vivo nell'anima calabrese, aveva fatto il resto.
- Quando io vi abbia detto che mia madre è ancora in vita, che non ignora il mio stato, ma si guarda bene dall'aiutarmi perché ha paura di rivelare un segreto che tutti, e anche i figli, conoscono, voi saprete quanto basta per capire che vi son poche donne più sventurate di me.
- Tutte le vostre sciagure dipendono da questo fatto: che voi, invece di una madre, avete avuta dalla Malasorte una vipera. Quando si pensa? a questi fatti verrebbe veramente la voglia di bruciare il mondo. Una madre cosi!... Quando, all'opposto, se ne può creare una come la mia... Ve lo dico io... La Calabria è una terra pazza o di Dio o del diavolo. Non conosce mezzi termini. Va subito alle cose estreme. Non mi meraviglierei se, all'improvviso, vostra madre, torturata dal rimorso, si avvelenasse e vi lasciasse tutte le sue ricchezze... Ciò facendo, non riscatterebbe il suo misfatto, ma dimostrerebbe, ancora una volta, la pazzia della terra che l'ha creata. Che le costerebbe, in questo momento, aiutarvi, magari di nascosto, e sgravarsi la coscienza? Ché! L'uomo è un brutto animale, parola d'onore.
S'è fatto quasi buio. Il cielo vacilla come una fiamma contro vento, trascolora di attimo in attimo, e si smarrisce in mille tinte di cenere, sprezzata da qualche lama rossa. Scende sul mare una cipria giallo scura di foglie marce. Le ombre cominciano a spiare dalle fratte, dalle siepi, dalle scogliere. Qualcuna è entrata inosservata nella cameretta, dove Sara e Pietro commentano la triste vita con un bisogno di 
dolcezza e di conforto. La stanza pare staccarsi e arretrare, fatta quasi incorporea, dalle persone. Ed esse campeggiano sullo sfondo della finestra, lambita dal mare e dalla luce morente, figure essenziali di un mito, di cui son creatori e creature.
Dice Sara:
- E' notte. Andatevene, Don Pietro. Vi son tanto riconoscente, tanto... Me ne vado, Donna Sara. Abbiamo fatto tardi senza accorgercene. Muove qualche passo nella penombra, seguito da Sara. Ma il vero compagno di tutt'e due è quel fiato di carnalità che irraggia dalle loro persone, dalle parole, dai sospiri. Basterebbe ch'egli tendesse una mano e lei gli si abbandonerebbe. Pietro sente che la donna è sua, e quella certezza del possesso, gli dà, in un primo momento, la forza di dominarsi.
- Buona notte, comare Sara... Forse non dormirò pensando a voi... Ma questo non significa...
Le porge la mano, e sente che quella della donna trema. La guarda con occhio acceso, si stacca, e parte.
Quand'è a metà del tragitto, dalla ferrovia alla cantina, una ventata di spini lo ferma, gli mozza il respiro, lo spinge a ritornare sui suoi passi. Pietro sente un'ansia trionfale che lo alleggerisce di ogni peso; gli par di camminare sulla spuma di un'onda. Non vede che una nudità offerta alla sua, un frutto da raccogliere, prima che la morte lo fulmini. La morte che è là sempre in agguato, che gioca col tuo cuore, come un bambino col suo balocco. Egli vola verso Sara con lo spavento di non trovarla più, di averla perduta per un tradimento ch'egli ha perpetrato contro se stesso, or ora, quando poteva stendere la mano, e raccogliere la donna, come si raccoglie una gocciola di rugiada, nel cavo di una foglia. Poteva, e non l'ha fatto. Sente a un tratto intorno a sé qualcuno sospirare; un altro Pietro, nato da lui, dal suo orgasmo. Egli si guarda d'attorno sorpreso, e non vede che tenebra, una tenebra rossastra, quasi che le foglie di tutti gli autunni si fossero svenate per terra, avessero esalato il loro spirito, le loro fragranze, nell'aria.
Sara ode i suoi passi che si avvicinano, ne sente l'eco in tutta la carne, nella marea del sangue. Vorrebbe gridare per la gioia e la paura che l'agguantano in un nodo solo. Scende le scale, socchiude la porta, e aspetta nell'ombra.
Pietro entra. E lei gli si abbandona con un gemito nelle braccia.
Al piano di sopra il bambino piange, e tende le manine alla spaventosa tenebra.
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CAPITOLO 7.
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Nel veder, dalla loggia, Nunziata, la 'nderara , entrare sorridente nel portone della sua casa, Donna Maria Rupe capisce che c'è qualche novità importante per qualcuna delle figlie.
-E' permesso? chiede con la sua voce enfatica, da commediante, Nunziata. E, a Milord, che accorre mugolando discretamente, ella fa uno sbarramento di spaventi degno di un leone affamato:
- Gesù e Maria, cristiani datemi aiuto. O quel cane mi sbrana...
Arrivata la preda, Milord si contenta di darle qualche musata ammonitrice, poi, scandalizzato dagli strilli della donna, soprannominata la 'nderara , cioè la chiassona, si tira in disparte ringhiando di sdegno. E Nunziata:
- Posso muovermi, ehi, di casa? Vengo a portar pace e dolcezza, e trovo guerra. Me ne vado... Questo cane mi pare un Cifaro scappato dall'inferno...
Finalmente appare, fatte le scale di volata, Gilda:
- Salite, comare. Mia madre vi aspetta... Tengo io Milord.
- Figlia, 'nnuzza , il Signore te lo paghi... Mi son preso uno spavento grande... Mi pareva d'avere un'ala di gallina nel petto.
Milord è tanto urtato da quel flusso di iperboli, che, improvvisamente, e senza una ragione apparente, scoppia in furibondi latrati contro Gilda, che gli impedisce di far strage della 'nderara . Ci guadagna che la padroncina lo briscola di santa ragione, mentre Nunziata fa le scale di corsa, malgrado i suoi cinquant'anni, sfantasiando, e pregando tutte le madonne che gliela mandino buona. Appena è su, dice con voce spenta a Donna Maria:
- Un bicchier d'acqua, Donna Maria, per la benedett'anima di vostro marito...
Beve, anzi tracanna, e tira alla fine il sospiro di Lazzaro resuscitato. Però le ci vuole un bel po' prima di entrare in argomento. Per prima cosa attacca a discorrere del povero Tòmboli, padre di sette figli, che fu morso da un cane arrabbiato e non mori (la morte sarebbe niente!), ma fu condannato ad abbaiare proprio come un cane ogni quattro cintane minuti. E la gente che sentiva i suoi latrati, lo fuggiva come la peste, temendo di essere morsa dai denti avvelenati del malasortato. I cani sono una gran bella cosa, ma lei, Nunziata, non li terrebbe in casa per tutto l'oro del mondo.
Esaurito l'argomento del cane, Nunziata passa a commentare quel misero carnevale testé spirato, ch'è il peggiore di quanti lei ne abbia veduti, da ch'è al mondo. Non si sono scannati cento maiali in tutta Sarmùra, non si sono vestite trecento pacchiane , non si è buttato un solo cartoccio di confetti. Miseria e poi miseria. Ha fatto solo affari Vincenza, la venditrice di cala. Ma i caffè, i banchi di torrone e di marzapane, i giochi del cavalluccio e delle lotterie, i gelatieri ambulanti, i pupàri, i saltimbanchi, gli zingari: niente. Tant'è vero che gli zingari, prima di levar le tende dalle vicinanze di Sarmùra, han rubato almeno quattro bambini (l'Autorità cerca di coprir la cosa, ma ormai se ne parla dappertutto) e li han rubati per vendicarsi del paese, che non ha comprato da loro neppure un ciucciariello coi fiocchi e i sonaglioli nuovi; non ha regalato loro neppure una minestra di fagioli, neppure un pugno di fichi secchi e di castagne.
Dal carnevale, Nunziata salta, improvvisamente, a dire della signorina Adelina Scattagnòla, che s'è fidanzata col capitano dei carabinieri Leandro Maraschino, un bravo giovane di Nicotera, di cui tutti dicono un gran bene. Un bel matrimonio. Lei gli porta centomila lire in dote tra terre e danari alla mano (il massimo raggiunto da una dote a Sarmùra ), e lui, lui è capitano, tra quindici anni sarà maggiore, e insomma, quella verginella secca sparata, ruvida e tagliente come il paleo, chi voleva sposare, forse il figlio di Sua Maestà?
Adelina Scattagnòla serve a Nunziata per una carica a fondo contro le ragazze da marito di Sarmùra. Ognuna si crede la regina Taitù, non guarda mai sotto o davanti a sé, ma sopra, nelle nuvole. La contadina non vuole il terrazzano, ma il mastro di qualunque arte sia; la figlia del mastro vuole almeno l'impiegato, anche se scrivano fattorino od usciere; la figlia dell'impiegato, un professionista, se non avvocato o medico, almeno perito agronomo, ragioniere o geometra; la figlia del professionista, un ministro o un duca, e, in mancanza di questi, almeno un proprietario straricco, un capitano di cavalleria, il direttore del Ginnasio, il ricevitore del Registro, che so io. La figlia, infine, del proprietario non conosce limiti. Per lei anche un principe del sangue sarebbe poco. Pensare che poi, stringi stringi, con le pretese che hanno, quei quattro soldi se li mangiano in cameriere e in empiastri. Nessuna, insomma, ha uno specchio per guardarsi davanti e di dietro. E cosi finisce che le ragazze metton le radici nelle case, passa il tempo, e ingialliscono come le pergamene o gli agli. Se non si riducono peggio delle trippe.
- Proprio vero - conclude - che donne asini e noci voglion le mani atroci, come dice Pitizonzo. Invece di accendere un lume alla Madonna,
quando si presenta una buona occasione, si fanno pregare... Del resto è anche vero che donna pregata nega, trascurata prega...
- Ora tocca a me - dice dolcemente Maria Rupe - pregarvi di dirmi perché siete venuta... Le cose che dite sono giuste, ma non vedo a quale proposito.
Nunziata mette su una faccia meravigliata ed ironica al tempo stesso.
- Non capite? Venite dall'Agnana voi? Eppure avete in casa quattro
rose damaschine... Le figlie di Donna Maria Rupe portano la palma a Sarmùra. Chi non lo sa? La Malasorte s'è presa spasso stroncando nel fiore della gioventù Don Antonio Rupe, quel cavaliere reale. Ma Don Mariano l'eguaglia. E queste giovinette avranno la fortuna che si meritano. Vorrei essere tanto sicura d'aver tre numeri stanotte, da mio marito bonanima...
- Vorrete parlarmi da sola a sola, penso... - la interrompe Donna Maria. E fa segno alle figlie di lasciarla con la 'nderara . La quale, appena le fanciulle sono scomparse, dice sottovoce:
- Ci voleva tanto, Donna Maria, a capire che vi porto un'ambasciata? E' per vostra figlia Lina. Un bravo giovane forestiero ve la chiede in moglie...
- Chi è questo bravo giovane? Non ne ho la più lontana idea...
- E' un ragazzo d'oro, come se n'è perduta la semenza, oggigiorno. Non è ricco, ma lavora e guadagna bene con la sua professione. E' geometra capo al Genio Civile, a trent'anni. Una posizione da leccarsi i baffi. Gl'ingegneri gli vogliono un bene pazzo. A Sarmùra si parla di lui come di un santo. Ed è bello come il sole...
 - Voi mi mettete in grande curiosità, Nunziata. Ditemi il suo nome, come ha conosciuta Lina, come se n'è innamorato... Insomma, son tutta orecchi...
Nunziata non si fa pregare a ripetere dettagliatamente il panegirico di prima. Donna Maria la tiene a briglia corta, la incita ad esser precisa, a dire fatti, a non divagare, a non fare secondo il suo solito di una miscea un salmo. Riesce cosi a sapere che il geometra Renzo Cortaldo è un ammiratore di Mariano e di Cino, di cui segue le idee intimamente, senza palesarle, per non aver noie nell'impiego ; che conosce Lina solo vista, ma n'è innamorato come un gatto; che non cerca dote, anzi sarebbe perfino disposto a fare il corredo alla fidanzata; che, insomma, ha tutte, proprio tutte le qualità per far felice una figliola come Lina, e che perciò, sarebbe un vero delitto rifiutargliela, considerato, tra l'altro la giovane ha ventisei anni e che la donna, come dice Pitizonzo,
come l'appetito: va contentata a tempo.
- Non se ne trova un altro come lui in tutto il mondo. Rinunziare alla dote con i tempi che corrono... O cuore grande... Basterebbe solo questo per benedire la mamma che lo ha fatto.
- Voi, Nunziata, correte forse troppo, tuttavia è evidente che questo signor Cortaldo è una persona a modo. Per il momento io non vi posso naturalmente dare una risposta. Ne parlerò prima a Lina, e poi a mio figlio Mariano. Peccato che Tristano sia partito l'altro ieri. Ma non importa, gli scriveremo... Chiederemo informazioni a Milano, e, infine, si vedrà... Vi ringrazio con tutto il cuore di quest'ambasciata... E ringrazio pure il signor Cortaldo dell'onore che ci fa. Ditegli che, se è il caso, al momento buono, gli faremo sapere di rivolgersi direttamente a Mariano.
- Un'occasione d'oro, Donna Maria - dice Nunziata alzandosi. - Ne ho combinati di maritaggi nella mia vita, ma uno come questo non m'era riuscito mai.
Prima di andarsene, la 'nderaravuole che la madre chiami Lina. Appena la giovane le viene a tiro, ella con gesto teatrale s'imparadisa:
- Bella come la stella Diana, mora come la Maga dell'oriente, buona come la ricotta fresca... Cose e rose sulla vostra via, creatura... E' finita per voi la quaresima. Potete segarela vecchia con la sega di San Giuseppe, bruciare le penne delle sette settimane e preparare la festa delle verginelle. I ragazzi già senton le ortiche addosso, corron per le strade a incontrar la primavera... Né marzo, lo sbalestrato, chiederà prestiti ad aprile. Primavera e fiori... Si marita la bella dai sette veli...
Conclude il suo immaginoso parlare avvicinandosi alla giovane e baciandola in fronte. Poi, dopo aver raccomandato di tenere il cane al guinzaglio, se ne va ossequiosa e contentona.
- La 'nderaraè diventata matta? chiede Lina alla madre. - Cosa significano quei discorsi?
- Significa che il capo geometra Renzo Cortaldo ti chiede in moglie. Io son sempre l'ultima a sapere...
Nell'apprendere quella notizia, Lina non tradisce la minima emozione:
- Io questo posso dirti, mamma, che da qualche mese vedo un signore, il quale, la domenica, quando, con Orsa, ritorno dalla messa, ci aspetta sul canto della casa dei Ruffo, per farsi notare. E' tutto. Credo che si tratti di lui. Non immaginavo che fosse ridotto a questo punto... Poveretto...
- Che cosa te ne pare a prima vista?
- Un uomo come ce ne son tanti. E' ben vestito, certo rivela non 
esser di Sarmùra, porta delle splendide cravatte, ed ha una qualità per piacermi; è biondo.
- Nunziata dice che ha un'ottima posizione, al Genio Civile. Non fa questione di dote, è un ammiratore di Mariano, è un bravo giovane. Mi pare che tutte queste cose valgano assai più del colore dei capelli e delle cravatte. Eh, Lina?
- Certo mamma. Dicevo cosi tanto per scherzare... Ti dirò di più... Quel giovane ha un viso simpatico e rassomiglia alla lontana a Tristano. Trovargli nel viso l'aria di famiglia è stata una lieta sorpresa per me e Orsa.
A queste parole Donna Maria si rischiara:
- Chi lo sa che questa non sia una grande fortuna per te e per noi. Essendo al Genio Civile, quel Cortaldo potrebbe dar del lavoro a Pietro, muover le vendite alla fornace, insomma rompere il cerchio che ci stringe. Non saresti felice d'esser la prima a sbrogliar la tua matassa e, in parte, quella della famiglia? Naturalmente, parlo perché c'è simpatia tra voi, altrimenti, tu mi conosci troppo bene...
- Cara mamma... Sei un angelo tu... E la bacia teneramente, menile la madre china il viso commossa.
Appaiono Orsa, Gilda e Anita, le quali vogliono sapere, punte dalla curiosità. Ma la madre le rintuzza dolcemente:
- Non c'è niente per voi, belline...
Le ragazze si rivolgono a Lina. Dice Orsa:
- Parla almeno tu... Bruci dalla voglia di dirci tutto...
- Io? Poverine! Del resto credo che sappiate già tutto...
Quando Lina accenna a Cortaldo, la mamma intuisce, dal viso di Orsa e di Gilda, un segreto tra di loro. Tocca a Orsa svelare l'arcano con la sua bella voce franca. Nell'apprendere la parte avuta da Nèoro,in quel piccolo romanzo, Donna Maria non può a meno di mormorare teneramente:
- Briganteddhu meu... Appena viene a casa gli tirerò le orecchie... In quanto a voi vi dovrei ripudiare, in blocco... Me l'avete fatta sotto il naso. Questa non ve la perdono...
- Neanche io sapevo niente... dice Anita per consolarla. Mi vendicherò mangiando tanti e poi tanti confetti. Leto ti terrà il velo, eh Lina? Mi spiace d'esser troppo grande per reggertelo io.
- Sei poi sicura che io avrò il velo, ammesso naturalmente che il matrimonio si faccia? Non dimenticarti che, stamattina, non avevamo da comprare il pane e che l'abbiamo rimediato col salvadanaio di
- Tu l'avrai, l'avrai - rincalza festosa Orsa. Se mai digiuneremo un mese intero ma tu avrai il velo. Sarai bellissima te l'assicuro.
Riassume la situazione secondo il suo spirito aspro e polemico Gilda:
- Tutto sommato, Lina, quel giovane è quanto di meglio possa offrire oggi Sarmùra. Se si fa questo matrimonio molte figlie di proprietari prenderanno lo spunto come il vino che infortisce nelle botti ingrommate.
E giù una risata piena di sfida e quasi di sarcasmo.
Mariano giunge a casa con una gran notizia. La duchessa di Cantoria fa sapere ai Rupe, per mezzo dell'avvocato Fini, suo legale, che sarebbe disposta a ragionare privatamente intorno ad un possibile accomodamento della causa di Calimera. Mariano legge ad alta voce la lettera di Fini, ed essa viene naturalmente accolta con alte manifestazioni di gioia da parte di tutti i presenti.
- Andremo, io e te, Cino, a parlare alla duchessa. Se potessimo strappare una cinquantina di migliaia di lire sarei del parere di abbandonare questa causa che è per la nostra miseria come un mantello bagnato. Ti pare?
- Io accetterei anche per quarantamila - dice Cino. Con la paura che c'è di stringere un pugno di mosche...
- Dio volesse che la duchessa si mettesse una mano sulla coscienza. Farei subito il corredo a Lina.
E poiché Mariano guarda la madre, un po' stupito dalla sua uscita:
- Se tu hai una bella novità io ne ho un'altra. Non c'è due senza tre. Chi sa mai che cosa potrà accadere fino a stanotte.
E gli racconta l'ambasciata di Nunziata la 'nderara . Mariano ascolta visibilmente commosso. Lina guarda il fratello con uno strano sentimento di pudore, quasi che il fatto di cui ella è protagonista recasse seco il tradimento di quel forte vincolo familiare che la lega ai fratelli e al passato. Mariano le sorride, ed ella gli butta le braccia al collo.
- Non ci potevamo illudere - egli dice - di durare tutta la vita insieme. Sarebbe stato troppo bello. Bisogna pur che qualcuno sia il primo ad andarsene. Tu sei la sorella maggiore perciò tocca a te. Tuttavia ti confesso che non posso pensare alla tua partenza senza una stretta al cuore.
- Io ho paura di lasciarvi - dice intenerita Lina. In quale altra casa troverò quello che ho qui? Non solo l'affetto, ma quello spirito
entusiasta battagliero che si forma lottando insieme, e soffrendo per un ideale comune?
- Forse quello che tu credi un dramma tuo particolare è il dramma di tutti - afferma Mariano. Tra di noi, forse perché siamo rimasti orfani, il vincolo è più forte che negli altri... Ma soprattutto è triste la cosa in sé, credi a me. Viene l'ora di lasciare la casa, e ti pare di acquistarne il sapore ultimo ed essenziale proprio ora che la stai perdendo. Prima forse non ci pensavi. Il dono ti pareva cosi naturale che non te te ne accorgevi neppure... E cosi è per tutto... A furia di scoperte come queste ti svegli con i capelli bianchi. Si è fatta sera nella tua vita, e ti pare un sogno che il meglio se ne sia andato...
Le parole di Mariano lasciano un senso di pena, contro il quale egli è il primo a reagire.
- Ora però non esageriamo... Se Dio vuole non è morto nessuno... Da qualunque lato la si guardi, questa proposta è un buon segno. Se cercano la nostra alleanza, significa che qualche cosa valiamo anche noi... Non vi pare? Ed allora via la musoneria! Lina va a star bene. Quando la sapremo a posto ci parrà di essere a posto tutti...
- Caro, caro... dice Lina mentre la madre finisce di asciugarsi gli occhi.
- Quanto al corredo - soggiunge il giovane - speriamo che la causa. di Calimera si risolva pacificamente. Allora faremo i signori... E se la sfortuna seguiterà ad accanirsi non ci perderemo di coraggio per questo... Ne abbiamo passate di più brutte.
Sempre cosi. Mariano trova la parola che consola ed esalta. Senza il salvadanaio di Leto, stasera si rimarrebbe senza pane. Non importa. Gli uomini, non solo i suoi fratelli, hanno bisogno dell'altro pane. Di quello materiale se ne può anche fare a meno. E contro tanta forza di sentimento e di speranza che cosa può fare la Malasorte se non fermarsi guardar stupita, e forse disgustata di se stessa?
Anche Cino, nell'apprendere la notizia della domanda fatta a Lina, rimane contentissimo. La cosa più importante per lui è che la sorella, sposando Cortaldo, potrà, se non subito, certo appena il geometra finirà i suoi lavori al Genio Civile, andarsi a stabilire a Milano. E quella è una fortuna non solo per lei ma per tutti. Milano diventa una testa di ponte per i Rupe come è diventata Torino con Tristano.
A noi - egli dice alla sorella - per essere quello che sentiamo di poter essere, mancano i grandi fatti, prima, un ambiente largo, cordiale, aperto a tutte le audacie, a tutti gli esperimenti, poi. Sarmùra è la nostra tomba. Qui l'aquilotto diventa a poco a poco un cappone.
Per questa ragione, oltre che per tutte le altre cose che il tuo matrimonio significherà, io son raggiante, Lina, di vederti sposa.
Più Mariano riflette sulla mossa della duchessa, più si convince che si preparano per loro le migliori giornate da quando è morto il babbo. Una voce segreta l'avvertirebbe di dubitare perfino della luce del sole, ma egli la vince con la giovanile spavalderia di chi ha acquistato coscienza del proprio valore, battendosi senza speranza.
- Dopo tutto - egli afferma - più buio della mezzanotte non può fare. Si resterebbe come siamo ora... Ci metteremmo io e te, Cino, a lavorare come ciuchi, per aiutare Lina a farsi il corredo.
E Cino che conta i giorni che lo separano dalla scadenza della cambiale di Biroldo:
- Perché no? Non è la volontà che manca, te l'assicuro...
- Ad ogni buon conto sarà bene che domani stesso andiamo a Catanzaro per parlare con la duchessa di Cantoria. Certe cose è meglio non lasciarle freddare...
- Andiamoci! Io me ne verrò vestito come un damerino. Giacché cominciano le nozze in casa Rupe non è escluso che la vecchia duchessa s'innamori di me come una gatta e mi voglia impalmare. Mi sorride diventar duca di Calimera o giù di li...
- Sempre lo stesso pazzerellone... dice ridendo la mamma.
Però Leto non partecipa col solito viso alla festa generale. Gilda è la prima ad accorgersene:
- Tu non sembri troppo convinto... Hai l'aria di dire: Era meglio prima . Sbaglio ?
- Io non capisco - dice il piccolino - che bisogno ci sia di sposarsi. Quel marito nessuno lo conosce, verrà a sedersi qui, tra noi, attorno al braciere, sentirà tutti i nostri discorsi, e non potremo neppure mandarlo via...
Lo rintuzza Nèoro, il quale, forte dell'amicizia stretta con Cortaldo, si atteggia a qualche cosa come il suo compare d'anello:
- Che stupido... Quante volte ti debbo dire che Cortaldo non è un uomo come gli altri? Se gli avessi parlato come ho fatto io salteresti su una gamba sola per la gioia di averlo parente... E' di Milano, non ti pare niente, questo?
E giacché Mariano e Cino si mostrano stupiti della sua familiarità col geometra milanese, Culo di Ferronon dura fatica a inventare qualche cosa per salvare le sorelle, le quali alle sue parole si son sentite morire:
- Lo conosco per un caso... Egli viene qualche volta al Convitto
perché è amico di Pastorino... Sapendo che è di Milano, gli ho chiesto un giorno quanti abitanti fa attualmente la sua città, e cosi siamo diventati amici...
Chiarito quel punto oscuro, con gran sollievo delle sorelle, Nèoro torna a Leto:
- Son sicuro che tu non sai perché le donne si sposano...
- Dimmelo tu, se lo sai...
- Certo che lo so... Si sposano soprattutto per fare il viaggio di nozze... Lina starà in treno chi sa quanti giorni... E' lontana Milano, cosa credi...
- Allora secondo te - ribatte Leto - viaggiano solo le donne maritate?
- Non dico questo. Ma le maritate viaggiano gratis e paga lo sposo. Invece le ragazze hanno un bel guardarsi il sedere allo specchio. Non c'è nessuno che sborsi un soldo per loro...
Su questa sagace distinzione di Culo di Ferro , accolta da una gran risata, si chiude la bella giornata di Lina.
Non c'è due senza tre, ha detto Donna Maria. E la terza novità è di quelle che ammazzano un cavallo, come usa dire in Calabria. Mariano, uscendo da casa per andare all'Agenzia, dove ha qualche cosuccia da sbrigare, s'imbatte nella piazzetta di San Rocco, in Concetto, il caporale della fornace.
Appena lo vede, l'uomo lo saluta con visibile imbarazzo, andandogli incontro. Il giovane capisce che Concetto ha qualche cosa di molto delicato da dirgli. Non se ne meraviglia, dato l'atteggiamento di bestia malata che ha da parecchio tempo.
- Don Mariano vi debbo pregare...
- A tua disposizione, Concetto. Lo sai che quando posso sono ben felice di prestarmi per chiunque... Figurati per uno come te, cui voglio bene...
- La cosa che vi debbo dire, Don Mariano, farebbe rizzare i morti dalla tomba. Da che mondo è mondo nessuno ha mai chiesto ad un altro uomo quello che sto per chiedere a voi. Io sono pazzo, non c'è che dire. Questi mesi di matrimonio mi hanno levato il cervello...
- Ma di che cosa si tratta? chiede Mariano corrugando la fronte.
Concetto si guarda sospettosamente d'attorno, e giacché vede passare qualche ombra per la strada, mormora:
- Non qui. Qualcuno potrebbe sentire... Allora si che potrei buttarmi in mare.
-Andiamocene nei pressi della Villa . Siederemo su una panca e ci
potremo scambiare tutte le confidenze possibili senza esser disturbati.
Concetto annuisce e si mette a fianco del padrone che cammina spedito, punto dalla curiosità di sapere il segreto del caporale . Intuisce Mariano che si deve trattare di Nina, immagina che Concetto sia geloso di lei, che l'abbia forse picchiata a sangue per qualche mancanza, che voglia ora consultarsi con lui per riparare al mal fatto. Questo, o qualche altra cosa del genere.
Tuttavia le parole dell'uomo son più oscure di una previsione di tal sorta. Il suo segreto farebbe rizzare i morti dalla tomba. Nessun uomo ha mai chiesto a un suo simile quello ch'egli chiederà a lui... Che cosa ci può essere di tanto straordinario in quella domanda? Ha ucciso, Concetto, la moglie? L'ha fatta a pezzi, l'ha sepolta viva sotto la baracca, l'ha unta col petrolio e bruciata come una strega? Ed ora vorrebbe che lui, Mariano, l'aiutasse ad occultare il delitto?
La mente del giovane non fa in tempo ad intravvedere una possibilità che già la nega e rovescia. Il viso, l'atteggiamento di Concetto, non son quelli di un delinquente che si balocchi col suo delitto. Egli è soltanto un uomo turbato che si vuol liberare con un amico di un grosso peso. Ma allora non c'è sproporzione tra il fatto in sé e la messinscena di esso?
Sono intanto arrivati alla balaustrata della Villa . Non c'è anima viva nelle vicinanze, e ciò dà a Concetto una relativa tranquillità. Siedono su una panca, e, per un pezzo, né l'uno né l'altro apre bocca, affidando ciascuno al silenzio l'ufficio di mediare le cose da essi percepite. Finalmente Concetto, data un'ultima e più intensa occhiata in giro, dice:
- Se voi non mi aiutate io ammazzo Nina, ve lo giuro sulla Madonna...
- Come ti posso aiutare? Dimmelo... Farò del mio meglio...
- Nina, dopo quattro mesi di matrimonio, è ancora come sua madre l'ha fatta... Io ho cercato di accostarla... Non ci son riuscito... La mia parte di polvere me la sono sparata nascendo, e ora sono come Cristo in croce. Quella donna è la mia tortura...
Concetto ha parlato tutto d'un fiato per liberarsi al più presto, e metter tra sé e l'ascoltatore il fatto compiuto.
- Oh, povero Concetto... dice Mariano sinceramente addolorato. Era il peggio che ti potesse capitare...
- Il peggio, santo diavolone! C'è da sbattere la testa nel muro. Con una donna come Nina che dove passa lascia odore di letto caldo... E' come la volpe. Anche lei ha la coda infernale... Li per li quando mi vien
vicina mi pare di poterla prendere, poi quel poco di paglia che ho nelle vene brucia e non mi lascia che il fumo negli occhi...
- E' cosi da sempre, oppure questo ti succede solo con Nina?
- Dev'essere da sempre, ma, veramente, non ve lo posso dire. Nina è la prima donna che io avvicino... Prima d'ora non ho mai avuto coraggio di andar dietro alle sottane...
- Sarà bene che tu ti faccia vedere da un medico... Tutto si può forse rimediare...
Il fornaciaro guarda Mariano, stupito che abbia potuto dire simile enormità:
- Don Mariano siete pazzo? Io farmi vedere da un altro uomo nelle condizioni in cui sono? Piuttosto mi ammazzo...
- Queste son sciocchezze, caro. Il pudore in certi casi è assolutamente cretino. Del resto, se ti vergogni di farti vedere da un medico di Sarmùra, puoi andare a Messina. Là chi ne saprà nulla?
- Non insistete! esclama Concetto fuor di sé dalla disperazione. Piuttosto che mostrare a qualcuno che son nato impotente, appicco il fuoco a Sarmùra. Non parlatemi di questo. Se sapessi di poter guarire, andando dal medico, non ci andrei lo stesso: ve lo giuro sulla Madonna dei Poveri. Però di guarire è inutile parlare... Quando una cosa non nessun medico te la può appiccicare con la saliva.
- E va bene... Il medico, no! Ma allora in che modo posso aiutarti? Io proprio non lo vedo...
Concetto risponde al padrone con un'occhiata dolorosissima, Poi, bruciato dalla vergogna, si picchia coi pugni stretti ripetutamente la testa, mugolando:
- Perché sono nato, perché?
Mariano cerca di calmarlo ma senza risultato. Meglio lasciar che passi la raffica. Concetto ora piange senza lacrime, non fa che singhiozzare nel profondo. Se non temesse di attirar la gente, urlerebbe al mare tiranno perché anche lui partecipasse al suo strazio.
Ad un tratto contrae il viso, strizza gli occhi e si accosta al padrone come ad un feticcio che aspetti il suo fiato per animarsi. E dice:
- Don Mariano, voi siete l'unico uomo cui voglio bene... Voi lo sapete, ma, forse, non immaginate che al vostro comando io sarei pronto a buttarmi nella fornace, per farmi cuocere insieme con la pietra. La mia affezione non è d'ora. Mio padre è cresciuto nella casa dei Rupe, mia madre ha sofferto per la morte di Don Antonio, più di quando le mor il marito, io ho giocato con voi ed i vostri fratelli come un eguale, vostra madre si è qualche volta tolto il pane di bocca per darlo a me.
Sono cose che non si dimenticano. E poi, lasciamo stare quello che siete diventato, non solo per me, ma per tutti... Il nostro San Rocco, il nostro provveditore... Siete la palma di Sarmùra, non avete mai fatta una mal'azione... Per me voi siete un uomo da mettere sull'altare...
- Ora non esagerare, Concetto. E' l'affezione che parla in te. Se il momento non fosse tanto triste crederei d'esser preso in giro.
- Io parlo col sangue agli occhi, Don Mariano. Vi ho già detto che mi ammazzerei, per non mostrare al medico la mia condizione... Invece a voi apro il mio cuore... Perché voi siete Don Mariano, un uomo come non se ne creano più, né ora né tra cent'anni...
Un silenzio più grave e assoluto che mai, morde, ora, con la sua macchia d'ombra, la rossa luce della rivelazione imminente. Batte tempestosamente il cuore dell'uomo nudo, e gli fa eco l'altro cuore, quello pietoso ed amico di Mariano.
- Per questo, Don Mariano, siete l'unico che non mi farebbe morire di gelosia e di sdegno se sapessi...
- Se sapessi...
- Se sapessi che Nina s'è coricata con voi...
- Nina coricata con me? Ma tu sei matto!
- Avevo ragione di dire che le mie parole fanno rizzare i morti dalle tombe. Eppure non crediate che io parli cosi per far la commedia. Ho tanto pensato a queste cose... Voi solo, potreste, senza offendermi mortalmente, fare con Nina quello che io non posso... Altrimenti che cosa accadrebbe?
- Che cosa?
- Accadrebbe che Nina, stanca di pregare un disgraziato come me, si andrebbe a cercare l'uomo che la possa contentare... Io non posso permettere che lei mi faccia cornuto con uno come me. Sapessi che un terrazzano, un fornaciaro, un pescatore, ed anche un signore, un signore che non siate voi, mi ha disonorato, io la brucerei viva, lei, sua madre, suo padre; farei una strage... Ve lo giuro sull'anima della mia mamma...
Il parlare di Concetto è intinto nel nero seppia. Egli è uomo capace di tutto, sia di cedere la moglie a Mariano, in cui egli vede il puro umano, quasi estraneo alla vita per la sua stessa eccellenza, che di accoltellare lo zelante che buttasse un'occhiata invitante a Nina. Anch'egli viva creatura della terra di Calabria, tirannica nel bene come nel male, pronta ad abbandonarsi al miraggio della felicità od alle larve della Malasorte con l'innocenza disperata delle anime elementari.
Naturalmente Mariano è troppo sbalordito dalla proposta di Concetto per poter prendere una decisione qualunque. Egli cerca di 
temporeggiare, di abituarsi all'enormità del dono che l'uomo gli vuol fare,di umanizzarlo prima di giudicarlo. Una sola obiezione sente di dovergli muovere senza indugi:
- Ma tu pensi solo a te... Due opposte forze ti muovono. La certezza che Nina non possa fare a meno dell'amore, e che quindi se lo cerchi come può, all' infuori di te, e la paura che la sua scelta cada su qualcuno che ti riempia di vergogna e di dolore. Ma a Nina hai pensato tu? Hai pensato che cosa direbbe di questo, come chiamarlo, scambio di persone? E non potrebbe darsi che lei fosse di quelle donne che possono fare a meno dell'amore? Son tutte domande che ti devi porre, mio caro...
-Me le son fatte, Don Mariano. Nina è innamorata di voi, come tutte le donne di Sarmùra. Lei vi bacerebbe i piedi, se vi degnaste di toccarla con una mano. Che cosa potrebbe augurarsi di meglio? Quanto, poi, all'altra domanda, essa non è di quelle donne che possano adattarsi a stare a bocca asciutta. Per quattro, sei mesi, e va bene... Ma dopo, dopo farebbe il diavolo a quattro per avere quello che ogni femmina, quando si marita, vuole... Nina brucia come il pepe di Caienna... Il pepe vuole il vino, non l'acqua fresca... Ora nelle mie vene c'è acqua fresca. Mariano è disorientato dalla fermezza di Concetto. E' evidente che il poveraccio non si è deciso a quel mortificante passo senza averlo prima considerato in tutto il suo peso umano. Sarebbe facile a Mariano e a chiunque concludere che il fornaciaro è pazzo. Però siffatta facilità è da mettere in sospetto uno spirito pensoso e vibrante come il maggiore dei fratelli Rupe. La sola cosa che possa fare per il momento è chieder tempo per riflettere e parlare a Nina. Forse il nodo si scioglierà più presto e meglio che non si pensi.
- Tu capisci che io non ti posso rispondere subito... Però è straordinario che tu consideri l'operazione che io dovrei compiere come se, prima di essa, e dopo di essa, non ci fosse niente. E se Nina, diventata improvvisamente donna, si innamorasse veramente di me? Ora ti parlo come se la cosa non riguardasse la mia persona... Come ti comporteresti, allora?
- Voi, Don Mariano, avete diritto di vita e di morte su me e Nina. Potete fare quel che volete di noi. Nina sarà vostra femmina e serva.
dopo, non ne vorrete più sentir parlare, Nina potrà considerar finita la sua gioventù. Se scalpiterà come una cavalla scapola allora ci sarà coltello.
Mariano si rizza sulla panca e riprende a camminare senza più ribattere. Concetto gli si pone a lato, un po' distante, come un cane fedele. Sulla porta dell'Agenzia, Rupe fa un cenno di saluto all'uomo. Il quale,
prima che il giovane possa impedirglielo, l'accosta, gli afferra la destra, e gliela bacia religiosamente.
- Che pazzie son queste... Non voglio...
- Fatemi la grazia, Don Mariano. Voi siete più di San Rocco per me.
Si volta e fila verso casa, a capo basso, come se portasse sulle spalle un peso enorme.
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CAPITOLO 8.
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L'indomani Mariano e Cino partono per Catanzaro. Quel caro uomo di Michele Parrello ha venduto sotto costo quattro paia di quelle belle scarpe ch'egli, malgrado la tarda età, fa con arte sopraffina, per dar loro il mezzo di arrivare a Catanzaro, e di fermarsi anche una giornata, occorrendo.
La duchessa di Cantoria non li riceve perché indisposta. Rimanda il colloquio al giorno seguente, avvertendoli per il suo maggiordomo.
L'indomani mattina i due Rupe si ripresentano al palazzo della duchessa, e si senton dire che l'indisposizione della nobildonna perdura. Cino chiede con voce leggermente alterata quali sono le previsioni del medico. E il maggiordomo:
- Si tratta di un attacco d'influenza. Ne potrà avere per una settimana...
- Ma ha detto alla signora che i fratelli Rupe le voglion parlare?
- Naturalmente. Ma la duchessa non può levarsi dal letto per trattare di affari. Loro posson tornare la settimana ventura, avvertendo prima... Se ci fosse qualche contrattempo m'incaricherò io di avvisare...
- Se è cosi - dice Mariano - faccia tanti auguri alla duchessa... Arrivederci...
Prende Cino per il braccio, e lasciano cosi il palazzo.
- Tu sei troppo buono, Mariano... brontola l'altro. Piuttosto che fare gli auguri a quella strega io avrei rinunciato alle cinquantamila lire...
- Ti ci avrei voluto vedere, pensaci. Cinquantamila. Sonanti e ballanti. Non uno ma mille auguri... Del resto io so perché sei arrabbiato... Ti sfugge la corona ducale... Quella vecchia non ne vuol sapere di te...
Cino, suo malgrado, è costretto a sorridere. Egli è sinceramente ammirato del carattere del fratello:
- Sei veramente straordinario... Eccoci mezzi rovinati da uno stupido contrattempo, e tu trovi ancora la forza di fare gli auguri ad una dama
 di cartapecora che magari ha inventato l'influenza perché s'è pentita della proposta fattaci per il suo legale l'altro ieri.
- Sarà come tu dici, però sei un bel sospettoso... In fondo la colpa è nostra, che dovevamo scrivere preannunziando la visita, affinché fosse lei, la duchessa, a fissare il colloquio. Invece siamo partiti come due scervellati, senza neppure assicurarci di trovare a Catanzaro l'avvocato Fini.
- La verità vera è che noi siamo troppo ingenui, mio caro, e alla mercé della nostra sincerità. Crediamo che gli altri sian come noi, e i fatti misurabili col nostro metro. Invece è l'opposto. Io vado imparando, tuttavia mi faccio ancora prendere come un ragazzo. Che cosa si fa? Si aspetta l'avvocato Fini fino a domani? Il suo sostituto assicura che verrà. Oggi la disdetta - o quella tale doppiezza alla quale accennavo, ch'è negli uomini come nei fatti - lo trattiene a Cosenza per una causa...
- Io direi di aspettare. Sono però in dovere di avvertirti che le nostre finanze non son troppo floride. Abbiamo in tutto la bellezza di cinque lire e cinquanta. Per cenare e dormire non son molte.
- Si fa a meno dell' una e dell'altra cosa. Per della gente come noi, abituata a pascersi di rigaglie e di cibrei, il sacrificio non è lieve. Tuttavia ci rifaremo a casa... Va bene?
- Sia! Ora ritorniamo dal nostro avvocato. Può darsi che c'inviti a cena. Quando venne a Sarmùra io gli feci grandi accoglienze...
- Dell'altra ingenuità... Ora sono stanco di ripetere il già detto. Stimati fortunato se lo potrai rivedere. Tanto oggi è infilata male, è chiaro. Non per nulla Catanzaro, oltre che la città dei velluti e di San Vitaliano cono, è anche la città del vento. Soffia un maestrale che porta via. Gli occhi, le narici, la bocca si riempiono di polvere salata. Gl'illustri, fermati nel marmo al Paradiso , son disperati di non potersi cacciar sotto terra, o almeno ripararsi la faccia con le mani. Passa la gente rasente i muri, sfidando la collera dei cornicioni e delle graste fiorite sui davanzali, si tiene stretti gli abiti sul corpo, come se qualche ladro li volesse portar via. Le donne, preoccupate, come sono, di tirarsi sulle gambe le sottane, che le dita del vento arricciolano con stravaganze barocche, fanno i visi duri e sciupati. Suonano le campane delle chiese ma il vento interrompe le loro cadenze melanconiche con i suoi arditi virtuosismi di controfagotto. Sbattono usci e finestre, volano i cappelli dalle teste arruffate, e i ciottoli delle strade hanno le gobbe lucide come bottoni di reclute passate in rivista dal generale. Il generale è quell'ululante maestrale, che butta ali di gabbiani sciaguattati sul verde smeraldo del mare e, sulla terra, criniere di leoni.
- Questo vento - afferma Cino, il quale pare assottigliarsi sotto il doppio schiaffino del cappello - ha una duplice funzione. Prima, ci lima i nervi, secondo, vuota lo stomaco. Con la previsione rosea che abbiamo davanti a noi di una giornata di digiuno e di una notte all'aperto, non so se mi spiego...
- Ti spieghi benissimo... Tuttavia giacché abbiamo deciso di restare, consideriamo risolta la questione del vitto e dell'alloggio. Da una petizione di principio di questo genere non abbiamo che da guadagnare.
I due Rupe si recano dal loro avvocato Andrea Muscari, che trovano indaffarato, ma gentile. Essi si erano già consultati con lui la mattina, in previsione del colloquio con la duchessa. Ora vengono ad avvertirlo del contrattempo. Muscari dice frettolosamente:
- La vostra decisione di restare fino a domani per parlare con Fini mi pare ottima. Anch'io son del parere che l'influenza della duchessa covi qualche cosa. Con queste vecchie bigotte c'è tutto da aspettarsi... Del resto avremo tempo di riparlarne stasera, dopo cena... Mi dispiace di non potervi invitare a casa mia perché, da ieri, s'è licenziata la donna di servizio, e siamo in alto mare... E poi... son preso dal lavoro fino ai capelli... Ne avrò fino alle nove. Prenderemo insieme il caffè all'Excelsior. Va bene? Fissato per le nove e mezzo.
Muscari parla come se fosse al telefono, con precisione asciutta. Attacca il ricevitore, e stringe la mano ai due fratelli. I quali lasciano lo studio guardandosi semplicemente negli occhi. E giù un sonoro scoppio di risa di Cino:
- Te lo dicevo, illuso? Quella tal donna di servizio può esser vera come l'influenza della duchessa. Ma il risultato è che noi siamo a terra. Per fortuna c'è il vento... Quello è sicuro, almeno... In fondo non mi dispiace che ci fischi alle orecchie. Credo che i lendini possano essere una gran compagnia per il pidocchioso... Tu che ne pensi, Mariano?
- Quando tacerai, bocca d'inferno? risponde il fratello minacciandolo affettuosamente.
- Da morto forse. Ma allora si parlerà con la bocca chiusa e non cesserò quindi lo stesso.
Catanzaro vuol dire il Corso Vittorio Emanuele, che l'attraversa da un capo all'altro. E' una strada pittoresca mercantile e chiacchierina, senza grandi pretese architettoniche nelle case che la parano, ricche di belle vetrine e di curiosità. Una strada che rende perfettamente lo spirito della città. Uno spirito pratico e industrioso che, nei secoli passati, si procurò fama ed opulenza, tessendo i damaschi che andavano a coprire i letti dei re. E, ancora oggi, broccati, fusciacchi, palii, porpore, felpe,
rasi, tocche, escori dai suoi telai e adornan le sue vetrine. E l'occhio può cogliere nei sontuosi parati di seta e d'oro il segreto di quella ricchezza che entrava nelle mura cittadine l'antico marted di Galilea.
I due fratelli percorrono parecchie volte il Corso, curiosando qua e là. Ne escon per entrare in qualche chiesa, dove se ne stanno ad ammirare tele di Mattia Preti, di Antonello Gaggini, di Vitaliano di Tomaso. Si spingono fino al Museo provinciale, dove c'è una pregevole raccolta di armi di selce del neolitico e di monete dell'età greca e romana. E infine, concluso il pellegrinaggio artistico, si ritrovano sul Corso.
E' già sera e il maestrale gioca con le ombre come un pittore futurista: fa la pittura del fischio. Consiglia Cino:
- Sarà bene rifugiarsi in un caffè... Mi par d'esser diventato uno di quei compagni d'Ulisse che slacciarono per loro colpa l'otre dei venti donato da Eolo. Qui la colpa non è la curiosità ma il fatto d'esser nati.
- Sei nero, caro - mormora Mariano. Chi sa di che colorino sarai domattina, andando di questo passo...
- Ci fosse un treno io sarei del parere di tornarcene a casa... Non è neppur serio che due persone come noi se ne stiano girovagando come straccioni, per aspettare chi? Un tizio che magari ha consigliato lui la mossa falsa alla duchessa per saggiare la nostra capacità di reazione.
- Il treno non c'è, e quindi è inutile fare il disfattista. Convinciamoci che la nostra attesa serve a qualche cosa, altrimenti non resisteremo...
Le ore che vanno dal crepuscolo fino all'arrivo dell'avvocato Muscari sono senza storia per Cino e Mariano. Essi non si scambiano neppure una parola al tavolo del caffè dove si sono rifugiati infreddoliti e amareggiati. Il primo fuma disperatamente consumando tutte le munizioni che gli dovrebbero bastare fino all'indomani, il secondo legge il giornale per distrarsi. Muscari arriva tutto gentile e conciliante. In pochi minuti risolve la questione di Calimera a tutto vantaggio dei Rupe. Cino gli muove una serie di obiezioni sulla chiamata in garentiada cui ha prese le mosse la causa, che fa scattare l'avvocato sulla sedia.
- Sembrerebbe lei il difensore dei Cantoria. Vede gli scherzi d'esser troppo intelligente? Si può anche fare il gioco dell'avversario.
Cino gli risponde con uno sguardo cosi animoso che lascia Muscari interdetto:
- Mi scusi - egli dice - se l'ho offesa. Ma non era nelle mie intenzioni.
- Mio fratello non è di buon umore - interviene a dire Mariano.
- Questo ventaccio della malora non è il più adatto a un temperamento come il suo.
A Mùscari non par vero di scaricar sul maestrale l'animosità ingiustificata di Cino. Egli allora si sfoga a tuonare contro il vento, di cui si proclama solennemente vittima. Lascerebbe Catanzaro solo per codesta calamità. Si andrebbe a cacciare altrove, in un centro riparato dalle montagne come una testuggine dal carapace, direbbe addio a tutte le città costruite sui merli delle torri, sulle prue dei tempestosi bastimenti, sulle schiene dei cicloni: sono immagini sue. Lascerebbe, andrebbe, direbbe, ma, mio Dio, come si fa? La moglie, i figli, gli affari, insomma, una catena. E Cino zitto. Fuma una sigaretta dopo l'altra e pensa che il mediocre che gli sta davanti ha una casa soffice, una moglie con qualche pretesa, uno studio bene avviato, una clientela che gli affida la difesa del suo patrimonio, mentre lui, Cino, che l'avanza di mille spanne, che se lo divorerebbe in una boccata, come fa il ragno con la mosca, lui, col suo talento, con la sua ebbrezza di gloria, non ha né da mangiare né da dormire. Il mio sovversivismo è un lusso che vale la casa la moglie la clientela di costui. Ed allora di che mi lamento? Vorrei, forse, che i proprietari di Sarmùra, ai quali minaccio cento volte al giorno la fine dei topi di chiavica, mi venissero a coprire d'oro? 
L'avvocato Mùscari chiama a un tratto il cameriere e paga. Mariano si vorrebbe opporre ma l'altro è conosciuto nel caffè ed ha la meglio. Lascia che paghi pensa tra sé e sé Cino. Tanto questo pecorone ce ne ha già mangiati di quattrini! Avremo danaro per un altro pacchetto di sigarette. 
- Vi accompagno al Brezia... Siete certo alloggiati là - chiede Mùscari a Mariano. E questi, preso alla sprovvista:
- Si, al Brezia... E tossisce ripetutamente. Però noi non andiamo cosi presto a dormire. Abbiamo da trovare qualche altro amico. Intanto accompagniamo a casa lei, avvocato.
Mùscari accamperebbe i doveri dell'ospite, per essere lui a consegnare al proprietario del Brezia, suo grande amico, i due fratelli, con la raccomandazione, naturalmente, di non lasciar fare loro amicizie pericolose con le donnine che son là di stanza. Ma, alle insistenze di Mariano, cede, e si lascia accompagnare a casa, dando appuntamento per la mattina dopo, col miglior sorriso del mondo. I due Rupe riprendono un'ultima volta la passeggiata lungo il Corso Vittorio Emanuele, quasi deserto e immerso nell'ombra.
- Son certo - dice a un tratto Cino - che la prima idea di una rivolta contro Dio e la legge positiva germinò in una testa d'uomo 
durante una nottata come questa. Io sono un soggetto normale, un uomo sociale nel senso che l'educazione e la cultura hanno corretto e mitigato
quel concetto pessimistico della vita che è alla base della mia natura... Eppure, lo crederesti? Sarei stasera capace di tutto... Anche di buttare chili di dinamite contro degl'innocenti.
- Su via, Cino, calma. Sembreresti vissuto nell'ovatta a sentirti parlare cosi. Dobbiamo aspettarci ben altro dall'avvenire. Non mettemmo forse al passivo tutto questo quando abbracciammo le idee rivoluzionarie? Ed allora?! Su, non far la vittima a buon mercato. E cerchiamo piuttosto un altro caffè dove passare più tempo che si può. La mezzanotte non è lontana.
- Ci fosse almeno la stazione vicina, si andrebbe a dormire nella sala d'aspetto... Ma è alla fine del mondo... Tra l'andare e il venire faremmo l'alba.
Si rifugiano in un altro caffè, che, per fortuna, chiude tardi, giacché è il ritrovo della gente elegante che esce da teatro, e, mescolata con essa, di tutta quella umanità incerta - gigioni, ruffiani, giocatori, ingaggiatori di soubrettes, confidenti di questura, malandrini, parassiti - che riempie i locali notturni di tutte le città, anche piccole.
Sono le tre e mezzo quando i Rupe, con gli ultimi ritardatari, sono ricacciati nella strada. Riprendono il loro passeggio sul Corso, fin che, stremati dalla noia, più che dalla stanchezza, si lasciano cadere su una panca, e là, raggomitolati nei pastrani, aspettano l'alba.
Il dubbio della vanità della loro attesa è quello che più li fa soffrire. Avessero una fondata speranza che l'avvocato Fini arrivasse in mattinata, e li invitasse a comporre la vertenza su Calimera; oh, allora starebbero su quella panca, al vento gelato, anche un mese. Ma essi non sperano tanto. Ora si accontenterebbero di poter parlare all'avvocato avversario, per capire da chi, e per quali scopi, è partita la mossa per una possibile composizione della causa. Fini e Muscari, il maggiordomo della duchessa, e il gobbo spudorato, proprietario del locale notturno, riempiono le loro ore di attesa. Ma a tratti tutte codeste figure sono cacciate in un secondo piano, e, in loro vece, si staccano con straordinario rilievo, Biroldo e la sua cambiale da pagare, Concetto e la sua straordinaria proposta, Cortaldo e le nozze di Lina. Se ne stanno Mariano e
Cino sulla panca, addossati l'uno all'altro per comunicarsi il calore dei corpi. A tratti si cedono anche le immagini ed allora l'odio di Cino contro Biroldo diventa l'improvvisa animosità di Mariano contro Concetto, che ha voluto, con la sua offerta di Nina, prendersi gioco di lui; il silenzioso sarcasmo dell'uno contro Muscari diventa l'armata diffidenza
dell'altro contro Fini. Essi non reagiscono più alle immagini negative che bulicano dalla loro disperazione come da un cratere melmoso. Anzi si rizzano sopra di esse, e le spronano, e le scagliano contro la mobile barriera degli assurdi, senza timore di sprofondare con esse.
Ma la luce dell'alba li rinfranca. Si lavano la faccia alla frizzante aria mattinale e snebbiano i pensieri dalle brume notturne. Cino è ora disposto a mitigare il suo pessimismo fino al punto di credere che l'influenza della duchessa sia un fatto reale. Mariano si abbandona al suo temperamento ottimista e confida che l'avvocato Fini risolverà in giornata la controversia.
Ricominciano a passeggiare per il Corso, e, giacché il vento va cessando, si spingono fino al Paradisoa godersi il meraviglioso panorama che abbraccia due mari e una pianura innamorata, squillante nel sole. Là stanno a scaldarsi alla luce tiepida, che sente il fiato della primavera, bevono l'orizzonte sconfinato, colmano gli spazi con la loro ansia di volo. Non sentono più la fame, la stanchezza, il freddo. Sono ritornati Rupe . Muscari è quello che è, perché sia permesso a un uomo come Cino di volargli su la testa come un'aquila. Fini risolverà certamente la pendenza per quell'intimo meccanismo di giustizia e di potenza, racchiuso nella composizione umana dei suoi avversari, e nella bontà della loro causa.
Sono circa le dieci quando i due fratelli si presentano allo studio di Fini per parlare con lui. Il sostituto mostra loro il telegramma con il quale il principale annuncia di dover ritardare la sua venuta di un altro giorno a causa di alcune prove testimoniali da raccogliere.
Mariano e Cino leggono il telegramma senza batter ciglio, solo un tantino impallidendo. Finalmente esclama Cino sarcastico:
- Nulla che non fosse previsto. Ma ora noi ce ne andiamo. E dica al suo avvocato che, se vuole trattare con noi per una definizione della pendenza di Calimera, faccia un viaggetto fino a Sarmùra. Lo rassicuri che avrà onori sovrani come si addice a un ambasciatore di pace.
Si volta brusco e se ne va, seguito da Mariano, anch'egli subbiato dall'angoscia.
Sono a casa verso sera, lividi.
Una settimana dopo l'andata dei due fratelli a Catanzaro giunge a Mariano una lettera dell'avvocato Fini. Il legale della duchessa è costernato di dover annunziare che la nobildonna, ch'egli si onorava di patrocinare, è soggiaciuta alla polmonite che l'aveva colpita pochi giorni prima, e che, quindi, per il momento, ogni trattativa per una qualsiasi
composizione della causa è sospesa. Assicura che, quando sarà l'ora, consiglierà gli eredi di venire, nei limiti del possibile, ad un'amichevole intesa con i loro avversari. Per parte sua, intanto, si scusa con molto garbo di non aver potuto conoscere i fratelli Rupe, per un dannato contrattempo, il giorno della loro visita a Catanzaro, e si augura di esser più fortunato in un prossimo avvenire.
Mariano rimane male. In lui la preoccupazione per il nuovo intoppo della causa si sposa in egual misura al dispiacere per la morte della vecchia duchessa. La quale, dopo tutto, aveva avuto l'intenzione di venire incontro ai Rupe, ch'ella sapeva vittime della guerriglia legale dei Lèuca e della leggerezza del marito. Se la morte le aveva impedito di fare opera di riparazione, non per questo ella era da comprendere nel giudizio severo che gli orfani erano in diritto di trarre sull'opera di Lanzo di Cantoria.
Va Mariano da Cino e gli porge la lettera:
- Leggi! Ora sarai convinto che l'influenza di quella poveretta era vera. Questa morte allontana di molto le probabilità di un accordo. Perciò non è solo un dispiacere per me ma un danno per tutti.
Cino legge e riconsegna calmo la lettera a Mariano:
- Per me ti confesso che non è né l'una né l'altra cosa. Non credo assolutamente che si sarebbe arrivati all'accordo. E, quanto al dispiacere, quello proprio non lo sento. L'unica cosa che ora mi angustia è un dubbio.
- Quale dubbio?
- Mi domando, ahimè, se non diceva la verità anche Muscari, affermando, per non invitarci a cena, d'esser rimasto senza servitù, quel dannato giorno... In questo caso non basterebbero dieci anni di penitenza per punirmi della mia poca fede.
- A parte gli scherzi, bisognerebbe essere più buoni, meno sospettosi, ecco la verità. Ci sarebbe tanto da guadagnare...
- Non accetto, caro Mariano, il tuo rimprovero. Che la duchessa sia morta non me ne importa nulla. Da simile gente non c'è nulla da sperare. Se ti chiama per venire a un accordo è segno che ti vuole ingannare. Se tu non sei del mio parere hai torto...
A questo punto egli si batte una mano sulla fronte, fingendo un disappunto improvviso:
- Che svagato. Questa morte per me è un disastro, taglia le gambe a tutte le mie speranze gentilizie. Ci ho rimessa la corona ducale di Calimera, e questa, a ben vederla, è una brutta azione del destino. Non mi
resta che portare il lutto per il mio sogno mancato, come certi personaggi di Cecof... Ti pare?
Mariano lo guarda fissamente negli occhi, poi dice:
- Non perdoni, tu... Hai un cuore d bronzo...
Cino gli risponde con una scrollata di spalle ed un sorriso sottile come una lama damaschina.
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PARTE QUARTA.
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CAPITOLO 1.
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Si leva l'Alba dal suo letto rugiadoso e profumato, steso nella vallea, infila la sua migliore vestaglia, trapunta di fiori celesti pallidi, si raccoglie i capelli biondi sulla nuca, e va al ruscello a lavarsi la faccia. Sua madre, la Notte, la guarda con dolce malinconia, scrolla il capo, e svanisce.
Tuffa la testa, l'Alba, nell'acqua sciusciuliante lasciandovi dentro i cattivi sogni, si rizza tutta grondante, e trae, con passo leggero, a spiccare le roselline appena nate, le più odorose e schiette. Ne coglie un gran mazzo che tiene nell'ansa del braccio, rimpiange di non poterle spiccar tutte, sfiora col viso liscio e immacolato le corolle fragranti, socchiudendo gli occhi beata. Poi sale in cielo sulla sua scala invisibile tenuta da grandi ragni architetti, guardata da insetti uccelli erbe belve montagne mari. E, ad ogni gradino, butta una rosellina a qualche creatura che l'aspetta. Si ferma a tratti per darsi un po' di rosso sulle labbra, e le fa da specchio l'aria nitida che sente il fiato di tutti i giardini in boccio.
Ora il Sole appare alla balaustrata dell'orizzonte, pettinandosi con le mani la barba d'oro. L'allodola, prima fra tutte le creature, gli vola incontro con l'ali aperte, trillando. Il Sole la vede e le sorride festoso.
E' tornata la primavera.
La festa delle Verginelle, con la quale, il diciannove Marzo, giorno di San Giuseppe, Donna Maria Rupe festeggia la prima entrata in casa del geometra Cortaldo, si annuncia splendida.
Già, dalla sera avanti, Milord annusa certi odorini di borbottini, di soffritti, di schidionate, di zuccheri bruciati, che lo fan vagellare. Va su e giù per le scale come un'anima dannata, e, sebbene giuri a se stesso di non metter piede in cucina, per dimostrare a quella prepotente Gilda ch'egli alla privazione c'è abituato, e che, quindi, il di lei eccesso di difesa è proprio sprecato, tuttavia, facendo fnta di niente, è sempre sul pianerottolo a sbarrare la cortina degli odori, almeno quelli, che, in mancanza di meglio, fanno campare il cristiano e il cane, suo amico fedele.
A Gilda, aiutato dal caso, Milord dà una lezione di signoria che
rimane memorabile. Com'è, come non è, riesce a Rorò, il gattino randagio, che Leto ha raccolto qualche giorno prima nei pressi della fornace, e ricoverato in casa (un frullino cosi baggiano e avido di giochi che, in mancanza di meglio, come Milord con gli odori, si balocca con la sua stessa coda, considerandola quella di un altro, e facendo esercizi da equilibrista che strappan grugniti di ilarità perfino ad un vecchio nemico dei gatti come Milord) riesce, dunque, a Rorò, di afferrare con la zampa una filza di braciole arrostite sulla gratella, e di volarsela su in solaio, senza che nessuno se ne accorga. Nessuno, tranne Milord, che, da qualche ora, cerca di smaltire il malumore pensando a una raffinata vendetta da operare contro Gilda, fermo naturalmente restando il principio di autorità, del quale è servo obbediente.
Ed ecco presentarsi subito l'occasione, la quale, come tutti sanno, fa la barba di stoppa alle persone e ai cani.
Egli insegue da pari suo, da quel valente segugio che fu, ai bei tempi, Rorò, e riesce, con ringhi e latrati, a mettere un tale spavento al suo nemico, che questi, a un certo punto, non vede altra via di scampo che mollar la preda e riparare su una pertica del solaio. Qui accade il prodigio di Milord, che, rimasto padrone del campo, invece di addentare la carne odorosa, la sta a guardare contro il furfantello sospeso per aria come un clown, aspettando che Gilda, messa in sospetto dal baccano delle bestie, accorra a sbattere il muso contro l'adamantina virtù del suo cane.
Del resto la padroncina è pronta a riconoscere il proprio torto. E, per un tipo come lei, che non cederebbe neppur davanti al nodo scorsoio, non è poco. Ella, per premiare Milord della sua abnegazione, strappa due belle braciole dalla filza, e gliele dona. Il cane attacca la carne saporita con la calma del signore di razza che, sebbene affamato, non dimentica le regole della buona creanza. Tuttavia non può a meno di socchiudere gli occhi per la delizia che gliene viene, e, di quel momento di abbandono, approfitta l'indiavolato Rorò per scender dalla pertica e ruzzolare come un pallino dalle scale, leccandosi le lerfie.
L'avventura, di cui è stato protagonista, procura a Milord, per tutta la serata, carezze e doni. Rimpiange il buon cane di non avere almeno due bocche per diluviare, con la sollecitudine che sarebbe necessaria, su tutto quel ben di Dio. Pur con quella che ha, fa del suo meglio per non sfigurare. E non si può dire che se la cavi con troppo disdoro.
La mattina dopo, uscito di casa per fare i suoi bisognini nella piazzetta di San Rocco, senza museruola secondo il suo solito, come si conviene a un cane rivoluzionario, in un momento di distrazione, dovuto 
all'apparire di Lidia, la sua fiamma, che però lo trascura per il cane di Topa, egli non sente avvicinare alle sue spalle, subdolo e implacabile, l'acchiappacani. E Milord, vittima dell'eterno femminino, è agguantato, sollevato un momento per aria, poi trascinato e cacciato, malgrado i suoi latrati furiosi, nel cassino dove già gemono altri sventurati. Tutto questo non è durato che pochi secondi. Me lo merito pensa amaro Milord, asciugandosi con la lingua il sale che gli cola dalle labbra. Lo sentivo che quella svergognata sarebbe stata la mia rovina... 
Il cane di Leto è l'ultima e più grossa preda della mattinata. Riempito il cassino, i due uomini lo portano allo stabulario - uno stambugio fetido e senza luce - chiudono la porta a chiave, e se ne vanno, insensibili ai guaiti, ululati, ringhi, dei poveri prigionieri.
Naturalmente è il più piccolo dei Rupe ad accorgersi della prolungata assenza di Milord. Egli, giacché è festa, non è andato al mattino alla fornace, e cosi pure fa vacanza Nèoro.
Esce Leto per incontrare il cane nelle vicinanze della casa, e, nella piazzetta dov'è accaduto il misfatto, trova Pellicchia, il lattoniere, che l'informa della sventura toccata a Milord. Il piccino impallidisce, e corre subito a casa a chiedere aiuto.
- Hanno acchiappato Milord! Era senza museruola. Ora l'ammazzano. E giù uno scoppio di pianto.
Nèoro, detto Culo di Ferro , si sente svegliare subito il sesto senso, che è quello della protezione. Egli esclama:
- Non sembri neppur tu, Leto... Chi ha preso il cane sa ch'è nostro. Se non vuole che gli spacchiamo la testa a sassate, ce lo deve restituire prima di mezzogiorno.
-E la tassa? Come faremo a pagarla? dice la madre, afflitta dall'accaduto.
Leto prende una decisione eroica. Egli non sospetta neppure che il suo salvadanaio sia stato succhiato fino all'ultimo centesimo, sostituiti i soldi, i nichelini e i tornesi con pietruzze lisce di mare, atte a fare uno ' scroscio medio e discreto al cader della nuova moneta sospinta dalle dita contente. A occhio e croce sa di avere da parte una quindicina di lire. Rinunzia al cappottino sognato per l'inverno venturo, sul modello di quello di Nèoro, e offre i suoi risparmi per il riscatto di Milord.
- La tassa la pago io... Rompo il carusoe libero il cane...
All'imbarazzo che vede dipinto sul viso della mamma e delle sorelle, egli risponde con un nuovo scoppio di pianto:
- Non volete? Allora debbono ammazzarlo?
 Culo di Ferros'incarica di salvare la situazione:
- Non capisci che non si tratta di tassa? Vieni con me e vedrai...
E poiché la madre, temendo che il rimedio sia peggiore del male, li trattiene, Nèoro dice:
- Non faremo niente di speciale. Vedrete che Giuà, l'acchiappacani, ci darà Milord con le buone. Alla fin fine che cosa ci guadagna dalla tassa o dalla morte del cane?
Suggerisce Anita con voce timida:
- D a Giuà che gli daremo la tassa quando potremo. Oggi non possiamo. Abbiamo avute tante spese per questa festa... La mamma ha venduti i suoi orecchini...
- Dovrei dir codeste cose a Giuà! Abbassarmi fino a lui... Ma dove hai la testa, tu? grida fieramente Nèoro. E, senza aggiungere altro, esce, seguito da Leto, come il bastimento dal caicco.
Trovano Giuà all'osteria di Nata la Corsa , dov'è a riposarsi dalla fatica della caccia mattinale. Appena vede entrare i due piccoli Rupe, li sbircia in tralice col suo occhio pieno di cispe.
- Sei qua, Giuà! gli dice Nèoro con voce compagnona. Mio fratello Mariano ti raccomanda di darci il cane che hai acchiappato un'ora fa. Tu non sapevi ch'era nostro, eh?
- Io non domando ai cani chi sono i loro padroni. Li vedo senza museruola e li agguanto.
- Bravo! Questo puoi farlo con tutti tranne che col nostro. Come non ci hai pensato prima?
- La legge è uguale per tutti - dice Giuà vuotando il bicchiere. - Non posso far particolarità per nessuno.
- Allora non ci vuoi restituire Milord? chiede Nèoro con voce minacciosa.
- Non si tratta di volere, ormai... Se anche volessi...
- L'hai già ammazzato? domanda fremendo Leto.
- Che ammazzato... E' allo stabulario. Ormai è padrone il Comune. Si paga dieci lire e si riprende il cane...
- Son le tue ultime parole? Pensaci, Giuà!
Giuà cessa di lappare il vino, per considerare, con la massima attenzione, Nèoro. Quel diavolino è poco rassicurante. L'uomo non si meraviglierebbe se, di botto, cavasse di tasca una castagnola, e gliela sparasse sui piedi come usa a capo d'anno. Quelle castagnole che qualche volta accecano il cristiano. Il cristiano che nessuno poi paga, giacché non c'è dolu , come dice l'avvocato al processo.
- Don Mariano sarà il primo a darmi ragione. Andrò a parlare con lui.
Qui Nèoro esce dai gangheri, ferito dalla spocchia di quel bruto:
- Tu parli con lui, ma davvero... Non ti credevo proprio capace... Invece di andarti a sotterrare vivo, di andarti a chiudere nel cassino, al posto di quei poveri cani, che non fan niente di male, vai a parlare a mio fratello Mariano. Ma bravo, bravissimo... E dimmi un po'? Non ti guardi mai allo specchio? Non ti prendi mai la faccia a ceffoni?
- Voi offendete un servo del Comune...
Le sue parole sono accolte da una risata del ragazzo:
- Servo del Comune... Sua Eccellenza Giuà l'acchiappacani... Chi non lo conosce, eccolo là... Una pulce col tight... Sentimi, pecorone... Ne devi mangiare di pane prima di diventare un uomo... Per ora sei un lappe-lappe e un malnato.
Dice, e preso, fulmineo, dal tavolo, il litro di latta, quasi pieno di vino, lo scaraventa sul muso di Giuà. Il quale rimane cosi stroncato dalla perdita di quel moscadello, già pagato alla Corsa , e non finito di bere, che non pensa neppure di reagire all'offensore. Questi lo sta a canzonare, dalla soglia dell'osteria, dove si è ritirato con Leto alla mano. Poi, frustandolo con un'ultima occhiata di disprezzo, parte.
Nel tragitto, dall'osteria a casa, giacché Leto singhiozza, pensando a Milord, che non è stato avvantaggiato dalla loro prima vittoria, Nèoro lo incita a non disperare:
- Vedrai che qualche cosa salterà fuori... Anche a costo di chiamare Ciccio Attisani, e qualche altro ragazzo di fegato, e di scassinare stanotte lo stabulario. Pensa come sarebbe bello... Liberare tutti quei cani e lasciare con un palmo di naso Giuà e soci... Io mi sento capace di questo e d'altro...
Leto guarda il fratello maggiore, e lo vede cosi ardito, cosi sicuro, che riprende un po' di coraggio. Ma la spina gli resta nel fianco. E ogni suo pensiero, ogni suo atto, durante la giornata, recherà attorno a sé, un alone rosso e nero, in cui balenerà la figura dolorosa e invocante di Milord.
E non solo per Leto, ma per tutti, la festa delle Verginelle rimane offuscata dalla mancanza del cane, un personaggio di casa Rupe che ha seguito, come undecimo figlio, tutte le loro vicende di questi anni. Ha patito tanta fame, il poveraccio, che una giornata di abbondanza come questa, in cui poteva rifarsi di un'intera invernata di strettezze, gli era proprio dovuta.
Cortaldo, entrando in casa al braccio di Mariano, prima ancora di sedere la fidanzata e Nèoro, il suo grande amico, sente parlare del sinistro toccato a Milord, come di una sventura familiare. Egli dice:
- Peccato che sia festa, altrimenti l'andremmo a liberare subito. Mia madre è affezionata a un piccolo maltese, come loro a Milord. Anche a me piacciono molto i cani.
- Tu non credi - dice Leto a Cortaldo - che, pagando, ce lo darebbero anche oggi?
- Lo stabulario è chiuso, caro. Se ne parlerà domani...
- Però, per prenderli, anche di domenica Giuà è pronto... Gli auguro di veder le malombre, stanotte...
La festa delle Verginelle, che ricorda alla lontana i pranzi dei padroni ai servi nelle saturnalilatine, consiste in una gran tavolata di ragazzine dai dieci ai quindici anni, orfane o quasi, che vengono servite ditutto punto da altre vergini maggiori di età, e prossime al matrimonio. Tanto le invitate, quanto le loro ospiti, sono vestite di bianco; si adorna la tavola con fiori candidi; si cucinano preferibilmente maccheroni con ceci, bollito, pesce lesso, frittate, carciofi impanati, creme di patate, di piselli; si fa scialo di schiacciate, di ricotte, di giuncate; si fa la festa a mele, noci, fichi secchi e castagne; si beve solo latte; si divorano paste sfoglie e cenci. Finito il pranzo delle fanciulle, si sparecchia, ed allora si mettono i grandi a tavola, facendo onore alla vergine che ha diretto il primo convito. In questo caso Lina, la quale non ha, si può dire, neppur guardato il fidanzato, tanto è presa dalla confusione di quelle quindici orfanelle ciuciulianti e mangione.
Anche il secondo pranzo, della presentazione del fidanzato, che bandisce il bianco e riconduce sulla tavola il vino, la carne, i cibi saporiti, riesce benissimo. E sono Orsa, Gilda e Anita che, aiutate dalla madre e dalla piccola Pinta, fanno le spese del servizio. Nèoro, per un diritto che nessuno gli può contestare - quello di essere il più vecchio amico di Cortaldo - e Leto, non ne han voluto sapere di mettersi alla tavola dei ragazzi. Leto, anzi, tanto ha fatto, che s'è cacciato a sedere in faccia a Cortaldo, simpatizzando con lui, dopo che gli ha sentito dir bene dei cani, e inseguendo una sua speranza in quel se ne parlerà domani con cui il fidanzato di Lina ha chiuso il suo discorso sullo stabulario.
Cortaldo, oltre che quel bravo giovane accertato da Mariano, è anche bello, distinto e corretto nei modi. La sua attrattiva maggiore è la bocca, una bella e sana bocca che gli ride fanciullescamente. E' pieno di premure per tutti, discute di uomini e di cose con senno ed acume, è di idee larghe e progressiste, si vanta di esser figlio di un operaio tipografo che fu intimo di Andrea Costa e di Cafiero, parla delle giornate milanesi del '98, nelle quali fu qualcosa più che spettatore, con un cupo ardore che
gli concilia la simpatia di tutti, quella di Cino in particolare. Nei riguardi di Lina è tenero e sfiorante; lamenta di averle dovuto rivelare il suo amore attraverso la banalità di un'ambasciatrice come Nunziata, e non da cuore a cuore; le confessa di essersi deciso a mandare la donna dopo una matura riflessione, e non per un dubbio verso se stesso e la certezza dei suoi sentimenti, ma per il timore di non essere degno di lei, e d'incontrare un rifiuto.
Sul più bello del pranzo, giungono i telegrammi della madre di Cortaldo e di Tristano, auguranti tanta felicità alla coppia. Li legge a voce alta Mariano, e tutti si sentono inteneriti. Leto approfitta di quel momento per dire al nuovo amico:
- Se Tristano sapesse che Milord è nel cassino, chissà come resterebbe... Anche lui gli vuole molto bene...
E Cortaldo, con quel suo sorriso fanciullesco:
- Non pensare a Milord, piccolo. Ti prometto che domani andrò a liberarlo insieme con te. Sei contento?
Non occorre che la bocca di Leto dica la sua gioia nel sentir quelle parole. Il suo viso si specchia nella visione di Milord scatenato, come un pioppo in un fresco ruscello. Manda un bacio con la mano a Cortaldo, e, da quel momento, lo considererà un fratello maggiore.
Finito il pranzo, i fidanzati, accompagnati da Mariano, vanno allo Affaccio , dove, il giorno di San Giuseppe, si raccolgono tutte le verginelle della festa. La giornata è bella, calda e invitante. Lungo i viottolini delle siepi guizzano le prime lucertole, i prati sono verdi e soffici, gli alberi aprono le braccia frondose nel cielo sereno. L Affaccio , che domina Messina, lo Stromboli e la costa calabrese fino Pizzo, pare diventato il chiostro di un convento di piccole probande, le cui mura invisibili portino nei riquadri azzurri squarci di mare vero. Alcune se ne stanno alla balaustrata spalancata sull'infinito, mangiando dolci, mele e arance, altre giocano a rincorrersi, altre danzano prendendosi per mano, altre infine passeggiano a coppie, un po' estatiche e riservate, come monachine in miniatura. Tutto è nuovo per Cortaldo, che ama il pittoresco col bisogno di evasione che caratterizza gli spiriti pieni, costretti dalla vita a lavorar di compasso e di metro sulla realtà d'ogni giorno. Lina è sorpresa di trovare in lui tanta freschezza di sentimento, e questa sua sorpresa gradita dimostra con sorrisi lucenti che, nel suo viso un po' impenetrabile, sono come lampi di sole in un cielo bigio.
E' quasi sera quando riprendon la strada del ritorno. Sulla porta di casa è Leto ad aspettare il nuovo amico.
- Ti sei divertito all' Affaccio ?
E Cortaldo:
- Si, tanto.
- Allora a che ora vieni domani a prendermi per andare da Milord?
- Alle nove. Ti va? Prima delle nove rischieremmo di trovar chiuso lo stabulario...
- Allora ti aspetto. Io mi alzo molto prima, alle sei. Vado alla fornace e torno. Non farmi fare il cammino inutilmente...
- Evviva la fiducia... mormora Cortaldo ridendo.
Quando il fidanzato se ne va al braccio di Mariano, dice Leto:
- Non ne potevi trovare uno migliore, Lina. Quel marito ha un cuore d'oro. Vuol bene a Milord e neanche lo conosce...
Si racconta che il principe di Condé dormi profondamente la notte avanti la giornata di Rocroi, ma non dorme Milord, prigioniero in una delle celle del cassino con altri tre cani: un mastino, un pecoraio e un barbone, da lui conosciuti di vista e, qualche volta, ma solo di passaggio, annusati.
I tre compagni di sventura accettano la sua signoria: primo, per l'età - Milord non conta più gli otto anni, ha press'a poco quelli di Leto -secondo, perché appartiene a Don Mariano Rupe; terzo, perché è il solo che abbia qualche probabilità d'essere riscattato col pagamento delle dieci lire di tassa. Infatti il mastino è di Vicamoru , un pezzente cosi soprannominato per la sua incessante paura di morire; il pecoraio è di Sambuco, un pastore finito in carcere; il barbone è di Trissitrassi, un vecchio terrazzano di quasi ottanta anni, abbandonato dai figli, dopo aver loro diviso tutto il suo, che aspetta il transito in un letto pidocchioso e graveolente.
Ci sono altri sventurati nei tre scompartimenti del cassino, ma, di quelli, Milord non può scorgere che la punta del naso insinuata tra le sbarre di ferro a interrogare il buio. Non li vede, ma, a tratti, sente gli urli laceranti che fan venire la pelle d'oca perfino alle Malombre che si aggirano per lo stabulario.
Dei suoi tre compagni, il barbone è il più calmo. Si è acculato in un angolo, e guarda con indifferenza gli altri. Evidentemente l'agonia di Trissitrassi lo ha fatto riflettere sulla vita e sulla morte, si che, anche a lui, come al suo padrone, il transito pare preferibile al restare su questa terra vigliacca. Invece il mastino, anch'esso del resto simile a Vicamoru , non fa che rappresentarsi il momento in cui gli daranno la pillola avvelenata o gli bruceranno il cervello. Egli ruglia:
- La pillola la rifiuti, ma la fucilata ti foca di botto. Sei morto, e non sai nemmeno chi ringraziare.
Il pecoraio tiene il giusto mezzo tra il barbone e il mastino. Egli gagnola:
- Pensare che basterebbe una di quelle pecore sperse, che tante volte ricondussi al chiuso, per salvarmi. Ma chi deve occuparsi, di me, se Sambuco è in galera?
Milord non può confortare nessuno perché ha da pensare a sé. La sua speranza è che la gente presente alla cattura abbia informato i Rupe, e specialmente Leto. Leto è la passione di Milord. Egli lo considera qualche cosa come un cagnolo a due zampe, con una vocina da angelo e senza coda: un suo figlio ideale. Son quasi della stessa età, ma a otto anni, Milord è vecchio, mentre Leto comincia a vivere ora. E, tuttavia, il ricordo dei primi mesi di vita, allorché la creatura riversava su lui, cucciolo, quel bisogno istintivo di affetto e di speranza, contro cui invano si accaniva la Malasorte, è come una perenne primavera per Milord. Egli ama fissare nella memoria Leto piccinino, ancora malfermo sulle gambe, balbettante le prime parole, e, se stesso, pazzerellone, gingillone, intorno a lui, commediante spesso per necessità, contento, malgrado tutto, d'essere al mondo, e di spartire amaritudini con tanti bravi e sfortunati padroni.
Gli anni non hanno mutato l'amore incarnato del piccolo, l'attaccamento dei grandi per lui. Però gli hanno portata la vecchiaia, questa strega che è peggio mille volte della fame. E, contro di essa, non c'è nulla da fare, non c'è che rassegnarsi e aspettare di andarsene un giorno o l'altro col miglior saluto a chi resta. Un giorno o l'altro... Però, cosi presto no! Otto anni non son la fine per un cane ancor forte come lui, i cui genitori tirarono uno fino a quindici e l'altro fino a venti, sempre in gamba e temuti da tutta la razza canina di Sarmùra. Né cosi presto né per mano di un lacchè come Giuà.
Passano, intanto, tra queste fantasticherie di Milord, e quelle dei suoi compagni di prigionia, le ore della notte, e appare l'alba alla spia dello stabulario. Un'alba cosi sporca che ricorda a Milord certe minestre di lenticchie contro le quali si spunterebbe la fame più acerba. Latra il mastino di Vicamoru :
- Ci venissero almeno a dare una bevuta d'acqua questi aguzzini! Finché non spirano i tre giorni di legge per il riscatto, siamo prigionieri di guerra e, come tali, pretendiamo un trattamento umano. Dico male, Milord?
Milord, socialista e filosofo, risponde grave, arieggiando pensieri ragionamenti e parole colte sulla bocca dei suoi padroni.
- La legge, mio povero amico, è una trappola dei potenti, e, per buttarla giù, non basta il tuo ragionamento, né quello del mio padrone Cino, che pure vale qualcosa. Si fa dipendere la nostra sorte da dieci miserabili lire, come se noi dovessimo rispondere, tra l'altro, della povertà dei nostri padroni diretti, e non fossimo quei semplici amici dell'uomo che tutti sanno. La legge si risolve cosi in una spudorata protezione dei cani ricchi a danno di quelli pezzenti. I cani di Pizzòlo, di Licerta, di Fetuso, di Scattagnòla, di Spùlica, se ne stanno come papi, perché i loro padroni vivono come pidocchi sul contadino, non temono Giuà, perché quel boia è della lega di lor signori... Invece noi, bestie di poveri e d'idealisti, alla fossa! Ed è inutile, dopotutto, meravigliarsene. Dò ragione a te, barbone... Cosi fu sempre, da che mondo è mondo, e cosi sarà, malgrado che tanta gente perda il sonno a invocare un quarantotto che mandi tutto per aria...
Altri cani prendon la parola sull'importante argomento, tenendo registri altissimi nei latrati. Ma nessuno di essi esprime idee altrettanto chiare quanto quelle di Milord, per il quale gli otto anni nella casa dei Rupe non son passati invano. L'unico risultato del dibattito è che fa passare il tempo.
Per la strada già si senton lo stropicciare delle pedate e le voci delle persone che si recano in campagna. A quest'ora Leto s'incammina verso la fornace. Che cosa pensa il piccolino del suo fedele? S'è già consolato della sua assenza? La crede dovuta a un capriccio di vecchio traditore? E i suoi fratelli? E Donna Maria? Come faranno a pagare, con la miseria che c'è in casa, la tassa del riscatto?
Milord non ferma la mente su quei dubbi perché si sente stringer la gola da una morsa di ferro. Gli spuntan le lacrime e, per nasconderle, il vecchio battagliero si gratta a lungo, cercando alcune pulci vaganti che non gli danno noia alcuna, giacché è risaputo che il mal di cuore spegne anche la rogna.
Quando son le otto, un clamore che scoppia vicino alla porta dello stabulario fa rizzare contro le grate dodici musi, anche quello del barbone, il quale, dopo le meditazioni notturne, par rinvenuto come il cece nell'acqua.
Il respiro dei prigionieri è tanto affannoso che, per un momento, sovrasta il rumore della strada. Tocca a Milord imporre il silenziatore ai respiri con un seguito di ringhi, che, tradotti nel gergo canino, esprimono la sua meraviglia di fronte ad una cosi palese dimostrazione di
sgomento, e quasi di viltà. La calma è ricondotta nel cassino, e anche i rumori della strada cessano.
Commenta urtato Milord:
- Se fosse qui presente il mio padrone Cino citerebbe Plutarco, là dove narra che, domandato Agesilao, da un tale, come si fosse acquistato gran gloria, rispose: Disprezzando la morte! . Io mi contento di dirvi che, alla fin fine, un po' di fegato non guasterebbe. Tanto, che si guadagna ad aver paura?
- Vorrei vederlo questo Agesilao nel cassino... soffia tra i denti una cagnetta, che si trova nel settore diagonale a quello di Milord, una volpina civettuola e arguta che, se non fosse il terrore della morte, il bracco, il bassotto e lo spinone, suoi compagni nella stessa celletta, adorerebbero in ginocchio.
Digrigna Milord, se pur gradevolmente sorpreso dal buon timbro di voce della cagnetta:
- Ci fu un Agesilao nel cassino e si chiamò Danton. La ballata ch'egli compose contro Robespierre, recandosi alla ghigliottina, non me la ricordo più, perché con gli anni la memoria se ne va. Ma so, per averla sentita dai miei padroni, che è stupenda e invito chi di voi scapperà da questa prigione, a impararla a mente:
- E' la prima cosa che farò... mugola la volpina.
- Tu mi ricordi - abbaia amaro il bassotto della sua cella - quella tal moglie che disse al marito: Se uno di noi due dovesse morire io mi ritiro in campagna... . Congratulazioni... Sarebbe un vero peccato se dovessi finire alla fossa fra quarantotto ore.
- Se permetti, tocco ferro... guaisce la volpina. E alza una zampa fino all'inferriata, lasciandovela un bel po', per scacciar la iettatura.
Intanto i minuti passano, e la luce si fa intensa alla spia dello stabulario. Non si può dire che faccia caldo nello stambugio, né nei diversi settori del cassino, eppure quella luce diffonde un calore ideale, che è più di mezza compagnia per i poveri reclusi. Molti fanno toilette leccandosi dappertutto, spulciandosi, alzan la gamba negli angoli più discreti della cella, si voltano, per pudore, col muso contro la parete della prigione nel momento dell'attaccio. Chiede con uno gagnolio lamentoso, il barboncino, a Milord:
- Tu che sei cane di senno e di tavolino, che ne pensi della morte? La domanda del fido di Trissitrassi è coperta da un diavolerio infernale. Gli individui del cassino trovan ch'è di pessimo gusto insistere su certi argomenti, e si ribellano alla unanimità. Milord cerca di dominare il baccano abbaiando più forte di tutti, ma, alla fine, è costretto a dichiararsi vinto.
Si placa finalmente il tumulto, ed egli può dir la sua con un brontolio cupo che somiglia al rotolio di un tuono:
- La tua domanda, barbone, andrebbe bene in uno di quei romanzi russi che piacciono tanto ai miei padroni, dove, ad ogni capitolo, tra un bicchiere e l'altro, tra una stravaganza e l'altra, par naturale che i personaggi diano nel metafisico e si frughino con i dubbi più spietati. I quali, per altro, non gli vietano un momento dopo, di far come prima, peggio di prima. Nell'attuale nostro stato, riconosco che le tue parole son fuori luogo, e fanno accapponare la pelle... Premesso ciò, io non ho difficoltà a dirti che penso alla morte con una certa tristezza... Le fantasie dei preti non m'incantano, e dò ragione al mio padrone Don Mariano quando avverte che...
Il discorso di Milord seguiterebbe forse a lungo se un rumore di pedate alla porta non gli gelasse le parole sulla bocca. Nuova mobilitazione di musi contro le inferriate del cassino. I dodici cani provocano, respirando, delle vere trombe d'aria, che riescon fatali ad alcune legioni di mosche volanti a bassa quota nel cielo della prigione. Esse sono aspirate e mangiate in un attimo, senza pentimenti di sorta.
Improvvisamente, alla porta, una voce zampilla da una fresca bocca. La voce di Leto:
- Presto, Giuà... Cos'hai nelle mani, pece? Apri!
Milord sente la voce del bambino, e dà in un urlo di cosi furibonda gioia che intontisce la compagnia, e, in parte, se stesso. Agesilao e Danton sono dimenticati. Non vede, il buon cane, che il piccolino, il suo piccolino, che viene a liberarlo. E si sgola a chiamarlo, a fargli sentire la sua presenza prima che può.
- Eccolo li alla prova dei fatti, il filosofo - digrigna sarcastica la volpina. Proprio vero che altro è parlar di morte altro è morire.
Milord sente la frecciata, ma è troppo occupato a chiamare il piccino per controbattere. Finalmente Giuà apre, e, Leto avanti, Cortaldo dietro, entrano nello stabulario.
- Qui, son qui - guaiola teneramente Milord. Ma come, non mi senti... Qui...
Leto riconosce il guaito di Milord e, con quattro salti, è al cassino. Vede il muso del suo cane diletto attraverso le sbarre di ferro, i suoi occhi azzurri, tanti altri musi frementi, tanti altri occhi imploranti, e non può trattenersi, scoppia in pianto dirotto.
- Milord, povero Milord!... E anche voi, bestiole... o povere bestiole!...
Cortaldo ha, anche lui, le lacrime. Non c'è cosa più triste della bestia
che sente, vede la morte, che ti guarda negli occhi per chiederti aiuto e ti dice: Io non mi posso difendere. E tu mi abbandoni! . Più triste dell'uomo, che ha almeno un cielo sulla sua testa e, se l'ha smarrito, gli resta l'amaro orgoglio della sua rivolta contro Dio.
Milord è tolto dalla prigione, e i tre della sua cella ricacciati, con una bastonata sulle teste, nel fondo. Urlano i poveretti contro quel mostro di Giuà, e, ad essi, fanno coro tutti gli altri reclusi, ed è tanto il loro dolore che, perfino, Milord, dalle braccia di Leto che lo stringono appassionatamente, si volta a guardarli commosso.
Cortaldo è turbato. Sarebbero poche diecine di lire, alla fine... Se ne buttano tante per nulla... E non sarebbe una bell'azione da averne un fresco ricordo per tutta la vita? Leto lo guarda e intuisce il suo stato d'animo:
- Povere bestie! dice prendendolo per la mano. Non han fatto niente di male... E le uccideranno... Se fossi ricco...
- Se fossi ricco, che cosa faresti?
- Le libererei tutte, salverei tante bestie innocenti...
Il giovane sorride, si volta verso Giuà e gli dice:
- Che ne penseresti se ti proponessi di fare un blocco di questi cani, eh?
- Un blocco? Che volete dire?
- Ti dò quaranta lire, e tu li liberi tutti sul momento... Pensaci... E' un affare...
- Parlate sul serio? Che ve ne importa di codesti mangiapane?
- Me ne importa, come vedi... Su, deciditi...
Giuà guarda sospettosamente l' ingegneree il bambino. Teme, evidentemente, qualche tranello.
- Non aver paura di nulla... Nessuno lo saprà... E poi, se anche si sapesse, il Comune troverà che hai fatto benissimo. I padroni di queste bestie non verrebbero certo a riscattarle... Son quaranta lire guadagnate, ecco tutto.
- Quanto a questo non vi dò torto!... E allora - dice dopo un'ultima esitazione - facciamo cinquanta. Trenta le passo all'economato perché non voglio aver noie, e venti me le prendo io per il lavoro che ho fatto. Va bene?
I prigionieri del cassino han compreso che dipende la loro vita da quel colloquio. Son tutti zitti e anelanti alle sbarre, non perdono una sola parola, hanno gli occhi luminosissimi, pregano a loro modo. Milord sta nel mezzo, tra il cassino e il gruppo umano, in atteggiamento grave e un tantino altero. Egli vuol far capire ai suoi compagni di pena
che stan strappando la pellaccia per merito suo. Quel Cortaldo egli lo vede per la prima volta. Ma che bravo giovane!... E' proprio buono come un pezzo di pane. Fortunata Lina. Non vede l'ora, il vecchio sentimentale, di farle le feste.
Cortaldo prende cinquanta lire e le dà a Giuà.
- Ecco qua... Ed ora spalanca la prigione! Son proprio contento di me stesso...
Quello che avviene, dal momento in cui Giuà apre le grate, all'arrivo di Cortaldo e di Leto a casa, lo lasceremo immaginare. Non solo Milord precede i salvatori col suo passo di parata, ma gli altri undici cani ruzzanti felici e innamorati. I loro gagnolii festosi fermano la gente per le strade, chiamano ai balconi, e sulle porte delle botteghe, tutta Sarmùra.
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CAPITOLO 2.
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Da qualche giorno Pietro nota, attorno alla cantina, un movimento sospetto di persone che, alla burbanza del portamento, al cappello calcato alla diavola, e al fazzoletto annodato intorno al collo, rivelano la loro milizia attiva nella Malavita. Di giorno, i camorristi se ne stanno rintanati chi sa dove. Ma, col crepuscolo, escon dai covi, e fanno le manovre nelle vicinanze.
Pietro, preoccupato per Sara, ch'egli va a trovare tutte le notti, più che per se stesso, mette a parte dei suoi sospetti il fratello Mariano:
- La Malavita si sta concentrando per qualche grosso colpo. Perché mai abbiano scelto questi luoghi per piantarvi il loro quartiere generale, è un mistero. Ti confesso che non son tranquillo.
- Che cosa hai da temere, tu? Proprio nulla. Si sta impastando il pane per l'inverno venturo: ecco cosa penseranno gli avvocati di Sarmùra fregandosi le mani, contenti...
- E se avessero qualche cosa contro di noi personalmente? Dico cosi, perché, quando i malandri passan davanti alla cantina, abbassan la testa, come se temessero di scoprire un loro segreto. E' un atteggiamento di persone che macchinano qualche cosa. Mi sbaglierò...
- Ti sbagli certo. Per noi la Malavita nutre grandi simpatie. Essi non hanno che un nemico che disprezzano più che non temano: il carabiniere. Ora noi, battendo come rivoluzionari contro lo stesso bersaglio, siamo, per loro, parenti alla lontana. C'è la piccola differenza che non pratichiamo la camorra, ma questo per essi non è che frutto di scarsa sensibilità da parte nostra. Ti pare?
Pietro sorride al tono estroso della risposta di Mariano, e lascia cadere il discorso. Ma, dopo il tramonto, le manovre della Malavita ricominciano, ed egli non può a meno di sentirsi inquieto. Avverte Celi di star con le orecchie ritte, e, quanto a lui, si arma di fucile e di revolver, quando si reca al casello a notte alta.
Una notte, Pietro, di ritorno dal convegno con Sara, è in procinto di buttarsi a letto, quando sente bussare alla porta della cantina. Egli impugna il revolver, sporge la testa da un'apertura del solaio, poi, forando la cupezza del viottolo con lo sguardo, chiede:
- Chi è? Che cosa volete?
Si precisa, nell'oscurità, la forma di un uomo. Dice una robusta voce:
- Sono un amico... Avrei bisogno di parlarvi...
- A quest'ora! Non potete aspettare fino a domani?
- Si tratta di cose urgenti...
- Ma ditemi almeno il vostro nome...
- Sono forestiero. Il mio nome non vi direbbe nulla. Vi giuro sulla Madonna dell'Altomare che sono amico dei Rupe.
- Amico, e sia... Vi credo sulla parola... risponde Pietro dopo una breve esitazione eccitato dalla paura di mostrarsi pauroso. Aspettate che scendo.
Egli non apre, senza prima aver disposto alla retroguardia Celi, che è un fegataccio. Lo sconosciuto entra nella cantina, salutando cordialmente i due uomini. Pietro l'osserva intensamente al lume della lanterna, che solleva all'altezza del suo viso. Può aver quaranta anni al massimo. E' piccolo di statura e di lineamenti asciutti, ha lo sguardo ardente e mobile, la bocca esigua di labbra, ma larga e un po' rilevata, le gambe sottili e nervose, coperte fin sopra al ginocchio da stivali da caccia. Porta il fucile a tracolla e la cartuccera alla cintola. Un grosso cane spinone lo segue come la sua ombra, senza né abbaiare né guaire, trovando tutto naturale.
- Vi sono grato - egli dice - d'avermi creduto amico sulla parola. Ciò mi prova che siete cristiano . Quanti al vostro posto non avrebbero avuto temenza?
- Aria netta non ha paura del tuono... risponde Pietro traducendo un proverbio della sua terra. Mio padre c'insegnò che gli spaventi son peggiori dei mali...
Facendo lume con la lanterna, il giovane avanti, Celi alla retroguardia, conducono lo sconosciuto verso il chiarore che, dietro la pressa, mandano due ceppi d'ulivo, quasi consumati sugli alari. Siedon tutti e tre
davanti al fuoco vacillante, e, per qualche secondo, nessuno rompe il silenzio. La notte è fredda, parrebbe febbraio.
- Io sono - esclama improvvisamente il visitatore, con una voce in cui è tutto il sapore della sorpresa che sta per fare - io sono Nino Fame, detto Malaspina. E una mala spina voglio essere davvero, per tutti gl'infami della terra. Trenta volte condannato, venti ferito, tradito come Cristo nella settimana di passione, perseguitato da sbirri di tutte le qualità, salvo per volontà di Maria Santissima, carogna per chi mi vuol male, cane fedele per chi mi vuol bene: Malaspina, per servirvi.
A quella singolare presentazione, Pietro e Celi restano allibiti. Da anni essi senton parlare del famigerato Malaspina, un brigante inafferrabile della Piccola Sila, autore di rapine e violenze innumerevoli, temutissimo, sia dalla Malavita, ch'egli comanda incontrastato, sia dalla Proprietà, ch'egli costringe, con le buone o con le cattive, a pagare balzelli in natura e in danaro. L'autorità, da anni, tenta di catturare e, magari, uccidere Malaspina, ma sempre ci ha perdute le penne maestre. Il bandito ride della guerra che gli fanno, e, qualche volta, è andato a provocare le forze dell'ordine nelle loro caserme. Prodigo di vistose regalie e di grossi spaventi alla gente di campagna, egli gode, presso i terrazzani, fama di cavaliere e di soccorritore. Generoso e crudele, pio e pagano, collerico e compagnone, umano e bestiale, al tempo stesso, nessuno lo arriva per il cuore leonino, per lo sprezzo del pericolo, per il gusto della barbara vendetta, per la sua devozione ai santi. Spacciato chi gli si oppone, protetto chi si butta sottobandiera. Ecco un figlio di Calabria, che ha succhiato aceto forte dal seno materno.
- La vostra sorpresa è naturale... afferma Nino Fame con sussiego. Si parla e sparla tanto di me, mi si si attribuiscono tanti fatti e prodigi, che poi, quando mi si conosce, si stenta a credermi un uomo come tutti gli altri. Io mi vanto di esser peggio e meglio di chiunque, secondo che il vento mi vada in poppa, o mi mandi invece lo schifo, di fianco, su gli scogli. Ed ora basta coi preamboli. Accetterò un bicchiere di vino alla vostra salute, Don Pietro Rupe. E' freddo, stanotte... Questa primavera è pungente e si ha bisogno di scaldarsi.
-Sapete anche il mio nome, alla grazia... mormora sorpreso il giovane. Poi a Celi: Un boccale del migliore. Onoriamo Malaspina come si deve...
- Obbligatissimo, Don Pietro. Comandatemi quando volete...
Celi s'è intanto allontanato per spillare il vino, e Malaspina ne approfitta per dire in tono confidenziale:
- Vorrei parlarvi da solo... Quell'uomo è di troppo.
- E' il mio guardiano di fiducia. Ma, se credete, posso allontanarlo.
- Ve ne sarei grato, parola d'onore.
- Vi accontenterò... Potete anche parlar subito, se volete.
- Tanta fretta avete di mandarmi via? dice con lieve accento
d'ironia. - Capisco, potreste compromettervi con la Giusta ...
- L'autorità non c'entra. Pensavo che fosse urgente per me sapere
 quel che mi dovete dire, ecco, tutto.
- Mezz'ora più, mezz'ora meno... Certo, questo fuoco ci fa delle
grandi scappellate prima di andarsene... Non sarebbe male metter dell'altra legna sugli alari.
Dice, e va verso il vicino ripostiglio prendendo una bracciata di stiappe. Attizza il fuoco scavando con uno stecco nella brace e soffiando gagliardamente con la bocca. Risfavilla la fiamma, che attacca, lambe le schegge.
- Io conobbi il padre vostro, Don Pietro. Quella, si, fu una perdita
per la Calabria... La nostra terra va male perché chi tiene le redini non vale una noce bucata... Ve lo dice uno che ha avuto il modo di pesare sulla bilancia uomini e cose. Vostro padre ebbe il torto di nascere in questo paese sventurato. Tutte le sue e le vostre disgrazie vengono di li. Dico male?
- Tutt'altro! esclama Pietro colpito dall'assennatezza del Capo-camorra. - Mio fratello Cino è del vostro stesso parere. Son quasi le sue parole. Penso che lo conosceste assai bene, mio padre, se vi esprimete cosi giustamente sul suo conto.
- Io fui latitante più di due anni nella foresta di Calimera. Vostro padre lo sapeva, mi incontrò parecchie volte, e si portò da uomo grande. Malaspina non dimentica chi gli fu amico e chi no...
Torna Celi col boccale colmo di Castiglione e tre bicchieri, che dispone su una secchia rovesciata. Pietro mesce e offre all'ospite.
- Alla vostra salute, Don Pietro Rupe. - E vuota in un fiato.
- Alla vostra! risponde il giovane, bevendo a sua volta.
- Buon prò alla compagnia! dice Celi conciliante, tirando giù. A quel primo bicchiere, un secondo segue presto. Pietro fa cenno al guardiano di lasciarlo con Malaspina. L'altro obbedisce, pur confermando al padrone, con un'occhiata intelligente, che saprà tenersi pronto per qualunque evenienza.
Intanto Malaspina accende la pipa prendendo con due dita un minuzzolo di brace accesa e posandolo sul fornello. Pietro, ch'è rimasto senza sigarette, si contenta di respirare il fumo della pipata del malandro.
- Voi non fumate, Don Pietro?
- Si, veramente... Ma son rimasto senza sigarette...
- Se volete la mia pipa, eccovela. E' pipa di pace...
- Lo spero bene... Ma vi ringrazio. Non ci sono abituato e mi farebbe male...
- Se è cosi...
A questo punto Malaspina attacca a parlare della triste invernata testé spirata. Narra alcuni episodi di feroce miseria tra i contadini, i quali indicano, secondo lui, che più giù di cosi nell'umano stato non si può andare. Egli ha tentato, nei limiti delle sue forze, di sollevare più gente che ha potuto, ma ci vuole altro che il suo aiuto per risolvere la situazione di un'intera regione, prostrata dagli stenti, e abbandonata dal Governo.
- Qui stiamo male tutti, tranne i proprietari e gli sbirri. Se voi socialisti lasciate passare questo momento siete fritti. Domani sarete perseguitati peggio di noi camorristi...
- La Calabria non è l'Italia, Don Nino - risponde Pietro. Una insurrezione che non fosse collegata a quella dei grandi centri operai e agricoli di tutta la nazione, sarebbe soffocata in una settimana.
- Non sono del vostro parere, Don Pietro. Certo i socialisti non possono fare la rivoluzione da soli... Son venuto per questo...
- Per questo?
- Son venuto per ottenere un colloquio con qualcuno dei vostri fratelli, Don Mariano o l'avvocato.
.- Siete diventato socialista?
- Il camorrista - dice Nino Fame con aria di perdonanza verso la perplessità di Pietro - è il primo socialista. Non conoscete la nostra regola?
- Cos cos... Molto alla larga...
- Vi vorrei far leggere il nostro vangelo. Ne rimarreste trasecolato...
Pietro si mantiene riservato, e Malaspina continua:
- Vi sarete accorto dei movimenti dei picciotti in queste vicinanze. L'Autorità sa che siamo qui in un discreto numero, ma si guarda bene dal venirci a disturbare. Io stesso sono impotente a calmare i miei uomini. Che cosa vogliono, non lo sanno neppur loro... Vogliono agire, ecco la verità. La vita va diventando sempre più difficile. I buoni colpi son rarissimi. Miglior momento di questo non ci sarebbe per un'azione in grande stile. Socialisti, contadini e camorristi, chi ci fermerebbe? Voi mi guardate come se fossi diventato matto...
- Per dirvela franca, non condivido, Don Nino, il vostro ottimismo. L'invernata è stata certamente pessima, ma ora il peggio si può dir 
passato, e, nella primavera e nell'estate, non è morto mai nessuno di fame. In ogni caso, la vostra mossa sarebbe prematura. Tutto questo, prescindendo da ogni altra considerazione...
Malaspina mesce dell'altro vino per sé e per il giovane. Porge il bicchiere a Pietro, e lui vuota il suo, facendo un friggio come se buttasse dell'olio in una padella infocata.
- Quali sarebbero le altre considerazioni? I socialisti non accetterebbero mai di unirsi con noi? Ho colto nel segno?
Pietro si trova a disagio, ma capisce troppo bene che, con un essere come Nino Fame, deve giocare di audacia e di franchezza. L'uomo della Malavita è soprattutto un ammiratore del coraggio e della lealtà. Rispetta l'avversario se questi non lo teme e non l'inganna. Invece col pusillanime e il traditore diventa spietato e sprezzante.
- Non potrebbero accettare, Don Nino, perché non converrebbe né a loro né a voi. Un'alleanza come quella che proponete potrebbe solo esser casuale e sotterranea. Almeno questo è il mio parere.
- Può darsi che i vostri fratelli non siano dello stesso avviso... Ad ogni modo vi prego di far loro sapere che avrei piacere di scambiare qualche idea con qualcuno dei due, se non è possibile con entrambi.
- Per questo contateci pure. Fissate voi stesso quand'è che potete ritornare. I miei fratelli faran di tutto per trovarsi insieme al colloquio.
Malaspina riflette un momento, poi dice:
- Per questa settimana, no... Ho qualcosa da fare nella provincia di Cosenza. Potrei esser qui tra quindici giorni. Vi farò sapere per tempo il giorno e l'ora precisa perché abbiate modo di avvertirli. E ringraziatemeli fin da ora. Nino Malaspina è ai loro ordini...
Il brigante si trattiene ancora un pezzo, parlando di colture, di vendemmie, di caccia e di pesca, di processi e di femmine, con grande conoscenza, mettendo in aneddoti, osservazioni, moralità, molta arguzia e quasi del lepore. Pietro lo sta ad ascoltare con grande attenzione, meravigliato di quel fenomeno di uomo, normale per buona parte di sé, assennato bonario allegrone, e brigante nel resto. Cozzano in esso due personalità opposte che trovano il terreno dell'accordo, o la lotta, a faccenda della minore o maggiore reazione, opposta dal mondo esterno fai prevalere di un'individualità prepotente come quella. Pietro Rupe ha accolto da amico Malaspina, gli ha promesso il colloquio con i suoi fratelli, gli si è opposto con lealtà nel giudicare inopportuna l'alleanza con la Camorra in un fatto insurrezionale; e, di fronte a codesta lealtà, il brigante s'inchina, tira indietro il suo ionegativo per far figurare l'altro, sorridente e compagnone: un tipo di piccolo proprietario ideale,
piuttosto duro coi coloni per bisogno di comando, gran cacciatore di selvaggina e di femmine, tuttavia pieno di buone intenzioni e di timor di Dio.
Se invece Pietro l'avesse accolto con viso nemico, allora Malaspina sarebbe scoccato fulmineo, come un sasso dalla fionda, pronto, col coltello tra i denti, e il ghigno sulla bocca, ad appiccare il fuoco all'universo mondo. E sarebbe stata la guerra senza quartiere, condotta con tutti i mezzi fino al tracollo finale del nemico ostinato.
E' il tocco passato quando Malaspina lascia la cantina. Sulla soglia tende la mano a Pietro che gliela stringe forte:
- E comandatemi... Servo vostro, buona notte...
- Buona notte... Buona camminata, Don Nino.
- Grazie. Si va bene in queste ore. La notte è come il sego per gli stivali. Par di volare...
E parte, seguito dal suo cane silenzioso. Dopo pochi passi una scolta gli grida il chi va là. Egli pronuncia la parola d'ordine, si fa riconoscere, poi prosegue il cammino col suo fido.
Per tutta la notte Pietro non fa che sognare armi ed armati. Egli si trova a capo di una compagnia di ventura che va saccheggiando le campagne. Monta un bel cavallo bianco e, sull'arcione, cavalca con lui Sara. Ora è alle porte di Sarmùra. Il paese è in fiamme, e vi ha appiccato il fuoco Malaspina. Ad un certo punto gli viene incontro, fendendo la calca terrorizzata, Mariano. Il quale è più sorpreso di vedergli in arcione Sara, che di quanto sta accadendo. Pietro cerca di evitarlo vergognoso, impenna il cavallo, gli fa fare dietro front, corre, corre all'impazzata. Finalmente riprende il dominio della bestia, si ferma. Si trova solo. Ha perduto Sara. La donna gli è caduta dalla sella nella corsa forsennata. Si sfoga Pietro a piangere e a strapparsi i capelli. Ma l'amata non torna per questo. Né egli ha la forza di rimontare a cavallo, per andarla a rintracciare. Le gambe gli tremano, e stramazza per terra.
Poi si ritrova, vestito da frate, sulla sponda di un lago. Sul lago volano uccelli neri. Un numero infinito. Ed egli si smarrisce a contarli.
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CAPITOLO 3.
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L'entrata di Cortaldo in casa Rupe è, almeno per il momento, uno di quei fatti risolutivi, con i quali la vita dimostra le sue capacità di ricupero e di compenso di fronte alle palesi ed occulte rapine della Malasorte. Improvvisamente la fontana muta si anima, si gonfiano le sue vene di
acqua marmata, scroscia il getto argentino dalla bocca dissugata dalla canicola, o sbarrata dal gelo iemale, innamorando con la sua musica gentile. E tutti si dissetano al provvidenziale zampillo, e misurano, dal refrigerio che entra in loro, quanto urgesse in ciascuno il bisogno, tenuto nascosto, di bere, di dissetarsi.
Si disseta Milord, che pare ringiovanito, dopo l'avventura nello stabulario ; si disseta Culo di Ferro , non alieno dal considerare il 
geometra cosa sua; si disseta Lina, la quale pur lavora nel subcosciente per trovare qualche mancamento al fidanzato, sorpresa di essere attirata da lui, più di quanto non le consenta la sua forte, quasi maschia, personalità; si disseta Cino, al quale il futuro cognato manda un cliente, che gli permette di ottenere, come anticipo, quelle tali mille lire che scadono appunto ora con la cambiale di Biroldo; si disseta Pietro, che Cortaldo, improvvisamente, fa nominare, dal Genio Civile, assistente provvisorio nei lavori stradali che abbracciano Sarmùra alle villette a mare. 
Non un grande incarico, ma tale da fargli guadagnare un biglietto da mille, nel giro di tre mesi o poco più.
Pietro apprende la notizia scendendo da Fracà a Sarmùra, per comunicare ai suoi fratelli il desiderio di Malaspina. Trova Cortaldo in casa, festeggiato da tutti, sorridente e innamorato. Anch'egli si unisce al coro, prima ancora di sapere il regalo che gli è riservato.
- Me lo state viziando, benedetto Dio. Però riconosco, signor cognato, che lei ha un muso simpatico...
- Bontà sua, Pietro. Ora senta che cosa le ha portato la Befana, con ritardo si, ma sempre in tempo...
E gli dice di che cosa si tratta. Il primo pensiero di Pietro, alla notizia, è che gli toccherà lasciar Sara, o almeno rivederla assai di rado. Immagina, in un baleno, la donna abbandonata nella solitudine della campagna di Fracà, e ne prova una sottile angoscia. Egli non s'è illuso di poterle restare accanto indefinitamente. La necessità del distacco futuro ha dato al suo amore quel bisogno divorante di crescenza che crea il pane del ricordo per i giorni della separazione avvenire. Però, cosi presto, non avrebbe pensato mai. Il suo sogno della notte. La donna caduta da cavallo e scomparsa nell'ombra.
E' un attimo. Pietro si vede osservato, sa che deve esser contento della proposta, e, soprattutto, dimostrarsi contento. Dal canto suo, Sara gli batte sul cuore alcuni piccoli colpi discreti. Sospira profondamente, il giovane, quasi avesse salita una lunga scala, e volesse prender lena prima di parlare.
- Non sembra troppo soddisfatto... dice Cortaldo un po' 
sorpreso. - Avrei voluto farle dare un incarico più importante, ma non è stato possibile.
- Che dice... esclama Pietro arrossendo. Io sono contentissimo... Non so come ringraziarla... Mi creda, le sono veramente riconoscente...
Eppure le sue parole suonano false. Ora egli mette troppa insistenza nel dimostrare la propria gioia, come prima aveva peccato in difetto. E il risultato è un'impressione di poca sensibilità da parte sua, che riempie tutti di stupore e di pena. Tutti, tranne Cino, il quale avendo capito la ragione della sùbita perplessità del fratello nel ricever la notizia dell' impiego, cerca di salvar la situazione:
- Naturale! dice. Pietro si è abituato alla vita selvaggia. Non c'è di peggio che far gustare all'uomo civile i vantaggi dello stato di natura. Egli accetterà questo stato come un ritorno ideale all'infanzia, all'innocenza, che rimane in ognuno di noi anelito, aspirazione. E la civiltà gli parrà una perenne vecchiaia, una limitazione continua della libera natura, una vuota e mortificante finzione. Non è cosi?
- La verità è - risponde Pietro - che certe notizie troppo belle sono un po' come quelle troppo brutte. Prima di capirle ci si smarrisce. Ed è meglio! Parlo naturalmente per le prime. Si gustano di più quando se ne comincia a sentire il sapore, non solamente l'odore.
Per farsi perdonar da Cortaldo, Pietro gli si siede a lato, e non perde occasione, durante tutta la serata, di dargli, e nella conversazione, e nei momenti di gaiezza, dovuti quasi sempre alle uscite assassine di Nèoro e di Leto, o ai buffi combattimenti tra Rorò e Milord, il fiore del consenso illimitato e dell'alleanza aperta. Quando Cortaldo si congeda, egli lo accompagna a casa e, fin sulla porta dell'abitazione, gli rinnova il suo ringraziamento sincero. L'altro va incontro al fratello di Lina con una bontà che comprende il di lui animo e si crede in debito di fronte alla irruenza della sua gratitudine. Si che la momentanea freddezza di Pietro, nell'accogliere il dono del futuro cognato, dà origine, alla fine, ad una gara di generosità tra i due giovani.
- I lavori comincian, dunque, lunedi prossimo. Da domenica lascio Fracà. Del resto ci vedremo. E, ancora una volta, grazie... Col cuore...
-Ma di che cosa mi ringrazia? Non siamo ormai parenti? Ed allora... Speriamo che in avvenire si trovi qualcosa di meglio...
- Speriamo. Ma già questa è una vera provvidenza per me. Lei è il primo uomo che mi dia una mano d'aiuto. Non lo dimenticherò tanto presto.
A casa Pietro cerca il momento opportuno per fare l'ambasciata di Malaspina. La sorpresa che il passo del Capocamorra desta in Mariano e Cino non è piccola. Essi restan per qualche tempo soprappensiero, cercando di valutar l'avvenimento nella sua giusta portata. Dei due il più proclive a trovare la mossa di Malaspina feconda di sviluppi nel séguito della lotta politica, sia locale che nazionale, è Cino.
- Io sono troppo spregiudicato - egli dice - per fermarmi alla ridicola messa all'indice che la borghesia e l'Autorità fan della Malavita. La Camorra è un fenomeno che mi ha sempre interessato molto... Io lo considero qualche cosa come un dannunzianesimo del bassofondo. In alto abbiamo Corrado Brando e Andrea Sperelli, in basso Santazzo e Malaspina. L'ideale eroico, la fame di sensazioni, il culto del Superuomo, lo sprezzo verso i deboli, la coscienza d'ogni liceità insita nella forza: sono press'a poco identiche. Di diverso c'è lo scenario, il quadro, dove gli uni e gli altri si muovono per svolgere i loro esperimenti maudits. I primi amano i grandi spazi tempestosi e sbarrati, dove volare, aquile solitarie, sdegnose delle bassure; soffrono di calcoli storici, perciò s'inebriano di grecità, di romanità, di anticaglie venerande e pensionate; prendono, come ricostituenti, polveri di città morte e ricordi di lussurie imperiali; non vedono nei loro sogni che splendori illustri, ch'essi scoprono, rabdomanti dell'ultima ora, con la guida di un dimenio erudito corrotto e necroforo; si macerano, nel misurare l'atto sul desiderio, la realtà sul sogno ; gridano il cupio dissolvi ad ogni mancamento d'imperio sia sulle cose che sulle anime; si accoppiano, in generale, i maschi, a femmine sensitive e malate, personaggi spettrali e sopravvissuti di grandi tragedie carnali e spirituali, incomprensibili per il lettore comune, come, per l'uomo, la giustizia di Dio. Sogliono, queste coppie del mistero e della morte, aggirarsi per immensi palagi deserti, solo animati dallo spirito insonne dei grandi antenati, e, pur tacendo, parlano i muri per loro, i muri pieni di panoplie splendenti, di arazzi trionfali, di ritratti pugnaci. Ed è un colloquio piuttosto triste tra i padri e i figli, ché i tempi son difficili per i cacciatori di regni, e, fuori, davanti ai ponti levatoi, si aggiran torme di proletari che chiedon pane, e non navi che salpino verso il mondo a far bottino di vento. Essi, i nepoti illustri, guardan dalle preziose bifore la folla raccolta sotto la bandiera rossa, e si rodono il fegato di non poterla mitragliare, falciare come erba sulla . Piuttosto che venire a patti, essi preferiscon fare la fine del duca d'Ofena. Salvo, giacché la modernità ha inventato il telefono, a chiamare i pompieri, che vengano a impedire il rogo della coppia unica e fatale. Questo per me è il dannunzianesimo d'alto bordo. All'opposto la Camorra non
legge Nietzsche, Daudet e Maurras; non giustifica i suoi colpi di mano con la gloria di Roma o delle repubbliche marinare; non perde il tempo a sognar paradisi artificiali; cerca la femmina per bisogno fisico, non già per dar vita ad una razza di eroi e di Ulissidi; non ama i grandi palazzi se non per saccheggiarli; preferisce raccogliersi nella foresta insieme con i falchi veri - non con quelli di stoppa dell'estetismo internazionale - è sanamente realista nel progettare i suoi piani; non infila aghi al buio; va a colpo sicuro, e senza dar fiato alle trombe, prima che il porco sia sgozzato; tien scuola di bravura sulla propria pelle e non soffre di pentimenti isterico-mistici; rischia la galera e il disprezzo dei ben pensanti con simpatica spavalderia, senza tuttavia cader nel delirio vittimista e traditore, nel bisogno della sofferenza e in altrettali fantasie. Eppure, malgrado queste differenze, ed altre molte facilmente identificabili, c'è tra i primi e i secondi, tra gli alti e i bassi, un vincolo di parentela. Unico è in loro il problema della volontà e della forza. Insieme aspirano al capolavoro: Superuomo: Capocamorra: che rifaccia il mondo. Però, tra gli uni e gli altri, preferisco questi ultimi. Sono più vicini alla natura, più sinceri, più forti, più buoni, più arditi. Sotto la guida di un uomo di genio, potrebbero far cose grandi. Invece gli altri, afflitti come sono dalla peste della rettorica, abbaiano ma non mordono. Accetto, caro Pietro, di parlare con Malaspina. Per me è più istruttivo un bandito come quello che il più squisito poeta parnassiano della nostra repubblica letteraria. Dall'uno mi posso aspettare qualche cosa di buono, dal secondo, nel migliore dei casi, un libro magari perfetto ma inutile. Del resto la pensava come me Campanella, circondandosi di tanti banditi per la sua congiura. E questo è pure un conforto...
Mariano e Pietro hanno ascoltato attentamente Cino, ammirando, come sempre, i suoi virtuosismi dialettici. Quando egli termina di parlare, Mariano dice semplicemente:
- Anch'io, Pietro, verrò... Non già perché sia convinto che la Malavita ci possa servire, né ora né mai, ma perché un uomo come Malaspina è sempre interessante conoscerlo. Se è poi vero quel che afferma: d'aver goduta l'amicizia, e quasi la protezione, di nostro padre: ragione di più per vedere di che pasta è fatto. Ti pare?
- Eccoti le mille lire - dice Cino a Biroldo. La cambiale scadrebbe dopodomani... Ma non temere... Non pretendo che tu scali di una lira il tuo credito, solo perché ti pago in anticipo...
Biroldo riceve il foglio da mille e gli dà un'occhiata riconoscitiva.
- Non è falso - aggiunge sarcastico Rupe. Te lo puoi mettere in
tasca tranquillo. E buon prò ti faccia... Se vuoi, ti posso anche fare un brindisi asciutto...
Risponde Biroldo restituendogli la cambiale:
- Lo so che, dentro di te, mi auguri di morir di paralisi, stanotte. Pazienza... Appena sarò a casa mi farò esorcizzare. Tu sei un servitore del diavolo e le tue maledizioni potrebbero toccar il segno.
- Speriamo bene... dice ridendo Cino mentre straccia la cambiale. Eppure io ti debbo della riconoscenza. Tu mi hai mostrato il volto ripugnante del gioco. Senza di te io non sarei forse mai guarito di quel male...
- Vuoi dire che ho il viso ripugnante?
- Non precisamente questo... Dico solo che mi basta pensare a te, mio creditore per un mese, per avere, durante questa vita, e forse nella futura, orrore di me stesso e della fortuna, la quale può permettere ad un tavolo da gioco, come in altri campi di prova, simili ignominie. Alla fin fine, come vedi, il debitore resto sempre io. E' un debito che non finirò forse di pagare mai di fronte al mio orgoglio, alla mia dignità di uomo.
Dice, e gli volta sprezzantemente le spalle, senza che Biroldo abbia il coraggio di rifiatare.
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CAPITOLO 4.
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La signora Wurtzel farebbe carte false per andare a sentir Zacconi e Novelli. Quando arrivano questi sommi attori, che stima necessari, almeno quanto quell'Allan Kardec, cui dobbiamo la diffusione dello spiritismo in Europa, ella non manca una sera al teatro, ne parla continuamente, cerca in tutti i modi di avvicinarli, di farsi firmare le loro fotografe, li vede partire da Torino col più gran rimpianto.
La vedova s'incontra in questo suo idoleggiare con Tristano Rupe. Anche lui ama la grande tragedia classica e romantica. La commedia borghese e ridanciana e salottiera lo lascia freddo, e quasi ostile. Di Zacconi e Novelli lo incantano la voce piena di solennità, il gesto largo e armonioso, la veste regale, la grandiosità della sofferenza, l'impassibilità, tradotta nel personaggio dall'interprete, per un dono di mediazione miracolosa, di fronte agli estremi supplizi, segnati dal Fato alle creature. In quei momenti l'attore non è più un uomo come tutti gli altri. Egli è più di un profeta, è la voce stessa del Destino. E' personaggio e coro insieme, e la sua passione urge alla ribalta come alla bocca di un abisso senza fondo.
E' da una settimana Novelli a Torino, e Magda wurtzel tutte le sere lo va a sentire, insieme col professor Rupe, al Carignano. Renata è gelosa della vedova che, con la scusa del grande attore, si requisisce l'amico suo. Perciò non fa che sparlare contro la tragedia, la quale procede per i soliti cinque atti, a furia di tirate e di ammazzamenti, e che, se alla fine ti lascia in piedi il suggeritore e il trovarobe, oh questi possono stimarsi ben fortunati di cavarsela con la sola barba di Matusalemme.
Madga si affretta a rintuzzare la monella difendendo, che so io, l'Amieto e l'Edipo Re contro le Le due cortigiane e Le pillole d' Ercole che Renata oppone, come pezzi gai sdiavolati moderni, ai mattoni del coturno antico. Poi si accorge che il solo discutere di certi paragoni, che rivelano in chi li pone una educazione intellettuale assai precaria, è una perdita in partenza, e allora la vedova sdegnosamente ammutolisce, e tiene il broncio per tutta la giornata.
Ogni notte che Madga Wurtzel e Tristano rientrano dal teatro, Renata, anche se il sonno se la mangia, è là di sentinella ad aspettarli, con un libro in mano, che le serve per darsi un contegno. Risponde cortesemente al saluto della coppia e ricade nella lettura, che però non le impedisce di seguire con la coda dell'occhio i due, finché non han raggiunto le loro stanze. Non sfugge a Tristano la vigilanza, di cui è fatto oggetto dalla gelosa Renata, e sorride cordialmente del suo capriccio. In fondo non gli dispiace che la fanciulla si occupi di lui, non tanto per egoismo, ma perché, appunto, volendo bene da fratello maggiore alla ragazza, sente che essa ha tutto da guadagnare, lasciando qualche penna maestra in un affetto sincero. La figlia della signora Emilia ha bisogno di perdere certe fisime, originate in lei dalla coscienza della propria bellezza, e, in genere, da un esagerato concetto delle proprie possibilità. Quando si umanizzasse, nel senso di dare più importanza, di quanto ora non faccia, ai valori essenziali, come l'amore, lo spirito di sacrificio, gl'ideali, il senso ammonitore della morte, e cacciasse in un secondo piano le vanità, le sfrenate illusioni, gli estetismi decadenti, presi d'accatto, sarebbe, Renata, bella e pura Com'è, una fanciulla adorabile, per la quale qualunque augurio di bene e di felicità parrebbe lecito.
Una notte Tristano, rincasato dopo il Re Lear con Magda wurtzel, sta per andare a letto, quando sente bussare alla porta della sua camera. Va ad aprire, e vede Renata pallida e nervosa che gli fa cenno di volergli parlare. Tristano la segue nel salottino della pensione, ed ella, dopo averlo pregato di sedere un momento, gli dice:
- Professore ho bisogno di un favore. Solo un amico come lei può farmelo. Mi scusi se glielo chiedo a un'ora cosi insolita, ma questo è l'unico momento in cui la mamma non fa il diavolo a quattro per la casa, e non entra da padrona nei discorsi di tutti.
- Ma dica, dica, Renata... Se posso, sono ben felice di poterle rendere un piccolo servigio.
- Si tratta di una cosa molto delicata. Forse è spudorato da parte mia che gliela riveli... Ma l'amicizia che ha per me m'incoraggia.
Tristano, pur guardingo dopo le parole della fanciulla, tuttavia le fa segno di confidarsi. E lei dopo un'ultima esitazione:
- Sono innamorata dell'avvocato Salemi. Sono arrivata a quel punto in cui si è capaci di tutte le pazzie...
E giacché Tristano sorpreso, e un po' deluso, pur senza volerlo confessare, la sta a guardare pensoso, senza rispondere, la giovane soggiunge:
- Il suo viso mi dice che mi condanna. Sono dunque perduta... Non ho più amici, non ho più nessuno... E scoppia a piangere.
Tristano vince il suo stupore e le si fa d'attorno premuroso.
- Non dica questo, povera Renata... Lei ha in me un buon amico. Farò quel che posso per aiutarla. Mi dica lei stessa in che modo...
Nella voce del giovane non c'è ombra d'ironia. Egli crede nel dramma sentimentale di Renata. D'altra parte lei mentre finge (giacché pensa di voler più bene a Tristano, ora appunto che teme di perderlo, ritenendosi certa di Salemi, di cui ignora il segreto affettivo) mentre finge, Renata si trova impigliata nella trama del suo stesso gioco, e, pur non rinunziando a Tristano, la cui bellezza morale la soggioga, si smarrisce, il suo spirito, nella visione di Salemi, per cui davvero sentirebbe di fare delle pazzie al pensiero di perderlo. Da questa ambiguità di sentimenti deriva la sua perplessità nel trovarsi di fronte alla verità della sua stessa finzione. E non sa se scoppiare a ridere davanti a Tristano, e gridargli che lui solo adora, o invece mettersi a piangere e invocare l'assente come suo unico e vero amore. Finalmente dice:
- L'uomo è l'animale più egoista della creazione. Lo sto sperimentando sulla mia pelle...
- Non vedo la ragione di questa affermazione in questo momento...
- Non la vede un uomo intelligente come lei? Significa che non le conviene vederla...
Ora Renata vorrebbe ch'egli le guardasse nel cuore, e, con un gesto d'amore, la rivelasse, la chiarisse di fronte a se stesso. Egli rimane estraneo, almeno in apparenza, all'altalena di riflessi, della fanciulla, la quale si rifugia nell'ironia per nascondere il proprio disappunto.
- Sia buona, Renata, e mi dica tutto... Come vuole che la capisca? E' cosi strana, stasera...
- Può essere che io sia strana, ma lei è spietato, se lo lasci dire...
- Io spietato? Questa poi... Insomma le confesso di non capirci più nulla. Che c'entra il suo amore per Salemi con questi rimproveri che sta facendo a me? Mi spieghi per piacere.
Renata resta un momento soprappensiero poi prorompe bruscamente:
- E' piaciuto Re Lear a Madonna Isaotta, la bionda? Come faccia lei, sire Tristano, a contentarsi di una donnetta come quella, che par proprio ripresa dalla piena, non riesco a spiegarmelo. Del resto i gusti son gusti...
- Parla della wurtzel? Ah Renata! E che diavolo la prende? Io vedo che lei ha solo voglia di scherzare...
Il suo tono affettuoso ammansisce la belvetta. La quale si lascia prendere una mano ma tiene il viso basso, scuro, non ancora decisa a darla vinta.
- Il suo amore per Salemi è una fantasia o una verità? Mi dica questo, Renata.
- Se fosse una fantasia le farebbe piacere o no?
- Piacere, certo. E per lei, Renata, che potrebbe andare incontro a qualche grande delusione... Non è ancora la stagione dell'amore per lei... Lasci correre... Non è contenta di vivere, di sentirsi vivere, cosi, semplicemente?
- E qual è, mi dica, la stagione dell'amore? Tra poco ho vent'anni, non lo sa? Vuole che mi vengano le borse agli occhi come a Madonna Isaotta, per risolvermi a fare all'amore?
- Ma che cosa le ha fatto quella povera vedova per maltrattarla cosi? Direi che è gelosa di lei... Mi pare un'anima tanto mite, una cara donna...
- Provi a metterla sotto aceto con tutta la sua coorte di sephirot maschi e femmine. Chi sa che non prenda il mordente... Le auguro buona notte, professore.
Si rizza dal divano e fa per andarsene ma Tristano la trattiene per un braccio.
- Non voglio che se ne vada imbronciata. Domani sera verrà con noi da Novelli. Se non sarà una commedia frizzante, di quelle che piacciono a lei, non me ne vorrà lo stesso, eh?
- La ringrazio dell'invito, professore, ma non accetto. Non mi è mai piaciuto fare da terzo incomodo... E' un'anima tanto mite, una cara donna, quella vedova. E lasciamola pur fare... La riverisco.
Fa un inchino pieno d'impertinenza, volta le spalle, e fila. Entrando nella camera, dove dorme con la madre, sbatte di proposito la porta perché Tristano abbia un'ultima prova della sua arrabbiatura. La signora Emilia si sveglia di soprassalto, e rimbrotta a lungo la figlia. La quale tiene tiene, e, alla fine, manda un tale strillo che mette tutta la pensione a rumore.
- Vent'anni! dice tra sé e sé Tristano andando a letto. Come darle torto? E' tanto carina...
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CAPITOLO 5.
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Pietro è il più sensuale dei fratelli Rupe. Mariano, Tristano e Cino si trovano di fronte all'amore in uno stato di pacato agnosticismo. Il più gelido di tutti è Cino, il quale considera la femmina un elemento di disordine e, quasi, di bassezza.
Se appare naturale l'accesa sensualità di Pietro, per quella legge inversamente proporzionale che si può stabilire tra il puro fisico e l'abitudine alla speculazione intellettuale, la quale, in linea di massima, attenua lo stimolo della carne, se non lo spegne addirittura; se, per la stessa ragione, appare logica la frigidità di Cino, il cui sentimento è stato roso alla radice dalle orge cerebrali; invece, nel caso di Mariano e di Tristano, i quali sono un insieme armonico d'intelligenza e di tenerezza, il fenomeno della scarsa recettività amorosa è oscuro e contraddittorio. Tra i due è ancora Tristano il più sensitivo, talché si può affermare che il tipo più alto nella scala dei fratelli Rupe, Mariano, di fronte al mistero dell'amore, gareggia con Cino nel restare sordo e circospetto.
Se Mariano chiedesse a Cino la spiegazione dell'enigma si sentirebbe confortare nella sua frigidità da qualche esempio illustre. Egli preferisce rivolgere la domanda a se stesso e concludere, giacché nulla è senza ragione al mondo, che il suo compito nella vita è quello d'essere un figlio, e niente altro. Forse, quando la famiglia non avesse più bisogno di lui, quando le fortune dei Rupe, per il riconoscimento dei loro sacrosanti diritti, o per il cataclisma rivoluzionario, fossero sollevate sulla cresta del maroso; liberato da ogni peso dalla vittoria voluta e consacrata, egli allora potrebbe ritornare uomo come gli altri, pensare ad una famiglia sua, considerare il problema dell'amore con occhi di simpatia e, forse, di consolazione. Ma la vittoria è ancora tanto lontana, si seguita a battersi contro le più elementari necessità. Ed allora l'amore è un lusso per un figlio come lui. Allora la proposta di Concetto è tale da riempirlo d'inquietudine e di sordo rancore.
Da quando il fornaciaro lo ha messo a parte della sua sciagura, egli più volte, vedendo Nina, è stato tentato di parlarle per capirne l'animo. S'è fermato più a lungo alla fornace, ha cercato qualche pretesto per star solo con lei, poi, al momento di stringere il discorso su quell'argomento scottante, s'è ritratto arrossendo, al solo pensiero di passare agli occhi della donna per un insidiatore. Certamente Nina è una gran bella figliola, mora di pelle e piena dappertutto di piccoli nei che sono indizio di sangue ricco e ribollente, splendidamente dotata nei seni e nei fianchi, graziosa di maniere e garbata nel vestire, che resta povero, ma schietto e dignitoso. Non si capisce veramente come abbia potuto legarsi ad un uomo come Concetto. Il bisogno, e va bene, ma c'è un limite a qualunque calcolo. E questo è certamente un brutto segno, una prova d'insensibilità morale che stende come un velo sui tratti simpatici della donna. Concetto ha affermato che sua moglie è di quelle che lasciano dove passano odor di letto. Può essere. Insensibilità morale, accesa sensitività fisica. In questo rapporto trova il giovane un elemento, al tempo stesso, favorevole e contrario, all'iniziativa che deve prendere.
Trascorre cosi qualche settimana, senza che egli abbia fatto il più piccolo progresso nella coscienza intima di Nina. D'altra parte Concetto, sgravatosi del suo peso, ha riconquistato un po' di calma. Sa che Don Mariano ha promesso di occuparsi del suo caso, e, se non dorme a cuscino molle, tuttavia è tratto a veder la sua sventura sotto altro aspetto. Dell'opinione di Nina a lui non gliene importa niente. Tutto quel che può sperare da questo lato è che la moglie s'illuda d'essere amata dal padrone all'insaputa di lui, Concetto. Ma, ammessa l'ipotesi più umiliante, che la donna capisca il vero stato delle cose, egli non ne fa una malattia per questo. A lui interessa che Don Mariano sia la remora alle velleità sensuali di Nina. Niente altro. Tutto il resto è vanità. Perfino lo spettro che il mondo sappia della relazione tra il padrone e sua moglie non lo turba oltre misura. Egli ha collocato talmente in alto il suo idolo che non tarderebbe a convincersi, nell'ipotesi dello scandalo, esser stata la gente mossa a parlare per invidia, unicamente. Invece il dubbio di esser stato tradito con qualcuno della sua risma gli fa scattare il coltello tra le dita.
Un giorno, incontrata Nina sulla strada di Gioia, Mariano fa un tratto di cammino insieme con lei. La moglie di Concetto gli si mette a lato, e pare chiedergli scusa per tutte quelle occhiate ardite che terrazzani, carrettieri, mastri, massari, le buttano addosso, svestendola dalla testa ai piedi. Le dice il giovane sorridendo:
- Tutti ti vogliono, Nina... Ci hai il miele addosso, eh? Dimmi un po'...
Nina arrossisce e non risponde. Mariano insiste in tono estroso:
- Ti fa piacere questo tuo successo tra gli uomini, o no?
- Come può piacermi, signorino - risponde lei tenendo sempre il viso basso per pudore. Se vedesse, Concetto, che la gente m'inquieta se la piglierebbe con me... Che colpa ne ho io?
- Davvero nessuna. L'unica colpa è che sei bellina... In fondo questi maschiacci non han tutti i torti a bucarti con gli occhi. Ti pare?
-Fanno per scherzare, don Marianuzzo... Guardan cosi tutte le femmine. Son maschiacci, avete detto bene. Non sognan che una cosa...
Dice, e guarda Mariano mortificata. Il giovane le si avvicina confidenzialmente, fino a sfiorarla col gomito:
- Dimmi la verità, Nina. Tu sai che io voglio bene a te e a Concetto, perciò non temere di svelarti... Sei contenta del matrimonio? O c'è qualche cosa che non funziona nella tua vita?
- Son contenta, Don Marianuzzo. Concetto è buono, in fondo... Diventa qualche volta cattivo perché la Malasorte non gli dà pace, ecco. Egli è un grande sventurato. Forse sarebbe stato meglio per lui morire in fasce. Ora vi ho detto tutto...
- E' vero, allora, quel che si mormora sul suo conto?
La donna fa un doloroso cenno affermativo, e gli occhi le si riempion di caligine:
- Giuratemi, Don Marianuzzo, sull'anima di vostro padre che non farete parola a nessuno di questo segreto... Sarebbe la mia morte... Concetto mi scannerebbe...
Mariano la tranquillizza, ed ella, per riconoscenza, séguita la sua confessione narrandogli per scorci drammatici la sua vita penata dal giorno del matrimonio ad oggi. Il pudore non impedisce la donna di soffermarsi su alcuni momenti della triste guerriglia sensuale di Concetto, con quel tocco realistico e rapido ch'è il modo naturale di espressione della gente di campagna, abituata a dir le cose come sono, senza orpelli che ne guasterebbero la mediazione diretta e l'amaro sapore. Mariano chiede alla fornaciara come spera di uscire da quella situazione. Ed ella:
- Con la volontà di Dio... Ho paura che qualche notte Concetto mi accoltelli nel letto. Segno ch'era destino. Che cosa posso fare?
- E' molto geloso tuo marito?
- Geloso pazzo. Mi ha proibito perfino di parlare ai faticatori. Vi pare una cosa possibile?
- Sarebbe quindi geloso anche di me se mi vedesse in questo momento in tua compagnia. Penserebbe chi sa mai che cosa...
- Di voi no, signorino. Sa che voi siete troppo in alto e che non vi abbassereste mai a una donna come me. Egli ha paura di quelli che son come lui... Quelli si gli fanno una tremenda paura...
Ora Mariano e Nina sono in vista della fornace. Come per un tacito accordo entrambi tacciono e riflettono, ognuno per proprio conto, sul colloquio che hanno avuto. Non è sfuggito alla donna il pallore di Mariano nel momento in cui le ha chiesto se Concetto sarebbe stato geloso di lui; il giovane ha visto balenare nello sguardo della femmina una strana luce, quando ha risposto che mai un uomo del suo stampo si sarebbe abbassato fino a lei.
In prossimità del cancello della fornace Nina fa in modo di restar qualche passo dietro al padrone. Questi se ne avvede e non può a meno di sorridere:
- Non sarebbe geloso di me tuttavia ad ogni buon fine ti tiri indietro! Non si sa mai, eh Nina?
La donna gli fa un supplichevole cenno di tacere, e cosi, ad una diecina di passi l'uno dall'altro, Mariano e la giovane entrano nello spiazzo della fornace.
Vede, Concetto, che sta caricando una cavalcatura, la moglie alle spalle del padrone, e, per la prima volta, dopo mesi e mesi, la saluta con un sorriso riempiendola di meraviglia.
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CAPITOLO 6.
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I contadini, quando parlan della filossera, della peronospera e delle altre malattie della vite, si fanno il segno della croce.
Con la primavera, allorché la vigna si para a festa di verde smeraldo, i terrazzani cavan dai ripostigli i pali iniettori, le pompe solforatrici ed irroratrici a zaino, e aspettan le prime acquate per cominciare la guerra. E' la stagione in cui non si sente parlare che di solfuri di carbonio, di arseniati di calcio, di zolfi, di poltiglie bordolesi, e di altre provvidenze dai nomi difficili, le quali furono inventate per difender l'uva dai nemici che l'assaltan da ogni parte, invidiosi della sua bellezza.
Comincia per Leto un lavoro d'inferno. Da solo non se la caverebbe, perciò Mariano resta alla fornace fino alle dieci del mattino. Non c'è, si può dire, colono che non acquisti la sua provvista di calce, per
combinare la poltglia bordolese. La quale, dicono, è la morte della peronospera.
Quasi tutti i terrazzani pagano alla mano, ed è un piacere vedere come la vendita al minuto renda, alla fin dei conti, assai più di quella all'ingrosso, la quale è scarsa, per non dir nulla.
Dopo il mese di passione della vendemmia, che tien la palma dell'annata, per la speranza che anima tutti, signori e contadini, di vendere il mosto sul barilaio , il periodo, che va dal Maggio al Luglio, è benedetto per Donna Maria Rupe. Ella non vuol certamente il male di nessuno, non è di quelle che gozzovigliano sulla miseria e il dolore altrui, non prega la Provvidenza che mandi la pioggia, di cui ogni stilla può essere una briciola di pane per i suoi ed una lacrima per gli altri. Anche lei ha una vigna, l'ama perché, come tutte le altre cose della sua vita, è dono di Lui, l'Assente, pensa ad essa come ad una figliola, che si stia allevando con tutte le cure, perché un giorno dia qualche consolazione. Quale patimento vedersela a un tratto deperire, e forse morire? Sentirebbe di perder con essa il ricordo più vivo del morto, giacché Calimera, la Malasorte, gliel'ha rubata, nè i ponti, le strade, le case Ch'Egli ha costruiti sono dei Rupe, ma di tutti. Questo è positivo. Eppur resta che, senza il mese del ramato, svanirebbe per Donna Maria un grande aiuto. La madre, quando la primavera è all'albore, fa delle pompiatinela sua speranza. Mariano le cede il provento della calce al minuto per i bisogni della casa. E' il periodo in cui, insieme col sangue che si rinnova nelle vene, una sassata vien buttata nella stagnante miseria della casa orfana. Gli semi, che, da tempo immemorabile, sono abbattuti sui vetri, per impedire al sole di abbagliare le stanze squallide, lascian trapelare lame di luce, sul cui filo ondeggia una vita misteriosa di corpuscoli che fanno assomigliare il limo atmosferico ad una perenne cascata di silfi. Son forse questi spiriti dell'aria che entran nelle case con la primavera, per infondere un soffio di speranza perfino alle sedie zoppe?
Cosi dev'essere. La madre, approssimandosi il mese delle pompiatine , prende fiato. Il suo viso, sempre preoccupato, si distende, il suo occhio si accende, diventa azzurrissimo, la sua bocca accenna qualche fugace sorriso. Vincenza, la bagnarota, che vende di porta in porta e stoffe e sete e tele, quando passa davanti al portone segnato col crespo nero, non lo evita, come per l'innanzi, ma fa una capatina fino alla scala, incurante di Milord, per gridare con la sua solita cadenza le ultime novità. La madre e le figlie la invitano a salire, e lei non si fa pregare. Che gioia per le donne svolger sulla tavola i rotoli delle tele di lino,
delle mussoline, delle batiste, immergere le dita irrequiete nelle sete, stringere nel pugno le soffici stoffe di lana, e che piacere, per Nèoro e Leto, guardare il panno, dove sarà staccato il loro vestito nuovo. Ogni anno, a Giugno, tutti in famiglia rinnovano i vestiti, la biancheria, le scarpe e quant'altro si consuma nella casa. Senza le pompiatine , la roba invecchierebbe addosso, e loro non saprebbero come durare, nella sua modesta, decrepita, compagnia.
E' il mese in cui il venditore di cozze e di arselle entra anche nel portone dei Rupe con la sua sonante bisaccia sulle spalle; in cui i mendicanti, che sanno il cuore pietoso della madre, sfidano il malumore di Milord, sicuri di portarsi via il pane dei poveri morti; in cui il capellaro ambulante può vendere i suoi bottoni e i suoi nastri in moneta sonante, e non baratta la sua merce con ciocche di capelli; in cui la solita sbroscia di fagioli o di ceci vien talvolta sostituita dal brodo di vitella o di pollo, e il tarantello cede al pescespada, e la castagna secca alla ciliegia mosca-della.
Il mese in cui Milord abbaia più forte, perché sa di poter pretendere il suo ; in cui Pastorino riscuote le mesate di Nèoro ; in cui sono pagati i piccoli debiti al droghiere e al fornaio; in cui le sartine vengono a mostrare i figurini nuovi alle donne; in cui si parla, guardando il mare, dall'altana, nell'ora del tramonto, dei prossimi bagni alla marina. Il mese in cui non s'invidia proprio nessuno; in cui si va a letto col cuore sgombro ; in cui i progetti di Mariano, che fa, come l'ape, per dar coraggio a tutti, paiono possibili e anzi vicinissimi; in cui Cino pensa di mettere uno studio per conto suo ; in cui Tristano manda da Torino le sue lettere più tenere e rincoranti; in cui Pietro smette l'idea di spaesati in America per far fortuna.
E tutto questo accade perché, dieci o undici giorni dopo le prime pioggie di primavera, un fungo assale la vite sulle foglie, sui tralci, sui grappoli, sui raspi, coprendola di chiazze giallastre, molto simili alle macchie d'olio, che sono le prime manifestazioni del flagello.
Se la peronospera non fosse, i contadini non avrebbero bisogno della calce per combatterla, la vendita delle pompiatinecesserebbe, i Rupe mangerebbero miseria più che mai. E' dunque un bene od un male che la nemica attacchi la vigna, come del resto il marciume radicale e la muffa grigia, i quali, tutti, son combattuti a base di calce dai nostri terrazzani? Che differenza c'è tra queste infezioni e la filossera, per esempio, la quale si distrugge col solfuro di carbonio: un'altra bestia di cui tutti parlano, ma che con la calce non ha nulla da spartire?
La differenza è questa: che le prime, nocive alla comunità, a Donna
Maria Rupe e ai suoi figli danno il pane; la seconda, dannosa a tutti, dà il pane ad altri. Non deve la madre augurarsi, dato che un mancamento qualunque debba venire alla vite, che, almeno, accada quello atto a recare un sollievo a lei, piuttosto che ad altri? Pregare dunque la Madonna che mandi la pioggia in Maggio e Giugno, no! Ma dovendo, o Maria Immacolata, infliggere uno dei due flagelli, e, non sapendo quale scegliere, ti supplica, la mamma, in ginocchio, tra la filossera e la peronospora, di mandare la seconda, la quale, da ogni pina di calce, trae tanto pane per lei e i suoi cari, e scarpe e vestiti, e mille ardite speranze.
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CAPITOLO 7.
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Sara, nell'apprender la notizia dell'allontanamento di Pietro, rimane costernata. Il giovane cerca di farle coraggio; aumenta le sue attenzioni, le promette di venirla a trovare almeno due, tre volte, la settimana, di notte, naturalmente, per non destar sospetti; si offre di fare un passo a Santa Cristina, se non direttamente, almeno attraverso il parroco, per convincere la madre di Sara a intervenire in suo aiuto; non sa più che cosa inventare per dare un palpito di vita alle mani gelate della povera donna, al suo viso smorto, al suo sguardo spento.
- Non vi vedrò più, Don Pietro, non vi vedrò più... - seguita a ripetere sconsolata, e la sua voce somiglia al richiamo di un naufrago in pieno oceano.
- Ma perché dici cosi, perché? Tu sai che ti voglio bene, che soltanto il bisogno mi spinge lontano... Ed allora?
Di Cosimo, Sara non sa più nulla. Ella andò più volte alla Procura per chiedere un colloquio col carcerato, ottenendo facilmente il permesso. Ma il marito non ne volle sapere di vederla, e le toccò tornarsene al casello più morta che viva. Non sa nulla, né di lui né del processo. Cosimo ha ora come difensore Ciccio Licerta. Se lo scelse certo per far rabbia alla moglie, prima, al presunto rivale, ed al fratello di lui, poi. Sara andò pure dall'avvocato per sapere almeno qualche notizia del marito e dell'istruttoria. Ma Licerta, attenendosi alle raccomandazioni di Cosimo, non la ricevette neppure. Lei l'attese all'uscita del tribunale, timida e supplichevole. L'avvocatone, a tutta prima, nel trovarsela davanti cosi bella e tenera, ebbe uno strano fremito al labbro inferiore pendulo e grasso, le chiese che cosa volesse da lui. Poi, capito di che si trattava, le voltò brusco le spalle e tirò via. Sara gli andò dietro, lo stesso, ed egli la scacciò con queste parole:
- Buona donna, mi pare tardivo il vostro rimorso... Prima dovevate pensare a vostro marito... Ora che i buoi sono scappati dalla stalla...
- Che cosa volete dire? ribattè lei impallidendo. E Licerta:
- Voglio dire che fareste benissimo a lasciarmi in pace... Non ho tempo da perdere, io... E poi, ho avute raccomandazioni precise da vostro marito... Sono ben lieto di osservarle... E trasse via con la sua andatura di pinguino buffone.
I giorni che Pietro rimane a Fracà nell'attesa della partenza e del messo di Malaspina che fssi la data del colloquio, son la prova del fuoco della sua capacità a dominare il bisogno della carne, fattosi, dopo un mese di intimità con Sara, lavico e prorompente. Di fronte alla donna smarrita, egli sente il proprio bruciante desiderio come irrisione d'un grande dolore. Sara è tanto lontana da qualunque allettamento dei sensi che Pietro può misurare, sulla casta tristezza di lei, la forza del proprio istinto egoista. Tuttavia egli non può impedirsi d'essere quello che è, contro ogni limite posto dal rispetto e dal sentimento. Se ascoltasse il vero se stesso, se non avesse un residuo di pudore, non esiterebbe, nelle ore che gli restano disponibili, ad abbandonarsi ad un'orgia incessante della carne sulla bella femmina, come un'ape ubriaca di sole su un fresco fiore. Sara è la prima donna che abbia dato a Pietro la misura di sé come maschio. Lei gli si è abbandonata con umiltà, persuasa di essere una ben meschina cosa per lui, di stancarlo presto, di non bastare alla sua ansia di prendere. Né la coscienza della propria meschinità fisica e morale l'ha abbandonata, dopo tante ore di amore e di trasalimenti. Le è rimasta come una piccola dolce pena, come un vago rimpianto verso ciò che avrebbe potuto essere, se ella avesse potuto dare a lui il massimo, se non l'avesse deluso nella sua speranza.
Ed è, a ben vederlo, questo ritegno, una zona d'ombra in cui Pietro non è potuto entrare con la sua frenesia di godimento. Forse sta in questa esclusione il segreto della sua insaziabilità. Egli non ha fatta la luce completa in Sara, non ha vinto né l'umiltà di lei né il disperato presentimento della fine. La donna gli si è ribellata con l'illimitata tenerezza, ed egli, vittorioso su tutta la linea, intuisce il mancamento della propria forza. O Sara più spavalda e decisa contro il destino, o lui più umile, fratello dell'amante, più che padrone. Entrambi son rimasti quelli che sono, e il loro amore sente come un vuoto sotto di sé.
Il giorno prima della partenza, Pietro vede Sara più abbattuta che mai. Ha un cerchio livido sotto gli occhi, culla il bambino con gesto da sonnambula. Ad ogni rumore scatta come se dovesse entrare da un
momento all'altro Cosimo, e freddarla. Alle parole di conforto dell'amico, risponde con un silenzio grave e desolato.
- Ma perché, Sara, mi vuoi far partire tanto triste? Si tratta in fondo di un distacco breve... In luglio avrò già finito. Verrò a stare ancora vicino a te. E poi avremo tutto l'inverno davanti... Senza contare che, in questi tre mesi, ci vedremo spesso... Mi pare perciò che la tua angoscia sia un po' sproporzionata...
Sara lo ascolta parlare, e gli risponde col suo solito silenzio grave e desolato. Pietro sente, insieme con la pietà verso la donna, montargli una sorda irritazione dal profondo. Ella non sarà più sua. Una voce gli dice che la perderà appena partito da Fracà. E, tuttavia, egli non può rifiutare il lavoro offertogli da Cortaldo. Ma non può neppure rinunziare a lei, in queste ultime ore, che la necessità delle cose gli lascia libere per l'amore. Meglio allora affrettare la partenza, non vederla, Sara, conservare di lei un altro ricordo che quello di uno spettro cullante un bambino, anch'esso silenzioso come un morticino.
Egli dice nella speranza che la donna lo chiami:
- E' inutile parlare alle ombre... Me ne vado. Se mi vuoi, chiamami. Sono alla cantina.
Sara non lo chiama, ed egli parte. Gira per la vigna come un peccato mortale. Il succhio della terra visitata dalla primavera, l'odore carnale delle foglie, il ronzare dei mosconi sulle gemme dischiuse, l'alitare possente di una vita invisibile e tiranna attorno a lui: si scaricano nel suo sangue come un fiume in mare. Egli passa su siepi d'ortiche, di vepri, di cardi, riempiendosi di spine e di pappi, godendo di farsi male, di lasciare qualche goccia di sangue sulle macchie irte che vede come una mortificazione della terra, come la forma caotica e selvaggia di un desiderio infecondo: l'anelito al fiore ed al frutto e la condanna alla sterilità perenne. Quelle siepi sono come i suoi pensieri, come la sua brama di godere. Una mortificazione, anch'essi, della vita, inaridito il dolore che ad essa si accompagna.
Ritorna, dopo qualche ora al casello, e trova Sara nello stesso posto in cui l'ha lasciata, intenta a cullare il suo bambino. Egli le si siede accanto, le prende le mani, gliele accarezza a lungo, le chiede improvvisamente perdono per ciò che non può darle. Lui stesso si meraviglia delle proprie parole. Sarebbe molto più naturale che le chiedesse di abbandonarglisi in un estremo dono, di fermare l'attimo fuggitivo in una ultima frenesia di corpi congiunti.
La donna gli è grata della tenerezza. Sente che, per una natura prepotente come quella di Pietro, quella vittoria sulla carne è un prodigio.
Ed è una vittoria dell'amore. Sara solleva sul giovane uno sguardo ombrato, in cui è il tremolio della prima stella della sera. Uno sguardo più eloquente di mille parole. Cosi passan le ore della vigilia: in un silenzio pieno di presentimenti e di bagliori. Lei, sbattuta tra la paura che il distacco di Pietro sia veramente una fine, e la speranza, pur sottile come un filo, di trovare una via di salvezza. Lui, disgustato e orgoglioso, ad un tempo, di se medesimo. Per un lato, convinto di non riprendere mai più nella vita le ore che la sua pietà gli ha strappate; per l'altro, volto col pensiero al suo prossimo ritorno, che deve dare alla donna, e anche a se stesso, la prova della vitalità del loro amore.
Poche ore prima di partire, Pietro riceve da un malandro un biglietto di Malaspina. Il capo bandito fissa il convegno per la notte della domenica prossima. Ricevuto il benestare, il camorrista gli fa il saluto d'ordinanza della picciotteria, e parte rapido come una freccia.
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CAPITOLO 8.
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E un grande onore per me - egli dice solennemente - parlare con i figli di Don Antonio Rupe. Se la bonanima fosse qui, potrebbe dirvi quanto mi ha aiutato nel tempo in cui migliaia di sbirri mi davan la caccia nelle foreste dell'Appennino. Oggi far la spia va diventando un mestiere onorato. Non significa. Malaspina sa a chi deve lisciare il pelo, e a chi baciare i piedi. Se verrà il giorno in cui si potrà far giustizia sommaria di tutti gl'infami, mostrerò all'universo mondo che la mia memoria è di ferro. Non uno ne scapperà, ve lo giuro, dovessi andare a scavarli nelle tombe dove si fossero seppelliti vivi, per sfuggire al mio castigo, e, i figli, perfino nel ventre delle mamme.
Dopo quel preambolo solenne, Malaspina tace per vedere l'impressione ch'esso ha fatto sui suoi ascoltatori. Dei tre fratelli Rupe, Cino è quello che lo guarda con più lucente acume. L'osserva, il giovane, con un interesse che supera di gran lunga il valore delle cose da lui dette. Intuisce il bandito, che è di naso fine, tutto un lavorio mentale, di cui lo sguardo attuale è una conclusione; indovina che Cino ha molto riflettuto sulla proposta da lui fatta a Pietro, e lo sente alla lontana alleato. Mariano invece tiene un contegno pieno di cortese riserbo. Pietro è quello dell'altra volta: un avversario leale.
- Mio fratello Pietro - dice Mariano - ci ha informato del colloquio avuto qualche settimana fa con voi in questo stesso luogo. Voi volevate dunque proporci un'alleanza... Siete sempre dello stesso parere?
- Certamente. Son persuaso che la situazione, con la siccità che dura da diciassette mesi, andrà sempre peggiorando nelle tre Calabrie. Si ripeterà da noi quanto è avvenuto in altre parti d'Italia, dove, questo anno, non si son fatte neppure le semine, dove si lascia pascolare il bestiame sul frumento, dove le stalle sono abbandonate, e i lavoratori emigrano, per non darla vinta ai padroni. Se in autunno le vendemmie falliscono (dell'olio è inutile parlarne perché l'annata è vuota) alla fame puzzerà davvero il fiato, e saran dolori. I terrazzani abbandoneranno le terre come dieci anni addietro. Finché è estate tutto fila. Erbe e frutta bastano al contadino per campare. Ma, in autunno e in inverno, vi voglio. Del resto, la buona vendemmia, in sé, non significa nulla. Aver le botti piene e nessuno che scenda dall'Alta Italia a fare incetta, è come possedere una ricchezza maledetta. C'è la crisi. Si guarda il vino col cannocchiale, né i contadini si possono godersi loro il frutto che cavan dalla vigna... Tutto questo serve per una rivolta, non vi pare?
Mariano Rupe ha ascoltato attentamente le parole del bandito. Le cose da lui dette sono esatte. Malaspina rivela un'intelligenza realistica, ed è, soprattutto, bene informato.
- Ammetto - dice Mariano - che la situazione calabrese sia come dite voi. Noi siamo nati su una terra sventurata. Si può illudere sulla nostra fertilità solo un pazzo o un ignorante. Il nostro più terribile flagello è la siccità, ormai è pacifico. Il Mezzogiorno, secondo il calcolo di uno studioso, conta, rispetto al resto d'Italia, due quinti in meno, ogni anno, di acqua caduta. Non solo, ma le sue pioggie coincidono quasi esclusivamente con la stagione invernale. Ciò non avviene per l'Italia media e superiore, favorite da condizioni climatiche eccellenti. Da noi manca l'umidità per una vita vegetativa normale: l'ha dimostrato ultimamente un altro studioso che ha delle idee chiare in proposito. La siccità, secondo l'esame di costui, dura nel sud, spesso sette, ed anche otto mesi di seguito. L'acqua che cade non compensa, per la sua scarsità, i guasti dell'intensa evaporazione, causata dalle terribili arsure estive. I temporali son più di danno che di vantaggio. Essi non intridono il terreno alla profondità necessaria perché le radici assorbano l'acqua. Però in dannato compenso asportano i nitrati depositati nel suolo. Mancano i prati estivi. Perfino la sulla , la quale è la pianta che meglio resiste al caldo, sospende la sua crescita in luglio ed agosto. La mancanza dei pascoli estivi vuol dire un bestiame scarso e magro. I concimi chimici, data la siccità, non si sciolgono nel terreno, perciò aumentano la salsedine delle zolle, la quale corrompe ed uccide la vegetazione. Aggiungete, a queste cause fisiche, quelle specifiche della na
tura del latifondo, e quelle, infine, dovute allo scarso spirito di organizzazione del contadino meridionale, che non sa o non può resistere alla pressione fiscale, alle imposizioni padronali ed alle oscillazioni dei prezzi del mercato, ed avrete il quadro tutt'altro che lieto della nostra miseria regionale. La quale non è di oggi, ma di sempre, a ben vederla... E tuttavia a nessuno è mai saltato in testa di mutare le cose con un colpo di bacchetta magica...
- Quel che non si è fatto si può sempre fare... esclama Malaspina. La verità è che non siamo più in condizioni di pagar le tasse... Colpa di Garibaldi, alla fin fine. Egli era l'unico che avrebbe potuto fondare una repubblica del sud. Se il centro e il nord non ne volevano sapere, ebbene noi avremmo fatto a meno di loro. Vi pare?
La domanda del bandito è rivolta a Cino, il quale risponde col suo solito sorriso sottile e sconcertante. Malaspina continua, rivolgendosi a Mariano:
- Voi, Don Mariano, siete istruito, perciò potete distinguere meglio di me quello ch'è dovuto alla Malasorte, da quello ch'è dovuto al malgoverno. A me pare che da Roma non arrivino che sbirri e agenti delle imposte. Dobbiamo farci mangiare da questi pidocchi, senza neppur tentare di far sapere che siamo ancora vivi, e che, in un momento di disperazione, sapremmo appiccare il fuoco, non solo alla Calabria, ma all'Italia intera? Questo, il problema che si deve risolvere. Io credo che, se voi accettate di preparare, insieme con me, un colpo di mano, collegandolo, voi, con le organizzazioni socialiste, ed io con la Mafia di Sicilia, non sarà facile al Governo di domarci. Io vi porto cinquemila picciotti armati di tutto punto. Con molti meno Garibaldi strappò un regno.
- E quale sarebbe il vostro scopo, portandoci un aiuto cosi formidabile, per non dire decisivo? domanda a questo punto Cino con voce calma. Avete mire politiche da perseguire, oppure tendete ad altro?
Malaspina, prima di rispondere, accende la pipa. Si parla già di patti, di condizioni. Segno che Cino gli viene incontro. Egli dice:
- E' evidente che io non faccio la rivoluzione per amore di un'idea, com'è forse il caso vostro. Se io mi butto in un'impresa di questo genere, è per conseguire qualche vantaggio. La gloria, e va bene, anche quella conta. Ma di gloria, io ne ho già da vendere. Dopo Santazzo, Malaspina è il camorrista più famoso dell'universo mondo. Se qualcuno ha tentato di scavallarlo, ha battuto il muso per terra. La gloria, perciò, lasciamola da parte. Resta il vantaggio. Se vinceremo, io vi chiedo di diventare il
generale supremo delle forze rivoluzionarie, il capo supremo delle milizie rosse della futura repubblica socialista. E, in questo caso, un palmo di terra di proprietà e uno stipendio adeguato all'importanza della carica non guasterebbero. Vi pare?
- E i cinquemila picciotti? chiede sempre calmissimo Cino.
- Quelli s'accontenterebbero del diritto di guerra durante la campagna. E a cose finite, al momento di spartir le terre, un palmo anche a loro non guasterebbe. Del resto, essi rimarrebbero a presidiare la rivoluzione come soldati. Un piccolo stipendio anche a loro...
- Non guasterebbe, troppo giusto - conclude Cino. In fondo le vostre pretese non sono impossibili ad accettare. C'è solo il pericolo che, riuscite a prevalere nell'attacco insurrezionale, le vostre soldatesche, aumentate dai mafiosi di Sicilia e da tutti gli elementi oscuri che vengon fuori durante i cataclismi sociali, diventino un pericolo per la rivoluzione vittoriosa. Non ci avete pensato? Anche questa eventualità è doveroso porsela.
- Un pericolo in che senso? Vi prego di chiarire... chiede Malaspina.
- Nel senso che, non avendo una coscienza di classe comunista, esse non saprebbero accettare i sacrifici che la dittatura proletaria deve imporre a tutti, ai suoi seguaci, prima che agli altri, per buttare le basi dell'ordine nuovo. Avremmo uno stato nello stato, una milizia privilegiata a danno della maggioranza della popolazione, un pericolo capace di far degenerare la rivoluzione in un'oligarchia militare, i cui capi fossero troppo sensibili alle oscillazioni delle loro milizie, e, invece di imporsi ad esse, ne fossero il grottesco balocco.
- Questo non accadrebbe mai finché vive Malaspina... afferma solennemente il bandito.
- D'accordo. E se voi cadeste sul campo, gloriosamente? Che cosa accadrebbe dei vostri picciotti? Bisognerebbe accontentarli o fucilarli in massa. Nell'un caso e nell'altro, sarebbe la fine della rivoluzione.
L'obiezione della propria morte giunge a Malaspina assolutamente inaspettata, ed è quella, in particolare, che lo disorienta.
- Mi avete già fatto il funerale di prima classe... dice freddamente. Vi confesso che non avevo pensato all'eventualità di tirar le cuoia prima degli altri. Se permettete tocco ferro. Non si sa mai...
Dice, e allunga la mano sulla canna del fucile, che, entrando, ha appoggiato al muro. Per qualche secondo i quattro uomini si stanno a studiare reciprocamente. Cino è il primo a riprendere:
-Una rivoluzione vittoriosa, su e per una persona, è come uccel
sulla frasca: il vento se la porta via. Noi concepiamo l'insurrezione in modo diverso. Per noi son le masse che creano dal di dentro la rivoluzione. In questo senso il sindacato è una rivoluzione in permanenza. In tutti i momenti in cui si palesa un contrasto d'interessi tra i datori di lavoro e i salariati, stretti nelle organizzazioni di mestiere e di categoria: in quei momenti la lotta di classe afferma la sua innegabile realtà storica, e prepara e affina gli organi della rivoluzione futura. Questi organi sono i sindacati, la loro arma è lo sciopero generale. Fuori di essi non c'è che romanticismo, garibaldinismo, avventura.
- Si possono iscrivere i picciotti nei sindacati? chiede ingenua-mente Malaspina, facendo sorridere tutti e tre i fratelli Rupe.
- Perché no? dice Cino. Purché esercitino un mestiere...
- Il mestiere del camorrista non basta? domanda un po' esitante il malandrò. E Cino:
- Temo di no. In fondo il camorrista è un capitalista di nuovo tipo. Egli sottrae al ladro che è il capitalista comune, un tale che vive di lavoro non pagato. Ora, nella sua funzione di curatore straordinario della refurtiva capitalista, il camorrista è un giustiziere si, ma anche un parassita ideale. Il suo è un lavoro di sottrazione, non di moltiplicazione. Mi spiego?
- Il camorrista sottrae ai baroni e ai proprietari per dividere tra i compagni, ed anche per aiutare i poveri... Non è niente questo?
- Don Nino, non fraintendetemi... Io stimo più l'ultimo camorrista delle vostre bande che il primo proprietario di Sarmùra. Su questo non ci può esser dubbio... Se la Camorra allontana tanti contadini, artigiani, produttori insomma, dalla vita civile, la colpa è, in estrema analisi, della società che non ne rende impossibile l'esistenza. Pensate che cosa sareste potuto diventare voi, Don Nino, in un'altra società che vi avesse dato un'educazione. Un'autentica forza civile, un ardito combattente per la causa della libertà, un pioniere, un apostolo. Invece con le vostre qualità siete costretto a vivere alla macchia, come una belva. Non è doloroso questo?
- E' doloroso, eppure non mi lamento della mia sorte, avvocato. Poteva esser peggio... La natura mi ha creato brigante. La peggiore sventura che possa capitare ad un uomo è quella di nascer vigliacco. Quando c'è qualche cosa nel petto si sopporta tutto: persecuzioni, fame, sete, malattia e morte. E si comanda... Questo è l'importante...
La conversazione continua a lungo. Cino non vuole né impegnarsi né disgustare Malaspina. Egli ha fatto, e séguita a fare le sue riserve, per
quell'uria possibilità su centomila che la situazione possa un giorno spingerlo ad un'alleanza del genere di quella proposta dal bandito. Agisce prepotentemente in lui, spirito attento e nutrito di storia fino al midollo, il ricordo della congiura di Campanella, il più illustre comunista della sua terra. Forse il geniale frate di Stilo non s'era accoppiato, per far trionfare le sue idee, a gente di ogni condizione: contadini, signori, religiosi, banditi e perfino ai turchi? Altri tempi. La Calabria della fine del Cinquecento non è quella dei primi anni del Novecento. Ci sono in mezzo la Rivoluzione francese, Marx e la Comune. Eppure i baronetti, i proprietari, sono, ancora oggi, molto tiranni et male signori come allora ; i contadini sono vessati e miserrimi come allora. Né Malaspina è dissimile da quel Re Marcone, brigante famoso della metà del Cinquecento, che, alla testa di bande armate, fece scorrerie su un vasto territorio del Cotronese, e giunse al punto di batter moneta, di amministrar la giustizia e di riscuoter le tasse per conto suo. Ed allora? Non è affascinante il solo pensiero di poter riallacciare sulla propria persona Campanella e Marx, creando la sintesi storica tra la Città del Sole e il Manifesto dei Comunisti, tra il Socialismo utopistico e il ComuniSmo critico?
Una possibilità su centomila, s'è detto. Senza di quella, Cino non avrebbe aperto bocca, avrebbe imitato l'esempio di Pietro, il quale ha seguito la discussione con la mente volta a Sara. Sara che è a pochi passi da lui, senza sospettarlo.
Anche Mariano, da un pezzo, tace, e pare deciso a mantenere il suo riserbo fino in fondo. Conclude Cino:
- Questo convegno ci ha fatto conoscere, e non è poco. Ora il meglio che si possa fare è dar credito all'avvenire. Da un momento all'altro si potrebbe produrre quel tal fatto nuovo capace di render logico e necessario ciò che ora sembrerebbe assurdo. Di una cosa siate sicuro: che in noi avete degli amici. E non amici del buono, ma del pessimo tempo. Io spero che reciprocamente non ci verrà meno la vostra amicizia.
- Su quella - afferma Malaspina - contateci in qualunque momento. E credete a me, avvocato Rupe, non preoccupatevi di ciò che avverrà dopo. Prima facciamo, poi discuteremo. Ci sarà tempo per ridurre all'obbedienza chiunque, capo o gregario, desse noia a noi che siamo nati per comandare. Comandare, ecco, fino alla morte. Non vedo altro scopo alla vita.
Il colloquio è finito. Malaspina si alza, infila il fucile a tracolla, stringe cordialmente la mano ai tre fratelli e parte, augurando la buona notte con voce schioccante.
Rimasti soli, Cino, Mariano e Pietro si guardano a lungo negli occhi, senza parlare. Poco dopo, i primi due vanno a letto, e Pietro può finalmente, con la scusa dell'emicrania che non gli permette di dormire, frescheggiare all'aperto. Quando bussa alla porta del casello, la donna, credendo all'improvviso ritorno del marito, dà un grido di terrore. Poi sente l'innamorata voce di Pietro, e cade in ginocchio davanti alla lampada accesa, che rischiara un mite viso di madonna.
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CAPITOLO 9.
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Maggio e Giugno, e anche Luglio, passano senza un'acquata sui pampani. Le pompiatine , ridotte al niente, tradiscono la grande speranza di Donna Maria Rupe. Una mezza catastrofe, più cocente perché inaspettata.
Leto si alza ogni mattina con la sicurezza che il temporale sbucherà all'improvviso dal sereno come l' auguriellodelle favole, per rompere le pentole ai vasai del cielo. Ma le giornate trascorrono senza che un brivido di vento, una nube, turbino la gloriosa calma che la primavera lascia in dono all'estate, sparendo.
Non un'acquata, e, in compenso, il triuludi Gilda. Pare che la fanciulla si difenda con esso contro la bella stagione, la quale a tutti dà salute e gioia, e a lei disturbi di ogni genere: sussulti, mali di capo, vertigini, insofferenze diverse. Ogni anno è cosi, ma mai, come ora, la famiglia ha sofferto di quel lamento, veduto quasi come una causa del disastro delle pompiatine , e non come una tra le tante conseguenze sgradite, lasciate nell'animo di tutti dal mancamento di quella speranza.
La conseguenza maggiore è l'impossibilità di fare il corredo a Lina. La giovane si ribella violentemente all'idea di ricorrere a Cortaldo, che più volte s'è offerto, fraternamente, per un aiuto. Piuttosto rinunzio a sposarmi... ripete. Si tratterebbe solo di un prestito ribatte la madre. Ma Lina non si piega. E' forse indispensabile prender marito? No. E' forse indispensabile maritarsi col corredo? No, a maggior ragione. Nella migliore ipotesi per lei andrà sposa con la semplice camicia indosso.
Il caso di Lina con Cortaldo riflette rovesciato lo stesso rapporto sentimentale di Pietro con Sara. Qui la donna è la più forte, la più spavalda. E stata sempre cos, Lina, da ragazzina, allorché qualcuno dei suoi fratelli ritornava a casa malconcio, per qualche baruffa con i coetanei, non temeva di uscir di casa come un diavolo per andare in cerca del nemico, e picchiarlo di santa ragione. Si era fatta una fama di piccola virago, che non le spiaceva, rappresentando di fronte a se stessa una correzione della sorte che l'aveva creata femmina per un suo capriccio. Nascer femmina è, per molte ragioni economiche e ambientali, ritenuta quasi una sventura in Calabria, dove il nomeè tabù, e le maggiori ingiustizie ereditarie son dovute ad esso. Il padre che aspetta il miracolo della nascita nella stanza attigua a quella della puerpera, di cui gli giungono i gemiti strazianti, non esulta quando la mammina , cioè la levatrice, gli annunzia una neonata. Se non si abbandona ad atti di desolazione è per pietà della madre e della creatura insieme. Ma la sua fronte si arricchisce di una nuova ruga profonda, e la festa in casa svanisce come un fumo nell'aria.
Sotto verginee forme, un ardore tutto maschio e prorompente, ecco Lina. Negli anni della miseria, ella ha dato sempre l'esempio agli altri nel sopportare spavalda la fame, le vesti dimesse, e le male nuove. Sempre pronta a predicar la resistenza a oltranza, a sorridere di ogni debolezza, a vincer con l'orgoglio e lo sdegno, là dove non c'erano altre armi disponibili per condurre la guerra disperata di tutti i giorni.
A Cortaldo, Lina si va affezionando più di quanto gli altri, e lei stessa, non avrebbero creduto. Lo sente buono, semplice, innamorato, lo stima per le sue doti intellettuali, gode di vederlo apprezzato dai suoi, gli è riconoscente per quella discrezione che lo spinge ad accettare con un sorriso anche le cose che più urtano la sua cordiale natura di milanese, dovute alla ristretta, quasi barbarica, moralità paesana. Di esse, la più dolorosa è certamente la sorveglianza cortese, ma implacabile, di cui è fatto oggetto, in Calabria, il fidanzato, nei suoi rapporti personali con la futura sposa, fino al giorno del matrimonio. Si può dire che, tranne brevissimi momenti, strappati alla compiacenza di qualche persona della casa, che, pietosa dei giovani innamorati, armeggia in modo che essi possano darsi qualche rapido bacio, i fidanzati non stanno mai soli. Non si danno mai del tu; non escono di casa, se non accompagnati
almeno da un fratellino come Nèoro o Leto; per la strada non vanno mai a braccetto, ma a debita distanza l'uno dall'altra; non debbono, in pubblico, mostrare soverchia intimità, che ferirebbe quel senso di gelosa proprietà che fa del figlio poco più di una cosa nelle mani del pater familias, fino al momento del matrimonio.
A tutto quest'insieme di restrizioni, si ribellerebbe Lina, incoraggiata dalla spregiudicatezza dei fratelli, uomini nuovi e pensosi più della sostanza che dell'apparenza, se fosse innamorata di Cortaldo, e se non sapesse di dare un grande dolore alla mamma. Donna Maria, creatura
mite d'altri tempi, non può non amare queirillimitato pudore tra fidanzati che serba intatto e fragrante il mistero delle anime e dei corpi fino alla congiunzione del matrimonio. In quel pudore, ella ritrova immacolato l'amore della sua prima giovinezza, ricrea nell'esperienza propria, che è poi quella della sua generazione, il valore stragrande del dono differito, e perciò più agognato. Come turbare la sua serena attesa con licenze, pur del tutto innocue, che tuttavia ferirebbero in lei una corda segreta?
Ma il ritegno della madre sarebbe sempre un elemento, in subordine, della prudenza sentimentale di Lina. Soprattutto c'è, nella forte personalità della giovane, come una mobilitazione d'istinti oscuri, che l'avverte del pericolo di abbandonarsi interamente alla tenerezza di Cortaldo. Affezionata a lui, si, ma niente di più. Se questo attaccamento è già tanto, riferito a un carattere aspro come il suo, considerato in se stesso, esso è ancora lontanissimo dall'amore. Soffre la giovane di non poter riposare nel pensiero del fidanzato, perdersi in lui, per ritrovarsi più serena e fiduciosa. Tuttavia non può far diverso. Troppe ombre coprono ancora l'orizzonte, per abolirle con un atto di fede. Né Cortaldo, dal suo canto, può aiutarla con l'amore a vincer se medesima. Anche s'egli fosse più caro e adorabile di quello che è, la situazione spirituale, più che affettiva di Lina, rimarrebbe identica. Più egli è tenero, più ella pensa al ricordo che, di ogni gesto, di ogni parola di lui, le rimarrà, quando si sarà allontanato dalla sua vita. Né questo travaglio è una prova di umiltà, da parte sua, nel senso di non credere possibile un avvenire troppo bello. L'orgoglio l'assiste in ogni momento, ed è, forse, per esso, ch'ella intuisce altre più gravi prove da superare, per costruire, sulle rovine della piccola felicità borghese, la sua vita vera, con un uomo del suo destino, un padrone, e non un fanciullo di trent'anni, come Cortaldo.
Si contenta la giovane di vivere alla giornata, sorpresa, la notte, quando va a letto, che un altro giorno sia passato relativamente tranquillo, senza aver preannunciata qualche brutta novità. Paga di vedere che i suoi hanno trovato dell'altro alimento alla loro illusione.
Ma lei crede al suo matrimonio come il contadino alla vendemmia, quando lo scirocco comincia a buttare sul viso della terra zaffate di bestia moribonda.
Lo sciopero d Parma finisce, dopo tre mesi di guerra spietata, con la sconfitta dei contadini, i quali, privati dei loro capi, quasi tutti esiliati, carcerati o messi in istato d'accusa dai riformisti, e senza mezzi finanziari
per durare la lotta, preferiscono emigrare in massa nelle regioni limitrofe al restare sotto il giogo deH' Agraria , fattasi forte delle falangi di liberi lavoratorivenuti a ingaggiarsi sotto le sue insegne.
La sconfitta degli estremisti lascia un senso di disorientamento nei ranghi di sinistra del Partito Socialista, e consolida gli avversari, i quali aspetteranno il Congresso del settembre per dichiarare i principi e i metodi sindacalisti opposti a quelli socialisti, espellendone clamorosamente gl'iniziati.
In realtà costoro sono virtualmente fuori del Partito con la capitolazione dei contadini parmensi, e le decisioni di Firenze sono da essi attese.
Il commento di chiusura dello sciopero è scritto per Il Divenire Sociale da Cino Rupe. Ed è cosi violento contro i santoni riformisti, che taccia di traditori e di strangolatori della rivoluzione, cosi appassionata la sua difesa dello sciopero, inteso come creatore di storia, che ottiene di far sequestrare la rivista e di farsi denunziare, insieme col direttore, per eccitamento alla guerra civile.
Per qualche settimana, dopo questi avvenimenti, Mariano e Cino evitano di parlarsi. Qualche cosa li divide che supera il significato letterale del contrasto politico.
Qualche cosa che essi stessi non san definire.
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PARTE QUINTA.
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CAPITOLO 1.
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La stagione dei bagni s'inaugura a Sarmùra con la festa della Madonna del Carmine. Quel giorno tutte le strade che menano alla Marina son piene di gente che manifesta clamorosamente la sua voglia di rinfrescarsi e di muoversi. I terrazzani della plaga, armati di forconi stan di guardia ai fichi e ai peschi che costeggiano i sentieri e le balze; i cocomerai, i vinai, gli spacciatori di gazose e di amarene, fanno affari d'oro. Ma, quel giorno, è la beneficiata dei madonnari e dei venditori di fichidindia. Non c'è, si può dire, bagnante, che non si provveda di una effigie della Madonna del Cannine, e non si fermi, di ritorno dal mare, presso il tagliatore di fichidindia, gareggiando con gli amici a chi si imbuzza di più, e nel far saltare qualche pillola dal conto, che, del resto, rimane assai modesto, giacché dieci di essi costano un soldo.
Sgusciano i frutti dalla veste spinosa e spariscono nelle bocche aperte. Le bucce si ammonticchiano ai lati delle ceste, e su di esse fanno pasqua vespe e mosconi. Dappertutto è confusione: amici che si chiamano, gole che cantano spiegate, mandolini e chitarre che attaccano ariette in voga, donne che sorridono, occhi che si cercano, mani che hanno l'argento vivo. Il mare brulica di persone e di bestie che fan reciproco patto di sopportazione, a causa della calura che strizza i corpi nel suo pugno di ferro. I cavalli si rinfrescano prima di attaccare la salita del ritorno ; si buttano in mare i cani che lambiscono con la lingua la polvere delle strade; curano, col salino, i loro guidaleschi, asini muli e bovi. Le persone non hanno piaghe visibili da curare. Ma la gioia che inonda i visi dice che il bagno è medicato, e che l'anima è la prima a provarne un refrigerio.
Lo scoglio della Lucina alla Marina è, insieme, punto di approdo e osservatorio. Ci si arriva dopo poche bracciate di nuoto, e serve per curiosare nel mare delle donne, le quali si bagnano nei grondali della costiera della Motta. Qualche ardito reca con sé il binocolo, e si gusta lo spettacolo delle gambe e delle braccia nude. Non ci son cabine tra gli scogli, perciò le donne si spogliano nel sole, avendo cura di voltar le spalle agli uomini, che le cercano di lontano con gli occhi allungati delle lumache. Uscendo dall'acqua, le femmine non dimenticano di scostar dalle carni la camicia che disegna con troppa evidenza le mammelle, il grembo, le cosce, e, arrivate allo spogliatoio naturale, si buttano un lenzuolo addosso, di cui tengono le estremità con le labbra, per avere agio di levarsi, al riparo di ogni sguardo, la camicia bagnata.
Se qualche sconsiderato, a nuoto, o per gli scogli, varca il limite segnato dal pudore e da una consuetudine antichissima, e appare, improvvisamente, tra gli spacchi delle rocce, alle femmine seminude, succede un parapiglia che si può più immaginare che descrivere. E' la faina che entra nel pollaio, è il ponente e maestro che si abbatte sulla immensità delle acque, riempiendo il mare di balbettamenti e di sibili. Ogni donna si fa scudo con le mani sul grembo e sui seni, quando non può con le vesti, mentre le labbra rotolano imprecazioni e minacce. Se gli scogli, immani come montagne, potessero essere lanciati, dello spudorato non resterebbe neppure l'odore. Comunque, ritornato al mare maschile, l'attende generalmente lo scotto dei parenti delle femmine da lui svergognate. Il meno che gli possa capitare è d'esser picchiato a sangue.
Generalmente, chi si espone a tanto rischio è qualche terrazzano o montanaro respinto, che abbia vanamente tentato d' inceppareo di scapigliarela donna amata. Se il ceppo, segnato dai tagli della scure, e ornato di nastri, non è ritirato dalla soglia, dove l'ha deposto il pretendente - e ciò significa il rifiuto da parte dei genitori della bella ad accettarlo come sposo - se l'uomo ha pure tentato di compromettere la fanciulla, di cui è invaghito, aspettandola alla messa, e scapigliandola, cioè strappandole il fazzoletto che le fascia la testa, e mutandoglielo con un altro suo più vistoso: falliti gli unici espedienti concessi, dalla consuetudine del contado e della montagna, per dichiarare il proprio amore, è possibile che l'innamorato si butti alla disperata per ripetere, con un gesto di pazza licenza, una pretesa che può anche costargli la vita.
Da un contrasto di questo genere, nasce la tragedia della Disonorata , di cui testimoniano i vecchi come di cosa vista. Ma forse è solo leggenda, che prende il costume a fondamento.
La giornata era di quelle che asciugano i grappoli dell'uva già nera sui tralci, e spingon perfino le vipere a lasciar l'arsa sodaglia per correre al mare. Nei larghi e azzurri grondali della Motta, tra scoglio e scoglio, si bagnavan frotte di donne avide di frescura. Numerose eran le montanare, calate alla Marina di Sarmùra dopo ore ed ore di cammino, riconoscitive alla cadenza nasale della parlata ed alla foggia pittoresca delle vesti, distese sulle gobbe degli scogli in bella mostra con un senso istintivo di decoro.
Sul più bello del bagno, allorché lo stioccare dell'acqua nei giochi delle spume, e il cicaleccio delle labbra intrise di salsedine, son più intensi, un grido di terrore scoppia come un tuono improvviso all'estremità della scogliera. Quattro uomini, interamente nudi, sono apparsi dal cunicolo di una roccia gigantesca, pallidi in viso e con la bocca atteggiata al sarcasmo della vendetta e all'ansietà della lussuria. Stringon coltelli e roncigli nei pugni eretti, e paion decisi a tutto.
La più parte delle donne sviene o si dibatte come invasata. Pochissime tentan fuggire, nude o discinte tra gli scogli. Tra queste, la montanara, una bella creatura dalla pelle mora e dagli occhi color dello spigo, che i quattro ossessi son venuti a disonorare. La sventurata riconosce, in uno degli uomini, l'innamorato respinto, e cerca scampo nella fuga. Ma lo spavento le sega le gambe, l'abbatte tra scoglio e scoglio. L'urlo acuto che le esce dalle labbra, dice che i denti delle rocce le sono entrati nella carne. Il sangue caldo comincia a scorrere.
La vista di quel sangue acceca i quattro uomini nudi, che son fratelli, uniti nella vendetta temeraria, calati dall'Aspromonte per scozzonar la puledra testarda, che ha rifiutato il vincastro del pastore per il pungolo del bovaro della Piana. Come caprioli, saltando tra i dirupi, due di essi raggiungon la montanara recalcitrante in una piccola conca formata dai fianchi di due scogli, e, mentre il terzo tiene a bada la folla, divenuta muta per lo sgomento, il quarto, che è l'innamorato respinto, si butta sulla donna indifesa, ed irrompe in lei.
Intanto un vocio confuso s'avvicina dal mare dei maschi. Di là si sono accorti che un fatto inaudito sta succedendo alle loro donne. Chi a nuoto, chi in barca, chi a piedi, attraverso la costa, son molti a raggiungere il luogo dell'aggressione, e ad assistere alla violenza selvaggia. L'uomo di copertura dà l'allarme agli altri che lascian la fanciulla svenuta, e, si dispongono in quadrato per difendersi contro la muta sopravveniente. La quale non è armata di fucili, ma di coltelli, di fiocine, di remi, di sassi. L'aspetto dei quattro pastori è cosi temibile che, per un pezzo, nessuno dei sopraggiunti ardisce farsi avanti. Si senton, da una parte e dall'altra, i petti ansare, come se sollevassero pesi enormi. Il sole picchia sulle teste, le cicale impazzano tra le macchie dei mirti e degli ulivi, e il sudore si mescola all'odore del sangue e al salino delle lacrime per ubriacare un po' tutti. Ed ecco una voce levarsi dalla moltitudine: Prendiamo i fucili. Li ammazzeremo come cani arrabbiati... . Il consiglio è seguito dalla retroguardia, mentre quelli delle prime linee, distanti pochi passi dai quattro fratelli, fan le mosse di aggirarli. Urlano all'unisono i pastori: Piedi sudici di pianura, fatevi avanti, vi
finiremo a coltellate. Uno di noi ne vuol cento di voi! . Il silenzio accoglie le loro minacce, le prolunga come nell'eco, e le porta lontano.
Ma, improvvisamente, un uomo irrompe con gesti da forsennato, un uomo che ha riconosciuta la figlia nella femmina nuda, abbandonata col suo grembo scoperto alla morbosa pietà della moltitudine. Con un pugnale che luccica sinistramente nel sole, il padre della vittima s'avventa sul gruppo a testa bassa come un toro cieco. La sua arma raggiunge il ventre d'uno dei violenti, e lo trapassa. Ma gli altri gli sono addosso e lo colpiscono dappertutto, sul viso, sul petto, all'addome. Indietreggia, pallido, il padre della disonorata, poi crolla. Però la folla intanto si scuote. Un pescatore lancia come una catapulta il remo di una palamitaree raggiunge il suo bersaglio tra testa e collo. Un altro scaglia lo fiocina che si conficca nella coscia del nemico mirato. Uno sbandamento si produce nella formazione difensiva dei quattro, di cui gli altri approfittan per stringere la morsa. Pur tuttavia i pastori non si arrendono. Cani, figli di puttane, pescatori d'acqua dolce, i pastori dell'Aspromonte vi fan vedere come si tira e come si muore... continuano a gridare, mentre con le braccia non cessano di mulinare l'arma intorno a loro. Ora è la lotta a corpo a corpo, seguita dall'ululato delle donne e dai gemiti dei feriti. Un vento si leva improvvisamente dal mare, foriero di piovaschi, quasi che gli elementi, anch'essi, volessero prender parte alla strage. Di lontano arriva l'eco dei primi colpi, sparati a rinfrancare la folla vindice, e a dare il coraggio della disperazione ai pastori accerchiati. Costoro, coperti di ferite, di sputi, percossi dai remi e dalle tassate, non cedono ancora. Tre di essi sono caduti in ginocchio, eppur seguitano a dar lame di friso sulle gambe, sulle pance degli assalitori. I quali non decideranno, no, la lotta mortale. La donna ha accesa la strage. Tocca a lei finirla. Improvvisamente la disonorata rinviene. Si solleva penosamente su un fianco, guarda a lungo, senza comprendere, il suo grembo offeso, socchiude gli occhi come per sonno. Poi, in un attimo, riprende la piena coscienza di sé. Scatta in piedi, e, con i pugni tesi, si butta sul groviglio. Un varco si apre davanti a lei che, con i capelli sciolti sulle spalle, completamente nuda, pare una santa vittima, discesa da una nicchia per punire i suoi torturatori. Una mano le offre uno stiletto, ch'ella afferra a volo. Il miglior colpo è il suo. L'uomo che l'ha disonorata, coperto di sangue e di bava, stremato e vacillante, è l'unico rimasto in piedi dei quattro a sostenere l'urto dei tanti. Quando la donna gli appare di fronte, egli la mira un istante con occhi stranamente pensosi, quasi stentasse a riconoscerla. La disonorata non ha un attimo di indecisione. Gli pianta in pieno petto lo stile, che vi rimane confitto fino
al manico. Il pastore spalanca grottescamente le pupille, e si abbandona. La fanciulla lo contempla esanime, con l'espressione assorta di chi ascolti una lontana musica nelle pause del vento.
E poi è la fine. Quando giungono gli uomini con le armi da fuoco è già silenzio nelle file. Dei quattro mandriani non resta che una fanghiglia rossa su gli scogli, dardeggiata dal sole assetato. Portiamo in trionfo la vittima dell'onore! grida qualcuno in vena di teatralità. Ma la fanciulla è ancora assorta, e non sente. Quando si sveglia dal suo incanto, muove con passo franco, con le mani levate al cielo, verso lo scoglio più alto della costa, l'ascende, aggrappandosi, con le mani frenetiche, a ciuffi di vegetazione selvaggia, si mostra un istante nuda, e inverosimilmente casta, nella trionfante luce del sole, poi, senza un grido, si butta a capofitto nel mare che ringoia.
Da quel giorno, una croce, piantata sulla nuda roccia, ricordò il sacrificio verginale e l'inaudita fine dei pastori dell'Aspromonte. Ma non vi rimase a lungo. Il fortunale sollevò giganteschi marosi sul luogo della strage, e schiantò la croce, e cancellò ogni traccia del sangue versato. La tragedia si confinò in una lontananza di incubo, che si nutr del religioso bisogno di non parlarne, che tenne ognuno, quasi che le parole potessero abolire la morte, per un più grande patire, e ripresentare la fosca vicenda, nuda e apocalittica, davanti alla moltitudine atterrita. Se qualche volta un'innocente curiosità sfiorò l'avvenimento, i vecchi la rintuzzarono prontamente, e fugarono con le preghiere la visione nascosta come una làmia nelle parole.
Però i bambini, anche se nessuno gliela ha raccontata, sanno la storia della Disonorata. La tragedia è nell'aria, forse creata dalla sofferenza della scogliera sotto il chiodo della canicola. E, nell'ora del bagno, cercano, i piccoli, con gli occhi sognanti, la croce lasciata a testimonianza sulla roccia. Il mare l'ha divorata, e la loro ansia batte a vuoto.
Ma nello sciacquio eterno dell'onda par loro di udire un singhiozzo di donna. La vergine non si può consolare d'esser morta a vent'anni.
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CAPITOLO 2.
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I primi guadagni di Pietro, divenuto assistente ai lavori stradali, una causa vinta da Cino che gli frutta qualche centinaio di lire con le quali egli è felice di rendere alla mamma una parte di quelle mille che il 
pagamento della cambiale a Biroldo gli ha portate via, infine una fortunata speculazione di Mariano sullo zibibbo di Briatico, colmano in parte il vuoto lasciato dalle fallite pompiatine , e permettono alla famiglia Rupe di prendere in affitto una vecchia casa, rosa dalla salsedine e dai topi, alla Marina. I più entusiasti dell'insperata soluzione sono Nèoro e Leto, entrambi promossi alle classi superiori, con qualche stento il primo, trionfalmente il secondo, che entra cosi nel ginnasio.
Alla Marina scende Donna Maria con le figlie e i piccoli, compresi Milord e Rorò. Mariano, Cino e Pietro, impediti dalle loro occupazioni, si riuniscono in famiglia, la sera, e, insomma, quando possono. La madre manda loro per un ragazzo il mangiare del mezzod. Tristano resta a Torino ancora qualche settimana, avendo trovato da dar lezioni private a buone condizioni. Cortaldo scende alla Marina, la domenica, e si trattiene tutto il giorno presso la fidanzata.
Ma il mare è di Nèoro e di Leto. Il primo non sa ancora capacitarsi di aver raddrizzate le medie di due trimestri zoppi, e si abbandona alla gioia delle bagnature e della vita libera con l'esuberanza di chi è scampato a un pericolo per puro miracolo. Il secondo, durante l'estate, prende le vacanze dalla fornace, e il dispiacere di star lontano per tre mesi da Grazia, Nina e Concetto - i suoi preferiti nella squadra dei faticatori - non è certo tale da amareggiar le sue giornate piene e meravigliose.
Son tre anni che Nèoro fa il bagno nel mare dei maschi. Egli sa nuotare come un giovane delfino, e guarda con profondo disdegno i coetanei che non si avventurano in acqua senza le cucuzze legate alla vita. S'è fatto intimo di tutti i pescatori della Marina ed ha trovato, cosi, il mezzo di vagare per ore ed ore sul mare, prendendo, col sole che picchia spietato, un'accesa tinta bruna che lo fa sembrare il figlio del Moro di Venezia.
Leto fa ancora il bagno negli azzurri grondali delle femmine. Egli è umiliato d'esser ancora considerato alla stregua dei lattanti e dei piccini. Un omino come lui, che comanda una squadra di fornaciari e di cavatori. Ma, tant'è, le donne non si decidono a vedere ch'egli si è fatto troppo grande per seguitare a bagnarsi in loro compagnia; mostrano di non accorgersi di lui, che pure sta all'erta con gli occhi e le orecchie; si spogliano, volgendo sempre le spalle al mare dei maschi, con una cordiale larghezza di gesto che fa talvolta scoprire le gambe sino alle cosce e più in su, le mammelle grasse e pendute fino alla sommità dei capezzoli, le ascelle folte di pelo biondo o bruno, larghe zone di carne bianca o mora tra fianchi e pube, che il pudore impedirebbe a Leto di guardare, e che, tuttavia, una strana ansietà, fino ad ieri ignorata, lo spinge a interrogare con mute domande.
Quanto diverso il piccolo dall'anno passato. Le nudità che gli accadeva di sorprendere, prima gli davano un senso di vergogna, quasi fosse lui l'unico responsabile della loro scoperta, poi lo facevan ridere di tutto cuore. Le mammelle gli parevano, che so io, provole fresche da mangiare col pane dopo il bagno, sacche piene di panna con la ciliegia in cima, cucuzze appiccicate a sommo del petto per stare a galla nell'acqua. Le ascelle le considerava affumicature fatte con le candele o mustacchi arruffati che le femmine, vergognose di portare sulla bocca, avessero relegati in quel sottoscala dell'omero. L'ombelico gli sembrava un occhio orbo, e l'ombra del pube una coda speciale di capelli che le donne metton da parte per venderla a prezzo d'oro al capellaro di fiducia.
Oggi il fanciullino si vergogna meno di guardare i segreti delle donne, e non ride più. La prova del mutamento operatosi in lui, senza che ne abbia avuta coscienza, gliela dà Grazia, una domenica che scende alla Marina per fare il bagno. Nel rivederla, Leto prova un cosi vivo piacere che non sa neppur rispondere al suo saluto. Fa un brusco dietrofront, e va a riparare al balcone, dove è solito passare tante ore a mirare il mare, e a inseguire la iolla o il brigantino dov'è imbarcato Nèoro.
Poco dopo Grazia va a bagnarsi, e l'accompagnano Donna Maria e Leto. La fanciulla si spoglia rapidamente al riparo di una roccia, ed è la prima a scendere in acqua. Quando il piccolo la vede per la prima volta nella camicia bianca che le si gonfia e palpita sui seni, quando scopre la bionda tenue pelurie delle sue ascelle di adolescente, quando scorge nell'acqua biancheggiare dal ginocchio in su le sue gambe liscie e rotonde, ha un'improvvisa emozione che lo costringe ad abbassare il capo come davanti alla prova di un fallo irreparabile.
La madre gli grida di bagnarsi la testa e la fronte, che il sole picchia. Leto obbedisce con gesto distratto. Il suo interesse è tutto concentrato su Grazia, la quale non sospetta neppur lontanamente lo stato d'animo di lui. Ella è tutta presa dalla gioia di rinfrescarsi, di spumeggiare con le mani grasse e forti, di staccar patelline e musco marino dalle rocce. A tratti posa col sedere sul fondo del grondale, ed allora con ambe le mani si stropiccia le braccia, le cosce, le ascelle, la bocca, le piante dei piedi, per mondarle dalla patina del sudore e della polvere. Leto è certo che, s'egli non fosse presente, le dita della fanciulla penetrerebbero sotto la camicia per stropicciar anche le mammelle e il grembo. E gli basta questa impossibilità, provocata dalla propria presenza, per stabilire un nesso segreto tra lui e lei.
Quando il bagno finisce, e Grazia corre a vestirsi, al riparo della roccia, Leto deve farsi forza per non correre a strapparle il lenzuolo
bianco di dosso, e svelarsela nuda. Come son più fortunati di lui, in quel momento, gli occhi di Grazia, ai quali è concesso di contemplare, sotto il lenzuolo, quel corpo, cui essi stessi appartengono. E quelle mani che ora strusciano le cavità bionde ch'egli ha appena intraviste nell'acqua.
Gli tornano alla mente le parole di Peppe Canale e Fortunato Agresto, e la domanda fatta a Grazia se era vergine o no. Vergine vuol dire unica, giacché solo lei egli vorrebbe veder nuda, solo lei bacerebbe sulla bocca. Le altre donne le guarda, e non gli dicon nulla. Eppure qualcosa d'insolito è sprizzato dal suo sguardo se una vecchierella, la sera stessa, consiglia Donna Maria Rupe di mandare il suo ultimo nato al mare dei maschi. La madre si ribella al consiglio della contadina che vorrebbe rubare la cosa più cara da lei donata a Leto con la vita: l'innocenza. Dice, e il fanciullino la sente di là dalla porta:
- State dicendo stupidaggini, comare. Leto è puro come la zagara... Certe cose una mamma le capisce prima di ogni altra donna...
La vecchierella si scusa con buona grazia d'aver detta la cosa senza educazione. Tuttavia conclude:
- Io ho settantatre anni, signora, e potrei andar nuda per le strade, sicura che nessuno mi guarderebbe. Non ho parlato per me, ma per certe giovinette che dicono di vergognarsi a spogliarsi ancora in presenza di vostro figlio. Le mamme mi hanno incaricato di avvertirvi. Ambasciatore non porta pena, come dice il proverbio.
Nella stanza di là, per poco, Leto non si mette a far capriole dalla contentezza. Pensa al gran momento in cui dirà a Nèoro che ormai potrà seguirlo nel mare dei maschi, e il suo orgoglio non conosce limiti. Perché la mamma è triste come se, per la prima volta, un pericolo minacciasse il suo ultimo nato? Perché non ha fiato per rispondere alla vecchietta, che ha consacrato il passaggio del piccino alla fanciullezza, assai meglio di un maestro della scuola? E tutto questo Leto lo deve a Grazia. Senza di lei egli sarebbe ancora quello di ieri. Per merito suo si sente pungere da tante curiosità vaghe, che prima non sospettava neppure. Per merito suo le giovinette si vergognano di spogliarsi davanti a lui, quasi bastasse un suo sguardo a pungerle e a innamorarle.
La madre è triste e silenziosa. Quando Leto entra nella sua stanza, lo accoglie con uno sguardo accorato. Il piccolo corre ad abbracciarla e indugia con la testa sul seno di lei. Il silenzio è pieno di sussurri di sorgenti nascoste. La mano che accarezza Leto ha la lievità di una farfalla che vola sulla corolla immacolata d'un fiore.
La promozione di Leto, che le donne non vogliono più a bagnarsi
con loro, provoca una seria crisi affettiva in Milord. Finché Leto ed Anita han fatto il bagno assieme nei grondali della Motta, la bestia ha potuto, accompagnandoli sotto la sferza del sole, e, a volte, per un delirio d'abnegazione, spingendosi fino a sfiorare col muso il pelo dell'acqua, non far torto a nessuno dei due. Ma ora Leto è diventato un uomo che fa paura alle femmine, e Milord non può abbandonarlo in questi primi passi della sua carriera virile. Il cane cerca di calmare gli scrupoli della coscienza facendo, il politicantaccio, un mondo di feste ad Anita, quando ritorna con la madre e le sorelle dal mare. E la sera allorché, insieme con Leto, la fanciulla va a sentire le canzoni delle montanare, le dà una prova di riguardo camminandole sempre al fianco, e acculandosi più vicino a lei che al suo idolo, nelle ore di sosta.
Leto capisce troppo bene i motivi dell'esagerata parata serale di Milord, e non se ne mostra geloso.
Nelle prime ore della notte, la Marina è assai più bella che di giorno. Gli scogli sollevano la testa dal giogo della canicola, respirano a pieni polmoni, imbalsamano l'aria. Le cicale vanno a letto col mal di capo, e, in loro vece, i grilli, questi fratelli dei silfi, attaccano assoli pieni di intimità e di nostalgia. S'accendono i lumi nelle case, subito assediati dalle falene incaute, il tabernacolo della Madonna dell'Altomare brilla della lampada accesa dalla devozione popolare, i pescatori tiran le sciabiche, assistiti da una piccola folla di familiari e di ragazzi, qualche canto di donna si libra nella diffusa chiarità della notte estiva per l'innamorato lontano.
Il mare assume con la tenebra un ruolo di secondo piano. Per tutto il giorno non c'è che lui. Ogni altro rumore, di fronte alla sua immensità, si smorza e spegne. Il colore azzurrissimo dell'acqua sfuma il verde cupo delle coste, il bianco delle scogliere e delle vele, il rosso mattone della montagna, sparsa di castagni e di ginepri. Mangia, il mare, le barche e le teste dei nuotatori, le tinte del cielo e i fiocchi delle nuvole. Solo la canicola gli può far fronte come importanza, ma, anche quella, par creata per lui, perché la terra muoia di sete, e guardi il mare come un innamorato irraggiungibile, e, invano, gli tenda le braccia nell'ora meridiana.
Ma, appena l'ombra scende sullo specchio delle acque, il protagonista lascia la scena, e resta il coro a commentare la sua scomparsa. La terra esce, improvvisamente, dai suoi limiti definiti per acquistare una dimensione fatta di assoluti; un lume acceso diventa un'entità che può reggere il confronto con una stella; l'abbaio di Milord si prolunga nelle
lontananze, ritornando come da una parete mobile di echi; la voce umana acquista il suo massimo potere di mediazione, chiamando da costa a costa, da monte a marina; ogni cosa, pur minima, supera la propria concretezza, deducendosi dalla notte nelle misure volute da un rapporto nuovo e più ambizioso tra le cose.
La casa, presa in affitto dai Rupe, ha, davanti all'entrata, un largo spiazzo ammattonato, che arriva ai bordi della strada maestra, e si affaccia al mare dalle creste delle terrazze fiorite. A principiare dal tramonto, fin quasi a mezzanotte, esso è la meta della più bella gioventù della Marina, la quale viene a far quattro giri di valzer, al suono di una piccola orchestra di chitarre e di mandolini, diretta, al bianco lume dell'acetilene, da Titta, barbiere e cerusico della spiaggia. Le femmine della montagna ballan solo la tarantella, tuttavia son quelle che furoreggiano per la loro avvenenza e spontaneità. Confinate all'estremità dello spiazzo, le mamme guardan le figlie con la coda dell'occhio, e frescheggiano; i giovinetti, attirate dalle belle come le falene dal lume, si ammassano all'altro lato della piattaforma danzante, aspettando il momento di farsi avanti per invitar le ragazze a ballare.
Leto non ama la danza. Non gli piace vedere quei giovani che stringon le fanciulle con aria di padroni, e se le passan di mano in mano con stupidi sorrisi pieni di sussiego e di millanteria. Il visibile piacere delle coppie dà a lui un'irritazione che è forse una lontana parente della gelosia. Egli non vorrebbe certo che le sue sorelle (e specialmente Orsa la quale grida a gran voce il suo entusiasmo per le serate danzanti dello spiazzo, e aspetta che si faccia notte con manifesta impazienza), non vorrebbe, Leto, che le sue sorelle ballassero con i giovinetti cosi. Del resto, esse sono sempre in lutto per la morte del babbo, sono sotto l'occhio della gente, e non ci pensan neppure di mettersi a prillare come tante trottole frustate. Non vorrebbe neppure che ballasse Grazia, la quale non è nulla per lui, solo una ragazza che rivede e ricorda con piacere. Se ella fosse presente, e accettasse un giro di valzer da qualcuno di quei cascamorti, Leto sarebbe capace, rivedendola, di non sorriderle più.
Nèoro è meno intransigente da questo lato. Se ne sta, la sera, quasi sempre seduto tra Lina ed Orsa (Gilda odia la confusione, ed è in camera sua a leggere, o nella terrazza a mare, ad ascoltare i discorsi dei fratelli, discesi da Sarmùra) e sorride divertito. Egli non si sente derubato dalla festa degli altri; non gli rincresce di perdere una cosa, alla quale non tiene. Qualche fanciulla non può a meno, passandogli accanto, 
dall'arrufargli con le dita la chioma nerissima e ricciuta. Egli si ricompone con rapido gesto, e risponde con una smorfia. L'atteggiamento scontroso e taciturno di Leto non incoraggia nessuna a scarmigliarlo. Ciò, da un lato, lo soddisfa, e, da un altro, aumenta la sua rabbia.
Allo spettacolo del ballo, il fanciullino, cui quasi sempre si unisce Anita, la sua inseparabile, preferisce quello delle montanare, le quali, disposte in cerchio sull'altura che, di giorno, fa da libera rimessa ai cavalli e alle carrozze, cantano serenate, ninnenanne, canti d'amore e di dispetto. Il fortore del letame che si sprigiona dalla carreggiata è acutissimo, brucia gli occhi e la gola. Ma le cantatrici non vi fan caso, alzano i loro cori che hanno un'aria di chiesa e di processione, anche quando urlan d'amore e di gelosia. Siedono a poca distanza dai loro uomini, e, tra i due gruppi, s'accende talvolta la gara del canto ad una e a più voci:
Canta la donna:
La nottulana appassionata canta e quando canta lamentar si voli. Notti e giornu lu so preziusu cantu duna lu spassu a cu sentir lu voli. Porta lu pettu cu lu nigru mantu pe mostrari ca d'intra si condoli.
Ccussl su ieu si 'ncarchi vota canto. La 'ucca canta e lu cori mi doli.
Risponde l'uomo con grande tenerezza:
O rindineddha chi passi lu mari ferma quantu ti dicu du palori, quantu ti scippu na pinna di l'ali: na littara nci fazzu a lu me amori... Tutta di sangu la vogghiu vagnari e pe siggillu nci menta lu cori... St'accorta, rindineddha, un t'annegari... Tu perdi lu siggillu e ieu lu cori...
Non sempre il canto esprime la malinconia del cuore innamorato. A volte si leva una voce femminile piena di gelosia e quasi di odio:
Aju saputa ca ti voi ngarzari... Ngarzati mi ti viu malunuontentu... E chiddha casa chi tha da pigghiari si pò sciundari di lu pedamentu... E chiddhi brazza chi t'han d'abbrazzàri Sfochimi tutt'è du' come sarmèntu... E chiddhu letta chi t'ha da curcàri Lu vija chimi di spini pungènti...
Alle minacce l'uomo risponde da pari suo alzando il canto fino alle cime dell'invettiva:
Affaccia a 'ssa finestra ammazzacàpri
Regina di li pecuri rugnùsi, Quandu t'affàcci tu, stu cori s'apri Ca' viju ssi capiddhi lindanùsi, e ss'occhi ch'ora su' du' nuci frachi, e i pinnolara du' ali di scupi...
Infine interviene, solenne, il coro a placare il contrasto amoroso:
Comu la rosa, li spini ha l'amuri Iddha ti pungi e l'amuri t'inguàia. La manu chi la cogghi ha lu duluri percia lu cori e non guarisci mai... Però na vota chi la rosa oduri Li gròmula pe' sempri scorderai...
Se non dovessero rientrare in casa, Anita e Leto starebbero ad ascoltare fino a notte alta quei canti di ansia amorosa e di profumo silvestre. Ormai ne san tanti a memoria, e, durante il giorno, non fan che ripeterli, ciampicando qua e là su qualche rima che non torna, e sulle cadenze. La gente della montagna conosce i due piccoli Rupe, e quasi li aspetta, ogni sera. Raramente Nèoro si accompagna ad essi, e se, qualche volta, si lascia trascinare, non resiste a lungo.
Una sera chiede Leto al fratello maggiore com'è che dei semplici pastori possano esprimersi cosi bene in poesia, se è vero che son proprio loro che scrivono e mettono in musica quei canti. Nèoro se la cava affermando che non ci vuol poi molto a combinare insieme delle strofe zoppe, come quelle che entusiasmano lui e Anita, e che, comunque, non crede affatto che i mandriani perdano il tempo a infilar parole in rima, occupati come sono con i branchi e le opere dei vaccarizzi . Invece i cantastorie, i madonnari, i pupàri, gli zingari, i vagabondi, non hanno nulla da fare, e, tra una marcia e l'altra, una solennità e l'altra, una rappresentazione e l'altra, davanti alle borgate stupite, soli, o a contrasto fra loro, si danno a improvvisar versi, accompagnandoli su motivi musicali vecchi come il cucco, che son sempre quelli, si tratti di una serenata o di un làudualla madonna. Le poesie non assumono forme precise subito. Prima di arrivare a esser decenti ne passa di tempo. Ma alla fine i poeti vagabondi hanno pronta la versione migliore da modellare a montanari e campagnoli. Le donne sono leste a impararle.
I mariti, i fidanzati e i figli vengon loro dietro, imitando gli uccelli che si conquistan la femmina col bel canto.
La risposta di Nèoro stupisce per la sua serietà Leto, e gli fa sospettare che l'abbia appresa fresca fresca dal suo libro di letture. Amerebbe il piccolo che fossero proprio i pastori ad inventar quelle belle strofe, e non le imparassero dagli zingari diavoli. Veramente egli intuisce un abisso tra l'ispidezza dei mandriani e certi sentimenti troppo delicati chiusi nel verso. Decide di sciogliere il nodo più tardi, e, intanto, fino a prova provata in contrario, dà il merito della poesia a chi gliela sciorina davanti come un candido e profumato rotolo di tela di lino.
A differenza delle sue sorelle, Gilda non ama le bagnature. Va al mare, si tuffa, ma senza letizia. Mentre Orsa e Anita paion matte dalla gioia di rinfrescarsi, e Lina gode di confonder con l'avvenenza della persona le fanciulle che la stanno a guardare con occhi di gelosia, Gilda rimane nebbiosa e un po' irritata. In breve le labbra le diventan violacee, comincia a tremare, e deve uscire. E si era appena immersa. Se ne sta, avvolta nel lenzuolo, al sole, ad aspettare le sorelle come una convalescente.
Lina, Orsa, e Anita sanno nuotare bene, perciò son tra le pochissime donne che osan lasciare i grondali per fare il bagno nel mare libero. La madre le sta a guardare preoccupata, e le chiama tratto tratto con voce di dolce allarme. Quella che sta in mare come nella piscina del paradiso è Orsa. Per lei il bagno è press'a poco un teatro. Essa lo mette sullo stesso piano del divertimento serale sullo spiazzo, allorché la danza le mette le formicole addosso.
Di tutti i Rupe, solo il maggiore non sa nuotare. E' questa, forse, l'unica inferiorità che accusi nei confronti dei suoi fratelli. Vederlo scendere in acqua come un cieco che tasti il terreno col bastone prima di posare il piede è uno spettacolo strano e inquietante per Nèoro e Leto. Par loro impossibile che un temerario, un eroe come Mariano, sia sempre rimasto sordo al fascino avventuroso del mare. La certezza che, se volesse, imparerebbe a nuotare in men che non si dica, è un mezzo conforto per loro. Ma il fratello non mostra alcuna invidia verso quelli che solcano le onde con poderose bracciate, a taglio, o alla rana, o sul fianco, o di punta, o di spasseggio. Se ne sta tranquillo, nel raggio della Palombella , dove c'è meno di un uomo d'acqua, e intreccia i suoi discorsi con amici e conoscenti che se ne stanno appollaiati sulla cresta della Lucina, gareggiando tra loro nei tuffi.
A differenza degli altri fratelli che si bagnano sul mezzod, Mariano
entra in mare nelle prime ore del mattino. E' quasi un pudore il suo di mostrarsi nudo alla gente. E si che il giovane è bello nel corpo dalla testa ai piedi. La sua gracilità che è di proporzioni perfette, privilegio di una giovinezza che brucia ogni superfluità, la sua nobile testa, la sua bocca aperta al sorriso, il suo occhio che riflette lo smalto marino, e qualche cosa di estatico nel gesto: fan di Mariano che scende in acqua una figura mitica di pastore e di eroe, fanno pensare a un Battista pagano.
L'accompagna Leto, che, tuttavia, non entra nell'acqua, troppo gelata per il suo corpicciolo. Egli se ne sta a guardare il fratello come un innamorato, ed è pronto a porgergli il lenzuolo quando esce grondante, e un po' tremante, dal mare. Il bagno di Mariano non dura più di cinque minuti. Press'a poco quanto quello di Cino che, per il suo temperamento nervoso, teme il freddo, e si tuffa nelle ore caldissime. Invece Pietro e Cortaldo, quando ci sono, e Tristano quando verrà, quelli, starebbero nell'acqua una giornata intera. Anche Nèoro, per quanto piccolo, è loro emulo. Anch'egli trova nel salino dell'onda un mordente che gli punge le vene, e gli dà la gioia di vivere.
La domenica riunisce quasi tutti i Rupe, e Cortaldo alla fidanzata. Il giovine scende alla Marina all'alba, e vi si trattiene fino a notte alta. Quello è il giorno delle gite in barca, della gaia baraonda, dei doni, ché Cortaldo è generoso e non scende a mani vuote, alternando il regalo mangereccio che arricchisce la tavola, al gingillo che prova alla fidanzata ed alle sorelle il suo fresco ricordo.
Il mare dà al geometra milanese un'irrequietezza straordinaria. Egli no perde occasioni di accelerare il ritmo della vita intorno a sé. Dovunque vada, qualunque cosa faccia, porta un'aria di festa e di sanità morale. Se si fosse innamorato di Orsa, avrebbe trovato nella seconda delle Rupe il suo alter ego femminile. Lina è di temperamento più chiuso e riflessivo. Tuttavia non può a meno di farsi influenzare dalla estrosa esuberanza del fidanzato. L'unica che rimane assente a quel fervore di vita è Gilda, che, pure, ha simpatia per Cortaldo. Ma la fanciulla patisce la calura estiva, e l'ipocondria che si accompagna a quella sofferenza è un pretesto d'isolamento che serve non solo a lei, ma a quelli le vivono d'intorno, più disposti a non vederla, che a vederla sorda e nemica.
Più bella e seducente che mai è Lina. La vita all'aria libera le fa bene, le dà quel benessere fisico che si traduce in forme d'interesse e di divertimento per le cose anche minime. Ella avverte per la prima volta la scapigliatura della giovinezza nei propri pensieri e nei propri atti, sente
la gioia di ridere, gode di vedersi bella allo specchio, d'essere invidiata quando si mostra al fianco del fidanzato, la sera, sullo spiazzo, partecipa alle gite in barca che organizza Cortaldo - più che mai legato a Nèoro, divenuto un vero lupo di mare - alle passeggiate, alle conversazioni, trovando in tutto un sapore nuovo.
Lina ora attraversa un periodo in cui qualunque sentimento o fatto accresce, attraverso un incessante gioco di riflessi, la realtà che si porta nel profondo dell'essere. Ella non è innamorata di Cortaldo e non è felice. Però si avvia ad essere l'una e l'altra cosa insieme. Intanto si sente vivere, e, in quel sentimento, si prova, si misura. La speranza dell'amore che le verrà per diritto di conquista, non come un immeritato dono, le fa parer più suggestiva questa fase, che chiameremo introduttiva, della sua felicità. La lotta ch'ella sta combattendo ha soprattutto come bersaglio il suo fondamentale scetticismo sulle sorti del matrimonio. Ogni giorno che passa le rischiara un poco di sé, l'avvicina a Cortaldo. Lina sente che l'abbandono totale non è più inverosimile e lontano, come qualche tempo prima, e si dispone ad accettarlo come un punto d'arrivo della sua vita.
Ma ella non è gelosa di Cortaldo, e questa è una spina per Orsa che segue con appassionata attenzione il romanzo della sorella. Lina sente spesso parlare il fidanzato di donne che ha conosciute a Milano, di certe cugine belle ed eleganti, di cui conserva le fotografie nel portafogli, lo vede guardare con interesse altre fanciulle della Marina, seguire con giovanile irrequietudine le tarantelle delle montanare e i valzer delle signorine, la sera, nell'ora dei balli, senza provarne alcuna gelosia. Non sei gelosa, segno che non l'ami. Se fossi io nei tuoi panni graffierei tutte le donne che lo guardano. E anche lui starebbe fresco, te l'assicuro. Troppo sfarfallone, l'amico! Cosi Orsa. E Lina non può che trovarsi d'accordo con lei. Non c'è amore senza gelosia. Se lei rimane indifferente alle curiosità, del resto innocenti, del fidanzato, la conclusione è che l'amore non l'ha ancora sfiorata con la sua grazia. E questo è per lei un vantaggio nel senso che ora non soffre. Ma è un vantaggio precario che deriva da una povertà iniziale.
Mancanza di gelosia e senso d'incredulità verso tutto ciò che interessa da vicino la realizzazione del suo matrimonio. Per esempio il corredo, i cui lavori sono stati finalmente iniziati. Non può convincersi, Lina, che quelle lenzuola, quelle camicie, quelle tovaglie, siano staccate dalle pezze di lino per lei. Non può, la giovane, impedirsi di pensare a Orsa che l'eguaglia in altezza ed avvicina in complessione, come a quella che,
nell'ipotesi dello scombinamento delle nozze, (in Calabria di cinque matrimoni combinati ne arriva a conclusione uno) potrebbe utilizzare il corredo che si sta facendo. Ed ella non si limita a considerare codesto sdoppiamento dentro di sé. C'è in lei un bisogno di ironizzare sulle cose delicate e sfioranti, che le dà prova di distacco da esse. Perciò si compiace di metterle controluce, di capovolgerle, perfino di deriderle, malgrado i rimproveri aperti o sottintesi della mamma e delle sorelle. Specialmente esce fuori dei gangheri, Orsa, quando Lina ripete scherzosamente di non doverle alcuna riconoscenza per il suo contributo nella cucitura del corredo: Stai lavorando per te stessa, va là . L'altra salta su inviperita: Davvero meriteresti che questo matrimonio andasse a monte... Non lo sai che certe cose si sciupano solo a pensarle? 
figuriamoci a parlarne, anzi a sparlarne, come fai tu .
E, malgrado quest'altalena di speranze e di dubbi, Lina è contenta di se stessa, gode per la prima volta la sua giovinezza. Qualunque sia la sorte del suo matrimonio, questo è certamente il più bel periodo della sua vita. Non più il gelido vuoto intorno a sé, ma un interesse sentimentale e ideale, acceso come una lampada nell'intimo ; una gaia esuberante compagnia all'esterno. Compagnia di persone, di fatti, di parole. Allorché Cortaldo, la notte di domenica, se ne ritorna a Sarmùra, nel plenilunio che incanta le vipere sotto le felci, e ogni cosa creata, la giovane si accorge d'esser più sola, più povera. E non è già amore, quello?
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CAPITOLO 3.
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Sono molti i ragazzi alla Marina. Stanno spesso in compagnia, e le baruffe non son rare. Il grande amico di Leto è ora Ciccio Attisani, un ragazzo maggiore di lui di qualche anno, che entrerebbe, se volesse, nella cruna dell'ago, proprio come il diavolo. Egli non ha l'eguale al mondo, se non Nèoro, nello spogliare sotto gli occhi dei coloni i fichi susini delle vicinanze; vince tutti nelle gare del nuoto e del salto dallo scoglio della Lucina; gioca a scopa meglio di Don Salvatore Rizzica, che tiene cattedra davanti al portone della sua casa nell'ora del tramonto; riconosce i cocomeri rossi sfarinati al semplice sguardo, senza bisogno del tassello; affibbia gli epiteti più salaci e calzanti ai compagni e ai maggiori di lui; cazzotta spietatamente chiunque lo soprannomini Fràcchi a causa di un vecchio frack, visto addosso a suo padre in una circostanza famosa; odia il Ginnasio, per quanto sia d'intelligenza sveglia e primeggi nelle compagnie per le sue risposte mordenti e
scanzonate; fa l'occhio di triglia alle ragazze, nonostante sappia d'esser buffo con quel suo naso ingrossato nel mezzo da un piccolo cece che lo fa assomigliare ad uno scarabeo rinoceronte.
Dal momento che le donne hanno rifiutato Leto nel loro mare, Ciccio Attisani ha preso l'omino sotto la sua protezione, l'ha imposto d'autorità nelle compagnie degli anziani. Nèoro è un po' geloso del fratellino, e fa il riservato. Leto si propone di dimostrargli con la sua intiepidita e scaltrezza che la promozione per merito di guerra se l'è meritata. Gliene fornisce il mezzo Attisani, un giorno che il colono di un podere vicino, avendoli sorpresi su un fico, li punta col fucile dall'alto di una armacia , gridando di volerli impallinare. Con un verdino in bocca, ed un altro in mano, per poco Leto non sviene sulla rama dell'albero. Attisani si butta giù come uno scoiattolo e dirupa per la scorciatoia. L'altro resta prigioniero sul fico, e conta i minuti che gli restano da vivere. Tuttavia non emette un grido, non scoppia a piangere, non chiama nessuno in aiuto. Guarda le canne del fucile come ammaliato, e sente che è un peccato morire per aver mangiato due verdini che costano appena un tornese.
Finalmente il terrazzano abbassa il fucile e ingiunge a Leto di scendere dall'albero. Il piccolino ubbidisce, e si prepara a sostenere una lotta mortale. Quando il colono lo vede, spalanca gli occhi dalla meraviglia, e dice con voce cavernosa:
- Il fratello di Don Marianuzzo... Gli dirò ogni cosa perché vi castighi a dovere...
- Io ho mangiato in tutto tre fichi - dice Leto con un fil di voce, pieno di vergogna e di rimorso. Se volete posso anche pagarveli. Ecco un tornese, non costan di più...
Fruga nelle tasche, trova la moneta che gli ha regalata Orsa la sera prima, e gliela tende sulla mano aperta. Il terrazzano lo guarda per un momento, sorpreso, crolla ripetutamente il capo, poi gli dà via libera:
- Non fatevi più vedere nella mia vigna... La prima volta si perdona... la seconda no, anche al figlio del re.
Ma Leto non si muove. Intuisce che la sua umiliazione sarebbe solo sopportabile a patto che il terrazzano accettasse la monetina che gli offre, perciò insiste:
- Fatemi il favore di accettare questo tornese... Sarei venuto a portarcelo anche se non vi foste fatto vedere sull' armacia . Non ho mai rubato a nessuno...
Sempre più sorpreso il colono non sa che cosa fare. Capisce il piccolo
dramma del ragazzino ma non vuole intenerirsi troppo. Dice sorridendo E a fior di labbro:
-Sarebbe bella che alla fine dovessi chiedervi scusa per avervi trovato a spogliare il mio fico... Andatevene... Il vostro tornese datelo a un povero. E' come se mi pagaste...
- Farò come dite. Ce ne son di poveri. Mi promettete di non dir
E nulla a mio fratello Mariano?
Il contadino fa segno di si con la testa riempiendo Leto di gioia. Ora correrebbe ad abbracciarlo se, per salire alla sua terrazza, sospesa miracolosamente sopra un botro, avesse a sua disposizione i piè bisulchi delle capre. Si contenta di salutarlo cordialmente con una mano, e di agitare festosamente con l'altra il berrettino.
- Vi ringrazio. Siete proprio un bravo terrazzano... Mi ricorderò di voi...
Ciccio Attisani aspetta l'amico alla Marina, pallido e fremente. Appena lo vede rotolare, come un bolide, dall'ultimo gomito della scorciatoia, teme ch'egli sia inseguito dal terrazzano, e si dà a una fuga pazza. Ci vuole del bello e del buono per convincerlo a fermarsi. Leto lo raggiunge, e si dispone a narrare l'avventura, alterandola in qualche punto, per mostrargli la sua intrepidità e valentia. L'amico stesso gli offre il destro all'invenzione quando gli domanda, preliminarmente, se ha fatto la sassaiola contro il contadino. Leto dice imprudentemente di si, e, da quel momento, una menzogna tira l'altra, l'episodio del tornese diventa una vera battaglia tra il contadino che lo insegue come un forsennato, per le terrazze, e lui che gli accocca una sassata dopo l'altra, costringendolo, alfine, a desistere dall'inseguimento, e a chiedergli scusa, giacché, all'ultimo momento, lo riconosce per il fratello di Mariano, e crolla fulminato dalla paura di avergli mancato di rispetto.
Quest'avventura crea, naturalmente, la fama di Leto. Gli permette di varcare con un salto i confini che lo separano dai maggiori. Nèoro stesso mette da parte la gelosia, e mostra al fratellino la sua sorpresa ammirazione. Leto vive un quarto d'ora di celebrità. Tutti lo cercano, e vorrebbero associarlo ai loro progetti. Ciccio Attisani va orgoglioso di lui, più che di se stesso. Carlo Castellano gli regala una cintura di zucche che terrebbero a galla un bue, tanto son grosse. Gianni Costa gli promette di portarlo in barca allo scoglio degli Uccelli . Paolo Rizzica gli vuole insegnare a pescare le murene tra gli scogli: insomma è la gloria. E' ammesso, senza indugio, a giocare a soldati e briganti, a moscacieca, a guancialino, a rimpiatterello, e, nel debutto, se la cava benissimo. Si classifica tra i migliori. Nel salto in lungo, viene dopo
Attisani, Nèoro e Castellano. E nella corsa è quinto, dopo Nèoro, Gianni Costa, Attisani e Spincione, un pescatorello, quest'ultimo, che pare un serafino volante.
Se si pensa che ha due anni meno del più piccolo della compagnia, le sue imprese hanno del prodigioso.
- E' mio fratello! dice Culo di Ferro . E tanto basta.
Però Ciccio Attisani è grande amico anche di Nèoro, col quale divide la supremazia su tutta la ragazzaglia della Marina. Il morettino l'associa a qualcuna delle sue imprese di piccolo cabotaggio per le coste, e l'altro lo mette a parte delle sue scoperte sulla terraferma. Stanno spesso insieme a confabulare misteriosamente, e i coetanei si mordono le mani dalla rabbia, per essere esclusi dalle loro confidenze.
Un tardo pomeriggio, per premiare l'amico che gli ha regalato uno dei sei mutili, grossi come cernie, da lui pescati a bordo della palamitaradi Melina, dopo un'intera giornata di mare, Attisani gli rivela un segreto, appurato per una felice combinazione.
- Se vieni con me - dice - ti faccio vedere una cosa da leccarti i baffi. Sei il primo, cui confido il mio segreto.
- Dimmi di che si tratta, o figlio di buona mamma...
- Saprai... Acqua in bocca e vienmi dietro!
Il sorriso di Attisani, trionfale e forzato, ricorda certi strani sorrisi che si vedon nelle fotografie. Nèoro tien dietro all'amico, senza voler sapere altro.
I due ragazzi scendono alla spiaggia, la percorrono in tutta la sua estensione, s'inerpicano per un canalone roccioso, aggrappandosi con le mani agli arbusti, ai finocchi selvatici e ai mirti, che pungono l'aria col loro afrore. Dopo una salita di circa mezz'ora, arrivano al ciglio di un piccolo altipiano, dal quale dominano una modesta baracca, piantata, come una pupilla orba, sotto uno degli estremi contrafforti del monte Aulina, nel punto in cui, di giorno e di notte lo fruga l'ansia implacabile del treno. La baracca che è spalmata all'esterno di calce contro la salsedine e le cimici, è distaccata, per un lungo tratto, dalle altre abitazioni dei pescatori e dei bagnanti, e vi si accede per un viottolino, che sale fino alle finestre gigantesche del traforo di Bagnare.
-La vedi quella baracca? dice Attisani con voce alterata dalla salita e dall'emozione.
- La vedo si - risponde Nèoro che si asciuga il sudore della fronte con la manica della giacca. E' tutto qui?
- Là c'è Filomena, la malacristiana... Ora vedrai...
I due amici si appostano a pochi passi dall'entrata del capanno, e possono osservare, senza esser visti, uno strano movimento di persone. Ci son sei uomini silenziosi seduti su sgabelli e su sassi, che aspettano qualche cosa. Il loro atteggiamento ricorda le visite del lutto. Attende Nèoro di vedere da un momento all'altro apparire sulla porta della baracca il parente con la barba ispida, scamiciato, e col cappello calato tenebrosamente sulla fronte; e quella frotta di uomini farglisi incontro per stringergli accoratamente la mano. Nulla di ciò avviene. Ad un certo punto un uomo esce dall'interno. Senza neppur guardare la compagnia riunita davanti all'entrata, quasi vergognoso di esser veduto, egli si allontana spedito verso il viottolo.
Poco dopo uno dei sei si alza dallo sgabello, ed entra nella baracca, socchiudendo la porta alle sue spalle. Egli si ferma nello stambugio non più di nove dieci minuti. Anche questi esce, e si allontana, senza neppur voltare il viso dalla parte dei rimasti, mentre, dall'interno, giunge il suono di una voce sonnolenta e il rumore di un prolungato sciacquio.
Mormora Nèoro ad Attisani, il quale aguzza il capo fra i rami del ficodindia senza badare agli spini che con la brezza della sera volan dappertutto:
- Mi dici che cosa succede?
- Sta zitto... Ora viene il bello...
Il bello infatti viene all'improvviso. Quando il quarto degli uomini è sparito nella baracca (ed intanto, ai due che ancora debbono entrare, si sono aggiunti tre nuovi arrivati che han preso posto su gli sgabelli fingendo di non vedere gli altri) un alterco si accende che assume presto proporzioni allarmanti: Culo di Ferronon trema, tuttavia corruga la fronte. Attisani gli stringe una mano per rincorare lui e se stesso. Ad un tratto la porta della catapecchia si spalanca e n'esce l'uomo entrato poco prima, che infila bestemmie atroci. Una donna completamente nuda appare sulla soglia, la quale ricambia al suo indirizzo vituperi e sconcezze. Ella se ne sta spudorata sull'uscio, finché l'altro non è scomparso oltre il viottolo. Poi dice alla compagnia:
- Mi voleva a credenza... Ma non sa che Credenza è morta e che Fido è all'olio santo... Patti chiari... Chi ha danaro alla mano si accomodi. Altrimenti la via è larga...
E' questa la prima donna nuda, che vede Nèoro, un eroe delle grandi avventure di terra e di mare ma un ignaro in fatto di peripli amorosi. Certo quella donnaccia dalla pancia grossa e dai seni enormi e flosci che ricordano gli otri delle ciaramelle, non è tale da dargli un'idea
confortante del corpo femminile. Eppure nel crepuscolo che dà più netto rilievo al biancore della carne nuda, il nero del grembo largo e rotondo attira il ragazzino come la bocca di un pozzo. Vorrebbe Nèoro distogliere lo sguardo dalla raggera misteriosa che sorge nel centro della femmina perché là converge il segreto più profondo, e forse smisurato, della sua vita. Vorrebbe, ma non può. Una mano lo stringe in una morsa perché egli séguiti ammaliato a guardare. Sente Attisani che respira più forte, anch'egli incatenato dalla visione. Finalmente Filomena, la malacristiana, rivolgendosi ad uno della compagnia dice:
- Chi è il primo si faccia avanti... Qui ce n'è per tutti, se Dio vuole...
Si batte spudoratamente le palme sulle natiche che stioccano lascive, e rientra nel capanno. E un uomo dietro a lei, come un'ombra.
A questo punto Nèoro guarda Attisani pensando ch'è l'ora di andarsene. Ma l'altro non si può staccare dal suo nascondiglio, spera che presto si accenda qualche altro alterco, e la donna si ripresenti nuda sulla soglia. Dice al compagno:
- Aspettiamo ancora un poco... Mi piace tanto vedere quella malacristiana arrabbiata.
Si vergogna di dire che la vuol riveder nuda, e trova quella scappatoia. Nèoro lo capisce troppo bene. L'attesa di Attisani è premiata dopo qualche secondo. La porta si riapre, e l'uomo sguscia via con la coda tra le gambe. Filomena lo accompagna con una stridula risata, riapparendo sulla soglia:
- Curatevi, creature, altrimenti son dolori... A me non è facile farla... Gatta castigata... come dice Pitizonzo...
Quando la prostituta rientra in casa, Nèoro chiede all'amico di spiegargli che cosa significhino la risata di scherno e le parole della donna. Ma l'altro non può dare che delle risposte assai vaghe. La verità è che anch'egli non sa e annaspa alla brava per dar prova di saccenteria.
- Quell'uomo era forse tisico e Filomena ha avuto paura di infettarsi. Quando una donna e un uomo si coricano insieme è facile che le malattia dell'uno si attacchino all'altro.
- Perché si coricano insieme se c'è questo pericolo?
- Perché si voglion divertire... L'uomo sta sopra la donna e la bacia...
- Si divertono attaccandosi le malattie? Non capisco...
- Quando uno si vuol divertire con una donna non ci pensa...
Per il momento il loro discorso finisce li. Lo riprendono durante la strada del ritorno dopo che han disceso il canalone, e non c'è più pericolo di capitombolare su gli scogli.
- Tu mi devi dire, Ciccio, che gusto c'è a coricarsi con una donna che non si conosce... E voleva anch'esser pagata, hai sentito?
- Ti par niente mostrarsi nuda a un uomo... Si paga lo spettacolo...
- Certo è qualche cosa... Però io non darei un tornese per questo...
- Io lo darei invece... Per vederla da vicino senza tema d'esser sorpreso da qualcuno e mandato via a pedate. Starla a guardare senza toccarla... Avrei paura di farle il solletico...
Dopo una breve pausa Attisani dice con aria di mistero:
- Mommo Galèra mi ha spiegato come nascono i figli... Non è vero che i genitori ci abbiano comprato a Venezia o Napoli. Invece la mamminaci tira fuori da quella piccola macchia nera che si gonfia come una botte.
- Da quella piccola macchia? Ma ne sei sicuro?
- Sicurissimo. Anch'io ci stentavo a credere ma Mommo me lo ha giurato...
- Mommo Galèra ti ha preso in giro... Come vuoi che si possa uscire di là, grandi e grossi come siamo... Invece io ho sentito dire da Achille Buccisano che le mamme ci sputano dalla bocca che spalancano a più non posso per non farci male coi denti. Non credo neppure a questo.
- Sia come sia, è un fatto che i bambini non arrivano né col treno né con la barca, da lontano... Mi sono un giorno appostato dietro la casa della mamma di Spincione, la quale aspettava un bambino. Ed ho potuto notare con i miei occhi che il figlio è nato in casa, che nessuno l'ha portato dal di fuori. La donna l'aveva nella pancia, ch'era grossa come un tamburo. Qualche giorno dopo era ritornata normale...
- Son cose che non si capiscono... E il bambino non è morto asfissiato chiuso là dentro?
- Non è morto anzi è vivo come un pesce. Si vede che nella pancia c'è dell'aria, ecco tutto.
I due animosi arrivano a casa ch'è notte. Nello spiazzo già si balla al lune dell'acetilene, e, sull'altura, le montanare riprendono le loro canzoni dove le han lasciate la sera avanti, come se il tempo non avesse senso per loro. Stasera è la beneficiata di San Vito protettore dei matrimoni. Si sente alto il coro delle fanciulle:
Sindula, sindula
l'amuri abbindula...
Tri fimmani a la fontana,
una lava e un'autra strica, un'autra prega Santa Vita mi nci manda nu bellu maritu. N'esci tu chi si lu zitu!
E lo zito , cioè il fidanzato si pronuncia:
O giuvaneddha a la funtana, a la tornata passa di ccà. mi 'mbiu 'na vota di chissa bell'acqua ca lu me cori affrittu si sta.
Oili, oli, oilà.
Tu picciriddha moriri mi fa'.
Questo è l'amore: gioventù, melodia e cielo stellato. Ed allora Filomena, la malacristiana, che cosa dà agli uomini, quando vanno a lei come ad un lutto, nella capanna che pare una pupilla orba, sotto la roccia irta di vepri?
Marianna, la zingara, detta delle cinque terre, perché da quand'è nata non ha fatto che veder mondo, è certo la persona più straordinaria della Marina. A lei convengono, di giorno e di notte, e da ogni punto della Calabria, gli affatturati per farsi cannare . I ragazzi la temono perché sanno dalla bocca delle donne che le zingare rubano i piccoli e li mettono a cuocere in un pentolone per fare un brodo, di quelli sostenuti, a Belzebù. La temono e la rispettano perché, per scongiurare l'impetigine, il maldocchio, il mal di cuore, il mal di denti, l' awisodella civetta, il dolor di ventre, non c'è che lei. Tutti sono d'accordo su questo.
Marianna abita il basso di una casa padronale, isolata sulla costa della Motta, a poca distanza dallo scoglio della Disonorata. La casa è disabitata, per essere stata un tempo adibita a lazzaretto, durante una epidemia di vaiolo, che fece strage nelle popolazioni. Solo una zingara poteva osar di mettere le tende in una abitazione visitata dall'agonia e dalla morte, a pochi passi dal punto in cui furono trafitti i quattro pastori, e la vergine si precipitò in mare. Marianna là dentro ci sta benissimo e mostra cosi di aver stretto un patto di alleanza difensiva col diavolo.
Ricorrono a lei tutti coloro che temono la Malasorte, per colpa propria o altrui. Ci va il giovane innamorato che attribuisce a malia la mancata rispondenza della sua donna; ci va il pescatore sfortunato che tira sempre la sciabica vuota; ci va la madre imprudente che ha fasciato il suo bambino all'ombra di un noce o di un sambuco; ci va l'omicida che non ha succhiato il sangue dell'ucciso sulla lama né ha soffiato nella canna del fucile, per fugare lo spirito del morto; ci va la massara che
ha sentito la gallina imitare il canto del gallo, senza tirarle il collo ; ci va il padre che ha portato al fonte battesimale il suo maschio, senza fargli poggiare la testa sul braccio destro ; ci va la donna che ha il marito per mare mentre si scatena il libeccio ; ci la fidanzata che ha sognato di lavare nell'acqua torbida; ci va la parente, infine, che ha visitato la puerpera di venerdì.
Marianna arriva a tutto. Più dotata dell'erba ruta, la quale, dice il proverbio, spegne sette mali, la zingara, quando s'è messa una pallina di sale in bocca, e ha chiuso, in mano all'affascinato, un chiodo, e gli ha lambita la fronte tre volte, e tre gli ha alitato sul viso, e tre ha sputato per terra, e ha recitato, per ultimo, il carmedi scongiuro, il suo potere non conosce limiti, s'identifica col destino.
A Ciccio Attisani è dato di sperimentare la virtù della maga a causa di una noiosa impetigine che l'ha colpito, e che spinge una parente di sua madre - una gobbetta, la quale crede nel potere di Marianna, almeno quanto in quello della Madonna - a ricorrere allo scongiuro della zingara. Vanno nel bassofatale, insieme con Attisani, i suoi inseparabili Nèoro e Leto, da lui invitati, e per farli assistere a qualche cosa di meraviglioso, e anche per avere una compagnia. Dirige la spedizione la gobbetta, la quale conduce, oltre a Ciccio, una ragazzina di circa dieci anni, afflitta, sin dalla nascita, da male agli occhi.
Marianna non riceve la compagnia subito, occupata com'è a carmareun terrazzano e un bambino, malato di tigna il primo, di vermi il secondo. Una vecchierella che vive con la maga, e che forse è sua madre, fa passare i cinque arrivati, per un corridoio, in un cortiletto pieno di biancheria lavata, e li prega di aspettare qualche minuto.
L'attesa è piuttosto lunga, ma l'emozione dei quattro ragazzi, ed anche della gobbetta, è tanta, che il ritardo serve per lo meno a dar loro un po' di calma e a meglio prepararli. Finalmente Marianna appare all'entrata del cortiletto e fa segno ai clienti di passare nel basso .
Il covo della zingara è certo interessante. Ma tanto Attisani, che i due piccoli Rupe si aspettavan di più. C'è il fornello col fuoco acceso che scoppietta sinistramente, il gufo imbalsamato che guarda dall'alto di una mensola alcuni strani geroglifici rossi disegnati su un velluto nero, parecchie ampolle di vetro colorato che il fuoco lambe col suo riverbero, alcuni mazzi di carte sparsi sul tavolo, un bacile di rame pieno d'acqua su cui navigano ciocche di capelli, un mappamondo di cartapesta in un angolo, una grossa palla di vetro, uno specchio, e infine due candelabri accesi che danno un'aria di camera ardente, proiettati, come sono, sullo sfondo del velluto nero. Però il diavolo, che, dove passa, lascia
una fiamma di zolfo, non c'è. I ragazzi sgranano gli occhi per sorprendere la sua presenza, e non vedono d'infernale che gli occhi del gufo.
Marianna, neppur lei, ha la sagoma della strega. Se non fosse quella ciocca bianchissima che le traversa la testa folta di capelli neri e crespi, e che le dà un'aria eccentrica, la si direbbe una donna come tutte le altre. Il suo occhio è acuto e mordente, ma non spaventa. La sua bocca è disposta al sorriso, e mostra una chiostra di denti bellissimi. E' vestita poveramente, con un abituccio di cotone tutto logoro, e calza i sandali. Uniche sue gale sono uno scialle di finto cachemire che le copre testa e spalle, alcuni braccialetti d'oro che le cingono i polsi robusti, e gli orecchini a mezzaluna, che le pendono dai lobi delle orecchie. Parla lentamente, misurando le parole, e con gli occhi socchiusi, come se i suoni avessero una loro intima luce, e la ferissero. A tratti si sveglia dal suo letargo, sgrana le pupille, e trema per tutta la persona. Un fluido l'attraversa, portando al diapason la sua sensibilità più profonda. Quando il fascio magnetico l'abbandona, per scaricarsi sulle persone e le cose che la circondano, ella allora riprende il suo atteggiamento sonnolento.
Dell'impetigine del ragazzo si sbriga agevolmente. Dopo avergli imposte le mani sulla testa, ed aver mormorate alcune oscure parole, gli unge con la sua saliva la macchia pruriginosa, e gli soffia in viso. Ordina alla gobbetta di procurarsi la saliva di un uomo che ha passato lo Stretto di Messina, la quale è definitiva per l'impetigine, e di mettere al malato un cornetto di corallo nella tasca sinistra della giubba, contro la malia. Lo scongiuro è finito. Essi possono andare.
Ma i tre ragazzi, curiosi come sono, vogliono assistere all'operazione magica sulla malata d'occhi, e la zingara li accontenta. Dopo aver squadrata la ragazzina che, sotto il suo occhio, impallidisce e scoppia a piangere, Marianna, messasi una pallina di sale da cucina in bocca, si avvicina al bacile, e lo vuota nell'acquaio. Lo riempie di acqua fresca, si avvicina alla bambina con una forbice, le taglia un cemecchio e lo butta sul pelo del liquido, indi sta a guardare a lungo le bolle d'aria che salgono dal fondo alla superficie. Finita la prima parte dello scongiuro, fa inginocchiare la malata, e le fa ripetere una preghiera a Santa Lucia:
Santa Lucia 'n campu stavia Oru tagghiava e argentu facia. Passa Gesù Giuseppe e Maria: Chi havi Lucia chi lacrimi 'mbia? Va' a lu me ortu e trovi zipari e finocchi.
Cu li me pedi li chiantai, cu li me mani li zappuliài. Nésci pùrbari, nésci puràta. Nésci vina insanguinentàta! .
Quando la ragazzina ha ripetuto per tre volte l'incomprensibile preghiera, Marianna le soffia violentemente su gli occhi, e le toglie l'ultimo residuo di male. Lo spettacolo è proprio finito. La gobbetta dà mezza lira di compenso e un canestro pieno di pomodori, zucche, radicchio, patate, alla maga. La quale insiste per avere almeno una lira, ma inutilmente. Tuttavia essa non insolentisce, non copre d'ingiurie quei clienti miseri. Solo li lascia andare, voltando loro alteramente le spalle.
Quando sono lontani dalla casa fatale, Nèoro chiede ad Attisani se già si sente meglio. L'altro per fargli piacere dice di si. Tuttavia è evidente che, senza la saliva dell'uomo che ha passato lo Stretto di Messina, di guarigione è inutile parlare.
- Il marito di Melina - assicura Nèoro - l'ha passato cento volte. Appena lo vediamo gli chiediamo un po' di saliva. L'uomo è un po' sciocco ma serve lo stesso...
Incontrano Cecio, detto il Palombo , marito di Melina, che sta pescando polipi tra gli scogli. La pesca è magra, e il poveraccio, sotto il sole, pare Cristo spirante.
- O Palombo - gli grida Nèoro familiarmente - è vero che sei stato a Messina mille volte?
- Mille, signorino... Non solo a Messina, ma in Africa, in America e perfino in Australia... Ora mi vedete mal ridotto, ma una volta, eh, una volta, il mondo era piccolo per me... Un marinaio non dovrebbe prender moglie. Dal mare sale, e dalla donna male, come dice Pitizonzo.
- Guarda un po', Palombo, se mi puoi fare un piacere. Ti prego di sputare sulla faccia a questo amico mio...
Cecio, il Palombo , guarda Nèoro a ceffo torto, temendo di esser preso in giro. Ma il piccolo Rupe lo rassicura:
- Abbiamo bisogno di te per far guarire le croste a questo poveretto. Se basta la saliva di uno che ha passato lo Stretto, figuriamoci quella d'un marinaio che ha visitato perfino l'Australia... Sarà una fortuna per te, Ciccio. Ti preserverai dall'impetigine per tutta la vita...
Ci vuole del bello e del buono a convincere il vecchio pescatore a ungere con la sua saliva le croste di Attisani. Solo quando la gobbetta gli racconta, per filo e per segno, la visita alla maga, e le sue prescrizioni, finalmente Cecio si rassegna a buttar la cicca che masticava da un'ora,
per fare un presente, al malato, del suo prezioso vischio. Per effetto di suggestione, appena toccata dal farmaco prodigioso, l'impetigine di Attisani cessa di dargli prurito, e, davanti alla prova del miracolo, Ce-cio il Palombo , a tutta prima si contenta di guardarsi d'attorno, con un certo sussiego. Poi, colpito dall'idea di un commercio in grande delle sue glandole salivali, per le malattie della pelle, lascia bruscamente la compagnia, e fila da Melina, la moglie, per metterla a giorno della grande scoperta.
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CAPITOLO 41.
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Qualche giorno prima che Tristano parta per le vacanze, Renata è felice di annunziargli di aver trovato un marito alla vedova Wurtzel: il capitano Siva. E' straordinario che non ci abbia pensato prima. Ma le cose più vicine a noi, più diritte, sono quelle che vediamo con ritardo e con difficoltà, per una sorta di presbiopia morale.
- Che ne dice, professore, della mia trovata? La coppia è bene assortita o no?
- Non c'è male. E gl'interessati che ne dicono?
Renata accoglie la domanda con una risata squillante:
- Quelli non ne san nulla. Son presbiti com'ero io. Bisogna provvederli di occhiali convergenti. Mi farò un dovere di condurli entrambi dall'ottico.
Tristano si finge scandalizzato. Ormai ha perduto la speranza che Renata metta giudizio. Quella monella ne inventa una ogni giorno per far capire alla vedova Wurtzel che non ammette invasioni e usurpazioni nei suoi domini. Tanto Rupe che Salemi, Renata li considera cose sue. Magda si serva pure a suo piacimento di Scobelli, di Siva e di tutti i clienti di passaggio della pensione. Ma quegli altri sono tabù. Pericolo di morte a toccarli.
La vedova, a Salemi, non ha mai pensato, si che, da questo lato, Renata compie un vero eccesso di difesa. Un buon amico, per far due chiacchiere dopo i pasti, e basta: il giovane toscano non è altro per lei. Invece, per ciò che tocca Tristano, l'atteggiamento difensivo della fanciulla ha una sua ragion d'essere. Par chiaro che, per il professore, Magda abbia una predilezione spiccata, qualcosa più della simpatia. Il cambiamento operatosi in lei da quando l'ha conosciuto, è una prova dei suoi sentimenti. Prima pareva un baccalà che aspettasse l'acqua per rinvenire. E' venuta l'acqua Tristana, ed ecco la vedovella saltare in teglia con i suoi piedini di musmè, friggere come una papessa, tutta
polpa e niente spuntatura. Son parole di Renata, la quale, pur leggendo Oscar Wilde e Verlaine, non manca di ritenere a mente i pezzi forti della cucina della mamma.
Difatti Rupe ha tutte le qualità per piacere a una donna come Magda. E' bello, sereno, spirituale, ha la forza di sentimento della sua età, senza possederne la malizia, vive tutto in profondità, sdegna le frivolezze. Naturale che una donna, non più giovanissima come lei, tratta a compensare, sul terreno del sentimento, i gusti che accompagnano il succedersi inesorabile degli anni, si aggrappi a lui, come a un amico ideale, se non ad un amante. Se è esagerato affermare, come fa Renata, la quale finge una tranquillità che non ha, che Magda Wurtzel bruci come una candela davanti a Tristano, che tra l'altro si divertirebbe a lasciarla smoccolare, è certo che la vedova non perde un'occasione per legarsi al giovane, per rendersi in qualche modo necessaria. Non fa che regalargli dei libri, chiosandoli molto spesso di suo pugno; ne discute con lui lungamente; sta studiando perfino il latino, per essere in grado di leggere le opere di Gioacchino da Fiore e dei suoi biografi Luca e Greco ; rimane intere giornate in biblioteca, o in camera, a tradurre gli studi sul profeta silano del Reuter, dello Schott e del Preger, per Tristano che conosce il tedesco solo approssimativamente; ha rinunziato ad andare in campagna per poter stare qualche settimana di più in sua compagnia: insomma, in tutto e per tutto, giustifica la gelosia di Renata, la quale non ha che la gioventù dalla sua, e un'infarinatura culturale che le serve per non sfigurare, ma non la mette in grado di lottare contro la rivale.
Ora la fanciulla ha trovato un diversivo nel progetto di accoppiare il capitano Siva a Magda Wurtzel. In fondo, come in tutte le cose per burla, anche qui c'è una parte di serio. Siva è un uomo che dovrebbe piacere a Magda. Lasciati i giovani alle signorine, quale migliore occasione per lei che tocca i trentacinque (Magda ne confessa solo trenta-due, ma Renata gliene aggiunge tre d'autorità) di quell'ufficiale, irresistibile nella sua divisa, mattacchione e punto stupido, soprattutto preoccupato di mettersi a posto presto e bene, che potrebbe farla rinverzicolire in pieno? Il progetto non è dunque insensato, e, a dargli vita, agisce, per un lato, un bisogno di difesa contro Magda, e, per l'altro, un bisogno di offesa contro Siva. Siva, il quale tentò, or è un anno, di attirare, con un pretesto, Renata in una garsonnière. S'ella fosse stata meno scaltra e pronta, l'avventura sarebbe finita male per lei. L'ufficiale la scongiurò di volergli perdonare, di non rovinarlo, giacché la ragazzina minacciava di denunziarlo al Comando, e lei si contentò
di rifarsi col disprezzo. Siva rimase nella pensione Carmagnola; e la figlia della signora Emilia trattò con lui con fredda, armata cortesia.
Renata incarica sua madre di combinare il pateracchio, e lei, per suo conto, se ne sta alla finestra beata. Tristano, prima di partire, può conoscere i primi risultati delle trattative nuziali, che sono disastrosi, Magda wurtzel, per poco, non lascia indignata la pensione. L'abbandonerebbe su due piedi, se non sapesse Tristano cosi attaccato alla signora Emilia. La quale, poveretta, ha creduto alle invenzioni di Renata, all'ardente amore del capitano per la vedova, alla viva simpatia di lei verso l'ufficiale. La sorpresa della brava donna non si può descrivere. Chiede scusa alla vedova, balbettando, e si ripromette di castigare la figlia come si conviene. Renata, nel vedere la madre irritata, cade dalle nuvole.
- Non vuole? dice con voce innocente. Ma se n'è innamorata fino alla follia?
- Tu sei una svergognata... grida con gli occhi fuori della testa la madre. Mi fai fare di queste figure... Questa non te la perdono, no... E te ne dò subito la prova. Invece di mandarti dieci giorni in riviera, te ne starai a Torino a bollire. Cosi imparerai ad aver rispetto di tua madre...
Deve intromettersi Tristano per ottenere, alla vigilia della partenza, che la signora Emilia perdoni alla figlia. La quale vuol mostrare la sua riconoscenza all'amico, proponendogli un tè da innamorati all'Hòtel del Valentino.
- Non abbia paura di compromettersi, professore. Torino è proprio deserta in questi giorni di solleone... L'unico pericolo è che Magda Wurtzel ci spii. Saremo soli io e lei come due fidanzati... Non le sorride l'idea?
- Volentieri. Prenderemo il tè da soli. Sarà un buon ricordo per il viaggio... E se ci vedesse Salemi?
Renata lo guarda fissamente con aria di dispetto:
- Non scherzi, professore. So che non gliene importa nulla di me. Che io sia o no innamorata del suo amico, per lei è perfettamente lo stesso.
- Se è cosi sicura, non parliamone più... Non voglio mai contraddire la gente nei limiti del possibile.
E giacché il giovane sarebbe propenso a far cadere il discorso, s'incarica Renata di attizzarlo:
- Io sarei ben felice che non fosse cosi... D'altra parte è evidente che son troppo povera cosa per interessare un uomo come lei...
Tristano le dà un affettuoso buffettino sulla guancia, e cambia discorso. Il giorno dopo i due giovani si trovano al Castello del Valentino. Renata è elegantissima e raggiante. Tristano la prende per il braccio, e le fa tante feste per la sua seducente bellezza. La fanciulla non sa se l'amico suo scherzi, o faccia sul serio. Il dubbio la sfuoca, la fa uscire dal suo stato di grazia. E' sempre lo stesso equivoco. Tristano ha conosciuto Renata ragazzina. Egli non può dissociare la sua ammirazione da un certo senso di protezione tutta patema. La fanciulla avverte il pericolo, e vuole strafare, affinché la donna cacci in un secondo piano il ricordo della ragazzina che fu. Strafà, e viene cosi a perdere una gran parte del suo fascino verginale, diventa una fanciulla banale, che si atteggia a quella che non è, urta un uomo sensitivo come Tristano. Per fortuna, questi la riconduce a se stessa con fraterna scabra autorità:
- Ora non alzi la cresta perché le ho fatte tante lodi... Lei ha il suo tallone d'Achille dove meno lo sospetta...
- Dov'è questo debole? Sentiamo...
- Gliel'ho detto tante volte. In lei c'è l'adolescente, compressa violentemente dalla donna. Lasci fare alla prima, se vuole che la seconda regni per davvero quando sarà la sua stagione.
Renata non risponde, ed è il meglio che possa fare. Dopo qualche minuto sono davanti ad una bella tavola, coperta da una fresca tovaglia. Il cameriere porta il tè, e la ragazza serve con perfetta grazia. I pasticcini sono buonissimi, il tè è profumato, la giornata incantevole, se pure caldissima, gli uccelli cantano sulle rame degli alberi, il sangue scorre nelle vene veloce. Anche a non volerci pensare, ma l'amore è il solo protagonista di quel tè da finti innamorati. Dice Renata:
- Come sarebbe bello venire qui tutti i giorni a parlare di tante cose... Creda, son sincera. Con nessuno come con lei sto insieme con si gran piacere. Perché è veramente un uomo diverso da tutti gli altri...
Tristano le prende affettuosamente una mano, e la tiene tra le sue, ringraziandola cosi delle buone parole. Renata si commuove e socchiude gli occhi per nascondersi un poco. Il giovane continua a carezzarle la mano, e, per la prima volta, si domanda sorpreso come ha potuto non innamorarsi di Renata, una ragazza che, nelle mani di un uomo, il quale ne possedesse lo spirito, oltre che il corpo, potrebbe diventare una moglie perfetta. Segno - conclude tra sé e sé - che non è ancora venuta l'ora. L'ora verrà. Sarà Renata. Sarà una donna migliore, o peggiore di lei, non lo so. Ma verrà. Forse è vicinissima, ed io sto con molta probabilità scherzando col fuoco... 
- Mi scriverà, professore, da Sarmùra? Mi contento anche di una cartolina. Voglio solo che si ricordi di me...
- Le scriverò una lunga lettera. E' contenta? E lei mi risponderà. Naturalmente, se i suoi ozii in riviera le permetteranno tanto.
-Lei con tutta la sua intelligenza, non riesce ancora a veder chiaro in me. Del resto, meglio cosi... Meglio che mi creda una sventatella...
11 giovane protesta, ed ella è ben felice di sollevarsi ai suoi occhi. Poco dopo lasciano la sala, giacché, tra qualche ora, Tristano parte per la sua terra. La fanciulla gli offre il braccio, ed egli lo prende, non lo lascia più fino a casa.
Sulla porta, incontrano proprio Magda wurtzel, la quale li guarda un po' sorpresa, impallidendo lievemente. Dice la vedova:
- Se permette, professore, verrò al treno a salutarla. E' il mio destino di accompagnare alla stazione gli amici che partono.
Il giovane prega Magda che non si disturbi, ma l'altra insiste. Ed allora Renata perfida:
- Saremo in molti, professore, al treno. Neanche un ministro ha tanta gente quando va e viene...
Ride, e ridono con lei anche Tristano e Magda. Una risata piuttosto imbarazzata in tutti e tre.
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CAPITOLO 5.
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Che magra Barahan preparato a Sarmùra. La sottoscrizione pubblica non ha raggiunto neppure un quinto della somma che occorreva a ingaggiare la celebrata banda di Acquaviva. S'è dovuto rimediare con quella locale. E non parliamo delle altre spese. Chi pagherà i festoni di lampadine nel Corso, ed il palco musicale nella piazza Rupe? Chi i razzi, le rotelle pazze, il castello, i mortaretti, le batterie di Perticòne? Dio provvederà, dicono gli organizzatori capeggiati da Rosso di Sila, il gran mago della Bara . Intanto il cippo , tirato con la fune, dalla Matrice alla sommità del Corso, è già imbastito nella sua armatura sublime, se ne sta sotto la protezione della miracolosa icone della Madonna del Carmine, visitato di giorno e di notte da monelli di tutte le età, che vi sdiavolano sopra, come moscerini su un palmento di mosto in fermentazione.
Gli zingari seguitano a calare numerosi dalle montagne, menando alla Fiera asinelli che saltellan vispi come caprioli. La banda pelosaimpazza per le strade, tentando di scaldare l'ambiente. Sono già usciti una prima volta i Mostri di cartapesta - il Gigante, la Gigantessa e il
Cammello - a fare una visitina alla città. Meo, detto Mbulica , guida le squadre dei tamburini, e fa le sue buffe evoluzioni con lo scettro di cartone. Il paliochermisino, con lo stemma di Sarmùra e l'anagramma della Madonna, balbetta nelle piazze, sventolato dall'uomo in camice bianco. E i monelli vi s'inginocchiano sotto, per averne protezione, al grido di Viva Maria .
Ma grava sul tutto un'atmosfera di dubbio e di sfiducia. 11 popolo non ha voglia di divertirsi: primo, perché ha fame; secondo, perché, cosi come la gioia, anche il patimento è un'abitudine, di cui è difficile liberarsi. Né i signori (ma questa è cronaca di tutti gli anni) si sono mostrati disposti a fare un sacrificio, perché la più bella festa della città riuscisse degna della millenaria tradizione. Il marchese Pizzòlo, sindaco di Sarmùra, ha sottoscritte venticinque lire, e possiede circa due milioni tra terre e case. Licerta, quindici, e tra terre, ereditate come sappiamo, usura e professione, tocca circa il milione e mezzo. Fetuso, cinque lire, ed è forse il più ricco di Sarmùra (possiede latifondi per mezz'ora di treno). Il cavalier Taio due lire e mezza, ma questi è solo un tozzolante che si struscia ai grandi. Scattagnòla, il direttore della Banca, cinque lire, e cosi via. In paragone a loro, i soldi e i tornesi dei poveri contadini e pescatori, sono offerte da Cresi.
Come ogni anno, l'amministrazione comunale ha messo una sopratassa su i generi di prima necessità, che va a vantaggio della festa. C'è stata, sulle prime, qualche protesta ai forni, ma è intervenuta la Forza a disperdere i riottosi.
L'unica cosa che si mantiene bellissima è il tempo. Non piove da tanti e tanti mesi, e le campagne sono arsuriate. Il solleone ha chiesto una proroga all'estate, ed è più micidiale che mai. Ora si spera che, proprio per la festa, regga il sereno. La pioggia sarebbe forse la salvazione della vendemmia, già gravemente compromessa, ma rovinerebbe la Bara .
Alla quale lavorano giorno e notte squadre di uomini specializzati a fabbricare e nuvole e stelle e globi terrestri e fasce zodiacali e angeli e soli e lune e aureole e ali. L'armatura della Baraè già alzata, e collaudata dai tecnici. Non manca che il rivestimento di carta argentata, e poi la doratura al sole. Gli angeli di cartapesta anelano, più di quelli vivi, a salire sul carro trionfale. La piccolina, scelta a raffigurare l'anima della Madonna che ascende in paradiso, guarda con sgomento la sommità della Bara , da cui, pur stando ferma, spiccherà il volo nell'etra, sorretta da Lio, detto Il Grillo , il solito intrepido Padreterno barbuto della Bara . Grandissimo onore l'essere scelta Animella . Si bandisce, tra le verginelle di Sarmùra, un concorso, e, alla fine, si sceglie la
bambina dal corpo più spiccato e dagli occhi più celesti. Con sgomento attende, la prescelta, ma anche con una grande speranza, mista ad orgoglio. Che usa, allorché il carro gigantesco, dopo la sua trasvolata per il Corso, sosta nel centro della piazza Rupe, segnando cosi la felice riuscita del trionfo sacro; usa far scendere immediatamente dalla sua paurosa solitudine stellare l' Animella , e portarla in giro per le case dei signori, i circoli, i caffè, a riscuotere i premi in denaro - anche braccialetti d'oro, d'argento, medagline, ninnoli diversi - che la cortesia padronale concede alla plebe, in persona della piccola innocente, a buono auspicio della pace futura, di cui il rito della Baraè uno dei pegni più solenni.
Quest'anno è stata scelta AnimellaCecilia Lania, figlia di un terrazzano di Pizzòlo. La più bella a dir di tutti sarebbe stata Nenè Polimeni, la figlia di un ardente anarchico di Sarmùra, la quale ha preso parte al concorso per aiutare il padre latitante. Le solite particolarità. Quando si è appreso in città che la scelta era caduta sulla figlia di Michele Lania, colono del sindaco, molti han torto la bocca e presagito male.
Il più scandalizzato di tutti è il famoso Pitizonzo, il quale è all'opposto delle idee di Polimeni, tuttavia resta uomo di giustizia e di tatto. Egli che rappresenta la voce pubblica, va gridando che la festa sarà uno smacco per Sarmùra, e la rivincita di Seminara, dove la Barala si porta pure, ma gli angeli son tutti di cartapesta. Pitizonzo è avvicinato dal tenente dei carabinieri, e avvertito di tacere. E lui:
- Il militarismo lo rispetto... Taccio per carità di patria. Ma vorrei esser certo di vincere un terno al lotto come son sicuro del fallimento della Bara . E va via crollando le spalle cupamente.
Eppure, malgrado gli allarmi, Sarmùra si va riempiendo di gente. Ne viene da tutte le tre provincie, ed anche dalla Sicilia. La seconda uscita dei Mostri, che cade il venerd della festa, si svolge animatissima. La sera, la musica cittadina attacca l'Adriana sul palco eretto per la banda di Acquaviva. E, sia merito di quel palco, mirabilmente parato di giallo - il colore civico - o, ciò ch'è più verosimile, dell'opera di Cilea, emulo di Orfeo nell'incantare le belve e le cose: fatto sta che, anche i più scettici, si inchinano davanti all'esecuzione veramente eccellente, difficilmente superabile della Banda municipale. Fu eccezione Pitizonzo, il quale, avendo osato dire di non aver riconosciuta l'Adriana, tanto era stata assassinata, corre un brutto quarto d'ora. Egli rintuzza la moltitudine col dittaggio di Apelle al ciabattino, tradotto cosi. Le scarpe agli scarpari, amici. Non mi son mai sognato di tirarvi su a capperi, ma a cipolle... E parte come un Cristo sdegnato, torcendosi i baffi con mosse frenetiche, quasi non fossero i suoi, ma di un altro.
La reliquia del Sacro Capello della Madonna è portata in processione con molta solennità, la sera del sabato. La folla si diverte in Villa , dove Ciccio Gelardi ha gelatoper un migliaio di persone, chiamando, per l'occasione, lavoranti di Reggio e di Messina. Egli spaccia in tutto centotrenta pezzi duri e una cinquantina di spumoni. La gente si sfoga a passeggiare, a guardare, a curiosare, a gustare l'Adriana, dalla prima nota all'ultima, ma gelati niente. E' il disastro, pover'uomo! Solo per l'appalto del chiosco gli ci son volute cento lire.
Spera nell'indomani, il gelatiere. E sperano, insieme con lui, i venditori di torrone e di croccanti, di caliae di fave arrostite, di susumellee di mandorle perline. Sperano gli zingari e gli asinelli, adorni di fiocchi e di campanelli, sperano i bambini ricchi e poveri che non dormono, la notte, pensando al momento in cui la Baramuoverà per il suo viaggio trionfale, tra scoppi di mortaretti e suoni di musiche tempestose, e tutti gli occhi punteranno la bianca vergine alata, che sale in cielo in compagnia di Lio, detto il Grillo , suo guardiano e Padreterno.
Mancan tre minuti alla scasatadella Bara . Il congegno gigantesco ora pare il prodigio di un costruttore sovrumano. Nessuno più fiata. La folla è diventata solo un'immensa pupilla. Gli uomini addetti al canapo lo afferrano con disperata frenesia. I pescatori, i terrazzani e gli artieri preposti al trasporto del cippo , paiono, nella tensione che li domina, i prigioni di Michelangelo. Gli Apostoli, unici imboscati della festa, sorridono dall'orlo della cupola tombale da cui guardano la salma invisibile della Madonna. Essi mormorano parole d'incoraggiamento alle verginelle, vestite da angeli, che popolano il firmamento, le groppe delle nuvole, i raggi del sole e della luna, i piedi del Padreterno. Sono pallide, le piccoline, e, da un pezzo, han cessato di guardare in basso, per fissare in alto la Madonna vera, quella che non si vede, perché il cielo vero la nasconde, che le deve riportare sane e salve a casa, dalle mamme.
Due minuti. I Mostri hanno una scossa, giacché i portatori che nascondono nelle pance hanno veduto il primo segnale di Meo, detto Mbulica . Quel segnale elettrizza le squadre dei tamburini e la banda. E' come un vento che falci un mare di nuvole. Lio, detto il Grillo , stringe una gamba dell' Animellaper farle sentire la sua protezione tangibile.
Cecilia Lania, sospesa nel vuoto a sessanta metri di altezza, è più Manca della carta che le fascia le ali di libellula. Tiene gli occhi chiusi,
sente il cuore che le duole, la carne che le duole, vede l'abisso come una mota rossa ch'è il color del proprio sangue, ravvivato dallo splendente bacio del sole.
Un minuto. Cominciano a rotare, come lancette d'orologi, ognuno per conto suo, nel firmamento di carta stella, gli Angeli. Li seguono Sole e Luna, opposti, l'uno all'altra, come equilibristi, all'estremità di un trapezio volante. Rotondo e imborghesito, inizia i suoi giri piuttosto lenti, ma importanti, al di sopra dei due astri, il Globo terracqueo, attraversato dalla fascia zodiacale, come un sindaco dalla sciarpa tricolore, quando celebra il matrimonio. Infine, in alto sul Mondo, signore dell'universo, Lio, detto il Grillo , truccato alla brava da Padreterno, con tanto di camice, di parrucca e di barba. Se ne sta sospeso, come al balcone della sua casetta, su una volta stellata, girante in senso opposto al Globo, e sostiene a mezza vita l'Animella . La quale ora si dibatte tra gli artigli di mostri favolosi che, dall'inferno, l'arrivano con le loro zampe pelose. Scendere, come scendere in un abisso pieno di fiere? Al primo accenno di moto della sua aureola, la fanciullina, ha per il corpo un fremito di corrente elettrica, spalanca gli occhi e tende le mani, dà un gemito di agnellino sgozzato, reclina il capo su una spalla, si abbandona. Quando la girandola la riporta su, non è più lei. Comincia a sbavare, a sorridere, a ridere, e non gliene importa più nulla del vuoto, dei mostri favolosi, della folla, delle case, che si alzano in punta di piedi per guardarla, delle rondini che fermano il volo per ammirarla, dei bambini che le fanno festa con le bandierine levate, di sua madre che le tende amorosamente le braccia, di Lio, il Padreterno, che, esterrefatto, la chiama per nome, vorrebbe tentare di fermar la girandola sublime, e si strappa la barba, non sapendo come fare. Ed ecco scoppiare il mortaretto della scasata . Un urlo di diecine di migliaia di petti, un brivido dalla moltitudine alla Bara , dalla Baraalla moltitudine, e un velo rosso ondeggiante sulle pupille di ognuno. Un turgore improvviso di muscoli, un alterarsi di visi, la musica che si spezza sulle tempie dei portatori, un incrociar di preghiere, un ansare di bestie assetate: e la Baraè sollevata, ecco si muove. Tutti han le lacrime agli occhi, tutti gridano e si battono il petto, tutti aiutano a tirare con l'angoscia, se non possono con le spalle e con le mani. Dieci metri. Dieci metri di risate dell' Animella , venti metri di risate dell' Animella , cinquanta metri di risate dell' Animella . E il Padreterno a sgolarsi nel tumulto infernale che l' Animellaè impazzita; e il Mondo che lo sente, ma non può far nulla, seguita a girare con la sua fascia zodiacale sul panciotto; e il Sole e la Luna che lo sentono, ma son troppo occupati a far gli equilibristi sulla
corda per occuparsi d'altro ; e gli Angeli che lo sentono, ma son presi da urti di vomito, stan per venir meno. Solo gli Apostoli se ne stanno beati a guardar la tomba vuota.
Ora il Gigante smette di sbarrare il suo occhio rotondo, tira anche lui col fiato, si tappa le orecchie con le mani di cartone per non sentire le risate dell' Animella; ora la Gigantessa smette di girarsi intorno in punta di piedi, tira anche lei col fiato, si tappa le orecchie con le mani di cartone per non sentir le risate dell' Animella; ora il Cammello scopre improvvisamente, nel deserto, che la sua allucinante arsura sovrappone sulla marea umana, un pozzo dove dissetarsi, e vi si tuffa con la testa in giù e le gambe per aria per non sentir le risate dell' Ani-mella ; e i tamburi rotolano palline di gazose incendiarie sui lastroni del Corso, sono i primi a stordirsi per non sentire le risate dell' Ani-mella; e le trombe e le pive e i piatti e le raganelle e i timpani soffiano sul fuoco, alzano fiamme di suoni, cosi bruciano le risate dell' Animel-la ; e la fune si divincola tra le mani frenetiche come un serpente, anch'essa vuol ritornare sotto terra, canapa o ginestra, per non sentire le risate dell' Animella .
Centoventi, centocinquanta, centottanta, duecento metri. Gli Apostoli sono i padroni della situazione. Si pettinano le barbe con le mani e, invece di guardar la tomba vuota, gittan sguardi di compiacenza sulla folla. Urge sotto di loro, mare tempestoso, l'ansia dei portatori. Gemono gli uomini sotto la fatica, come querce sconvolte dalla bufera; sentono scoppiare le vene nello sforzo immane; vomitano preghiere e bestemmie; si sputano addosso l'uno sull'altro saliva verdastra; si calciano negli stinchi, spasimando di trovar un palmo di spazio, dove posar la pianta del piede; guardano i centocinquanta metri che ancora restano da fare come un irraggiungibile sogno. L' Animellaè pazza. L' Ani-mellaè pazza. L' Animellaè pazza. Questo urlo tutti lo sentono e nessuno lo grida. E' nell'aria che si respira, un'aria satura di polvere, di sudore, di febbre; un'aria grassa e quasi bestiale. L'urlo muto è tradotto in un maggior peso della Bara ; in un flusso vertiginoso di bestemmie dei portatori, dimentichi delle preghiere; nello spavento che la Baranon arrivi a percorrere il suo cammino, segnato da centinaia di anni sulla pietra serena del Corso. Vacillano i buoi umani sotto il cippo , ma, in compenso, gli ottoni, i piatti, i tamburi, i petardi, svegliano i morti dai loro letti, li chiamano a fare ala al passaggio. Ogni cosa è sommersa dal clamore. Anche il sorriso degli Apostoli perde la sua concretezza per diventare suono, voce, urlo.
Duecentotrenta, duecentocinquanta, duecentottanta. Il Padreterno
vede la meta vicina e grida all' Animella : Figlia, son pochi passi ancora e sarai nelle braccia di tua madre . La verginella, alla voce che le ricorda la mamma, risponde con un versacelo da idiota. Lio, detto il Grillo , si caccia le mani nei capelli, trova la parrucca, e se la strappa disperato. E' pazza l' Animella , è pazza l' Animella , è pazza l' Ani-mella ! Cade la parrucca sulla folla. Qualcuno si china per raccoglierla e la bestia dai mille piedi gli passa sopra.
Trecento, trecentoventi, trecentoquaranta, trecentoquarantacinque, trecentocinquanta. Un grido inumano esce dalla strozza di migliaia di persone. La Barasi ferma. Silenzio. Si ode la voce potente di Lio, il Padreterno:
- Male per noi, cristiani! L' Animellaè impazzita!
Ancora silenzio. Arriva alla folla l'eco lontana di una risata convulsa. Migliaia di persone tendono le braccia in alto come se ognuno dovesse ricevere il corpo della fanciulla respinta dal cielo, e non le possono ritrarre, quelle braccia, divenute di pietra nel modellare una carezza impossibile.
L'episodio dell' Animellaimpazzita, non solo stronca la Bara , ma è visto come un presagio tremendo per l'avvenire. In ottocento anni, dacché si festeggia il grandioso trionfo sacro, niente di simile è accaduto mai. Se qualche volta la Barafu, specialmente nei primi metri, trascinata a stento, i pescatori, i terrazzani e gli artieri portatori, seppero rifarsi di fronte a se stessi e alla moltitudine nelle successive tappe della fatica immane, si che, spesso, la prima incertezza si venne a risolvere in una volata finale di trionfo. L' Animella , fu in ogni tempo stimata una gran privilegiata ; la funzione sublime le servi quasi sempre a farsi, se non tutta, almeno parte della dote. Ed ora l'aspetta il manicomio d'Aversa.
Né il presagio tarda ad avverarsi. Verso la fine d'agosto lo scirocco s'allea alla canicola per mutare la terra in una fornace. Puglia e Calabria sono improvvisamente minacciate dal più tremendo flagello: la morte per sete. Le stipe sulle montagne s'incendiano, e bruciano per intere giornate, riempiendo l'aria di fumo e di faville. Le procellarie, le rondini marine e gli albatri sono i primi a cadere sulle coste e sulle acque, fulminati dal perdurante solleone. Le paranze restano immote, ipnotizzate sullo specchio del mare. Le case sembrano crateri fumosi. C'è dappertutto puzzo di bruciato, di cenci bruciati. La lana dei materassi pare imbevuta di stagno bollente. La frutta ha perduto il suo succo e il suo sapore. Gli scogli aprono le bocche mostruose, mostrano le gengive
secche, i denti infocati, le gole bronzate. Le terrazze si pelano di ogni verzura. La terra ha preso un colore rossiccio ed è tutta grumi. Nelle sue incrinature appaiono corpiccioli di serpi, di lucertole, di salamandre, di scarafaggi, di scoiattoli, di topi, morti di sete. Arriva, specialmente la sera, da lontano, la peste delle carogne abbandonate nella campagna desolata. Si sbarrano le porte e le finestre, per impedire alla peste di entrare nelle case e di impregnarle. Le case chiuse diventano pozzi roventi. I muri sudano, anche essi tendono le braccia, chiedono aiuto. Meglio spalancare le case. La peste. Ma almeno guardare il mare. O mare tiranno. Si respira con l'occhio. Vorrebbe il mare, anche lui, bere alle fresche fontane dei monti, chiama il vento del Nord, lo invoca con la preghiera muta, giacché le sue acque son diventate un muro di sale. Vorrebbe ritirarsi nei profondi abissi, dove non giunge il soffocante alito dello scirocco, e non può. Anch'egli incatenato alle rive della sua infanzia immemoriale.
La gente, certa della fine del mondo, gremisce le chiese, suona le campane a stormo, porta in processione le statue dei Santi. Si narra ogni giorno di persone che crollano morte per la strada. Arrabbiano i cani e li si ammazza a sassate. Però molti infelici sono addentati dalle bestie e arrabbiano anch'essi. E la gente al loro apparire fugge segnandosi.
Abbandonano, i terrazzani, le vigne totalmente dissugate, e si danno al brigantaggio, o ritornano dai poderi ai borghi nativi, aspettando di sollevarsi in massa. Contro chi? Non lo sanno. Calano al mare, il grande tiranno, ed esso non può spegnere la loro arsura. Bestemmiano la vita, e le risse non si contano.
Le fontane sono prese d'assalto da gente indemoniata, che spesso contende col coltello il diritto di riempire i boccali e di bagnarsi nelle vasche. Approda alle coste qualche nave cisterna, inviata espressamente da Napoli e da Ancona, ma non fa in tempo a scaricar l'acqua che questa è già bevuta dalle gole sitibonde. Si tenta scavare dei pozzi artesiani nella speranza di trovare l'acqua del sottosuolo ad una certa profondità. Però la fatica non è coronata dal successo. Rabdomanti improvvisati corrono le campagne, battendo le zolle con le loro verghe magiche. Nessuno ascolta le profezie, ed essi predicano al deserto. Si notano strani mendicanti che lasciano lingue di fuoco sul loro cammino, li si sorprende a parlare con delle bestie infernali, li si vede sparire all'improvviso nei crepacci delle case diroccate, sono loro che si bevono tutta l'acqua delle fontane. Dappertutto è aria di tragedia e di prossimo cataclisma. Il tifo già serpeggia nella popolazione. Ma a Sarmùra la situazione è più disperata che altrove. Qui c'è l'assoluta certezza della fine del mondo.
Mariano e Cino Rupe tentano di calmare gli animi, ma invano. Nessuno li ascolta. L' Animellaè stata un avviso . Non c'è più scampo. Il finimondo è vicino che sprofonderà la terra nel mare. L'Etna fuma. Lo Stromboli, durante la notte, manda guizzi improvvisi. Passano le giornate in un alone di fiammeggiante delirio. Il vento del deserto pare rechi il lezzo delle bestie moribonde sotto la canicola. La fantasia vede dune di scheletri, cerca un'ombra, l'ombra di una palma, pur che sia, e non la trova. Oggi il mare è un'immensa morena di pietra pomice. Domani sarà tutto una colata di piombo fuso. E nessuno più si salverà, nessuno. Si farà la stessa fine degli uccelli. Non se ne vedono più volare per l'aria. Da un pezzo han cessato di cantare. Lo scirocco li ha sterminati. Dal primo all'ultimo li ha abbattuti. E corrono gli sciacalli le vie della terra. Queste bestie figlie della sete.
Da chi parta l'idea di ricorrere a Marianna, la maga delle cinque terre , non si sa. Ma il pomeriggio del decimo giorno una gran folla scende da Sarmùra, che si reca in processione dalla zingara. Ella deve fare quel che non è riuscito né alla Madonna, né ai Santi. L'empietà, che è la necessaria compagna delle grandi calamità, alle quali non si trova una giusta causa, suggerisce il passo fatale.
Marianna, supplicata di compiere il miracolo, non si perde di coraggio davanti alla folla adunata. Ella ingiunge di buttare in mare quell'insieme di cose che servono di solito a scongiurare la tempesta. E sono: il tizzone tratto dal ceppo natalizio che si espone alla finestra, il campanello benedetto dal prete, la pietra segnata, la noce a tre canti, infine, i ramoscelli d'alloro mescolati con capi d'aglio e chiodi.
La folla corre alle case per eseguire gli ordini della maga. E aspetta. La pioggia l'indomani non viene. L'invocazione a Santa Barbara che plachi la tempesta si muta in preghiera perché mandi la tempesta. Passa un altro giorno. Ma la pioggia non viene. Anzi lo scirocco si fa più basso e soffocante, rade la terra, cima ogni vite eretta, costringe gli uomini a imitare le bestie. Non si resiste. Non si resiste più. Anche gli occhi dei lattanti sono iniettati di sangue.
E, la notte del terzo giorno, si vede una lingua di fuoco levarsi dalla casa di Marianna. Si senton gridi d'invocazione, parole che somigliano formule misteriose di scongiuri, poi più nulla. Solo il crepitare delle fiamme. Pochi si precipitano a spegnere il fuoco, e, tra questi, i fratelli Rupe.
Gli animosi arrivano a cose finite. La vecchia casa padronale è un immenso braciere, e in esso vi han trovata la morte Marianna e la vecchia che, forse, era sua madre.
Chi ha appicato il fuoco alla casa della zingara? Non si è mai saputo. Forse è stato lo scirocco, e forse è stato qualcuno che attribuiva all'infernale presenza della zingara il flagello della siccità.
La mattina dopo cessa all'improvviso lo scirocco, e si aprono le cateratte del cielo. Diluvia sulla febbre della terra. Le campagne sono distrutte, la fame si trascina come un arrotino diabolico per le strade, eppure ognuno sente di scoperchiare una bara. Non solo. Ma, per una singolare economia, del rimorso, cozzante contro i limiti estremi del patimento umano, resta acquisito alla coscienza pubblica che il rogo di Marianna lascia purificata l'aria, ammorbata dal presagio della Animellapazza.
Piena di riconoscenza verso la maga che ha, col suo sacrificio, propiziata l'acqua sulla terra, quella stessa folla, che forse l'ha bruciata viva, l'accompagna, poche ore dopo, con grande solennità e visibile cordoglio, al camposanto.
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CAPITOLO 6.
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Vanno i Rupe come tutti gli anni a Fracà per la vendemmia. Ma che passione! L'uva pare fango incrostato, la gramigna è cosi fitta tra i filari che si stenta a romperne l'abbraccio mortale con le zappe. Del resto a quale scopo? Nessuno vendemmia nella plaga. I terrazzani non hanno neppur lavato i palmenti, non hanno né sgrommate né stagnate né zollate le botti. Se ne stanno a guardare con occhi inebetiti la rovina, e giurano di darsi alla rapina.
Anche per i Rupe la vendemmia mancata è un disastro. Durante la giornata, tutti, grandi e piccini, non han fatto che guardare i palmenti secchi e le botti vuote. Per ricevere il vino nuovo, Mariano aveva acquistati due grandi tini, ai quali aveva messo i nomi dei fratellini: Nèoro e Leto. Ora i due colossi sono inutili e un po' grotteschi nella loro civetteria. Tuttavia, prima di lasciar la cantina, Leto non può trattenersi dall' inviare un bacio al tino che porta il suo nome, e che, finora, è la cosa più grande e reale ch'egli possegga. Durante la marcia di ritorno, egli respinge la tristezza che cammina a fianco di ognuno, e di tutti contemporaneamente, col ricordo dei tino imponente intestato a lui, e che ha la Messa grandezza di quello di Nèoro.
Arrivano alla Marina stanchi morti, e vanno a letto senza mangiare. C'è, in ognuno di loro, una compressa smania di gridare, e di strapparsi i capelli. Si dominano per un riflesso di reciproco compatimento. Ma la notte non porta il sonno. Perfino Milord non ha pace, e non fa che girare attorno alla casa abbaiando e ruggendo alle ombre.
I giorni che succedono alla vendemmia mancata sono tremendi. Per le stanze silenziose s'aggirano spettri più che persone. Ognuno pare domandare all'altro perché si ostini a vivere. Gilda si lamenta senza requie, piange per sé e per tutti. La sua è la voce delle cose. Ella ha pianto, alla vigilia della Bara , è stata la prima a sentire la tragedia che sopravveniva. Nei giorni della spaventosa canicola, la fanciulla fu li li per andarsene, resistendo assai meno gagliardamente di Leto, e perfino di Milord, il quale, per un pelo, non venne morsicato da un cane arrabbiato.
Si svolge, in questo periodo, il Congresso di Firenze, che mette al bando del Partito Socialista la frazione sindacalista rivoluzionaria. Cino segue attentamente i lavori del Congresso (al quale né lui né alcuno dei suoi compagni di fede ha presenziato) ostentando grande calma, e quasi indifferenza. Mariano si mostra invece dolentissimo di quel che accade. Per lui, la scissione, che si poteva evitare, è una disgrazia non minore della fallita vendemmia.
Chiede al fratello le sue previsioni su gli sviluppi futuri della lotta politica, e Cino:
- E' evidente che le elezioni son vicine e che i socialisti han bisogno di Giolitti, da una parte, e dei voti della piccola borghesia, nemica degli scioperi, dall'altra. In fondo a questo mutamento di rotta trovi il solito calcolo elettorale. L'impotenza politica del nostro socialismo è sempre quella deplorata da Marx, quasi trent'anni fa... C'è il morto nella stiva, cioè nell'urna elettorale, ma chi lo vede? Eh, chi lo vede?
Mariano non ribatte al fratello. Solo si limita a dire:
- Una cosa mi spaventa, ed è che tu, come tanti altri malati d'intellettualismo, non sembri soffrire di quanto succede. La soddisfazione, che ti viene da quella che tu stimi una viltà degli altri, mentre non è che un errore, supera il timore che essa venga a ricadere anche su te. Il socialismo italiano è intelligente ma senza cuore. E per questo muore...
Lo spettro della fame invernale provoca un vivo fermento sovversivo a Sarmùra, che l'Autorità domina a stento. I comizi si succedono ai comizi. La Falce e Guerra di classe - nuovo settimanale dei sindacalisti
di Sarmùra, diretto da Cino - escono con articoli incendiari, minacciando il Governo di passare ai fatti decisivi, se non si decide a venire in aiuto dei contadini calabresi. Il sottoprefetto Tallone promette d'interessarsi; il deputato del collegio, Russo, assicura che a Roma si sta provvedendo; e infatti, come risultato di quell'interessamento e di quelle provvidenze, ecco arrivare, mandata espressamente per tenere l'ordine pubblico, una compagnia di soldati distaccata da Reggio.
La popolazione, senza distinzione di colore politico, si riunisce a comizio per protestare. La Forza carica la folla, e arresta Cino Rupe. Non mantiene il fermo , perché i terrazzani sono corsi alle case per armarsi, e voglion dare l'assalto alle carceri.
Mariano cerca di calmare gli animi, ma inutilmente. Per fortuna, verso sera, Cino è rilasciato. Egli, appena uscito dalla guardina, fila in tipografia e indice, con un'edizione straordinaria di Guerra di classe, che scrive quasi tutta lui, e stampa nella notte, un gran comizio per il giorno dopo, domenica, nella piazza intitolata al nonno.
La notte del sabato, alla Marina, nessuno in casa Rupe chiude occhio. Tanto Mariano quanto Cino paiono tranquillissimi, ma è evidente che ostentano quella padronanza per non impressionare la mamma. Tristano fa opera di persuasione, specialmente presso Cino, che sa risoluto e temerario. Anche Pietro appoggia il discorso di Tristano sulla esperienza più diretta ch'egli ha del contadino. Sul quale raccomanda di non farsi illusioni. E' quello stesso che gremisce le chiese, che brucia viva Marianna, che lecca troppo spesso le mani ai diversi baronetti paesani.
Scende Cortaldo per prender notizie. Il giovane dà prova di molto coraggio, esponendosi apertamente, data la tensione politica, alla rappresaglia dei suoi capi. Ciò, di cui gli son grati i Rupe, e specialmente Lina. La quale gli stringe il braccio, di nascosto, con gratitudine, riempiendolo di turbamento e di gioia.
Il geometra se ne ritorna a Sarmùra a notte alta, promettendo di trovarsi l'indomani al comizio. Anch'egli predica la calma. Un colpo di testa potrebbe riuscir fatale a tutti, e quale beneficio darebbe? Cortaldo si porta via la soave stretta di Lina, il suo primo gesto d'amore.
Appena è l'alba, tutti in casa Rupe si alzano con quella sveltezza che contrassegna la presa di posizione delle grandi giornate. Fuori della porta sono già numerosi contadini, discesi per accompagnare i due fratelli a Sarmùra. In prima linea è Concetto con tutta la squadra maschile dei fornaciari. Mariano, spalancando le finestre, vede la piccola folla, e saluta con gesto cordiale. Anche Cino si mostra un momento, e il
ricordo del fermoda lui subito, spinge la schiera a fargli un'ovazione. Poco dopo, scendono Alfredo De Marco, Vincenzo Nostro e Salvatòre di Pace. I tre sovversivi sono seguiti da una pattuglia di carabinieri, che ha il compito di farsi vedere, e niente altro. Il graduato, scorgendo Mariano Rupe, lo saluta rispettosamente, e si dispone con i militi ai lati dello spiazzo. Donna Maria non si lascia illudere da quel saluto, e prega, per l'ultima volta, i figli di rinunziare al comizio. Tristano è abbattutissimo. Se ne sta in un angolo, senza fiatare. Pietro invece è sereno, e fa coraggio alla mamma. La quale frena disperata-mente il pianto, e si chiude in camera, da cui non uscirà per tutta la giornata. Mariano e Cino vanno ad abbracciarla prima di partire. E lei:
- Figli, pensate anche a me. Se vi uccidono o vi mettono in carcere io muoio. E moriranno anche questi orfanelli.
Mariano e Cino promettono d'essere calmi, assicurano che si tratta di un comizio come tutti gli altri, che niente succederà. Mentre Tristano resta a far compagnia alla mamma, essi partono, accompagnati da Pietro, al canto degli inni socialisti. I pescatori della Marina si uniscono alla schiera, scamiciati, scalzi, tutti odorosi di sarde e di aguglie appena tirate con le nasse. E, giacché Mariano ricorda alla lontana Gesù, quei pescatori possono ricordare gli Apostoli. La giornata è bellissima. Il mare è azzurro e calmo, come solo sa essere in settembre. Non respira neppure, quasi fosse in ascolto, e temesse di rivelare la sua presenza. E' ancora mattino, ma già il sole picchia forte. Dopo gli acquazzoni delle ultime settimane, è ritornato più diavolo e lucente di prima. Par quasi che si sia lavata la faccia con la pioggia, e séguiti a guardarsi nello specchio marino, per congratularsi con se stesso di quella giovinezza che non l'abbandona. Le coste, le isole lontane, Messina, hanno trasparenze madreperlacee. In settembre, ogni cosa non è abbacinata come in agosto. L'aria è più tersa, il canto degli uccelli più chiaro, c'è dappertutto odor di terra smossa. Però l'autunno avanza con le sue foglie ingiallite, ed è questo l'unico mancamento in tanta pienezza.
Il comizio è fissato per le undici. Fino a quell'ora tetti e spioventi delle case schizzano le loro lingue d'ombra sulla piazza Rupe. Dopo, il sole si affaccia alle altane, e mangia tutto. La gran carta asciugante beve le velature della strada, e rifà la pagina bianca. Ogni uomo cammina senza lasciar traccia, col rimpianto di aver smarrita la sua ombra. L'ombra c'è, ma sepolta, e prolunga la persona nello specchio sotterraneo.
A tutte queste cose pensa Mariano, mentre sale a Sarmùra. Gli cammina a lato il fedele Concetto, che aspetta sempre paziente lo sciogli-
mento del suo dramma. Gli chiede, Mariano, come sta, e lui risponde sottovoce scrollando le spalle:
- Come posso stare? Sempre peggio... Aiutatemi Don Mariano per quanto bene volete a vostra madre.
Mariano gli fa segno di tacere, e cosi continuano il cammino. Sono a Sarmùra alle sette. Traversan la piazza Rupe per andare alla Sezione socialista, e la trovan già piena di popolazione, come se fosse l'ora del comizio. Numerosissimi, ai quattro lati, i carabinieri e gli agenti. I soldati sono disposti nelle vicinanze, per guardare gli sbocchi.
I due capi si recano alla Sezione, la quale, in breve tempo, si riempie di compagni. L'arrivo di Michele Parrello, il nonnodei sovversivi di Sarmùra, è accolto da un prolungato applauso, al quale il canuto ribelle risponde con un largo sorriso. Egli si avvicina ai Rupe, e li abbraccia. A Cino offre il garofano rosso che porta all'occhiello.
Fisicamente, Parrello, è il ritratto parlante di Amilcare Cipriani, al cui fianco combattè durante le tempestose giornate della Comune parigina, e col quale si mantiene in fedele e animosa corrispondenza. Fu anche intimo amico del garibaldino Rupe, di cui narra talvolta ignorati aneddoti agli attenti nipoti.
- Eccoci qua al nostro posto - dice. Son queste le giornate che levan dieci anni di vecchiaia... le abbiamo aspettate tutta la vita...
- Se fosse vero quel che dici - gli obietta l'arguto tribunoDe Marco - dovresti ancora nascere... Ne hai passate tante di giornate simili.
- Tante, tribuno... Ma ne passerai tante anche tu... C'è gloria per tutti, credi a me. La storia della rivoluzione proletaria è sempre da scrivere, e non col solito inchiostro.
Arriva un giovane dall'aspetto fiero, che fende la calca e chiede di parlare a Cino. Questi lo riceve in disparte, e l'altro gli consegna un biglietto.
- E' di Malaspina... dice sottovoce. Ai vostri comandi...
Saluta, e si tira da parte, per lasciargli leggere il biglietto. Malaspina ama la concisione nei suoi messaggi. Ha scritto: Se le cose si imbrogliano e se avete bisogno dell'amico vostro, fidatevi dell'uomo che vi porta il presente biglietto. Auguri col cuore. Malaspina .
Cino sorride e mormora al malandro che gli si avvicina rispettosamente:
- Va bene. Statemi vicino. Non si sa mai... Si potrebbe aver bisogno di voi. Ma son certo che non se ne fa di nulla. Comunque, vi ringrazio.
Gli stringe la mano e ritorna verso il gruppo dei capi, mentre il giovane si confonde nella folla per non dar nell'occhio.
Fioccano intanto, da ogni parte, notizie. Il marchese Pizzòlo è partito la sera prima, per Napoli, e Licerta l'ha accompagnato per fargli da cicerone, in una gita d'istruzione agli scavi di Pompei. Il cavalier Taio, il lacchè di tutti i signori di Sarmùra, è irreperibile e, con molta probabilità, se l'è mangiato la chioccia di casa, credendolo un chicco di panico (o di pànico). Don Raffaele Fetùso s'è chiuso in cantina e non apre neppure a sua moglie, quando va a portargli il caffè e latte. L'avvocato Biroldo, da ieri, non fa che dare elemosine ai poveri. Il tenente Pirara ha passata la notte a studiare sulla carta topografica la battaglia dell'indomani. I maligni dicono che s'è cosato il ciuffo alla Napoleone. Lerio, il delegato, s'è raccomandato alla Madonna che i sovversivi faccian le cose perbenino, per non perdere il posto. Queste ed altre notizie che vengono accolte con risate e motteggi.
Verso le dieci e mezzo, Mariano propone di incamminarsi in corteo verso il luogo del comizio. La folla s'è ormai infittita davanti alla Sezione, e rende disagevole qualunque movimento. Quando arrivano in piazza, uno spettacolo imponente si offre ai loro occhi. Diecimila bocche li salutano, cantando l' inno dei lavoratori . Moltissime son le donne che hanno i bambini al petto. Mariano si sente gli occhi umidi; si liscia la barba bionda con le mani bianchissime, e sorride. Michele Parrello è pallido e fiero. Pietro canta a gola spiegata, Alfredo De Marco freme come un puledro. Solo Cino resta padrone dei suoi sentimenti. E' sottile come sempre. Forse più affilato di sempre.
Apre il comizio tra una selva di bandiere rosse, Alfredo De Marco. Il giovane tribuno, che la popolazione stima ed ama, ha il compito di star sulle generali. Pur tuttavia, egli trova il modo di tenere un discorso pieno di forza e di fede. A lui segue il vecchio Michele Parrello. Il nonnodei rivoluzionari, esprime la sua gioia nel misurare, dall'imponente adunata, quale cammino abbia fatto il socialismo a Sarmùra. Non è senza significato che la rassegna formidabile avvenga in una piazza che prende nome da un glorioso garibaldino, da Mariano Rupe. Oggi i nipoti dei garibaldini non possono essere che comunisti. Non altro è il processo delle idee. Da Mariano Rupe al nipote Cino son quaranta anni di storia italiana. Fatta l'Italia, per l'apostolato, il martirio, l'audacia di pochi ardimentosi, restava da fare il più: ridarla alle masse, rimaste tagliate fuori dal moto del Risorgimento. A tale compito si cimenta il socialismo, creando una coscienza politica del proletariato, che è il fatto più notevole nella nostra storia, dall'epoca comunale ad oggi. Di
pari passo con la coscienza politica procede quella classista. Ed oggi il sindacalismo, rampollo vigoroso del socialismo, si prepara per le prove più ardue e definitive, deciso a battere i nemici esterni ed interni, la borghesia e il riformismo. Parrello si dice glorioso di aver portata la nuova lede a Sarmùra, fede che è divenuta coscienza di una moltitudine sterminata. Può esser contento della fine della sua giornata, giacché la semente non è stata gettata invano.
A lui segue Mariano. Prima di salire sul tavolino il cuore gli rollava nel petto. Ora davanti alla folla che lo guarda, e che lo sente suo, ha riconquistata la sua serenità. Mariano ha, soprattutto, una presenza che esalta. Quei suoi capelli biondi, quella sua barba giovane e ricciuta, quel suo occhio fiero, quelle sue mani bianche e quasi femminee, ripetono ogni volta il miracolo di ricordare alla moltitudine, vagamente, Gesù. Ogni cosa ch'egli dice va al cuore; il suono della sua voce che, talvolta, martella sulla testa dell'idra, come il ferro del fabbro sull'incudine, ha un colore incantevole, forte e gentile nello stesso tempo.
Egli non spara a salve. Parla a lungo, facendo la cronistoria della situazione; ironizzando sull'aiuto che il Governo s'è affrettato a mandare con la compagnia di soldati da Reggio; mette in stato d'accusa le autorità locali e provinciali, le quali dimostrano chiaramente di volere che ci scappi il morto, prima di decidersi ad agire a Roma; infine discute minutamente l'ordine del giorno che presenta alla folla, in cui si chiede, perentoriamente, al Governo: pane, case popolari, strade, luce, scuole. Conclude (ed ha davanti agli occhi, non se la può staccare, la immagine supplichevole della madre) raccomandando alla popolazione di mostrare la sua forza con la calma, di evitare qualunque conflitto, che gioverebbe solo ai suoi nemici, di mantenersi disciplinata agli ordini dei capi, e di aspettare fiduciosa gli eventi.
Sale, dopo di lui, Cino, pallidissimo. Egli inizia il suo dire un po' incerto. Poi, con uno sforzo di volontà si riprende, e comincia una requisitoria implacabile contro tutti. Attacca il Governo, che chiama corruttore e nefasto; attacca a fondo il Partito Socialista che s'è consegnato, mani e piedi legati, alla reazione, col voto di Firenze; attacca il deputato del collegio, Russo, che in due legislature ha presa la parola tre volte: la prima, per avere il permesso di chiudere una finestra; la seconda, per fare gli auguri di Pasqua all'illustrissimo Presidente del Consiglio; la terza, per avvertir l'assemblea che l'orologio della Camera era fermo ; attacca i proprietari locali, i quali non solo non fanno nulla per dar lavoro alle masse, per sollevarle dal loro abbrutimento, ma 
sperano nel Governo mitragliatore; attacca il professionismo locale, alleato, in tutte le sue sfumature, delle caste padronali, e maramaldo fino alla follia. Infine, prendendo lo spunto dall'accenno di Michele Parrello a suo nonno, cosi termina il discorso: Mio nonno si portò nella tomba il rimpianto di aver dato il suo sangue a un'Italia che non riconosceva, tanto essa differiva da quella che aveva sognato. Oggi l'usurpazione della borghesia a danno delle masse continua. Continua sempre più raffinata. Giovandosi del tradimento, del quietismo, dell'insufficienza dei capi d'un partito sedicente rivoluzionario e, in realtà, parassitario della classe operaia, e destinato a sparire, essa si fa ogni giorno più subdola e strngente, si ammanta di democrazia sociale e di radicalismo. Voi, contadini e operai, ve lo dico con tutta sincerità, dovreste prima di ogni altra cosa massacrare noialtri, gente di tavolino e di sofismi, che vi conduciamo sotto il tiro della mitraglia borghese senza darvi, non dico i mezzi necessari per difendervi, e per offendere, ma neppure la gioia di riconoscere che, finalmente, l'ora suprema, agognata, è giunta, e che il mondo, alla fin fine, è di chi se lo piglia. Di chi se lo piglia, strappandolo dalle unghie di chi lo detiene. A me la funzione dei Capi di rivoluzione ricorda il tintinnio del campanello che annunzia nelle stazioni il treno in arrivo. C'è solo questa differenza, che qui il campanello seguita a suonare, e il treno non arriva mai. E non arriva, non già perché manchino i binari, i vagoni, i macchinisti, i fuochisti, i manovratori, il personale viaggiante, e cosi via. Non arriva, perché i capistazione sono troppo contenti di se medesimi, del fregio al berretto, dell'autorità di cui godono, per amare la novità di un viaggio che potrebbe condurre lontano. Potrebbe condurre a uno scontro, a un sinistro, e, anche, verso regioni sconosciute dove non c'è più la fame, non c'è più la sete, dove gli uomini sono eguali, e nessuno c'è che li sfrutti e li degradi.
Tale essendo la situazione non resta a voi, macchinisti, fuochisti, uomini di manovra, cantonieri, gente delle classi più umili, che mandare il treno con le vostre sole forze, senza aspettare segnalazioni, od altro, dai capi, senza spaventarvi del color rosso, che significa pericolo, preoccupandovi solo di aver carbone. E carbone vuol dire entusiasmo, fede di arrivare là dove chiamano i vostri martiri, odio della tenebra che si lascia alle spalle. Quel carbone è meglio del coke; manda il treno come un lampo; nessuno lo potrà più fermare. Quando sarete arrivati al paese nuovo, dove non vi sono più né servi né padroni, allora scenderete dal colosso nero. E non dimenticate, prima di concedervi un'ora di pace, di far saltare il ponte tra il nuovo paese, che avete conquistato, e
il vecchio. Lo farete saltare con la dinamite, e non baderete se il ponte è pieno di gente. Per un simile treno, compagni operai e contadini, qualunque ora è buona per partire, qualunque ora è buona per arrivare. I dotti dicono che c'è uno speciale orologio che, al momento fatale, spingerà automaticamente il treno. Sono storie per giustificare la loro viltà. C'è un orologio che spinge realmente la storia, ed è la volontà. Chi mi vuol capire capisca! .
L'impressione lasciata dalle parole di Cino è grande. La folla si agita come se le fosse caduta addosso una pioggia di spine. Lerio e i suoi agenti fanno una mossa imprudente e si attirano contro una selva di bastoni. Intervengono in aiuto dei malcapitati una squadra di carabinieri e un plotone di soldati, caricando la folla col calcio dei moschetti. Un colpo d'arma da fuoco scoppia improvvisamente a un lato della piazza, seguito da un urlo e da uno sbandamento. Altri colpi seguono, che aumentano il panico già grande. Intanto gli agenti tentano di circondare il gruppo dei capi. La folla fa resistenza passiva, ed alla carica dei questurini, risponde estraendo le armi. Un grave conflitto sta per succedere quando Mariano monta nuovamente sul tavolino, e arringa la popolazione. Basta la figura gentile e intrepida a ristabilire un certo ordine, e a far rientrare le armi nelle tasche. Egli tenta di spiegare la parabola del fratello nel senso più conciliante. Il suo scopo è guadagnar tempo. Intanto il malandro di Malaspina s'è avvicinato a Cino: Vi vogliono arrestare gli dice. E' meglio che veniate con me. Cino mormora qualche cosa a Pietro, e segue l'uomo. E' evidente che l'Autorità cerchi di arrestare l'agitatore. L'aspetta al varco non osando prenderlo in mezzo alla folla che gli fa da scudo.
Il malandro entra con Cino in un caffè, da cui, per la porta di dietro escono in un vicolo buio. Il giovane si arrampica su un muretto e si butta in un giardino privato, imitato dal compagno. Il giardino dà nel chiostrino della chiesa della Madonna del Soccorso. La porta della sacristia è aperta, e i due fuggiaschi penetrano cosi nella chiesa. Lo scaccino li vede, riconosce Rupe, e lo saluta rispettosamente. Escono dal sagrato, sono nella strada che allaccia Sarmùra alla campagna. In dieci minuti di passo spedito raggiungono il Trodio. Là una carrozza chiusa li aspetta. L'agitatore e il malandro vi salgono, allontanandosi indisturbati.
Intanto Mariano seguita a parlare alla folla. Lerio aspetta paziente-mente che finisca per arrestare anche lui. Ma ad un tratto si accorge della sparizione di Cino. Corre ai ripari, facendo suonare gli squilli per sciogliere il comizio. La moltitudine ubbidisce alle raccomandazioni
del maggiore dei Rupe, più che alle minacce della Forza. Nel trambusto, Mariano si trova vicino Concetto. Gli dice il terrazzano: Don Mariano, non vi fidate... Vogliono prendervi . Risuonano alcuni colpi di arma da fuoco, grida di dolore si alzano dappertutto, si fa un varco nella stradina che mena alla piazzetta della Matrice. Ora Pietro ha raggiunto, insieme con Cortaldo, il fratello e Concetto. Il fornaciaro ha una idea: Don Mariano, scappiamo per di qua... C'è un camminamento sotto la casa della Marchesa del Salto che sbuca nell'Orto Reale. Pochi lo conoscono . Mariano segue Concetto, e, all'inizio del sotterraneo, si separa dal fratello e da Cortaldo.
- Va' dalla mamma, Pietro, dille che si tratta di qualche ora... Aspettiamo di vedere come si metton le cose... Io spero che non ci sia stato nulla di grave.
I due fratelli si baciano, indi Mariano, abbracciato affettuosamente Cortaldo, si addentra, insieme con Concetto, nel sotterraneo lungo circa duecento metri. Sbucano nell'Orto Reale, e, di là, sono in aperta campagna. Il fornaciaro, che conosce bene le scorciatoie, in meno di un quarto d'ora, è alla sua casupola, nascosta tra gli ulivi centenari. Fa passare il padrone dicendogli:
- Qui non vi verrà a cercare nessuno. E siete come in casa vostra... Nina accorre dalla cucina. Dall'ansimare dei due capisce che qualche cosa di grave è accaduto.
- Nessuno t'ha chiamata - le dice brusco il marito. Poi misterioso: Se qualcuno ti domandasse dov'è Don Mariano Rupe rispondi che non l'hai visto da dieci anni. Va bene? Ora te ne puoi anche andare...
Nina non se ne va. Vorrebbe sapere qualche notizia ma non osa. Si contenta di avvicinarsi al padrone e di chiedergli se ha bisogno di qualche cosa. Risponde il giovane sereno:
- Un bicchier d'acqua. E, intanto, grazie anticipate...
Vedendo ritornare Pietro solo, Donna Maria impallidisce orribilmente, e si appoggia al muro per non cadere. Il figlio narra i particolari del comizio con la fuga di Cino e di Mariano. L'Autorità è furiosa di esserseli lasciati scappare. S'è sguinzagliata per la città e le campagne ma è rimasta con un pugno di vento.
- A quest'ora - egli conchiude - Cino e Mariano saranno in luogo sicuro. Non c'è nulla da temere. Bisogna che non si facciano vedere per qualche giorno. Ecco tutto...
- Ti dobbiamo credere? chiede brusca Gilda. O ci nascondi qualche cosa?
- Non nascondo proprio nulla - afferma Pietro con forza, guardando in viso la sorella. Del resto che servirebbe? Lo verreste a sapere lo stesso. L'importante è che faccia presto notte, questo si. Col buio è certo che non li pescheranno più.
Benedetto sia l'autunno che manda prima il sole a letto, e dice al giorno: Fratello sono stanco di respirarti . Prima di oggi è stata una gran pena per tutti veder le giornate ridursi, mancare, ogni giorno più, al desiderio di luce che ognuno, grande o piccolo che sia, chiude nel petto ; tradire l'identità che ognun sente viva tra estate e abbondanza, autunno e malinconia, inverno e tristezza, primavera e speranza. E se, nella piena estate, tutto è accettabile, perfino la morte, la quale ti si rivela come un ritorno alla libertà degli spazi stellati, dopo la prigionia fisica, invece, d'autunno, tutto è nemico, insopportabile la notte, male che si aggiunge a male, miseria a miseria; e la morte veramente una fine.
Ma, ora, Mariano e Cino debbono sfuggire alla morsa dei loro nemici, e sia benedetto l'autunno che mangia le giornate con tutta la buccia per far più presto. Se dirigessero, Nèoro e Leto, il cocchio del sole, non esiterebbero a fracassarlo su gli scogli. Sarebbe la fine del mondo ma, in compenso, eviterebbero la tortura del pendolo che va lento, troppo lento, Signore. Hanno un bel pregarlo, minacciarlo, a tratti, col pugno. Lui non affretta i suoi battiti. Va come sempre. E non si vuole accorgere che essi, e tutti i loro cari, soffrono. C'è una stretta alleanza tra lui e il sole, quel sole assassino.
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CAPITOLO 7.
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La latitanza di Mariano e di Cino dura più di due mesi e mezzo, finché non si chiude l'inchiesta governativa sulla giornata rossa di Sarmùra che ha lasciato sul terreno una diecina di feriti: sei sovversivi, due agenti, un carabiniere e un soldato. Fortunatamente feriti lievi.
Cino rimane, per tutto questo periodo, ospite di Malaspina, il quale ha preso possesso di fatto della foresta della Ferrandina, per piantarvi il suo quartiere generale. La foresta è immensa e, per lunghi tratti, quasi impenetrabile. Vi predominano le querce, i lecci e i pini marittimi, legati tra di loro da festoni di ortiche, di erbe perenni, di arbusti, che danno all'insieme un aspetto selvaggio di terra vergine. La foresta è meta di un continuo pellegrinaggio da parte di tutti i fuggiaschi (malandri, evasi, disertori, renitenti alla leva, perseguitati, refrattari in genere) delle tre Calabrie. L'Autorità conosce quella piazza forte della Malavita, ma si guarda bene dal penetrarvi. Gli ospiti della Ferrandina superano forse il migliaio. Malaspina li ha disposti militarmente per plotoni e per compagnie, ha dato loro comandanti provati, ha assegnato i settori della foresta da difendere, ispeziona le milizie almeno due volte la settimana, e sempre in ore impreviste chiama a rapporto i capi subalterni, la mattina di domenica, obbligandoli a sentir la messa -che vien celebrata da un prete spretato, omicida ed evaso da Nisida, davanti a un rudimentale altare, con l'immagine di Gesù e la lampada accesa - tiene lui, oltre al comando militare, l'amministrazione della cassa sociale, controllando minutamente le spese del vettovagliamento, severo, in codesta sua funzione, più che in qualunque altra, badando di non farsi gabbare nella spartizione della refurtiva.
I malandri sono, per la maggior parte, attendati come soldati al campo. Non mancano le trincee e i camminamenti, gli osservatori e le gallerie. Lui, Malaspina, è alloggiato in una specie di carbonaia, rimediata alla meglio con un rivestimento interno di mattoni. Davanti al suo quartiere d'inverno (cosi egli chiama quella topaia) è una larga radura che serve al Capocamorra per dare i suoi spettacoli. I quali consistono in duelli rusticani, in combattimenti di boxe rudimentali, in assalti di lotta greco-romana, in gare di salto e di corsa, in tiri a bersaglio, i quali tutti servono al comandante per misurare il polso dei suoi gregari.
Malaspina ha le sue pattuglie, i suoi palianche fuori della foresta. Ad essi è assegnato il compito d'informarsi di ogni movimento dell'autorità e dei possibili colpi da tentare contro la Proprietà. Gl'informatori comunicano col Comandante attraverso messaggi - le farfalle-che consegnano agli avamposti, oppure, se si tratti di cose molto importanti, di persona. La polizia politica di Malaspina è scelta tra gli elementi più sagaci e fidati. I quali collegano il Capobandito con le camorre locali, trasmettono i suoi ordini, che quasi sempre riflettono il movimento degli affari, ai sordi e ai restii. E, se qualcuno esita a sottomettersi, il castigo non tarda a raggiungerlo. A volte Malaspina esce dal suo covo, e va di persona a lisciare il pelo al malandro, che mostra di non riconoscere la gerarchia. E se non lo lascia secco è un miracolo.
Ha pure la sua prigione, Malaspina, alla Ferrandina. Consiste in un cunicolo scavato a una decina di metri di profondità, e largo sette, otto, al massimo. Là ci vanno i colpevoli di disobbedienza; i vili; i sospettati d'infamia cui è stata tolta la tragenza , cioè l'ius agendi, gli stipatisoggetti a quarantena per una ragione o per l'altra; gli ostaggi, e, insomma, tutti gli elementi negativi, se non addirittura nemici, che quelli
li si impallina potendo, non gli si fa mangiare pane a ufo. I prigionieri sono guardati da sentinelle armate di tutto punto, ed hanno diritto al pane e all'acqua. Qualche volta Malaspina si degna di passarli in rivista, e quei meschini gli si buttano ai piedi, gli baciano le mani, sperando nella sua clemenza. Il Capo-malandro li guarda sdegnoso, e fila via.
Le donne sono rarissime alla Ferrandina. Chiunque venga sorpreso nel bosco, in compagnia di una femmina, è punito con le nerbate a sangue, prima, con la reclusione a tempo indeterminato, poi. Ed è giusta severità. Pur tuttavia, per le grandi feste, viene permesso a una squadraccia di prostitute, requisite con le buone o con le cattive nei bordelli delle vicinanze, di arrivare fino alla casamatta del Capo, naturalmente bendate, e senza speranza alcuna di compenso. Solo per un riguardo alla picciotteria, e per il piacere proprio. Che non è poco.
In breve tempo, Cino si rende conto della situazione. Malaspina lo circonda di mille attenzioni. Lo ha voluto a dormire con lui nella topaia, gli ha ceduto il suo sacco a pelo, gli fa servire il caffè, al mattino, quando si sveglia, come a un signore nell'albergo. Con Cino, Malaspina non ha segreti. Lo sente della sua razza e gli darebbe la camicia. Non può levarsi dalla testa che, alleato a un uomo simile, egli diverrebbe uno dei due padroni d'Italia. Non cerca di convincerlo con le parole ma con i fatti. L'autorità assoluta, di cui gode su quei disperati che lo circondano, gli serve per mostrare a Cino la sua potenza, ed anche la sua capacità. A metà novembre, fa le grandi manovre delle sue forze, e convince il giovane, con le carte alla mano, ch'egli non è solo un empirico, ma uno studioso di tattica militare. Malaspina è un appassionato di Garibaldi. Una vitadel Grande, illustrata, è il suo unico vangelo. Non fa che leggerla e rileggerla continuamente, la sa quasi tutta a mente. Soprattutto va matto per le campagne del corsaroa Montevideo e sul Paranà. Sente, alla lontana, di potere emulare il leone di Caprera, e si lima che i tempi del volontarismo garibaldino sian passati. Tutto finito nella mediocrità assoluta. Bixio morto armatore e Garibaldi deputato. Ecco la conclusione dell'epopea. Non restan che lui, Malaspina, e qualche bandito sardo o corso, a tener desta la fiaccola della rivolta romantica, contro la legge e il significato piccolo-borghese della vita. Con tutti i suoi difetti e le sue limitazioni, Malaspina è certo un uomo affascinante. Cino gli vuol bene, lo studia, discute lungamente con lui, lo mette a parte delle sue idee. Il bandito non è più tornato sul discorso concreto dell'alleanza e dell'insurrezione. Evidentemente approfitta dello stato exlege di Cino per dargli una prova di potenza. Il fine apparente non è che un mezzo. Quello vero è spingerlo
a considerare con occhi realistici l'alleanza. Più le notizie che i suoi informatori recano da Sarmùra sono allarmanti per l'amico suo, più egli, nell'intimo, ne gode.
Per Cino il periodo della Ferrandina, rimane un sogno a occhi aperti, un'oasi di bestialità benefica, un riposo, un esame di coscienza. Per la prima volta, egli, cerebrale squisito, assapora la voluttà di abbandonarsi intero ad una vita vergine ed elementare ; ama essere semplice tra gente semplice, che gli è grata di innalzarsi in sua compagnia; scopre la bellezza delle cose minime; si spoglia d'ogni affettazione, d'ogni piccola o grande menzogna, frutto del vivere civile e della lotta sociale; prende gusto all'esercizio fisico; diventa gran cacciatore, gran camminatore; impara la scherma, rifiorisce, si tempra. Quante cose ritrova che credeva di aver perdute. La gioia di sentir cantare gli uccelli tra le fronde, di udir frusciare il ruscello tra le querce, di veder la foresta illuminata dai lampi nella notte, di scoprire i primi funghi sotto le erbe dopo le acquate, di colpir la selvaggina tra le macchie vergini, di mangiare alla disperata quel che c'è, e tutto salato dalla fame (oggi lepre in salmi, cucinata a regola d'arte, e irrorata da vino di Scilla, domani un pezzo di pane nero, condito con una lacrima d'olio, e benedetto con acqua di ruscello). La gioia di tutti i profumi della terra che va a letto, la gioia di tutti i profumi della terra che si sveglia, lo splendore del sole che fa da macchiaiolo, della luna che disegna le sue filigrane tra chioma e chioma. Tutto mirabile e bellissimo. Mirabile la sinfonia del vento nella foresta, bellissima la pioggia che tamburella sulle foglie come su vetri verdi. Tutto solenne e puro. Solenne la notte, che abolisce la vita visiva, ma moltiplica quella gigantesca e inafferrabile della natura, pura l'alba, in cui ogni cosa ritorna alla nascita.
Cino diventa più buono, ridiventa bambino, ritorna anche lui alla nascita. Ritrova in sé sensazioni e immagini dei primi anni della sua vita. Il profumo delle foglie, bagnate dalla pioggia o dalla rugiada, gli ricorda strane, improvvise sazietà, provate da ragazzo, nel passare per certi viottoli di campagna, alla cerca delle fragole o dei fiori del sambuco; l'acqua ghiacciata, che beve nel ruscello, gli ricorda i violenti tuffi della testa nelle vasche delle fontane pubbliche, fatti a sfida dei coetanei. E, infine, la Ferrandina gli ricorda Calimera, suo padre, una lotta titanica, il passato.
Questa crescenza di vita fisica che lo esalta, questo flusso di ricordi che lo ricaccia nel cielo dell'innocente fanciullezza, questo ritrovarsi con cuore vergine e meraviglioso davanti ai grandi spettacoli della natura: tutta questa ricchezza appare a Cino più grande perché inaspettata,
perché fuori di ogni previsione. Egli conosce troppo bene i propri obblighi verso la famiglia che ama, verso le idee che ha giurato di servire, verso se stesso, che non può a meno di ammirare. La sua permanenza alla Ferrandina altro non è che uno straordinario periodo di riposo, conquistato con la prepotenza dalla sua temerità, dalla sua spregiudicatezza, ed anche dal caso.
Malaspina può illudersi che Cino rimanga per sempre al suo fianco, può sperare che la vita fisica animalesca prenda in lui il sopravvento, può augurarsi che l'ingiustizia o l'errore della legge faccia dell'amico un anarchico, un bandito di primo rango, un uomo capace di dar fuoco alla polveriera d'una nazione. E, invece, Cino è troppo forte e sicuro di sé, per non dare il giusto peso agli accadimenti. Egli ama la Ferrandina appunto per la sua provvisorietà. Se sapesse di aver finita la sua carriera di uomo civile, entrando nel covo di Malaspina, egli brucerebbe la foresta con i banditi dentro, e anche lui sparirebbe nel rogo. Non ringrazia il caso che l'ha spinto nella macchia, ché gli parrebbe di recare ingiuria al dolore dei suoi, e di sua madre, specialmente. Tuttavia è persuaso che l'esperienza che sta facendo non è inutile per lui, intuisce che verrà forse giorno in cui penserà alla Ferrandina con rimpianto.
Ai primi di dicembre cominciano a giungere le buone notizie per Cino, cattive per Malaspina. Gl'ispettori, mandati dal Ministero degli Interni, han concluso che i fatti del settembre sono esclusivamente dovuti al profondo stato di disagio delle popolazioni, causato dalla siccità e dalla mancata vendemmia. Hanno interrogato centinaia di persone nel popolo, e da tutte han sentito parlare dei fratelli Rupe come di giovani eccellenti e specchiati. Il discorso di Cino è interpretato più come una allegoria che come una propaganda del fatto immediato. E poi esso è neutralizzato dall'atteggiamento prudente e sereno di Mariano. Insomma l'inchiesta, affidata a due persone oneste, che non si son lasciate influenzare dal marchese Pizzòlo, da Licerta e da tutta la canèa proprietaria, conclude in senso favorevole agli arrestati e ai latitanti. Di pari passo con l'inchiesta politica, procede l'istruttoria per i disordini del settembre. Essa verso la metà di dicembre conclude con un non luogo a procedere nei riguardi dei fratelli Rupe, e rinvia al dibattimento, per eccitamento alla guerra civile e lesioni, alcuni terrazzani sorpresi con le armi alla mano.
La notizia che la via è finalmente libera da ogni impedimento la porta Cino, Pietro, personalmente. Egli s'è sempre mantenuto in contatto Jori fratello attraverso le farfalleche un malandrino incaricato veniva prendere e a consegnare. Pietro viene scortato fino al Comando con
gli occhi bendati. Giacché è domenica, quando lo sbendano, trova la radura antistante alla topaia di Malaspina gremita di gente genuflessa. Davanti al rozzo altare, che reca solo l'immagine di Gesù e una lampada accesa, il prete assassino dice la messa. Malaspina è in prima fila e prega. Cino, solo, se ne sta a fumare una sigaretta in disparte.
Il dolore del Capocamorra nell'apprendere la notizia del buon esito della causa di Cino è visibile. Tenta tuttavia di dominarsi, di far buon viso al partente. Egli stesso vuole accompagnarlo fino al limite della foresta. Quando è il momento di separarsi, Cino butta le braccia al collo del bandito, il quale stringe commosso l'amico al petto, lungamente.
- Arrivederci, Don Nino. E in alto i cuori... Non dimenticherò mai questi giorni che ho passato con voi, qualunque cosa mi possa accadere nella vita...
- Neanch'io, avvocato... Con voi se ne va la bandiera della Ferrandina. Ci pare di perdere tutto il nostro decoro... Forse era meglio che non foste venuto mai.
Dice, e voltando bruscamente le spalle, scompare nella foresta, che si chiude dietro di lui col suo sipario verde di fragranza e di mistero.
Per tutta la strada del ritorno, Cino non pronunzia una sola parola. Solo quando vede sua madre, che l'aspetta circondata dalla figliolanza, sulla porta di casa, s'illumina di gioia fanciullesca.
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CAPITOLO 8.
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I giorni che Mariano trascorre nella casa di Concetto rendono umana quella ch'era una offerta disperata di mezzuomo, buttano Nina nelle braccia del padrone, non per calcolo del marito, ma per una segreta provvidenza del caso.
Forse il fornaciaro, nel condurre Mariano nella sua casa, ha pensato ad uno scioglimento cosi naturale e rettilineo del suo dramma? Forse si e forse no! Nell'un caso e nell'altro significa che uno scampo per i vinti c'è sempre, anche se esso, come per Concetto, non vale a impedire il male, ma a ridurlo al minimo e dargli un viso sopportabile.
I primi giorni, convinto che l'uomo abbia sfruttato il momento per mettere in atto il suo disegno, Mariano non gli lesina il suo rancore, e quasi il suo disprezzo. Il fornaciaro risponde al suo malumore con tanta tenera soggezione, con cosi ardente supplica negli occhi, che il giovane si trova subito disarmato. Egli pensa di scapparsene una notte
all'improvviso, dal rifugio, e riparare altrove, ma non fa che rimandare. C'è qualche cosa in Concetto che desta il suo compatimento umano, c'è qualche cosa in Nina che sveglia il suo interesse maschile.
Egli dorme nel letto matrimoniale della coppia, la quale s'è accomodata in cucina. E' stato inutile che insistesse per esser lui a sopportar il maggior disagio della situazione. Tanto Concetto che Nina si stimano felici di quel lieve sacrificio che gli deve dimostrare in piccolo quel che vorrebbero fare per lui.
Il caporaleparte ogni mattina all'alba per la fornace, e lascia a casa Nina che deve preparare il caffè al padrone, prendergli l'acqua fresca alla fontana, far la spesa, portar le sue lettere alla madre, e ricevere quelle della famiglia. Nina, per non svegliare il giovane, sfaccenda per la cucina in punta di piedi. Ma Mariano ha il sonno leggero, e la sente benissimo. Talvolta la donna deve entrare nella sua stanza per prendere qualcosa, ed allora lui la fa sussultare, chiamandola improvvisamente con voce festosa:
- Ti si può augurare il buon giorno, Nina?
- Buon giorno e salute, Don Marianuzzo. Forse vi ho svegliato... Ho il passo duro io.
- Non è il tuo passo, cara. Sono io che non ho più sonno, che sono stanco di non far niente... Voi mi state viziando...
Nina gli sorride, e non teme di ritornare nella stanza, anche se non ha nulla da prendere, cosi, solo per vederlo. Spesso lo trova sperduto in qualche regno di fantasia, lo sguardo ispirato e la bocca atteggiata al sorriso. Ella allora si fa più piccola che può, per non turbare il viaggio immaginario del giovane. Lui le è grato della sua discrezione, la riempie di rossore quando le fa qualche lode, di pallore, quando le confessa, in tono estroso, che si sta innamorando di lei.
- Non scherzate, Don Marianuzzo... Una serva come me per un uomo come voi! Come vi posson passare certe cose per la testa?
- La tua tattica è semplice... Cerchi di mortificare me mortificando in apparenza te stessa. Sai il fatto tuo, tu!
Nina non trova mai il momento di lasciar la casa. Anche quando ha tominate le faccende, e sarebbe l'ora di raggiungere Concetto alla fornace, sembra che cerchi un pretesto per rimaner più che può vicina a Mariano. Gli chiede a più riprese se ha bisogno di altro, l'acqua del boccale non è mai abbastanza nuova, il braciere non è bene acceso, lo rimprovera garbatamente di non disporre di lei come dovrebbe, è felice quando può rubare qualche minuto alla partenza. Appena alla fornace, Concetto le domanda se ha servito bene il padrone, se si è
ricordata di questo o di quest'altro ; non le chiede mai ragione del suo ritardo. La donna ha le ortiche addosso, smania di ritornare, teme sempre di far tardi, inventa questa coincidenza e quella dimenticanza per zampettare verso la casetta prima del tempo. Concetto non è mai stato cosi pieghevole, quasi dolce, come ora. La permanenza di Mariano in casa sua gli nobilita l'esistenza. All'opposto di Nina, che non si staccherebbe mai dal fianco del prigioniero, Concetto fa di tutto per pesare meno che può sulla vita del padrone. Quando rientra la sera, dopo il lavoro, egli spia nel viso del giovane la propria speranza. Non trova nulla, eppur seguita a sperare. Sente che la provvidenza lo aiuterà, che la soluzione del suo dramma non è lontana.
Una sera il fornaciaro ritorna a casa livido. E' venuto alle mani con Peppe Canale, il quale l'ha sbeffeggiato chiamandolo Mezzomodavanti alle donne della fornace, che son scoppiate a ridere. Mariano deve usare di tutta la sua autorità per dissuadere Concetto dal correre armato di fucile da Canale, per fare una strage. Il poveruomo si lascia infine convincere ma cade in una prostrazione profonda. Approfitta dell'assenza della moglie per dire in uno scoppio di pianto convulso:
- Mi mettono sopra un tamburo e per parte di Nina non c'è màcula... Finora la donna ha fatto il suo dovere... Pensate se si muovesse una foglia che cosa direbbero...
Il giovane lo consola attribuendo il fatto alla malvagità di Canale, ed anche un po' alla sua smania. Il fornaciaro lo interrompe violentemente:
- Lo so ch'è una smania... Ma io vi giuro che se voi uscite da questa casa senza aiutarmi, io ammazzo Nina poi mi sparo... Meglio morto che pelle di tamburo...
- Ma ti pare che io possa tradir cosi l'ospitalità che tu e Nina mi date? Se prima l'enormità che ti sei fitta in testa poteva, in qualche modo, teoricamente insomma, considerarsi possibile, ora il solo pensiero di essa mi pare un delitto...
A quelle parole Concetto si vuota di sangue nel viso. Le mani gli tremano e l'occhio gli si annebbia... Dice con un singhiozzo nella gola:
- Allora siete deciso a voler la mia rovina? Allora non mi fate questa grazia? Male per me... Io mi vado a buttare nella bocca della fornace.
Per sollevare l'uomo dall'abbattimento che lo domina, Mariano è costretto ad ammettere di avere esagerato, che, insomma, se l'occasione si presentasse... insomma, non gli può promettere, tuttavia... L'arrivo di Nina è una fortuna per il giovane. La donna è tutta un sorriso perché gli porta molte buone notizie da casa. Suo fratello Pietro ha saputo che
l'inchiesta si inette bene; l'ingegner Cortaldo ha parlato col giudice istruttore ricevendone una buonissima impressione. In paese tutti sono per loro; Licerta e Pizzòlo si mangian le dita dalla rabbia. Da casa gli mandan cento baci per ciascuno, compreso Milord, che pare capisca tutto, tanto sta attento e guarda umano, quando sente parlare degli assenti.
Quelle notizie, buone in sé, che in altre condizioni lo riempirebbero di gioia, mettono un vero sgomento nel cuore di Concetto. Si ripete il caso di Malaspina per Cino. Entrambi gli uomini, pur amando i prigionieri, son tratti a volere le loro angustie, per poter attuare i propri disegni. Mariano capisce lo stato d'animo del suo caporalee gli perdona, perché sente che soffre. La più stupita resta Nina, la quale, certa di ricevere grandi accoglienze, si vede aggredita da una vociaccia di Concetto che par venire di sottoterra:
- Tappati la bocca, una buona volta... Tu non muori di pipita, va là... Non hai ancora sentita una cosa che ti fai un dovere di andarla a strombazzare ai quattro venti...
- Io? Se non ho parlato con nessuno...
- Zitta quando parlo io! grida urtatissimo Concetto. Vattene di là e non farti più vedere...
Se non ci fosse Mariano, la serata finirebbe a nerbate. Invece il giovane convince Concetto a richiamare dalla cucina Nina alla semplice minaccia di lasciar la sua casa, se sèguita ad esser cosi ingiusto contro la moglie.
Passano altre due settimane, senza che la situazione muti. Nina è veramente innamorata di Mariano, lo starebbe a guardare incantata dalla mattina alla sera. Anche lei, vedendo le giornate volare, pensa con malinconia che presto il giovane lascerà la sua casetta, e svanirà con lui ogni luce, ogni gentilezza, ogni interesse alla vita. Ella è troppo buona per augurarsi che qualche fatto nuovo complichi le cose, e, dal danno del padrone, venga a lei dell'altro conforto. Però non può impedirsi di considerare la crudeltà di questa vitaccia, che non ti fa scaturire il bene da un altro bene, ma, se mai, dal male di un tuo simile, di uno che ami.
E un giorno, Mariano, entrando improvvisamente in cucina, trova Nina che piange sommessamente per non farsi sentire. Egli le va vicino, le prende una mano, gliela accarezza, poi le dice tante parole buone. La donna rimane cosi sorpresa da quel gesto che le lacrime le cessano d'incanto, e se ne sta a guardare anelante il padrone.
- Ti stupisce che ti possa voler bene? Non sei forse buona e bella?
- Voi mi volete bene! Don Marianuzzo non prendetemi in giro... Ti pare una pazzia amare una donna come te?
- Certo, Don Marianuzzo. Un malosortato forse mi potrebbe amare, non uno come voi, che porta la bandiera su tutti.
- E se tu t'ingannassi? Se un uomo come me ti volesse davvero bene, che ne diresti?
Nina non risponde. Si lascia accarezzare le mani, i capelli, la fronte, non osando credere a quel prodigio. Infine Mariano l'attira a sé, e le dà un bacio sulla bocca. La donna gli si abbandona spenta nelle braccia.
I giorni che seguono danno a Nina la sicurezza dell'affetto di Mariano. Affetto, non amore. L'amore non può nascere date le premesse che conosciamo, e che rappresentano la sua negazione a priori . Però affetto bellissimo e pieno. La donna si dà al giovane come ad un dio che la visiti in sogno. Soffre, e non si lamenta, chiederebbe di soffrire di più, per dare una lontana giustificazione alla gioia che sa di non meritare. Amante e serva, insieme, essa è la prima donna che riveli a Mariano che esiste una castità della sensualità.
Nina ha il dono di rendere umile il bisogno della carne, di nutrirlo di puro palpito, di tenera attesa. Vicino a lei, egli sente quale totalità rappresenti per un individuo l'amore, come esso sia ricchezza, non sperpero, destino, non caso, bisogno, non gioco. Improvvisamente la sua giovinezza appare al maggiore dei Rupe più nuda di quanto finora non abbia creduto. Più nuda per quella povertà che supera tutte le altre: la povertà d'amare. Egli può spiegarsene la causa ma la povertà rimane. Essa lascia un'ombra di rimpianto alle sue spalle.
Concetto ha la rivelazione dell'amore tra Mariano e Nina, una sera, sorprendendo un loro sorriso furtivo, pieno di confidente tenerezza e di segreta intesa. Capisce, e un profondo sospiro gli solleva il petto. Prende il fucile, ed esce a fare una grande camminata per la campagna. Dieci volte è sul punto di puntarsi l'arma alla tempia. Fuga lo spettro della morte, mettendosi a far chiasso, a ballare, a cantare nel plenilunio, come un pazzo. Ritorna a casa tardi. E pensando che, in quel momento, Mariano e Nina possono essere stretti l'uno all'altra, egli non osa entrare nella capanna.
Resta timoroso e tremante, con gli occhi bruciati da un pianto non pianto, e il cuore deserto, davanti alla baracca muta. Lupo che la terribile fame abbia spinto al bivacco, e che il fuoco, con le sue braccia crepitanti, respinga.
Resta, la statua di sale, a scandire nell'ombra e nel silenzio i baci, le carezze, i sospiri a lei negati. Cade la musica dolce e proibita sull'uomo
distrutto, e, in quell'abisso di patimento, s'indemonia, si scatena come un uragano nella gola d'una montagna.
Resta, Concetto, a far la guardia al nido. La guardia, perché nessuno turbi il rito che si sta compiendo, che un altro, più degno, celebra per lui, col suo consenso, con la sua complicità. Si appoggia con le spalle al tronco di un ulivo, e cosi aspetta l'alba. Varca la soglia dell'abituro invecchiato di dieci anni. Nel suo genere, un eroe ed un martire.
Quando, a metà dicembre, Mariano viene restituito ai suoi, è come se il babbo in persona avesse scoperchiata la bara per ritornare, giovane e intrepido, alla casa orfana.
Verrà, tra qualche giorno, la Madonna ad asciugare al fuoco del ceppo natalizio i pannolini di Gesù Bambino. Leto le afferrerà un lembo del manto celeste, e le chiederà di intiepidire alla fiamma le vesti di tutti gli orfani della terra.
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PARTE SESTA. 
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CAPITOLO 1.
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Un colpo di tosse della terra malata, e, all'alba del ventotto dicembre, Sarmùra, sorella minore di Messina e di Reggio, scoppia come un melograno maturo, ingoiando negli spacchi vertiginosi centinaia di destinati. L'ululato dei cani, annunzianti la prima scossa, resta sospeso nell'aria a raschiare, con la carta vetrata dell'avvertimento vano, lo scheletro che ognuno porta nascosto come un ladro sotto la carne meschina. Le cantine eran piene di uno strano vino. Il terremoto sdoga ogni botte, e il fiume rosso morde per terra le sagome dei vignaioli illusi. Odor di carne maciullata, di agonia, si sprigiona come un vapore dai focolari sepolti. Scroscia sulle rovine l'onda del mare che il petto di un titano scatenato ha sollevato nella cala. Il respiro equoreo trabocca incessantemente dal verde cratere delle rive, si rovescia sulle case, le sradica, le aspira ed inghiotte. E svampa pure il fuoco, nutrito da un subitaneo vento. Terremoto, maremoto, fuoco. Una campana frenetica, da una torre rimasta miracolosamente illesa, suona a martello. I viventi si abbandonano con la faccia contro terra e abbracciano la propria fossa. Muggiti di terrore sbattono come cavalloni tra parete e parete, rintronan nelle catacombe improvvise. Poi il silenzio si stende sul tutto come un sudario. Il silenzio totale ed elementare della prima notte sul mondo. Folgora sul sudario una mano gigantesca, che raspa con i polpastrelli pazzi un muro sordo.
Muggiti umani si ripetono ma più fiochi. Prima lo spavento ha respinto lo spettro della Morte con le braccia tese. Ora la Morte in persona è apparsa in ogni famiglia a segnare le vittime, a mozzare i fiati, a spegnere gli sguardi. Come un fumo grigio, rosso agli orli, bulicante dalle case distrutte, la polvere si leva dalle rovine, diventando padrona della terra e del cielo. Restando in parte ferma sul vuoto delle case, come a succhiarne l'ultimo odore, marcia, la polvere, nello spazio, a incontrar l'altro fumo grigio, rosso agli orli, che, dallo Stretto, risale la penisola calabrese. Polvere di case sfondate, polvere di famiglie distrutte, polvere di povera piccola gente che strappava la vita coi denti, eppur se ne contentava. Ora le persone non ci sono più, non c'è più la loro pena, tutto è finito in polvere. E le case sembrano teste rientrate nelle spalle alla scossa venuta da sottoterra. Sembrano pupille trafitte con degli orribili uncini da un sadico torturatore. Sembrano bocche, cui una musata improvvisa abbia fatto saltare la dentiera.
Le strade si riempiono di miseri dal viso bianco per lo spavento. Piangono, si strappano i capelli, invocano aiuto, s'inginocchiano a baciare la terra assassina, si lacerano il viso, il petto, con le unghie, mirano le torce a vento che spuntano da ogni parte, e i lumi incredibili dei bassi , con strana attenzione, quasi dovesse venir da essi la salvezza. La maggior parte va e viene per le strade con una irrequietudine di formiche. Ognuno ferma l'altro che forse non conosce, o non ricorda, gli grida qualche cosa con la bocca contorta, gli butta le braccia al collo, gli lava il viso con le lacrime. Infine se ne stacca, andando incontro all'altra maschera che sopraggiunge, che aspetta il suo abbraccio, le sue lacrime, le sue parole, come un viatico.
A poco a poco il dolore trova i suoi luoghi comuni, le sue compiacenze, si distende nelle larghe cadenze di una disperazione già arrivata al suo massimo, e in esso fissata, oltre la quale è il balbettamento della pazza o il miserabile spaccio della pietà, guadagnata a far l'illuminello alla morte.
La piazza Rupe è la meta di tutti. Là il pericolo di restar sotto i muri è ridotto al minimo. Però la terra s'è spaccata come il pack polare, quando il fiato della primavera fonde i ghiacci. Nei crepacci vi entrerebbe tutta la Bara , anche se a far da Animellavi salisse su uno dei Mostri. Sale dalla voragine un fortore di fango bruciato, di radici scentate, di tombe scoperchiate.
Ora nella moltitudine che si rifugia nel proprio lamento, come il mendico nel suo mantello di lèndini, si precisa il mortificante senso di complicità che segue come un'ombra il soldato fuggito dalla trincea nel momento del pericolo. E' l'umiliazione del sentirsi vivere a prezzo di una viltà. I morenti cessano sotto i muri crollati, e i sopravvissuti non posson prender coscienza della meraviglia di esistere se non ricevendo il dono dalla bocca scolorata degli agonizzanti. Però basta che uno gridi:
 Disgraziati, stiamo qui a guardarci negli occhi mentre i nostri figli muoiono, grattano le macerie con le mani straziate, c'invocano!basta quel grido perché, come una persona sola, quella folla sparisca, inghiottita dalle strade e dai vicoli. Le rovine si popolano di spettri, i lamenti dei sepolti si congiungono attraverso i muri a quelli dei superstiti, le fiamme delle torce rischiarano pietre che le lacrime bruciano e che le dita scavano piene di spasimo.
Una turba di ossessi, dopo aver lambito con la lingua il sagrato e il pavimento della Chiesa, arriva a Lui che, dall'alto della barella di legno odoroso e dorato, se ne sta chiuso, per una servitù necessaria, nella sua malinconia d'uomo, fissata ed espressa con tocco ispirato dall'artefice, nella vena del tiglio. San Rocco non mostra meraviglia alcuna. Egli sa d'essere il santo delle grandi calamità, sente quale prodigio di bene e di spirituale perfezione si celi nel cociore delle piaghe che il Signore manda agli uomini per avvertirli che la carne si corrompe e svanisce, ma lo spirito resta. Trova naturale che la moltitudine venga a strisciare ai suoi piedi, a riabbracciare la fede che fa sopportare la prova e dà la speranza nell'avvenire. Il cane, il fido compagno del Santo, sentendo la folla avanzare strisciando, come un millepiedi, si volterebbe per fermarla con qualche minace latrato. Ma vedendo San Rocco restare immobile e trasognato, abbandonato col dolce sorriso di sempre al suo bordone di camminante, e col dito sulla piaga purulenta che gli rode la coscia, non òsa levargli di dosso i miti occhi acquei. Séguita a tenere in bocca il pane che servi nel deserto a nutrire l'attesa dell'eremita, ed esprime con la coda ondeggiante e le orecchie basse la sua devozione e obbedienza.
A un tratto la turba, rizzandosi, circonda con mani rabbiose la barella del Patrono posta ad uno dei lati dell'altar maggiore. Si vedono alcuni animosi portare sulla schiena i compagni gridando imperiosamente: A noi, le funi presto! Prima che ci fulmini! . A quell'ordine, una selva di mani solleva i cavi introdotti di soppiatto nella chiesa e coperti dal corpo strisciante della folla perché il Santo non sospettasse l'agguato. I temerari afferrano i canapi alle estremità, e, in men che non si dica, li avvolgono attorno alla vita e alle braccia del Patrono, cadendo subito dopo in ginocchio e mormorando: San Rocco perdona a questi cuori affitti. Sciogliti da queste catene per salvarci. Non ti svincoli, se non ottieni da Dio che cessi questo flagello. Tu solo ci resti, San Rocco caro, tu che mai hai negato a nessuno il tuo soccorso! .
L'adorazione espiatrice della turba, stampata col viso sul marmo verdazzurro del pavimento, dura qualche attimo, rotta da alti pianti e da spasimanti preghiere. Poco dopo, all'ordine di un omone dal viso butterato e dallo sguardo ardente, la gente lascia precipitosamente la chiesa, e si ammassa anelante sul sagrato, aspettando i portatori della barella col Prigioniero.
Quando San Rocco, legato come un assassino, appare nell'arco del portico, tra una fantastica ridda di torce a vento e di clamori, la folla in un impeto di fede e di speranza si genuflette ancora gridando: San Rocco nostro, San Rocco pietoso, San Rocco gentile, aiuta tanti poveri afflitti cuori. Liberarti dalle funi è per te un miracolo da poco. Prega Dio che ti aiuti, e allontana da noi questa sventura. Salvaci dalla guerra della terra, del mare, e del fuoco .
San Rocco non risponde. Subisce con sdegnosa indifferenza la processione per le strade devastate dal terremoto, che il riverbero dell'incendio popola di larve rossastre, di zone d'ombra paurose. Al suo passaggio i morenti par che riprendan fiato, alzano più acuti i loro lamenti. I superstiti si battono il petto con i pugni stanchi, rabbrividiscono mirando il sacrilegio del Santo legato, poi si uniscono alla turba, sentendo che, dalla pietà di San Rocco per i suoi ribaldi fedeli, dipende la cessazione del flagello e il principio della salvezza.
Quando la processione giunge alla Villa , il mostro sotterraneo dà un'altra vigorosa spallata alla sua rossa prigione, facendola precedere da uno sbadiglio che rintrona sinistramente nella conca del basso Mediterraneo. Sbandamento pauroso della folla che pare un mare di spighe falciato dal vento. I portatori abbassata la barella si buttan col viso contro terra vedendo con gli occhi spalancati in dentro una voragine di fiamme dove son per precipitare.
Silenzio.
S'ode improvvisamente piangere poco distante. L'eco arriva alla moltitudine prostrata come uno strappo di violino in sordina. E' un bambino che, sotto una casa crollata, miracolosamente vivo, cerca la sua mamma.
San Rocco non può resistere a quel pianto di bambino. Egli dimentica in un baleno l'affronto di quelle funi che l'avvincono fortemente, alza gli occhi al cielo, mentre sulle labbra gli fiorisce il profumato giglio della preghiera. E' l'incanto di un attimo. Una pupilla, ch'egli solo scorge, piove luce sulla sua testa. Egli n'è inondato. E, con lui, quella turba miserabile che soffre troppo per poter fare del suo spasimo il lievito del pane futuro.
Le funi cadono come fili di paglia dalle braccia del Santo. L'incendio si spegne. La terra placa la sua ansia. Il mare rifluisce alle consuete rive. E il bambino non ha più paura della tomba che ha sepolta la sua culla. Aspetta che la mamma scoperchi la bara per sollevarlo tra le braccia, e dargli il tiepido seno. 
Come si fa giorno, la visione della tragedia si precisa in tutto il suo orrore. Nelle piazze sono più i morti che i vivi. Padri figli fratelli li allineano uno accanto all'altro, e corrono a nuove agonie, lasciando a guardia di essi le donne e i fanciulli. Se ne stanno le madri a capo chino e con gli occhi chiusi; i piccoli nascondono il viso nel loro grembo. Ma i morti assottigliati seguitano a guardarli. Una ondata gigantesca li sbatte continuamente contro di loro. Piedi gelati, mani contratte, visi livellati, bocche a grumi, li sfiorano dappertutto. Si difendon le donne ululando, i piccini singhiozzando, all'infinito. E non possono staccarsi dai mostri, fuggire. Non li amano, no, quei morti! Sono troppo orribili. Son saliti dall'inferno, dai crepacci che straziano la terra, e aspettano il nembo che li sollevi dal suolo come foglie secche, li aspiri nei suoi mulinelli, li trasporti nello spazio infinito, come cose vive.
E' freddo, eppure tutti senton di soffocare sotto un'afa tremenda. E' tornato lo scirocco, è sempre la canicola? Anche ora i grappoli son fango incrostato sui tralci. In quel fango rosso e nero accenna qualcosa come una testa, una bocca, una pupilla umana. Se la morte si specchiasse nelle sue vittime avrebbe orrore di se stessa.
Quanti matti girano per le strade come strani mendicanti che spiino il momento di tender la mano. Che cosa vogliono, Signore? Forse rimproverano ai vivi d'esser vivi o lamentano di non aver qualche morto da guardare? Quei mostri allineati nelle piazze non son forse di tutti?
Un'infinità di persone cammina tenendo in mano candele accese. Vorrebbe metterle ai lati dei parenti uccisi quei piccoli ceri, ma non c'è spazio. La morte si dilata sempre più, i cadaveri stanno a contatto di gomiti, quasi volessero entrare all'inferno o in paradiso tutti nello stesso momento, ed ognuno tenesse indietro l'altro con la semplice pressione del braccio. Tra poco, i morti cacceranno i vivi. Ma quelle candele, bianche quanto il loro viso, dove le han trovate quegli sventurati?
Si vedono andare e venire dorme e uomini completamente nudi. Nessuno se ne meraviglia. Qualcuno tenta di buttare qualche coperta sulle spalle della vergine dissennata, che gli passa accanto senza vederlo. La donna lascia fare passiva. Quando riprende a camminare, il panno non legato, né stretto alla persona, scivola dalle spalle e cade per terra.
Ella non si ferma a raccoglierlo, neppure lo guarda, riprende il suo cammino nuda, immemore, assente a tutto. Ed allora l'uomo si affretta a riprendere la sua coperta, prima che qualche altro la raccatti.
E' straordinario il numero dei vecchi che si son salvati. La morte adora i giovani, falcia nelle loro file con cieca libidine. I vecchi si vergognano di quell'ingiustizia, e son là, agli estremi margini delle piazze, a chiedere ai passanti di farli morire. Nessuno li ascolta, ed essi alzano i più acuti lamenti per convincere gli altri della loro sincerità, e se stessi del loro privilegio.
Anche le donne che non hanno avuto morti nel disastro tentan di farsi perdonare la loro fortuna, piangendo e straziandosi per i morti altrui. Ma nessuno crede alle loro lacrime. Se qualcuna si avvicina per consolare è respinta da un viso buio, da un pugno contratto.
Ci son quelli che si sfogano a raccontare cento volte come si sono salvati. Essi cercano i loro simili, coloro cioè che circoscrivono la entità del flagello alla loro persona. Si crea cosi una massoneria dei superstiti, chiusa, da una sorta di pudore ipocrita, a quelli che, provati dalia sciagura, mostrano un'indifferenza sorella dell'odio.
Il terremoto è un gran livellatore di classi. Il proprietario, che ha sempre trattato il suo colono alla stregua di una bestia, ora gli si struscia pavido e conciliante. Egli vede il disordine che regna dappertutto, e pensa che non vi sarebbe miglior momento per una strage, la cui scintilla è partita da Dio in persona. Ma il terrazzano non è uno sfruttatore della morte. Egli aiuta il suo signore a salvarsi, gli dà i suoi cenci per coprirsi, disseppellisce i suoi morti, porta l'acqua alle labbra degli agonizzanti. Il padrone lo guarda stupefatto. Quando si persuade che la pietà del colono non è frutto della follia, ma un debito verso di lui, s'acqueta, e riacquista tutta la sua imponenza.
Il terremoto è la Cassazione suprema. Essa spalanca le porte del carcere che la giustizia degli uomini tiene sbarrate. Era, il carcere, ad un solo piano, perciò il terremoto, che ama la modestia, l'ha tenuto in piedi. Ecco avanzare la folla dei carcerati dal viso giallo, e dalla carne gonfia come pane inzuppato. Essi sono assenti dalla tragedia. La morte degli altri è la loro vita. La vita che è libertà di camminare, anche se le strade sono cimiteri. Assènti. Vorrebbero morire piuttosto che farsi riseppellire vivi nelle catoie squallide.
S'odono a tratti colpi d'arma da fuoco. Qualcuno si uccide, non potendo supportare la vita orfana, o viene impallinato lo sciacallo che ruba gli anelli alle dita delle vittime abbandonate?
Sorgono le prime tende di stracci, di lenzuoli, di coperte. Le piazze assumono un aspetto eccentrico, se non festoso. Pare d'essere nei giorni della Bara . I lamenti delle donne ora ricordano lo strazio delle bande pelose . Rosso di Sila dov'è, che raccolga tutte queste vittime sparse, le rivesta di carta dorata, le sospenda ai fianchi della macchina gigantesca e le innalzi al cielo, al rullo del tamburo suonato dal demonio nel ventre della madre terra?
Dopo la commozione notturna, la giornata è chiara e lucente. Alte sulla gobba del monte Aulina passano le nuvole, sventolando bandiere di bambagia. La croce della chiesa si vede più di sempre, stamattina. Pare che qualcuno le abbia dato una mano di vernice nera. Quel nero spicca contro il turchino del cielo e ravviva il grigiore del castagneto spoglio che sale la dorsale del monte.
Una madre allatta il piccolino. Davanti a lei è il marito morto. Per non intossicare il bambino la donna ha cessato di piangere. Il suo occhio erra dal padre al figlio. Nota estreme rassomiglianze che prima le sfuggivano. Quali, se l'uomo è ridotto ad una mostruosa poltiglia?
Strane son le coperture di fortuna degli uomini importanti di Sarmùra. Ecco il sindaco in camicia e papalina; il presidente del tribunale, avvolto in un lenzuolo come in una toga; il grosso proprietario in pellegrina; l'avvocatone in mutande; l'arciprete in vestaglia; il delegato in accappatoio. Sono i più buffi nella provvisorietà delle vesti che li coprono. Gli altri si muovono più sciolti di loro, non rimpiangono, per quell'unico dono d'esser vivi, la perduta imponenza o decenza. Invece loro vogliono, anche in camicia, anche in mutande, anche senza dentiera, anche senza parrucchino, essere quelli di prima. E farebbero ridere i sassi delle strade, se i sassi, come gli uomini, potessero smemorarsi e consistere.
Quante bestie randagie - cani gatti capre asini cavalli maiali galline anitre - che il terremoto ha scacciate dalle stalle e dalle case, circolano tra la gente. Esse tutto guardano e capiscono. Se qualcuno fa l'atto di mandarle via, rispondono: Sei meno di un verme . E rimangono. E gli uomini non han più il coraggio di scacciarle.
C'è nell'aria l'odore degli oli, dei vini, degli aceti, dei profumi, che ha versato per terra il terremoto. Ma la peste delle fognature vince tutto, e brucia gli occhi come fumo. Qualcuno corre allo spaccio vicino, che il tabaccaio morto non difende più, e si riempie le braccia di scatole di trinciato e di sigarette, che butta in un canto perché ognuno se ne serva. Chi non fuma si stropiccia il tabacco sulle palme, e lungamente ne aspira il fortore. Le donne non ci sono abituate, e non fanno che starnutire.
La fontana pubblica della piazza Rupe è sprofondata in un crepaccio. I delfini di marmo si sono aggrappati con la bocca agli orli della vasca. A tratti volgono gli occhi sulla folla, implorando aiuto. Pregano: Noi siamo i vostri amici, vi abbiamo tante volte difesi contro gli squali voraci, vi abbiamo divertiti con lo spettacolo dei nostri giochi nelle lunghe navigazioni, vi abbiamo rinfrescati durante la canicola col getto diaccio delle nostre gole. Ora siete sordi, e fingete di non conoscerci! .
Precipitano quei poveri delfini l'un dopo l'altro nella voragine, e nessuno li degna d'uno sguardo.
C'erano alcune sciantose in paese, venute per recitare al teatro Campanella. L'unica superstite di esse va in vestaglia per le strade, cantando a gola spiegata, e, tratto tratto, accennando motivi di danza. Alcune donne fanno l'atto di buttarsi sulla svergognata, e straziarla. Lei si scopre tutta sul davanti, e mette col grembo nudo in fuga le forsennate. E ride clamorosamente.
Un uomo seminudo, dalla capigliatura leonina e dallo sguardo fiammeggiante, appare a bisdosso di un cavallo nero, galoppando furiosamente. Quand'è sulla rovina della fontana, il cavallo fa querciola e sbalza il cavaliere. Egli batte il capo sul selciato, e si svena.
C'è un bambino, con un tozzo di pane in mano, seduto là contro il muro. Solo, senza né padre né madre. Il terremoto gli ha tolto ogni cosa,
non gli ha lasciato che quel brincellino di pane per affrontare la terribile vita. A tratti, il piccolo crede di riconoscere la sua mamma in qualche donna che appare ad uno degli sbocchi della piazza. Si rizza, le va incontro con le manine tese, poi s'avvede del suo errore, e ritorna al suo cantuccio contro il muro.
Il sole, un bel sole caldo, avanza, senza farsi spaventare dalle macerie che gli sbarrano il passo. Egli si butta i morti dietro le spalle, e prosegue splendente. I sepolti vivi sentono la sua presenza nella voce più ferma, nei colpi più vigorosi dei salvatori. Il pulviscolo dorato investe ogni cosa, e la fissa nel suo volto men tristo. Chiudono gli occhi i superstiti per guardare il loro sangue nascosto, e, per un attimo, dimenticano l'orridezza che li circonda.
Passan soldati che distribuiscono alla popolazione un po' d'acqua calda, tinta col caffè. Com'è buona quella bevanda. Coltellaccio, il più strappato mendicante del paese, reclama il suo caffè con la voce ed il gesto di chi c'è abituato a quei conforti, non ne sa fare a meno. Domanda a che ora distribuiranno il brodo e la carne, e si irrita perché i soldati accolgono le sue parole con un'insolenza.
Ci son quelli che esagerano l'entità delle perdite materiali, e per darsi importanza, e per atteggiarsi a vittime, se pur minori, di coloro che, nel disastro, hanno lasciato la vita, o i congiunti. Non si parla che di cassoni pieni di roba, di corredi sontuosi, di oggetti preziosi abbandonati tra le rovine, di somme lasciate nei cassetti, di documenti di gran conto perduti. E' dunque necessario il male perché il bene prenda coscienza di sé, e si pari a festa e si illuda?
Un uomo, travestito da militare, è stato trovato che rubava gli orecchini a una morta. Lo hanno preso, unto col petrolio e bruciato vivo.
Mondello, il primo barbiere del paese, acculato sul marciapiedi, non stacca mai lo sguardo dal rasoio che gli luccica nella destra. Egli prova e riprova il filo della lama sul dorso del pollice. Non si decide né a tagliarsi la gola né a far barbe in giro, come se niente fosse.
E Leonzio, il salinaro, in un eccesso di generosità vuol regalare il sale del suo spaccio ai passanti. Giacché tutti lo rifiutano egli lo va spargendo per le strade con gesto da ispirato.
Un uomo va raccogliendo con aria da cospiratore sassolini per le strade ingombre di macigni. Se ne riempie le tasche, poi va a vuotarle nel cratere della casa sfondata. E ritorna quindi per le strade a raccattar ciottoli. Serviranno per la sua casa futura.
Un altro, con un orario ferroviario in mano, va domandando a tutti perché suo figlio, che annunciava con telegramma la sua venuta per il Natale, non è ancora venuto. Siamo ai ventinove e quel treno non è passato da Sarmùra. Nessuno sa dare una spiegazione, e quel padre si danna. Il treno è arrivato, ma si è fermato sotto le rovine della sua casa. Stazione sotterranea. Ed egli non l'ha veduto. 
Un altro va con una carta in mano, ricevendo sottoscrizioni per la Barafutura. Una Baragrandiosa, mai veduta. Non la banda di Acquaviva verrà alla festa, ma quella suonata dagli angeli del paradiso in persona.
Quando vien sera, e non si vedono arrivare i soldati col sacco delle pagnotte e le marmitte piene, scoppia tra gli scampati un urlo di angoscia e di incredulità. Tutti si aspettavano una sbroscia calda. Dopo tanto sconquasso, quella era sentita come un diritto naturale degli afflitti, nei confronti della Malasorte. Un diritto vago, ma reale, sul quale ognuno avrebbe giurato. Il dubbio che i forni fossero distrutti e i fornai uccisi, che l'interruzione delle vie di comunicazione dalla terra e dal mare impedisse il soccorso dell'esterno: tutto ciò non era neppur passato per la mente degli scampati. Signore, mandi un subisso cosi, e nemmeno dai un tozzo di pane?
Ora la paura della fame, del gelo, della notte, delle prossime scosse, popola di spettri le strade e le piazze. Dopotutto i morti avranno, stanotte e sempre, una casa. Una casa ch'è un giardino pieno di fiori. Una casa: e possono fare a meno del pane, dei vestiti, della speranza. Son ricchi di tutto, avendo rinunziato a quella suprema cosa che è la vita. Ma i sopravvissuti?
Eppure, quando giunge a Leto la notizia che Rocco l'orbo , il figlio della venditrice di calia , il compagno suo caro di tante ore alla fornace, è rimasto sotto le macerie, non può, il piccino, a meno di piangerlo con alte grida disperate. Ora Rocco è libero, ha finito di struggersi per quel
nomignolo che ha dannata la sua fanciullezza, s'è scaricato dalle spalle quel fardello troppo greve, non soffre più il morso della fame. Però è morto. Mentre Leto è vivo ed ha vicina la sua mamma. E benedetta sia la fame, che si aggira tra la moltitudine, livida e sbilenca.
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CAPITOLO 2.
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Mariano Rupe è il primo ad organizzare l'opera di soccorso. C'è, nella sua furia di prodigarsi, il segreto bisogno di ringraziare la sorte che ha risparmiati tutti i suoi. Tutti, compreso Cortaldo, scampato miracolosamente al crollo del suo casamento, e riunitosi, trepidante, alla fidanzata. Tutti, compresa Nina, discesa con Concetto, lievemente ferito, a prender notizie dei padroni, e di Mariano, in particolare. Tutti, compresi la Pinta, Milord e Rorò, salvatisi con un salto giù, dal terzo piano, ch'era rimasto tagliato dal resto della casa per la rottura e lo sprofondamento delle scale.
Dopo aver condotto i suoi in piazza, Mariano raccoglie alcune squadre di uomini e li assegna ai vari rioni della città distrutta. Cino, Cortaldo, Alfredo De Marco, Salvatòre di Pace, prendono solleciti, ciascuno, il comando di un manipolo. Invece Pietro è scomparso nella confusione della piazza; non lo si riesce a trovare. Egli ha infilata la strada maestra, quella di Fracà, pensando a Sara. Al Trodio, la vista della fornace rimasta in piedi lo ha rincorato: Buon segno! Né le persone né le cose. Perché dovrebbe la Malasorte accanirsi contro quella sventurata? .
Infatti, nelle vicinanze della discesa di Gioia, ecco venirgli incontro Sara col bambino in braccio. Tanta è la gioia e la commozione dei due amanti, che si buttano le braccia al collo, senza veder la gente che li urta ululando, piangendo, strappandosi i capelli, chiedendo notizie. Pietro conduce la donna alla madre e gliel'affida con queste parole:
- Tenetela, mamma, presso di voi come un'altra figlia. Io le voglio bene. Poi vi dirò tutto.
Donna Maria, pur sorpresa dalla confessione del figlio, accoglie la poverina a braccia aperte.
- Ben poco vi possiamo dare, figlia. Siamo tutti nelle mani di Dio...
- Vicina a voi non ho più paura... mormora Sara pallidissima. Ma là, nella campagna, sola, davanti al casello distrutto e ai binari contorti, mi pareva d'impazzire...
Intanto Pietro va in cerca di Mariano, per prendere il suo posto nel
l'opera di salvataggio, iniziata in varie zone contemporaneamente, sulle indicazioni dei parenti superstiti. Il fratello gli affida il comando di una squadra di sterratori, e lo assegna alla casa di Licerta, dalle cui rovine giungono disperate invocazioni di aiuto. L'usuraio s'è salvato, anzi è riuscito a strappare dalla cassaforte i titoli e i fogli da mille in essa contenuti, ma son rimasti, sotto le macerie, la moglie, i figli e l'istitutrice. La moglie era ritornata dalla casa di salute proprio l'antivigilia di Natale.
Lui, Mariano, è dappertutto. Da un estremo all'altro di Sarmùra non si sente che il suo nome. Dalle catacombe lo invocano, dai tetti gli tendon le braccia. E lui non si nega a nessuno. Le sue forze, sotto l'assillo della necessità, si centuplicano. E' tanta la suggestione ch'egli crea attorno alla sua figura, che perfino la Forza pubblica obbedisce a lui. Egli salva, insieme con due carabinieri, il tenente Pirara, rimasto prigioniero sotto due muri maestri, venuti a incontrarsi sul suo letto; salva Spulica, l'amministratore dei principi Orsi, salendo per mezzo di una fune agganciata al cornicione di una casa a tre piani; salva la maestra Barbaro e due suoi nipotini, diecine e diecine di popolani e di terrazzani, andando per i tetti e le altane pericolanti con l'agilità di una scimmia.
Mariano è l'uomo delle grandi commozioni, delle ore decisive. Sarmùra l'ha espresso dal suo seno per opporre una sua difesa alla Malasorte. Se essa non fosse bisognosa, egli forse non esisterebbe. Un eroe ed un consolatore. Perciò è tanto bello e affascinante.
Se il carattere del maggiore dei Rupe non spiccasse nettamente, per una sua intima e fondamentale opposizione, contro quello di Cino, il terremoto sarebbe la pietra di paragone tra le due personalità. Mariano, davanti alla sciagura che seppellisce circa un migliaio di persone, si spoglia d'ogni amaro ricordo, non sente né la fatica né la fame, confonde amici e nemici in un solo bisogno di soccorso, manda Pietro a salvare Donna Lia Licerta come avrebbe fatto con una sua sorella. Cino invece non dimentica. Egli si rifiuta di recar soccorso al suo nemico. Egli individua, tra gli scampati, Biroldo, Pizzòlo, Tàio, Veléno, Scattagnòla, con vera costernazione. Nemmeno il terremoto ha fatto giustizia di quella verminaia umana. E, quando Mariano si rivolge a lui, per salvare la moglie di Ciccio Licerta, egli oppone un nonetto e reciso come una rasoiata. Ricorre il fratello a una sottigliezza logica per convincerlo. Gli dice che, salvando Donna Lia, non si fa certo un piacere al marito, ma si compie una vendetta assai raffinata, degna di un avversario come lui, Cino. Non per questo l'altro disarmerà. Affermerà che, a mischiarsi con certa gente, ci si rimette sempre, e preferirà 
volgere la sua opera di soccorso altrove. Salverà solo compagni di fede o umili lavoratori.
Non solo. Mariano ama Sarmùra. L'ama perché ci è nato, perché la sua famiglia - dal nonno, al padre, a loro, figli - ha durato dolori, fatiche di ogni genere per lasciare una sua traccia, non caduca. A Sarmùra egli ha combattuto aspre lotte, fin dai più teneri anni, a Sarmùra ha formato la sua personalità, a Sarmùra ha colto, nell'adorazione della popolazione, la misura della propria potenza benefica, del proprio fascino d'uomo e di apostolo. Come sentirsi estraneo ad una catastrofe che, distruggendo la città, mina alla base tutto il suo passato?
Cino è agli antipodi. Egli non ama Sarmùra, da lui considerata una catena al suo piede di camminatore di razza. I patimenti sofferti non lo legano alle cose ma, se mai, lo distaccano, come da compagni indesiderati di una dura sconfitta. La tradizione del nonno e del padre l'accetta com'è, ma non può impedirsi di pensare ad un'eredità assai più cospicua che, a lui ed a tutti, avrebbero legata gli assenti, se avessero scelto un più vasto campo per misurare la loro volontà di potenza.
Con queste premesse, il terremoto appare a Cino un giustiziere, un tentativo della sorte di aiutarlo a spiccare il volo verso altri lidi, una chiusura di bilancio in perdita di tutto il suo passato. Non importa che tanti siano i morti innocenti. Quei morti erano in vacanza dalla nascita. Sono il bersaglio del terremoto, come avrebbero potuto esserlo della rivoluzione o della carestia. Meglio loro, anche se mille, anche se diecimila, che lui, Cino. Infatti una folla può essere sostituita, ma l'uomo Dante, Colombo, Leonardo, Galileo, Robespierre, Napoleone, Shelley, Wagner, Marx, Edison: no. Un uomo, ed ecco il mondo degradarsi od innalzarsi. Un uomo ti crea la divinità e te la rovescia nella polvere. Un uomo può convincere milioni di individui a camminare con la testa in giù e i piedi per aria. Un uomo, ecco. E Cino sa d'esser di razza schietta.
Donna Lia Licerta, per quanti sforzi facciano Pietro e la sua squadra, non si salva. Ferita gravemente alla testa, essa spira nelle braccia di una sua bambina, chiedendo vanamente un bicchier d'acqua. Invece l'istitutrice, rimasta illesa, per esser stata protetta da un grande armadio da sacristia, resiste fin che i salvatori non la individuano e traggono dalle rovine. Tutti e tre i figli dell'avvocato usuraio scampano alla certa morte, per merito di Pietro e dei suoi uomini. Lui, Don Ciccio, si finge matto per non pagar gabella. Della moglie non gliene importa nulla. Se mai, viva o morta, ha una ragione di odio di più contro di lei, per essere stato costretto a ricevere l'aiuto di un suo nemico. Quando la
vede trarre muta ed orribile dalle rovine, esprime con un singhiozzo asciutto il suo dolore. Ed è tutto. Né quando la squadra dei salvatori è sulle mosse per partire, egli ritiene opportuno uscire dal suo marasma. Che è finto fino a un certo punto. La paura di dover fare un gesto generoso, di dover dare agli uomini stanchi un pugno di quel danaro che gli riempie le tasche, lo ammala per davvero, gli dà un'eccitazione simile alla febbre.
Dei sovversivi, la prima vittima è Michele Parrello. Il nonno della rivoluzioneè inghiottito dal pavimento, e sepolto sotto una montagna di pietre. Non è la fine sulla barricata, e questo è uno dei tanti scompensi tra la morte e la vita, con i quali la sorte ride di se medesima. Cino batte per ore ed ore nella speranza di giungere a salvare il vegliardo. Allorché finalmente esso vien ricuperato, gli uomini non possono trattenere un gesto di orrore. Michele Parrello non è che un'immensa schiacciata livida, simile a certi mostri di laboratorio, i quali ti danno un'idea grandiosa della vita umana, dopo averla offesa, umiliata, scompaginata, attraverso la loro incredibile dimensione.
I propretari perdono il più grosso dei loro, Raffaele Fetuso. Costui, in un primo tempo, era stato risparmiato, ma l'ansia di mettere al sicuro il portafogli, contenente qualche diecina di miserabili biglietti da mille, lo aveva spinto a sfidare un pavimento sospeso nel vuoto. Il peso del suo corpo fece cedere l'impiantito che crollò con lui.
Dei Mostri della Bara , si salva solo il Cammello. Ma il Gigante e la Gigantessa restano interrati nelle rovine del loro ripostiglio. Forse la prima scossa li aveva appena tramortiti, ma chi poteva ascoltare i lor gridi di cartapesta, se perfino i richiami delle madri, nella terribile notte, battevano a vuoto?
Lio, detto il Grillo , fa compagnia ai Mostri sotterra. Egli passa dal sonno della vita a quello della morte con grande facilità. Stavolta farà da Padreternoe da Animellain uno. L'accompagnano nel viaggio la moglie e sei figlioletti. Quando li vedrà apparire, l'altro Padreterno annuvolerà il paradiso, per sottrarsi ai loro sguardi.
Dei sessanta Angelidella Bara , venti almeno han voluto provare come si va in cielo senza ali di cartone appiccicate agli omeri. Le mamme si straziano sui cadaverini perché non sanno il segreto della loro assunzione.
Finalmente Ciccio Attisani raggiunge Mariano Rupe e gli chiede aiuto per il direttore del Ginnasio, che invoca soccorso dalle profondità della casa crollata.
- Prima le sue grida erano altissime. Ora non si senton quasi più. Salvatelo, Don Mariano...
- Non posso far nulla... risponde Mariano asciugandosi il sudore e la polvere. Tutte le squadre sono per il momento impegnate... Bisogna che tu formi quelle degli studenti... Te ne dò il comando. Vi assegnerò io i salvataggi più urgenti...
L'incarico di Mariano riempie di commozione Attisani. E' scelto a capeggiare le squadre proprio lui che, in classe, è degli ultimi, passa agli esami sempre a ottobre. Impallidisce il ragazzo, ma non trema. Si mette in moto, e, in meno di un'ora, riunisce quasi cento studenti del ginnasio. Dove, come li abbia trovati e strappati dalle braccia materne, è un mistero. Dei compagni di scuola, almeno quaranta sono pianti come perduti dai loro genitori. Bisognerà disseppellirli e portarli in piazza. E liberare i sepolti vivi.
Nèoro e Leto fan parte delle squadre. Donna Maria li lascia andare, a patto che camminino nel centro delle vie e vadano ogni ora a farsi vedere da lei. Leto è nella squadra comandata da Nèoro, la quale è aggregata a quella di Cortaldo. Son proprio loro che cominciano gli scavi alla casa del direttore. Ogni tanto sospendono il lavoro per chiamare il sepolto, che si lamenta sempre più debolmente. Si sente, si sente ancora. Ed allora i picconi, i palanchini, le mazze, le mazzette, le leve riprendono con rinnovata lena.
Leto è addetto con altri ragazzi al trasporto delle piccole pietre. A furia di piegarsi e di rizzarsi, il languore che il piccolo sente da qualche ora nello stomaco diventa spasimo. Pare che l'abbiano messo sotto una campana pneumatica per fare il vuoto nel suo pancino. Pancino che per altro pieno non è mai stato. Si avrà un po' di pane più tardi? Un pane anche fatto di miglio, anche di segatura, pur che sia?
Dopo circa tre ore di fatica, finalmente si arriva a isolare il muro maestro che ha chiuso ogni scampo al direttore. Su di esso, come sopra un'incudine, si lanciano uomini e fanciulli, cui la paura di giungere troppo tardi dà un'energia sovrumana. Quando con i picconi la breccia è fatta, ed un giovane si avventura nella prigione, tutti trattengono il fiato vinti dalla solennità del momento. Respira ancora! grida di là l'uomo. E la sua voce riempie di pallore il viso dei salvatori. Poco
dopo esso ricompare portando nelle braccia il ferito, cereo in viso e con gli occhi già vitrei. Un largo spacco tra testa e collo seguita a mandar sangue, e il corpo è già perso. Il moribondo tenta di parlare, ma non può. Vorrebbe sapere la sorte della figlia, una bella fanciulla di diciotto anni, il delirio di tutti i ragazzi del Ginnasio. Basterebbe che guardasse le macerie per capire. Lo sforzo di parlare si concreta in un lungo tremito delle pinne nasali e in un rotear d'occhi che lottano nella nebbia per cogliere le figure e le luci. Poco dopo reclina il capo, si stira dalla testa ai piedi, come se volesse, prima di morire, riprendere le antiche proporzioni del suo corpo, e non si muove più.
La commozione per quel salvataggio mancato è grande in tutti. Ad esso tanti ragazzi han portato il loro contributo, per esso han sentito più forte il morso della fame, in esso hanno intravisto la bellezza di un gesto, che superava l'episodio per assurgere alla grandezza di un simbolo. Il maestro in pericolo e lo scolaro che lo salva. Il maestro sacrifica la vita per insegnarti tante belle cose che faranno di te un uomo, e tu gli dimostri, a un bisogno, che non sei un ingrato, che andresti sui carboni ardenti per lui, anche se l'apparenza, come nel caso di Attisani, è diversa dal fondo, e nasconde un cuore.
Il più sbigottito di tutti è appunto Attisani, che s'è prodigato nello scavo come un grande, che ha fatto del salvataggio del direttore il suo orgoglio supremo. Ora egli si rimprovera d'essere passato troppo tardi dalla casa dell'insegnante, si prende la testa fra le mani, e piange.
Quando gli uomini sollevano il cadavere per portarlo in piazza, il ragazzo domina il suo dolore e si unisce alla schiera aiutando a sostenere la salma per le spalle. Il sangue del morto gli cola addosso, ma egli non se ne cura.
Il Convitto Pastorino è un ammasso pauroso, fumoso, di rovine. Nèoro trova davanti all'edificio Giuseppe, il vecchio custode, il quale fuma la pipa come se niente fosse accaduto. Il ragazzo gli chiede qualche notizia, e l'altro non gli risponde neppure. Nèoro indignato gli strappa la pipa, e gliela butta per terra. Giuseppe si china fulmineo a raccattarla, e se la ricaccia in bocca tirando animosamente per rimetterla a fuoco.
- Ma almeno dimmi questo: il direttore si è salvato?
- Il direttore è partito. Per oggi non è visibile...
- Ma tu l'hai veduto?
- Ordine mi chiamo! Dovreste ormai saperlo...
Per fortuna, date le vacanze natalizie, quasi tutti gli internidel Convitto erano ritornati alle loro case. Altrimenti sarebbero stati 
inghiottiti dalla fossa nera. Qui il fuoco ha data una mano al terremoto per bruciare vivi i sepolti. Una diecina di ragazzi e alcuni servitori sono rimasti nella fornace sotterranea. Giuseppe è pazzo.
Nèoro, di ritorno in piazza, non può impedirsi di andare a rintracciare per le strade della cittaduzza distrutta i palazzi e gli edifici pubblici costruiti dal babbo. Quasi tutti sono rimasti in piedi. E' solo precipitato il Tribunale, già costruito sulle fondamenta di un altro edificio segato dal terremoto. Corre il ragazzo a dar la notizia alla madre:
- I palazzi del babbo non son caduti... Nemmeno han bisogno di puntelli... E a noi ci negavano i crediti...
Cino e Pietro salvano l'intera nidiata, dodici figli, di Scalzo, un ottimo terrazzano, assiduo nella Sezione e nella Lega. I due giovani son tanto commossi da quel salvataggio miracoloso, che sentono il bisogno di andare a raccontare l'impresa alla mamma. Donna Maria li abbraccia con le lacrime agli occhi; e anche le sorelle li colmano di tenerezze. Tutte le sorelle, tranne Gilda, la quale, dall'orrore che la circonda, è vuotata d'ogni vita, d'ogni sentimento. Se ne sta in un angolino, pallidissima, e con gli occhi velati, chiedendo continuamente alla madre di Nèoro e di Leto, rimproverandola di lasciarli andare alla ventura tra le rovine, solo respirando quando, a tratti, li vede riapparire.
Cino, scorgendo Sara in mezzo alle sorelle, non può frenare un moto di meraviglia. La donna lo guarda con i suoi occhi limpidi e gli chiede perdono per il posticino che occupa.
- Ero tanto sola laggiù... In queste ore la solitudine fa impazzire...
- Povera donna, lo credo... dice Cino soprappensiero. Poi si avvicina a Pietro e lo informa che i detenuti son fuggiti dalle carceri.
- Il marito di Sara era stato trasferito a Gerace. A meno che anche là...
- Speriamo di no... E poi Gerace è lontana... Non ci son treni, non c'è nulla. Tu credi che il casellante, se la vedesse qui, potrebbe...
- Quell'uomo è una bestia... E' meglio stare all'erta... Non ci mancherebbe che una tragedia passionale in questo momento...
Piccole scosse si succedono, riempiendo di terrore gli scampati, e di gioia i morti. Piove. La pioggia affretta la decomposizione dei cadaveri. Il fetore che si leva dalle case crollate è insopportabile, vince perfino quello delle fognature. Cani, gatti, maiali, affamati vagolano per le rovine, attirati dalla putredine. Li si ammazza a revolverate e a sassate. E' già il tramonto. L'ora si dibatte tra il cane e il lupo, come dicono
i nostri contadini. Dal mattino Mariano non ha avuto posa, sarà apparso nella piazza venti volte, ora portando morti e feriti, ora incitando i riottosi e gli smarriti, ora annunziando i soccorsi che, da ogni parte del circondario e della regione, stanno per arrivare. Egli cammina tra una folla miserrima che lo lambisce come un fiume ai fianchi, lo supplica di salvare questo e quello, gli ricorda prove antiche e recenti di amicizia delle vittime che aspettano il suo aiuto dalla tomba vivente, gli giura devozione eterna. Mariano respinge la turba col suo accorato sorriso. Ogni tanto stende le braccia rassegnato, significando che quelle sole possiede e che i miracoli non son di questo mondo. Promette tuttavia di prodigarsi fino all'estremo, è costretto a chiamare i militi per liberarsi dalla stretta ansiosa che minaccia di soffocarlo. E' notte quando può trovare un momento libero per raggiungere la famiglia e consigliarla di ritirarsi al Trodio. Egli stesso ve l'accompagna, barcollando per la stanchezza come un ubriaco. Appena alla fornace, si lava le mani sporche di sangue, si provvede di una torcia a vento, e ritorna a Sarmùra con i fratelli e Cortaldo.
Tutta la notte frugano nelle rovine al lume delle resine, salvando altri miseri; altri cadaveri aggiungono a quelli già ricuperati. Lo spettacolo della piazza è terrificante. Ai quattro lati han messo delle torce a vento altissime che fan da ceri ai quattrocento morti di prima ondata che già lastricano la piazza. I parenti si son ridotti alle estremità delle falangi mute, scacciati da esse. E le stanno a guardare, immobili nel freddo, ombre verticali accanto ad ombre distese. Di loro s'impadroniscono i riflessi lingueggianti delle torce, schizzandoli dappertutto, facendoli indugiare pietosamente sul viso, sul corpo dei familiari. I quali cosi ricevono una suprema testimonianza dei vivi.
Verso la mezzanotte giungono i primi soccorsi: medicinali, coperte, teli da tenda, sacchi a pelo, maglie, vestiti, gallette, carne in conserva, pane, caffè, zucchero. Arriva il primo autocarro alle porte del paese e si ferma, non potendo procedere per i macigni che gli ostruiscono il passo. Da ogni angolo della città morta accorrono i sopravvissuti incontro al camion. Si lascia il lavoro di disseppellimento per essere dei primi a prender qualcosa. Il comando militare è impotente ad arginare la turba. Mariano Rupe, aiutato da Cino e dagli altri, tenta una distribuzione razionale di medicinali, di viveri e di indumenti. Ma la folla lo preme, gli porta via tutto dalle mani, lo sbatte come un sacco di stracci da una parte e dall'altra. Le preghiere si uniscono alle minacce; molti si azzuffano; luccicano i coltelli; il clamore è altissimo; volano sassi e
imprecazioni; i soldati puntano i fucili; la marea si placa solamente quanto i fortunati han fatto tabula rasa del primo autocarro di soccorso. Ad un'ora di distanza altri ne giungono. Il comandante del presidio li fa circondare dai soldati con le baionette in canna, e cosi la distribuzione si svolge più calma.
Sono le quattro passate, quando Mariano e gli altri si ritirano al Trodio. Donna Maria li aspetta con una tazza di brodo per ciascuno. Come abbia fatto a procurarsi quel bel ben di Dio, è un mistero. Ma Nina l'ha aiutata. Ha tirato il collo alla più grossa papera randagia che le è riuscito di acchiappare per le strade. Il brodo caldissimo ristora i salvatori. Riprendon fiato, le lingue si sciolgono, le bocche ritrovano il perduto sorriso. Tutti vivi, tutti, un miracolo. Han fatto quello che han potuto per premiare se stessi e gli altri della loro incolumità. Senza di essi, diecine e diecine di persone sarebbero sempre sottoterra. Ora han davanti a sé due, tre, forse quattro ore di riposo. Possono distendersi sul tavolato, e dormire. Mai sonno è stato più meritato. Però già canta il gallo. Il gallo di Cicca Malòma che, dal ciglione della fornace, vede un fiume di automobili, di carretti, di ombre gesticolanti, scendere verso Sarmùra, e non sa spiegarsi la ragione di quel diavolèrio. Canta e annunzia l'alba vicina. Nè il suo canto è diverso da quello che ha inaugurata l'alba del ventotto dicembre.
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CAPITOLO 3.
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Tristano apprende la notizia del disastro, uscendo dal liceo a mezzogiorno. Le strade sono assordate dagli strilloni, attorno ai quali mareggia la folla, ansiosa di strappare i giornali che appaiono in edizioni straordinarie con le testate a lutto e le prime notizie dell'inaudita sciagura. Il giovane si avvicina a un signore cortese che tiene bene aperto, davanti a sè, il giornale, per permettere a quelli che gli stan dietro di leggere la notizia, data a caratteri di scatola, di Messina e Reggio distrutte. Egli percorre con un'occhiata folgorante titolo e sottotitolo e trova Sarmùra. Anche Sarmùra rasa al suolo. Migliaia di morti. Tristano si sente gonfiare improvvisamente le tempie e tremare le ginocchia. Stringe il braccio del vicino che non conosce; s'abbatterebbe a terra, se la confusione della gente non lo sostenesse come una foglia in un mulinello di vento.
Dice con voce spenta:
- Per favore, signore, mi faccia leggere... E tende il braccio 
supplichevole verso il foglio, che gli vien ceduto premurosamente per una intuizione immediata del suo dramma.
Tristano, osservato con commossa curiosità dalla folla circostante, cerca qualche particolare di Sarmùra, e non lo trova. Il giornale che tiene nelle mani tremanti palpita come un cuore. La prima pagina è tutta dedicata a Messina e Reggio. Centinaia di migliaia di morti; maremoto; incendi; case sradicate e travolte dalle onde; ferry-boats ingoiati dallo Stretto; fame, freddo; pazzia; i marinai russi sbarcati con i primi soccorsi; stato d'assedio. Di Sarmùra nulla. Solo in quarta pagina, nelle recentissime, un breve telegramma: Anche Sarmùra distrutta. I morti ammontano a parecchie migliaia. Se si considera che la cittadina contava quindicimila anime, le sue perdite non sono meno importanti di quelle di Messina. Urgono soccorsi . Niente altro. Tristano sospira, chiude gli occhi e vede tutti i suoi sepolti. Pensa: Almeno fossi rimasto con loro sotto le rovine. Solo solo solo al mondo. Ed eravamo tanti! .
La folla che lo guarda, spiando nel suo pallore il segreto della sua tragedia, gli impedisce di abbandonarsi alla disperazione. Se ascoltasse il suo istinto, egli esprimerebbe con l'ululato quel che gli passa dentro, correrebbe per le piazze come un pazzo, farebbe rizzare i capelli sulla testa della gente con la chiamata dei morti. Egli non può ascoltare la bestia ferita che grida in lui. Deve dominarsi. Solo il sospiro, un sospiro, in cui affiora la sua pena infinita, gli è concesso. Sospira, ringrazia con lo sguardo annebbiato il signore del giornale, e va. Lentamente, come uno schiavo alla catena.
Arriva alla pensione disfatto. Non chiede se c'è qualche telegramma per lui. I morti non mandan telegrammi dalla tenebra. Solo, è definitivamente solo, ormai. Ci son tutti ad aspettarlo sulla porta. La signora Emilia lo abbraccia piangendo. Renata gli stringe una mano con grande tenerezza. Salemi, Scobèlli, Silva, lo guardano accorati, la signora Wurtzel arriva dalla sua camera spiritata con un foglio da mille nelle mani, che offre ai superstiti di Sarmùra. E giacché Tristano la guarda assente, come se stentasse a capire il senso delle sue parole, ella gli mette il foglio da milla in tasca, d'autorità, gli promette di raccogliere in giornata, da amiche sue, dell'altro denaro che lui, Tristano, si incaricherà di portare.
Il giovane si va a chiudere in camera, e là si sfoga a piangere, a strapparsi i capelli, a chieder perdono alla madre, per non essere andato a Natale a morire con lei, a picchiarsi con i pugni sulla testa. Ad un tratto si agguanta la fronte con una mano per concentrarla sulla visione dei dieci corpi straziati sotto le rovine. L'orrore che gliene viene è tale ch'egli si punisce picchiandosi ancora sulla testa.
- Non è possibile, non è possibile! Saranno forse feriti, saranno sepolti vivi, ma morti no... Io li salverò... Forse arriverò a salvarli.
Una grande ansia di muoversi, di occupare la mente in altri pensieri lo prende, improvvisamente. Chiama la signora Emilia, e la prega di aiutarlo a far la valigia. Egli va e viene per la camera, posando qui quel che ha preso là; consulta l'orario ferroviario cento volte; chiede caffè su caffè; fuma disperatamente; esce ogni mezz'ora per recarsi al chioschetto dei giornali; divora i fogli che si susseguono in edizioni straordinarie, rileggendo notizie che sa già, che non danno altri particolari su Sarmùra; ritorna in pensione con la speranza che sia arrivato il telegramma nella sua assenza. Nulla. Renata, ogni volta che Tristano rientra, pare chiedergli scusa del mancato arrivo delle buone nuove. Ella è veramente atterrita dalla sciagura che colpisce il suo amico, gli va vicin umile umile, gli chiede continuamente se ha bisogno di lei, si spinge fino a pregarlo di dire alla mamma che la lasci partire con lui alla volta della Calabria:
- Lei venire con me, Renata? Per che fare? Per seppellire i morti? Non c'è speranza, mi creda... A quest'ora avrei avuta qualche notizia... Sono stati tutti ingoiati dal terremoto...
La fanciulla reagisce con tutte le sue forze all'orrendo presagio:
- Vedrà che mi darà ragione... Se non tutti, molti dei suoi si sono salvati... Il cuore me lo dice... Del resto, i giornali esagerano sempre. Per loro le diecine diventan centinaia, e le centinaia migliaia... Son certa che domani avremo notizie meno terrificanti.
- Speriamo, Renata! Certo una famiglia come la mia non meritava di finire cosi. Un mostruoso crimine è stato commesso contro di loro e contro tanti innocenti. Da questo momento ho cessato di credere in Dio.
La signora wurtzel è la più esaltata di tutti. Impazza per la casa, fa le valigie anch'essa, scrive lettere che paion testamenti, parla di dedicarsi tutta la vita agli orfani del terremoto. Allorché dichiara di voler partire, la sera stessa, con Tristano, Renata per poco non le salta addosso. Le fa una scenata clamorosa, la rimprovera di non aver la testa a posto, di fomentare, col suo isterismo, il marasma del professor Rupe. Poi, a conclusione, grida a sua madre, di voler partire anch'essa e, giacché la signora Emilia le risponde con uno sguardo pieno di preoccupazione, lei si mette a strillare contro la madre tiranna, minacciando di buttarsi dalla finestra.
Tocca a Salemi calmare gli animi. Non è opportuno che delle donne si avventurino nella bolgia del terremoto. Esse darebbero più noia che
aiuto. Sarà invece lui il compagno di viaggio di Tristano. Ha già telefonato al suo avvocato, chiedendo una licenza che gli è stata subito accordata. Partirà insieme coll'amico col direttissimo delle diciotto.
L'ascendente di Salemi su Renata e su Magda wurtzel è grande, e si deve ad esso se le due donne si calmano e si rappattumano. Tristano è stupito dalla prova di fraternità che tutti gli danno. Se fosse in altre condizioni di spirito, quella spontanea mobilitazione d'affetto verso di lui, la sua famiglia, la sua terra, lo riempirebbe d'orgoglio e di consolazione. Ma egli è troppo squallido, troppo lancinato dal terrore di una perdita totale, per trovare un compenso nell'amoroso cordoglio altrui. Guarda gli amici della pensione con gli occhi assenti. Più che persone vive, gli paiono immagini di un altro tempo, di un tempo lontanissimo, pieno, entusiastico. Un sopravvissuto, ecco che cosa ha fatto di lui, in pochi secondi, il terremoto. E' il tronco della quercia, cui il fulmine ha scapezzate le braccia frondose, che si ostina a mostrare al sole una vita mutilata e deserta. L'impressione di aver perdute le braccia, le gambe, che una scure abbia recise le sue radici, non abbandona Tristano. Ecco, la morte comincia a guadagnarti all'esterno, ti uccide lentamente, facendoti pregustare la fine. Tu cessi in ogni palmo di carne che trascolora, in ogni vena che si dissecca, in ogni muscolo che si abbandona, in ogni nervo che si ritrae. La morte arriva al cuore, e sei un camposanto di te stesso.
- Ti ringrazio... dice Tristano a Salemi. Non dimenticherò mai questa prova di affetto che mi dai. E anche voi, Renata, signora Emilia, signora Wurtzel, grazie. Grazie di tutto cuore...
- Dovere, dovere nostro - si affretta a rispondere la vedova. Se avete bisogno di noi, telegrafateci... Verremmo io e Renata insieme...
- Certo... approva la fanciulla. In un secondo tempo potremmo far tanto bene laggiù... Mentre qui è sempre la stessa vita stupida...
- Però anche qui si può essere utili... ammonisce Magda. Ognuno di noi deve pensare a raccogliere danaro. Io, anzi, non perdo tempo. Vado a trovare alcune amiche ricche che non mi negheranno il loro soccorso.
Dice, e, senza indugiare, parte. Dopo un'ora torna raggiante con tremila lire raccolte. Le offre a Tristano con le lagrime agli occhi:
- Non sono nulla per tanta sciagura... Ma quello che conta è il pensiero.
La generosità della vedova spinge gli altri a gareggiare nell'offerta del danaro a favore dei terremotati. Renata rinunzia alla volpe bianca, sognata per la primavera, e consegna all'amico cinquecento lire. Sua
madre dà cento lire, sacrificando al terremoto del ventotto dicembre i restauri da eseguire nella pensione. Scobelli offre metà dello stipendio, riscosso da due giorni. Il capitano Siva dà cento lire. Salemi farà personalmente quello che potrà; e, infine, la somma raccolta non è affatto disprezzabile.
Tristano e Salemi sono accompagnati al treno da tutti i loro amici. Escono già le edizioni serali dei giornali. Ognuno legge avidamente, cercando qualche notizia rassicurante. Invano. Si apprende invece che Messina, data l'enorme quantità di cadaveri che già appestano l'aria, verrà dal Comando Militare bombardata, prima, tumulata nella calce, poi.
La notizia fa un'impressione enorme. Davanti agli occhi di tutti vibra la visione infernale evocata dalle parole... Messina non è più. Neppur morta può aver pace. Un lenzuolo di calce cancellerà perfino il suo nome dalle rive incantate che videro i suoi secolari splendori.
Tocca a Renata uscire, per la prima, dall' incubo. Essa scova nel giornale le poche righe che riguardano Sarmùra. Un grido di commozione le esce dalla gola serrata.
Si legge di un Mariano Rupe che ha organizzato varie squadre di superstiti, riuscendo, per la sua prontezza, a salvare parecchie diecine di persone. Non c'è altro, ma è tanto. La fanciulla pallidissima tende il foglio a Tristano. Il quale si deve appoggiare a Salemi per non cadere. Mariano è vivo, vivo. Ha salvato tante persone, domina già gli avvenimenti, ora e sempre sulla cresta dell'onda. Un leone poteva forse morire? E gli altri, gli altri? Gli occhi frugano disperatamente le colonne dei giornali, ma non trovano altre notizie. Non importa. Bastano quelle poche righe perché il viaggio del giovane sia meno disperato. Tutti l'abbracciano e baciano. Anche Renata, anche la signora wurtzel, anche Giacomo, anche Francesca, la vecchia cameriera, la quale arriva all'ultimo momento al treno, ma in tempo per scoccare un bel bacione in fronte al signor professore e scivolargli nelle mani due fogli da dieci, il suo obolo per i poveri del terremoto.
Tristano è in uno stato di smarrimento che confina con l'incoscienza. Sente un gran vuoto nella testa e un bisogno di chiudere gli occhi, di sognare. Ringrazia, ringrazia tutti, con la bocca esangue e, come il treno si muove, si butta nel suo cantuccio, prendendosi la testa fra le mani.
A Roma hanno le notizie del mattino. Le perdite di Messina e Reggio appaiono sempre più gravi. Il fuoco e il maremoto han coronata la strage. I morti son veramente centinaia di migliaia. I primi corrispondenti si spingono per il versante reggino, completamente distrutto. Rase al suolo: Villa San Giovanni, Scilla, Cannitello, Bagnara, Sarmùra.
Lo sguardo panoramico sulla zona terremotata dà un bilancio terrificante. Migliaia e migliaia di famiglie scampate, senza pane, senza tetto, senza vesti. Giganteggia il pericolo della peste. I cadaveri ammorbano l'aria. I pazzi non si contano. Tanti si precipitano in mare per finire una vita maledetta. Altri non possono staccarsi dalle rovine, si rifiutano di mangiare, di bere, di parlare. Fissano con occhi velati un punto della casa distrutta, e aspettano cosi la morte. Molti ladri di cadaveri sono ammazzati come cani arrabbiati. Chiunque venga sorpreso a frugare nelle rovine, senza un permesso dell'Autorità, è fucilato. Epidemia di suicidi. Si invoca la pietà della Nazione. Si respira un'aria di finimondo.
A Napoli apprendono finalmente che la linea ferroviaria sta per essere riattivata. Per il momento i treni si fermano prima di Gioia. Da Gioia in giù si procede con automobili, camions, biciclette, corriere, lettighe, carri, carrette. Partono da Napoli lunghe teorie di treni ospedali, di treni soccorso. I volontari infermieri piovono da ogni parte d'Italia, raggiungono il luogo della catastrofe con qualunque mezzo. Le stazioni sono prese d'assalto da una folla che porta indumenti e viveri. Le sottoscrizioni aperte in tutte le città raggiungono cifre altissime. Si moltiplicano le iniziative del soccorso. Salvare e consolare: questa la parola d'ordine della Nazione.
Dopo una nottata tremenda, ecco, finalmente, Tristano e Salemi a Gioia. Sono a pochi chilometri da Sarmùra. Ora è la zona distrutta. Gioia è crollata, ma le sue vittime non raggiungono le paurose cifre di Sarmùra e degli altri centri. La stazione è ingombra di centinaia di vagoni. Il ponte sul Metauro regge, ma i treni non osan passare. E poi, oltre il ponte, nelle vicinanze del casello di Sara, le rotaie in parte sono sprofondate nella terra smottata, in parte sono state divelte dal ciclone sotterraneo. Anche la campagna appare tutta bruciata. C'è forse passata una procella di fuoco. Le siepi son tutte nere; gli alberi ancora ubriachi, piegati contro vento e contro mare. La terra è interamente spaccata. Le arnacie , crollate, le cantine sfondate. Le scorciatoie sono rosse di vino e di feccia. La provinciale pare la battima del mare dopo un nubifragio. E' la risacca incessante di un esercito in rotta. C'è di tutto. Cadaveri, casse, suppellettili, botti, bende insanguinate, bestie randagie. E poi la fila interminabile delle automobili, dei camions, delle lettighe, dei carri. Procedono lentissimamente, evitando le fosse della strada, quelle naturali e quelle scavate dal subisso. Quando la macchina di testa si ferma, il convoglio sussulta e si arresta. Allora la folla degli scampati dà l'assalto agli autocarri pieni. Si accendono risse furibonde, si riprende la marcia con sollievo. Poi nuovamente la macchina di testa
si ferma. Nuove risse furibonde. I soldati hanno innestata la baionetta, e difendon cosi le provviste del soccorso. Gli scampati li urlano li maledicono, li supplicano, ma quelli sono irremovibili. Hanno avuto ordini severissimi, son come alle prime linee del fuoco. Quanti falò per la strada! Bruciano le suppellettili abbandonate; i cadaveri hanno anche essi il viso bruno, come carbonizzato. Si cammina tenendo il fazzoletto sul naso. Vien voglia di vomitare. Un acquazzone purificherebbe l'aria, ma esso sarebbe fatale a tanta gente nuda e affamata. Quel puzzo di morte è dunque necessario. Bisogna saturarsene, per non avvertirlo più.
Cerca Tristano nella turba che viene incontro a lui qualcuno, cui chieder notizie. Non vede che allucinati, i quali, alle sue domande, rispondono solo con i gesti, come se avessero perduta la parola. Essi accennano alla città distrutta col braccio levato, sgranano le pupille, si rannicchiano nelle spalle e procedono a capo basso. E poi, via via che si avvicina, il giovane non può più chiedere. Ancora mezz'ora di speranza piena. Una parola potrebbe stroncare la sua vita alla radice. Sperare, sperare fino all'ultimo. Ora, se anche vedesse qualche amico della sua adolescenza, Tristano l'eviterebbe. L'angoscia lo divora. Trema dalla testa ai piedi. Una palla di saliva gli oscilla nelle canne della gola e non può inghiottirla. Si appoggia al braccio di Salemi come un vecchio al bastone. Non prega, perché la tragica confusione che lo circonda non gli permette di vedere Dio nella sua gloria. Se mai nella terribilità della sua vendetta. Non prega con la bocca, però la sua speranza è piena di Dio. Egli ha dubitato per un attimo, e Do può castigarlo, o può rendergli in bene il suo peccato. Quando egli ha dubitato, il castigo o il premio erano già. Eppure Tristano sente che, se la sua famiglia si salva, è perché qualcuno ora, per lui, chiede, nel profondo, perdono del dubbio di ieri. I ricordi delle luminare dei Vespri, dei Sepolcri, dei Presepi, delle Resurrezioni, gli ridanno il volto della sua infanzia innamorata. I suoi fratelli hanno creduto con le opere, Dio essendo presente invisibile nella loro adolescenza schietta e pensosa; lui, Tristano, con le opere e con la fede. Una fede ch'egli ha strappata ieri. Una fede destinata a risplendere come un sole, oggi dopo il premio.
Finalmente sono in vista di San Leonardo. Ancora duecento metri, prima di giungere alla fornace. L'attesa spasmodica è come un curaro che abbia interite le fibre del giovane. Egli non guarda più la moltitudine cenciosa, non guarda più il convoglio che gli sta davanti e alle spalle. Si difende dall'angoscia con gli occhi chiusi. Ora, sotto le 
palpebre, come nelle presentazioni di un film, si precisano e si dissolvono le figure di tutti i suoi. Non manca nessuno. C'è anche Milord. E sono tutti vivi. Dalla figura nasce il quadro. Eccoli tutti insieme. La mamma nel centro e Mariano al suo fianco. E, attorno a loro, la corona della famiglia... Nèoro e Leto davanti a tutti, sorridenti come sempre. Furbescamente il primo, innocentemente il secondo. Milord guarda il più piccolino con occhi patemi, senza abbaiare, per la paura, forse, che la sua voce spezzi l'obbiettivo e fughi l'incanto dell'attimo. Pausa. Il quadro scompare. Si vedono, in un primo piano, immensi macigni, sui quali picchia vanamente Mariano. A tratti sospende la sua fatica per ascoltare. Più nulla. Mariano si abbandona per terra. Dissolvenza. Una nube di cenere cancella ogni figura. La lava resta immobile, pietrificando.
Raggiunta la cantoniera stradale, e, già nel raggio d'azione del Trodio, Tristano riapre gli occhi. Proprio sul cancello della fornace son Leto e Milord, che guardano con intensa curiosità il convoglio in movimento verso il paese. Tristano li vede, dà un grido strozzato, stringe in una morsa il braccio di Salemi, poi si butta dalla macchina, e corre singhiozzando verso di loro.
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CAPITOLO 4.
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Nel capannone che Mariano ha fatto, qualche anno fa, costruire per i faticatori, vivono i Rupe in gran mescolanza con fornaciari, terrazzani, spaccapietre. Un leggero tramezzo di legno divide, durante la notte, lo spazio riservato ai padroni da quello dei lavoratori. Non manca a tratti il buon umore. La larga distribuzione di viveri e d'indumenti, fatta dall'autorità militare, ha sollevato gli scampati. Si parla di grandi lavori che si dovranno portare a compimento nelle prossime settimane, per dare una sede provvisoria agli uffici pubblici ed asilo alla popolazione. Un primo sussidio in danaro è dato in ragione di cinque lire a testa. I Rupe, che sono tanti in casa, riscuotono un bel foglio da cinquanta ed uno da cinque, essendo stata loro conteggiata anche la parte di Tristano. Da tempo essi non erano ricchi come ora. Alle cinque lire s'è aggiunta la fortuna di una richiesta, da parte del Comando Militare, di parecchie centinaia di quintali di calce, che debbono servire a inumare i morti del terremoto. S'è deciso di seppellire i primi quattrocento in una fossa unica. Han piantato un argano, a poche braccia da essa, che prende le salme e le cala al fondo, disponendole orizzontalmente. Un velo di calcina separerà uno strato dall'altro. Compito
ben lugubre della bella calce porosa che ha, finora, impastate le case degli uomini vivi. Tuttavia anch'esso necessario per evitare una peste. La vendita della calce frutta ai Rupe qualche migliaio di lire. Se il ricordo del terremoto non fosse ancora fresco, chi terrebbe Leto dal fare un mondo di capriole con Milord, il quale, dopo la prodezza del salto dal terzo piano, pare ringiovanito, non sente i suoi nove anni di guai?
E Tristano ha dato a sua madre cinquecento lire di quelle raccolte a Torino. Egli si è consultato con Salemi, che avrebbe voluto gliene desse mille, per metterla in condizioni di respirare per un po' di tempo, di comprar lane e vestiti per tutti. Ma Tristano ha pensato alle tante altre mamme bisognose del paese, e ha consegnato il danaro che gli restava a Mariano, perché aiutasse le famiglie più provate dalla sciagura. Salèmi, personalmente, ha offerto cinquecento lire alla famiglia di Michele Parrello, ed ha promesso di iniziare una sottoscrizione nell'ambiente forense di Torino, appena sarà di ritorno in città. Il danaro corre facile, ora. Pare che il terremoto abbia aperto, in uno, le cateratte della morte e dell'abbondanza. Non questa, senza quella. Gli scampati si trovano nell'atroce condizione di dover maledire e benedire nello stesso tempo il cataclisma.
Mangian tutti insieme ad una gran tavolata, ognuno, tranne Salemi, che è ospite, portando il suo contributo in danaro e in razioni di viveri. Le cuciniere della compagnia sono Sara e Nina, dirette da Donna Maria e da Orsa. Sara non vuole più ritornare alla cantoniera ed ha ottenuto, per mezzo di Cortaldo, che l'ha raccomandata all'ingegnere capo delle ferrovie, una licenza straordinaria ed immediata per motivi di salute. Donna Maria s'è affezionata alla poverina. Cosi pure le figlie; la sentono buona e fine, e l'amano. Non si domandano le ragioni dell'interessamento di Pietro per lei. C'è, dopo il subisso, troppo bisogno di fraternizzare, di volersi bene, per nascondere il proprio scrupolo, dietro rigidità morali o formali. L'amano com'è, e tanto basta. Anche Mariano e Tristano son pieni di premure per Sara. Nèoro e Leto, poi, trattan con lei come se l'avessero vista da quando son nati. Solo Cino è leggermente riservato, forse in memoria dello scacco subito. Pietro è riconoscente a tutti, e si fa in quattro per riuscir gradito a Cino, Punico, in estrema analisi, che gli dia soggezione.
La seconda cuciniere è Nina. La donna ha trovato, nell'adorazione per Mariano, uno scopo e una bellezza alla vita. Fiorisce dalla sera alla mattina, è la meraviglia di ognuno. Il terremoto lei non lo vede neppure. I morti, e va bene! Quelli bisogna guardarli, per amore o per forza, che te li trovi sotto gli occhi, perfino nel sonno. Tuttavia è questione
di giorni, e quelle legioni infernali scompariranno nella fossa comune, e si ricomincerà a vivere, si ritroverà il gusto del mangiare, si cesserà di delirare nel sonno.
Concetto s'è piegato docilmente alla convivenza tra la gente della fornace. Dalla tremenda notte della rivelazione dell'amore tra Mariano e Nina è diventato un altro. L'irreparabile l'ha, per un verso, disarmato, e, per l'altro, gli ha dato la sicurezza d'aver circoscritto il male. Si trova disarmato di fronte a Nina, tratta, dal paragone tra lui e il padrone, a veder più grottesca l'insufficienza maritale. E' sicuro, invece, di fronte al mondo, essendo Mariano un tal ricordo per una donna da rischiararne tutta una vita, da non sopportare alcun confronto. In fondo, il piano di Concetto ha avuto lo scioglimento voluto. Unica resta, a batterlo di fianco, una insospettata e aggravata mortificazione verso se stesso. Questa non era davvero nel conto. Tuttavia, essa non è tale da togliergli il gusto della vita e spingerlo ad atti di follia.
Sara e Nina van molto d'accordo, si dividono il compito della cucina, delle faccende e del bucato. Di entrambe è gelosa Cicca Malòma, la quale mormora che la prima si atteggia a signorina , e la seconda ruba sulla spesa.
La tremenda moglie di Natale Monacella non dà quartiere a nessuno, perciò le sue malignità lasciano il tempo che trovano. Nina, forte della sua onestà, la lascia dire, tuttavia, quando può, non tralascia di augurare a Cicca una scossa di terremoto tutta per lei, che le insegni una volta per sempre la creanza.
Tranne Cicca, tutte le altre donne della fornace, e Filomèna la ddrudarusa , e Stilla, la moglie dello Sfregiato , e Grazia, la passione di Leto, e Carmelina, una ragazzotta di Ceramida, venuta di recente nella squadra dello Zi Ceo, e Caterina, la giovane moglie di Fortunato Agresto: tutte han simpatia per Nina, e specialmente per Sara, nella quale vedono una signorinain poveri panni. Esse attendono ai lavori della fornace, però, al calar del sole, aiutano le due donne nelle faccende. Una gran cordialità regna nei gruppi. C'è in ognuno come il ringraziamento verso il suo simile per essere scampato dal terremoto, ognuno si rallegra tacitamente con l'altro per l'era di benessere che, dopo tanta miseria, è stata inaugurata dalla Morte in persona nell'alba maledetta.
Le giornate passano rapide, piene di notizie, di fatti, d'imprevisti. Arrivano da tutte le parti, giornalisti, deputati, persone importanti. Ognuno è avido di parlare con i superstiti grandi e piccini, di avere qualche impressione viva sul disastro. Anche Leto ha la sua parte d'interviste, è guardato con ammirazione. Lo scampato non ha bisogno
d'inventare perché le cose sono là a testimoniare la tragedia. Eppure lo sforzo di non uscir dalla verità, di star fedele agli avvenimenti, è certo ammirabile, positivi essendo, per un lato, il bisogno di sbigottirsi dell'ascoltatore, che sente cosi di pagare un tributo verso le vittime, e per l'altro, la disposizione a ingrandire di chi è sfuggito a un grande pericolo, di chi è salito dal fondo del mare senza scafandro, dopo una lotta mortale contro la piovra degli abissi.
La domanda che fan tutti è sempre quella. Che cosa si è provato nel momento della scossa. Come se fosse possibile provare altro che un pazzo terrore. La terra che ti sussulta sotto i piedi e, intorno a te, le lungarine, di sostegno ai muri maestri, agguantate e sbattute, da un diavolo, le une contro le altre, con un rumore assordante; la tua mano che sostiene la parete sulla testa, mentre il labbro invoca il Dio di misericordia; le chiamate dei parenti da stanza a stanza; il silenzio dei sepolti; il mugghiare della strada; l'odore del calcinaccio nelle nari: le fumate della polvere nella gola; la fitta tenebra; l'ululare dei cani; il nitrire dei cavalli. Terrore, ecco.
I più insistenti sono, naturalmente, i giornalisti. Non ne hanno mai abbastanza di sentirsi ripetere le stesse cose. Paiono giudici istruttori che stiano facendo il processo al terremoto. Ogni parola degli scampati è colta a volo e trascritta nei fogli di viaggio degl'inviati speciali. Poi essi ci lavoreranno sopra, faranno piovere sul bagnato, e i settecento morti, finora accertati a Sarmùra, diventeranno, almeno, settemila.
Mariano Rupe, per l'azione svolta nelle prime giornate del disastro, fa la parte del leone nelle interviste dei giornalisti. Egli non può più liberarsi di loro; lo assediano dovunque si trovi; non gli dàn quartiere nemmeno quando dorme; l'aspettano talvolta, per ore ed ore, fuori del capannone, giacché, dentro, le donne si vergognano di stendersi per terra davanti a loro; lo affrontano, appena lo vedono, come creditori impazienti; gli fan sempre da scorta d'onore, quando scende a Sarmùra.
Anche Cino è in prima linea nelle corrispondenze dei giornali, ed egli è ben contento d'informare la stampa delle proprie prodezze. A lui personalmente l' Avanti! chiede un articolo d'impressioni sul terremoto, ed egli, dopo averlo scritto, lo manda al Divenire Sociale. L'articolo è pubblicato nella prima pagina della rivista sindacalista ed è lunghissimo, circostanziato, drammatico. Nei punti salienti esso vien riportato dai più grandi giornali italiani.
A dieci giorni dalla catastrofe, Mariano, Cino, Pietro e Cortaldo, non si sono ancora concessa una mezza giornata di riposo. Ci sono tanti
sepolti vivi che ancora si lamentano, che ancora resistono, c'è da provvedere a tutto. Tristano e Salemi li fiancheggiano con grande fervore. Quest'ultimo rimanda di giorno in giorno la partenza. Egli ha stretta una grande amicizia con Cino, che già conosceva di fama, e che ammira. Orsa divide col fratello le maggiori simpatie di Salemi. La seconda delle sorelle Rupe è un amore di donna per chi la sa guardare. E il giovane avvocato toscano dimostra di aver l'occhio esperto. Non solo quello fisico, ma anche quello spirituale. Orsa, dal canto suo cristallizzaper l'amico di Tristano. Tutti si sono accorti della sua inclinazione, e la prendono affettuosamente in giro.
Ritornano, i sei giovani, la sera, stanchi morti, e spesso si buttan sul tavolaccio vestiti, senza neppur mangiare. Invano Donna Maria e le figlie li pregano di riposarsi a turno un'intera giornata, per non ammalarsi. Quando son le cinque del mattino, un campanello squilla nella testa degli animosi, ed essi si levano, cercando di far meno rumore che possono. Ma tutti li sentono, perché, dalla notte tragica, hanno il sonno leggero, e, sovente, lo scricchiolio dell'assito, il gagnolare di Milord nel sonno, il russare di Concetto o di Natale Monacella dall'altra parte del tramezzo, il soffiare del vento nel capannone, il rombo di una macchina per la strada, li fa sobbalzare come se nuovamente dovesse scatenarsi il finimondo. Li sentono, e quella è la sveglia per tutti.
Mariano è proposto dal Comando Militare per la medaglia d'oro al valor civile. Egli ha salvate quarantasei persone nel disastro.
Concetto vive ora in uno stato d'esaltazione permanente. Non era cosi neppure durante le prime giornatacce del terremoto. Grandi vendite alla fornace, determinate dalle prime piccole costruzioni di edifici di fortuna. Non c'è calce che basti per le richieste che piovono da ogni parte. Dall'alba al tramonto, lo spiazzo è pieno di carri, di cavalcature, di traini, di camions, che aspettano d'esser riempiti. Tutti si reputano fortunati di portarsi via la calce mezza cruda, e pagano alla mano, senza discutere.
Quella confusione di gente dà a Concetto una specie di delirio. Lavora, da solo, per un'intera squadra. Egli colma le ceste, le pesa, le accompagna fino ai carri, spala il carbone bagnato, spacca le pietre, maledice i faticatori che, secondo lui, dormono a occhi aperti, bestemmia perché si perde tempo a mangiare, a far la siesta, a dormire, perché il carbone tarda ad arrivare, perché la pietra si va esaurendo nella cava. E' tanto preso dalla furia di lavorare, che non pensa neppur più a Nina; non la minaccia neppure una volta al giorno di prenderla a coltellate. La notte
dorme con un occhio solo, non fa che alzarsi continuamente, a metter la testa fuori del capanno per guardare il cielo, e sorprender l'alba. Non lascia dormire più nessuno. Nel sonno chiacchiera, conta fino a cento, a duecento - tante ceste, tanti quintali, tante canne di pietra -digrigna i denti contro i malifaticanti, sorride, se vede apparire un carro al cancello della fornace. Si desta definitivamente, fa rumore per partito preso, per preparare gli uomini alla sveglia. Nina si alza, insieme con lui, e prepara una pentola di caffè. E' la prima volta che tanti trascurati si trattano a caffè. Un po' leggero, ma non importa. Per i padroni Nina ne prepara uno più forte.
Una notte Fortunato Agresto si sveglia e non trova Caterina, la moglie, distesa sul tavolato che fa da letto a tutti i faticatori, i quali dormono vestiti, per essere più pronti a scappare, ove mai il terremoto desse qualcuna delle sue tremende spallate. I maschi son separati dalle femmine da Cicca Maloma, la quale, non essendo, col suo personale di aringa affumicata, né donna né uomo, può far da ponte materiale tra i due sessi. Caterina Agresto dorme tra Sara e Nina, con le quali seguita a parlucchiare fino a tarda ora, finché gli uomini non danno loro sulla voce, costringendole a tapparsi la bocca. Grazia si aggomitola tra Filomèna, la ddrudarùsa , sua zia, e Stilla, la buona moglie di Gianni, lo Sfregiato . Però lo Zi Ceo sorveglia la nipote dall'altro estremo del tavolato, anche quando dorme.
Fortunato non vede Caterina, e pensa che sia uscita per qualche bisogno, perciò aspetta paziente. Ma, ad un certo momento, si accorge che, nella fila dei maschi, manca Natale Monacella, il marito di Cicca Malòma. Il dubbio che il fornaciaro, da lui più volte sorpreso a guardar con occhio di pollo la moglie, possa combinar con lei qualche cosa di sporco a sue spese, lo induce a levarsi, e a fare, col rovaio che pela, un giro attorno al capanno.
Un rumore sospetto attira la sua attenzione dalla parte della stalla. Vi si dirige e sente che qualcuno scappa. Per tagliar la ritirata al fuggiasco, Fortunato ritorna sui suoi passi e salta giù dal muretto, che cinge torno torno la fornace, sulla strada. Un'ombra fugge lontana, è quasi alla fontana del Trodio, si volta un attimo indietro, poi riprende la corsa. Fortunato si butta all'inseguimento per istinto, senza però, dopo cento e più metri, colmare il distacco tra lui e il fuggitivo. Ad un certo punto, il pensiero di essere disarmato, e soprattutto il desiderio di accoltellar Caterina, gli fan fare un dietrofront repentino. Ritorna veloce al capanno, e trova, saporitamente addormentati, nel reparto
donne, Caterina; in quello degli uomini, Natale Monacella. Chi era allora il fuggitivo? Fortunato si stropiccia gli occhi, prima di agire. Va perfino alla quartara a sciacquarsi la faccia. Terminata quell'operazione lustrale, urla alla moglie:
- Bagascia, dimmi con chi eri o ti scanno...
L'urlo sveglia non solo Caterina, ma tutti i faticatori, ed i Rupe, che riposano di là dal tramezzo. Il più duro d'orecchio è proprio Natale Monacella. Il quale dà un ringhio di cane disturbato nel bel mezzo del sonno, poi si volta placidamente dall'altra parte.
La sua impudenza fa colpo su Fortunato. Il fornaciaro pensa che, al posto di Monacella, si sarebbe messo in guardia per evitare le prime coltellate. Oh allora?! D'altra parte, Caterina mette su un viso tanto innocente (non fa che guardarsi d'attorno per vedere con chi ce l'abbia suo marito) che Fortunato finisce col non capirci più nulla; già si pente amaramente di quella pubblicità fatta al caso. Se la cava con una certa presenza di spirito, dicendo alla moglie che sbircia in tralice:
- Ho sognato che facevi la bagascia con Natale Monacella. E stavo per accoltellarvi tutt'e due...
- Alla larga dalle male occasioni... borbotta Monacella che non vede l'ora di rimettersi a dormire. E Caterina:
- Mangia meno la sera... I sogni vengono da imbarazzo d stomaco.
Tutto finirebbe li, anche il mistero del fuggiasco che forse era un ladruncolo di calce, se, a quel punto, non intervenisse la Malòma, inviperita che qualcuno abbia, sia pure nel sonno, osato pensare a una distrazione di Natale con altra donna che lei, Cicca. Ella accomuna nel suo sdegno tanto Fortunato che Caterina; infila minacce e vituperi con un brio da non si dire; rintuzza le beccate ironiche della compagnia con estrosità e prontezza; costringe il fornaciaro a chiederle scusa, lo Zi Ceo a far la voce grossa perché certi discorsi guastan la testa alle giovinette, Mariano, infine, a batter ripetutamente sul tramezzo con la minaccia di mandare a dormire i litiganti all'aperto, sotto il rovaio che passa la sua spugna gelata sulla terra e sul cielo.
La Malòma s'acqueta solo quando l'alba batte discretamente alle porte del capanno. Tuttavia nessuno, né i faticatori, né i padroni, le serban rancore per quelle ore di sonno perdute. L'episodio lascia dietro di sè una scia di carnalità e di gaiezza. C'è troppa voglia di vivere e di distrarsi dopo tanta morte guardata negli occhi. Esso, in estrema analisi, significa la vita che si desta sulle rovine con i tranelli della gelosia; il ritorno agli affetti di ieri. Tutto ciò pareva abolito dalla tragedia del ventotto
dicembre. E' passata la morte. L'uomo, se pur stretto nei suoi miserabili limiti, resta.
Gli scampati escon dal subisso diversi. In altri momenti, per un semplice sospetto, Fortunato avrebbe accoltellata Caterina. Ora si contenta di considerare un incubo il suo istinto di maschio, rizzatosi a difendere la propria femmina. La morte ha insegnato qualcosa. Soprattutto essa ha mostrata la sua ripugnante bruttezza.
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CAPITOLO 5.
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Ed io non ci voglio andare... Voglio restare con la mamma...
La ribellione di Leto interpreta anche il sentimento di Culo di Ferro , per quanto questi, all'uscita di Tristano, abbia veduto balenare, davanti agli occhi, un cosmorama. Ma l'Ulisside, messo nell'alternativa di scegliere tra la conquista del mondo e la presenza della mamma, non ha esitato a seguire il comando del cuore.
Tristano soggiunge con voce grave parlando ai grandi più che ai piccini:
- Il terremoto che, per noi, è la salvezza non solo fisica, ma economica, e, per centinaia di migliaia d'infelici, la morte, dobbiamo accettarlo come un solenne monito. Non ci si può illudere di ricominciare a vivere come se niente fosse accaduto, considerando la sciagura del ventotto dicembre come un effimero arresto nella vita nel mondo. Esso è in definitiva una grande guerra combattuta contro il Caos. Se da questa guerra non si esce con un altro cuore, con un cuore migliore, significa che il sacrificio di tante vite è stato vano e che l'uomo è veramente una terribile bestia. Ora questo non posso crederlo, e per quella finalità che domina le cose, e per il rispetto che ho per l'uomo, creatura prediletta di Dio. Non faccio qui a caso il nome di Dio. Dio è l'unico vero grande protagonista di questa immane tragedia. Gli scienziati si affaticheranno a scoprire le cause prossime e remote del cataclisma, spiegheranno la morte di tanta umanità al lume di qualche ipotesi geniale che riempirà di stupore, se non di consolazione, i superstiti... Ma, ahimè, tutto questo è l'apparenza. Per me il terremoto è una grande lezione di umiltà che il Caos, comandato da Dio, ha voluto dare agli uomini smarriti o dimentichi della loro nullità. Lezione che colpisce troppi innocenti. Ma, per giudicare ingiusta la giustizia divina, si dovrebbe, in estrema analisi, assodare se la vita sia un bene e la morte una fine. Certo son convinto che il dono della vita sarebbe un privilegio immeri
tato per gli scampati, se considerassero il terremoto alla stregua di una pratica di ordinaria amministrazione che si evade ed archivia. O vivere diversi o scomparire: ecco il dilemma che affiora dalla spaventosa tragedia.
Le parole di Tristano cadono in un silenzio attento e commosso. Anche Cino, che avrebbe qualche riserva da fare su alcune affermazioni del fratello, se ne sta aggrottato e con gli occhi socchiusi. Nèoro e Leto, ora che la conversazione va nel sublime, non han più nulla da ribattere. Mariano guarda per il finestrino fuori, dove piove, ed è insolitamente triste. La madre è pallida e pensosa. I suoi occhi vanno da Tristano a Leto, il più piccino, percorrendo un filo invisibile. Pietro è, forse, il più sereno. Ascolta il fratello, innamorato delle belle cose che dice, indipendentemente dal loro significato umano. Le sorelle hanno un viso di sole sotto la pioggia. Dei colori dello spettro, l'arancione appartiene a Lina, l'azzurro a Orsa, il verde a Gilda, il violetto ad Anita.
Riprende Tristano a dire:
- Anch'io ho potuto dubitare della Provvidenza, nelle prime ore seguite all'annunzio del disastro. Orrenda è la solitudine per qualunque uomo, ma, per noi, che siamo undici in uno, uno in undici, dacché mori il babbo, simile ad una morte. Ho dubitato, e il Signore mi ha resa in gioia la mia amarezza, in fede il mio smarrimento. Solo la mano di Dio poteva salvarvi tutti, carissimi. Non c'è famiglia a Sarmùra che non abbia perduto qualcuno, molte nidiate sono state decimate, altre spente del tutto. Noi, nulla. Salvi, e, improvvisamente, quasi ricchi. Non solo, ma per la pietà, l'abnegazione, lo sprezzo del pericolo dimostrato, guardati con orgoglio, con riconoscenza, quasi idolatrati, dalla popolazione superstite. Non è un prodigio tutto questo? Ecco, per noi un bene totale. Ce lo siamo noi meritato? Certamente: lo affermo con sicura coscienza, giacché nulla che avviene è arbitrario, tutto risponde a un disegno segreto della Provvidenza. E non è forse escluso che il bene di oggi si muti in male domani, se a Dio piacerà sottometterci a qualche grande prova. Ma sapremo sopportarla, giacché in noi arde la fede. In Cino si chiamerà sindacalismo, in Mariano socialismo, in Pietro progressismo, in me spiritualismo. Ma la radice è una. Noi siamo creature credenti. C'è in noi certa rigidità protestante ed egualitaria che fa pensare agli anabattisti. Siamo forse gente da rogo. Ma per troppo ardore di fede. Rupe , cioè chiodo dell'assoluto... Sei del mio parere, Cino?
Cino, chiamato in causa, dischiude gli occhi e dice, scandendo le parole:
- E' esatto che noi siamo nature generose ed elementari. Non ci sono che gli uomini del nostro stampo per compiere errori gravi, e forse irreparabili. C'è in noi un bisogno di azione, alleato ad un naturale manicheismo, che ci fa considerare il mondo come un'opposizione inconciliabile di bene contro male, di male contro bene. Ogni nostro atto non può che essere bene supremo, o supremo male. L'intelligenza non arriva a mostrarci gradazioni di colore nei nostri atti. Atti che sono rossi bianchi neri, tutti abbacinanti. Il rosa non esiste, il celeste neppure. Rupe , sempre. Forse neghiamo per credere, crediamo per negare. Non hai torto, Tristano.
La parlata rotta e incisiva di Cino fa l'effetto del picchiettare della pioggia sui vetri. La madre sospira, mentre Mariano séguita a guardar fuori desolato. Tristano riprende:
- Siamo anime furibonde come la terra che ci diede i natali. Esser nati in Calabria è un grande privilegio, e anche un grande ostacolo. Qui la miseria, la canicola, il terremoto, impastano un'umanità vulcanica e sfrenata. Gl'istinti cozzano contro le idee innate del bene, della bellezza, dell'amore, e troppo spesso li soverchiano, sotto la loro lava rossastra. La mia idea di spaesarci non è un'offesa ai nostri morti. Non è un disconoscere la grandezza della terra natale, alla quale mi glorio di appartenere. Ora, più che a noi, già uomini fatti, penso ai piccini, a Nèoro e Leto, soprattutto. E penso a Gilda e Anita. Questi ragazzi han bisogno di altri orizzonti per serbare intatta la loro innocenza. Qui la rovina delle cose è tale che smorza qualunque sorriso sul labbro. Qui tutto è, ora, vestito di nero. Qui la morte è una presenza che ossessiona. Qui si fatica, si costruisce, per il cataclisma venturo. Forse perché la più antica, la terra in cui siamo nati, ha da espiare un peccato millenario, nato col primo pastore che approdò a queste rive selvagge. Non lo so, non lo so... Ma io sento che noi ce ne dobbiamo andare, che il terremoto è stato un avvertimento. Guai a noi, se lo lasciassimo cadere nel vuoto.
Silenzio. Nèoro e Leto si guardan negli occhi. Poi il loro sguardo converge sulla mamma. Essa ora pare la Madre dell'immortale Pietà. Non culla il Figlio spento tra le braccia amorose. Ma il suo occhio, che guarda lontano, non è meno triste.
- Ed io non voglio andar via... scoppia a dire nuovamente Leto. Se la mamma viene con noi, e va bene. Altrimenti io resto con lei.
- La mamma verrà più tardi... risponde dolcemente Tristano. Ora Mariano e Pietro non posson lasciare Sarmùra. Né può lasciarla Lina. La mia idea è che, per il momento, veniate a Torino, insieme
con me, tu Cino, Orsa e Anita, Nèoro e Leto. Appena Mariano e Pietro avranno sistemati i loro affari, non c'è nulla d'inverosimile che, anche loro, ci raggiungano a Torino, con la mamma e Gilda. Lassù c'è lavoro e gloria per tutti. Soprattutto, ci sarà la tranquillità. Giacché ai piccoli spetterà il sussidio del Governo fino alla licenza ginnasiale; io passerò alla nuova famigliola quello che prima spendevo in pensione; Cino, con l'appoggio di Salemi, entrerà facilmente come sostituto in uno dei primi studi della città, e aiuterà anche lui; Orsa e Anita faranno le mammine di casa. E, insomma, Com'è la barca si mette la vela... Dicon cosi da noi, e cosi faremo.
Ora la più contenta è Orsa, non per poco amore verso la madre, ma perché la scelta, caduta su lei come futura mamma di casa, la riempie di orgoglio e di tenerezza. E poi, poi, a Torino, c'è Salemi. L'avvocato toscano è partito, lasciando un briciolo di cuore al capannone. E anche Orsa n'è rimasta presa. Vent'anni. La fanciulla pensa a Torino come ad un'immensa casa, alla quale il vento della primavera spalanchi incessantemente porte e finestre.
La più ostile è Gilda. Non per invidia verso le sorelle, designate da Tristano, ma per la tristezza del vuoto, che le si fa dintorno. Per poco ella non si abbandona alla sua disperata lamentazione. Dice:
- Non sarebbe meglio aspettare ancora, ancora quest'anno qui? Con l'autunno che viene partiremmo poi tutti insieme...
- Non è possibile, Gilda. Nèoro e Leto non possono perdere un anno di studi. Riuscerebbe poi più difficile la ripresa. E, a prescindere dalla perdita materiale dell'anno scolastico, io mi preoccupo di levarli da questa fossa da lupi. Il loro cuore ha più bisogno di cure che il loro spirito. Non badate all'apparenza. Il terremoto ha spaccata la terra, come avete seduto, ma ha anche spaccate, guastate, le anime. Siete tutti ammalati, senza esserne consapevoli. Siete malati quando ridete, quando piangete, quando dormite, quando parlate, sempre. Io me ne posso accorgere che in qualche modo sono stato tagliato fuori dalla tragedia. Voi no... Sarmùra è oggi un vivaio di sbalestrati. E' una pazzia, sulla quale, dopo tanta miseria, scorre l'oro. Ma pazzia sempre. A me il nostro paese ricorda, nella sua miserabile realtà attuale, certi tremendi castighi invocati dai profeti nel deserto, in quei colloqui tra l'uomo e Dio che fanno il fascino pauroso del Vecchio Testamento. La folgore divina è arrivata al segno. E comincia l'esodo...
A lungo parla Tristano, difendendo il suo progetto. Gli è alleato importante, se pur stranamente silenzioso, Cino. Pietro è per le soluzioni
concilianti. Mariano, invece, séguita a guardar fuori, dove la pioggia frusta la campagna spietatamente, da ore ed ore.
- E tu - chiede improvvisamente Tristano - non hai aperto bocca, Mariano.
Il maggiore dei Rupe si sveglia dal suo sogno ad occhi aperti, e dice: Hai ragione, Tristano. Le cose che dici sono sempre assennate, e mai come ora. Eppure io ho il cuore intirizzito...
- Se credi opportuno rimandare a più tardi la partenza di questi ragazzi...
- No, Tristano. Riconosco che debbono partire, che qui rischierebbero di guastarsi, forse di perdersi... Ma la mia tristezza è immensa... Quando se ne saranno andati, ci parrà di averli perduti per sempre, eh, mamma?!
La mamma guarda il figlio con gli occhi appannati, e quella è la sua risposta. Fuori la pioggia piange per tutti loro.
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CAPITOLO 6.
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Partono i sei Rupe a metà febbraio. Da parecchi giorni la mamma evita di guardare i figli, per non affiggerli con le sue lacrime. Orsa e Anita si son fatte piccine piccine, ora. Nèoro vorrebbe atteggiarsi a leone della compagnia ma, nell'intimo, è più smarrito di Leto. Leto, ch'è più leggero della piuma d'un passero. Solo Cino è calmo e sicuro. Tristano appare trasognato, come se la decisione ch'egli ha voluta gli lasciasse qualche vaga perplessità nell'animo.
Terminato il corredo per i piccoli, la mamma non ha altro mezzo, per tenere i figli presso di sé, che cadere ammalata. Infatti, due giorni prima della partenza, ella si mette a letto con la febbre alta. Mariano afferma, con accorata ironia, che quella febbre è un espediente per rimandare il distacco di qualche giorno. Ma il medico e il termometro parlano chiaro. L'influenza dura a Donna Maria quasi dieci giorni. Poi, improvvisamente, la febbre cala, e la malata può lasciare il letto. Ora non c'è più scampo. Il prezzo della sua guarigione è la partenza dei figlioli. Certo, per averli vicino a sé, intorno al tavolato che fa da letto, dalla mattina alla sera, resi ancor più teneri dalla vista della sua sofferenza, e dalla spina della separazione prossima, ella si sarebbe augurata un'influenza che non finisse più.
Partono una sera piena di vento e di desolazione. Le nuvole son cosi basse che lasciano qualche lembo dei loro stracci bigi sulle chiome degli ulivi, si riflettono sulle pozzanghere della strada come in uno specchio, spaventando i cavalli, e spronandoli. Milord è inquietissimo, e non fa che abbaiare alle ombre. Son questi i crepuscoli, in cui i morti del terremoto escon dalla fossa comune per ritornare alle loro case, restituite nella sagoma antica dalla fata morgana. Il camposanto avanza con la sua cinta, con le sue bianche cappelle, divora i campi, e le sue trombe assordano senza far rumore.
Per quanto convalescente, la madre accompagna i figlioli alla stazione. Son tanti questi Rupe che appena entrano in tre vetture. Milord segue a piedi con le orecchie basse e la coda a terra. Nèoro e Leto son nella carrozza con la mamma e Mariano. I piccoli hanno le mani in quelle materne che gliele riscaldano, lievemente stropicciandole. Mariano scherza or con l'uno or con l'altro. Ma la sua gaiezza è falsa. A tratti, guarda, attraverso i vetri, la campagna cupa, e si oscura.
Dice improvvisamente:
- Siamo scampati dal terremoto e ci spaventeremmo per una breve separazione? Tra un anno ci riuniremo tutti. Intanto Nèoro e Leto vanno a conquistare il mondo... Ce ne lascerete una fetta anche per noi, eh?
Leto si china e bacia il fratello sulla barba. Allora Mariano non parla più neppure lui. I sibili del vento si buttano sulla vettura, avvolgendola in una trama di risucchi. Il mantice pare un ombrello che si apra e si chiuda continuamente. Balbetta, frigge, scroscia. Gemono i tronchi degli ulivi che costeggiano la strada. Le siepi nude paiono capigliature di furie rimaste impigliate ai margini della via. Il vento le gonfia e le strappa a ciocche, le libra nei suoi mulinelli, le abbandona sotto le zampe dei cavalli. Passa qualche persona per la strada, intabarrata fino agli occhi. Se il gemito dei tronchi è più lacerante, essa solleva la testa in alto, e affretta il piede.
Ora Sarmùra tende i suoi tronconi paurosi. Le strade sono piene di altissime stampelle. Le carrozze procedono a passo d'uomo, zigzagando tra le macerie e i puntelli. Poche ombre di uomini vaganti. All'angolo della piazza Rupe si ode il suono d'una chitarra. Più in giù, verso la Chiesa del Carmine, un avvinazzato attacca un'arietta in voga. I baraccamenti del rione Bompiani sono illuminati. C'è qualche bambino sulle soglie a guardar le carrozze. Uno di essi raccatta un sasso da terra e lo lancia contro Milord, che non lo degna neppure di un'occhiata.
La Torre. Gli aranci sono in fiore. Il profumo della terra e del mare entra nella carrozza, la investe in una spirale di aromi, invita a tirar giù i vetri. Ecco Messina, laggiù, nello sfondo bruno delle acque. Sei settimane fa era tutta un brivido di luci dalla Cittadella alla punta del
Faro. Ora rarissimi i lumi. Aguzzando lo sguardo, si vede la Morte affacciata al parapetto del Molo, la Morte che non può prender sonno, che passa il tempo a guardare il mare. Leto scoppia improvvisamente a piangere, e Nèoro dietro. Piange la mamma, singhiozza anche Mariano.
Alla stazione è convenuta una piccola folla di parenti, di amici, di compagni. In prima fila è la maestra Bàrbaro. La giovane è vestita di nero perché, dei suoi quattro nipoti, due sono morti nel terremoto. Lei stessa deve la salvezza a Mariano in persona.
I fornaciari sono al completo. Leto è, un po', il loro generale che va in esilio. Concetto lo guarda stupito, non crede che possa partire, ora che la calce si vende alla fornace a peso d'oro. Nina offre a ciascuno dei piccini, comprendendo tra essi anche Orsa, una bellissima pera d'inverno. E si scusa di non poter fare di più.
Sara ha gli occhi rossi. Ha preparato un cestello di cenci , e li offre ad Anita, per tutti. La fanciullina bacia il suo bambino, alzandosi sulla punta dei piedi.
C'è lo Zi Ceo con la moglie e la nipote. Grazia guarda un po' estatica tutti, ma la sua attenzione converge specialmente su Leto. Il ragazzino s'è innalzato ai suoi occhi, è ormai un uomo. Torino! Che cosa è per lei Torino?
Ci sono Alfredo De Marco, Vincenzo Nostro, Salvatore di Pace. Quest'ultimo dà a Cino un mazzo di garofani rossi.
- Grazie! dice il giovane. Ne prende uno, se lo infila all'occhiello e restituisce il mazzo al compagno.
- Lo porterai sulla tomba di Michele Parrello. Povero caro vecchio. Gli dobbiamo tanto...
E c'è Attisani, il carissimo Attisani, arrivato alla stazione come un bolide, avendo appresa la partenza di Nèoro e di Leto all'ultimo momento. Egli li chiama in disparte, e raccomanda:
- Fate vedere, voi due, a quei piemontesacci, di che cosa siamo capaci noi... Se vi lasciano in pace, rispettateli. Se vi provocano picchiate sodo... Mandatemi una cartolina con la Mole Antonelliana, e baciate per me tutte le sartine che incontrate... Dicono che sian tanto belle lassù, le sartine...
Arriva, arriva il treno. L'emozione prende tutti alla gola. La madre è come un grappolo d'uva bruciato dallo scirocco. Monta sul predellino, e, prima che il treno si muova, abbraccia ora l'uno ora l'altro dei figli. Dice al più piccino, per tutti:
- Figghiu, figghiceddhu, pensa a mia...
Un ultimo bacio, e si va. Qualche grido, lo sventolare dei fazzoletti, un agitare accorato di mani, poi tutto è ingoiato dalla tenebra. Il fischio del vento vince l'ansito del treno.
Silenzio.
I morti guardano passare enigmatici, ai bordi della strada ferrata, i partenti. Alcune case mozze agitano le stampelle nell'aria. Non si sa se salutino o se minaccino quelli che se ne vanno.
- Non ho abbracciato Milord... mormora improvvisamente Leto con un filo di voce, guardando i fratelli con occhio smarrito.
La spina dell'ingratitudine ferisce, per tutto il viaggio, il piccino.
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FINE.
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7 novembre 1931 in Viareggio.
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FINE.